“Probabilmente solo in un mondo di ciechi le cose
saranno ciò che veramente sono, disse il medico”
José Saramago, Cecità
Chi poteva mai immaginare qualche settimana fa che, andando in quiescenza, il procuratore capo di S.ta Maria Capua Vetere avrebbe sconvolto con la sua ultima inchiesta assetti politici e di potere rassicuranti nella loro precarietà, ed aperto in Italia una fase politica dagli esiti imprevedibili?
Mastella ha reagito all’iniziativa di quel magistrato con scarsa prudenza ed ora se ne pente amaramente. Egli non aveva riflettuto abbastanza su opportunità ed insidie della legge elettorale e pensava, dimettendosi, di barattare un governo ormai esausto con la propria salvezza, riavviando un nuovo giro di danze in accordo questa volta con Berlusconi che, a crisi aperta, gli ha dato invece il benservito disperdendone la ciurma.
Se la liquidazione del governo Prodi e l’harakiri dell’Udeur suggeriscono che non tutti i mali vengono per nuocere, è lecito sperare che, per quanto vuota di contenuti ed estranea ai bisogni del Paese, la competizione elettorale riservi altre piacevoli sorprese. In fondo l’incivilimento umano si è sempre fatto strada in mezzo alle sventure.
Certamente edotto dei meccanismi elettorali e intento a far virtù delle miserie che gli aveva scaricato addosso il crollo del centrosinistra, Veltroni ha escogitato un percorso elettorale che rappresenta in realtà un capovolgimento di linea - geniale sul piano tattico quanto, forse, di corto respiro - che apparentemente l’ha posto al centro dello scontro elettorale. Con mossa ardita e senza riguardi per nessuno, egli ha dato a Prodi il colpo di grazia e ha costretto gli altri ad allinearsi prefigurando, per così dire, una strategia politica in progress, non affidata cioè ad estenuanti mediazioni, elaborazioni e congressi ma al carisma e alla forza del capo.
Più che correre da solo, o in libertà, come l’Ulivo nel 2001, Veltroni ha dunque proclamato la fine del sistema bipolare, peraltro inficiato dal trasformismo e dalla crisi dei partiti, ed ha teorizzato e promosso (altra risorsa della deprecata legge Calderoli) un bipartitismo o, più precisamente, un bi-leaderismo rabberciato con l’indispensabile complicità del Cavaliere cui ha offerto nuovi ed inattesi spazi di manovra e dominio personale. Entrambi hanno acquisito una straordinaria rendita di posizione e, col pretesto della semplificazione del quadro politico, hanno imposto la confluenza di gruppi e tradizioni importanti e colpito insieme sinistre e forze moderate restie ad omologarsi. Prime vittime i socialisti, finiti nella tenaglia tra mire annessionistiche del PD e chiusura di RC, e la destra di Storace, mollata a beneficio del profilo perbenista, moderato ed europeo di Berlusconi. E in un clima di ulteriore impoverimento dell’assetto democratico restano sotto tiro sinistra arcobaleno ed UDC.
Avverte un adagio che non sempre chi ti sorride e ti asseconda lo fa per il tuo bene. Ma a Veltroni non dev’esser parsa vera l’occasione di trarsi fuori dalle macerie lasciandoci gli alleati di sinistra poco avveduti e, benché remissivi, additati ingenerosamente come i responsabili della ingovernabilità e del disastro al pari di Dini e Mastella. Tuttavia l’azzardo ha causato molte vittime (a partire dal gruppo dirigente calabrese cui, pur con un ritorno d’immagine, è stato inferto uno sfregio irrimediabile), e potrebbe costargli assai caro nel caso il suo partito, a vocazione governativa, fosse viceversa costretto all’opposizione. Aspettare per credere.
In ogni caso la vera resa dei conti verrà dopo, quando la recessione americana s’abbatterà sul nostro sistema malato e impatterà un ciclo caratterizzato da una perdurante, debole crescita; inflazione; bassi salari; povertà e sfiducia. E per ingiuria della sorte metter mano alla crisi toccherà ad una classe politica intellettualmente corrotta e sotto ogni aspetto inidonea alla semplice emergenza.
Allora le questioni risulteranno ciò che veramente sono e non sarà facile girarci intorno, eluderle all’infinito. E quando governo, partiti e forze sociali dovranno relazionarsi alle cose reali nella metafora di Saramago disvelate dalla cecità, la politica potrà davvero rigenerarsi provando a realizzare i cambiamenti necessari. Ci avviciniamo, forse, ad una stretta durissima, ad un passaggio epocale destinato a produrre trasformazioni profonde in Italia e nel mondo.
Non sarà verosimilmente un processo agevole, né indolore. E se, almeno in parte, la crisi della politica è l’altra faccia della perduta identità della sinistra e della sua incapacità di rinnovarsi, non sarà la politica a cambiare le cose bensì la forza delle cose la politica.
Come per ultimo ha osservato Giacomo Marramao, la sinistra soffre oggi di un forte deficit culturale. L’eclettismo surroga ormai il suo impianto teorico e neanche ha tentato di ricondurre ad unità la fioritura di analisi, ricerche, idee e proposte che una schiera di studiosi ed il movimento sono venuti elaborando in questi anni. Chi pensi, ad esempio, ai fondamenti culturali, ideali ed etici del Manifesto di Orvieto ed alla colpevole disattenzione dei partiti, nota una insufficienza culturale della sinistra che però si connette ad una caduta della tensione ideale, talvolta del rigore morale, che ne sottolinea la marginalità e la tendenza al declino.
Parafrasando Marx potrebbe dirsi che allorquando “ il pensiero [non] si spinge sino alla realtà, è necessario che la realtà stessa si spinga sino al pensiero”. E fondamentale in tal senso è la piena consapevolezza della crisi che avanza e ci stringe sempre più.
Non è a caso perciò che in relazione alla recessione americana di cui non si conosce ancora la portata, sia insistentemente evocata la grande depressione che dal 1929 al 1933 sconvolse l’intero mondo progredito. Una crisi al suo inizio incompresa dai governi e dalla stessa scienza economica prigioniera di assiomi spazzati via bruscamente, che ha causato indicibili sofferenze e ha segnato, nel bene e nel male, il corso della storia umana: il New Deal e l’affermarsi di una democrazia avanzata negli USA; l’ascesa del nazismo, il riarmo e la guerra; una espansione economica illimitata ed un sistema di protezione sociale che ha cambiato radicalmente la vita delle persone.
Il pensiero economico ne uscì rivoluzionato. Alla pianificazione sovietica l’Occidente opponeva una concezione economica nuova e dinamica non più fondata sul lassaiz faire (cheoggi definiremmo liberista), ma su un diffuso intervento pubblico (la mano visibile), teorizzato da John Keynes.
Tante le analogie che si scorgono, dalla caduta della produzione al fallimento di grandi banche, al rapporto salari - prezzi – mercato sino a quell’evento regolato dalla legge di Say, secondo cui l’offerta determinava la sua domanda. Come allora incertezza e disordine sociale attraversano i paesi progrediti o più ricchi di risorse naturali e, malgrado gli attuali strumenti di regolazione e intervento, si avverte la grave inadeguatezza della politica e delle istituzioni.
Come per l’allegoria di Saramago, anche allora un giovane scrittore inquieto, Elias Canetti, teneva nel cassetto un librone aspro e fantastico che gli era stato ispirato da un soggiorno a Berlino. Attorno ai protagonisti: il sinologo Kien – o l’uomo dei libri – del tutto avulso dalla realtà e Therese, la governante gretta nella sua materialità, la narrazione era venuta articolandosi come una trilogia (Una testa senza mondo, Un mondo senza testa e Il mondo nella testa) - dal titolo Abbagliamenti, nella traduzione italiana Auto da fé - incentrata dirà lo stesso Canetti sul “mondo ch’era andato in pezzi, e solo se si aveva il coraggio di mostrarlo nella sua frammentazione era ancora possibile dare di esso una immagine veritiera”. Dove poi è finita la Germania è noto.
Ma a dispetto dei parallelismi, profondamente diverso è il contesto globale: il declino occidentale, l’irrompere delle economie asiatiche, la questione ambientale (surriscaldamento, energia, acqua), il fondamentalismo religioso, la povertà. Non si può certo prescindere da tale contesto e da una idea precisa delle soluzioni auspicabili per i grandi problemi del mondo. Solo così il locale, ossia il destino del nostro Paese, trova un cammino sicuro e non si lascia tentare da chiusure e scorciatoie protezionistiche.
Nell’incipit alla sua Breve storia del futuro J. Attali scrive che “oggi si decide cosa sarà il mondo nel 2050 e si prepara quello che sarà nel 2100. A seconda di come ci comporteremo, i nostri figli e i nostri nipoti abiteranno un mondo vivibile o passeranno un inferno, odiandoci a morte”. Partiamo già da un punto critico e illudersi che l’attuale politica (e la sinistra) trovi in sé le forze per una sfida così decisiva; non cercare fuori dai vecchi circuiti contenuti, forme e soggettività della sinistra oggi necessaria, allontana e compromette la prospettiva di una società responsabile e a misura dell’uomo.
Giuseppe Pierino presidente progetto Calabrie