Il 14 aprile 2008,   il  900 è   finito

Socialismo e Comunismo, le grandi  correnti culturali ed i grandi movimenti di lotta che i due termini evocano e che hanno caratterizzato e dato senso al secolo breve, sembrano usciti dall’orizzonte politico del nostro paese. La terza repubblica, di cui   la tornata elettorale   pare segnare   l’inizio, nasce senza una  sinistra politica.
Ciò è avvenuto negli stessi giorni in cui la FAO denuncia allarmata che in tutto il mondo c’è  carestia – fenomeno che ci avevano detto che nella modernità non si sarebbe presentato - e i media, anche se relegandole in terzo e quarto piano, danno notizia di sommosse e morti per il pane in diversi paesi di questo pianeta. Senza dire che anche  in questi giorni  all’ininterrotta catena delle morti sul lavoro  in terra italiana   si sono saldati altri anelli.
Sembra dunque uno scherzo della Storia che la sinistra esca dalla  scena  parlamentare italiana proprio quando, per scongiurare la tragedia che incombe sul mondo ed anche sul nostro paese, di lei c’è maggiormente bisogno. 
Il soprassalto d’ordine che sta sotto i risultati elettorali del nostro paese, in particolare delle regioni “ricche”,  segnala che, di fronte all’annuncio che la pressione sui paesi “ricchi” delle migrazioni dei poveri è destinata ad aumentare e di fronte  alla constatazione che gli effetti della recessione innescata dai sub prime statunitensi si scaricano anche su di noi,   la tendenza a rinchiudersi nel proprio individualismo sta contaminando anche le  fasce sociali in cui la solidarietà era più di casa. Non è una novità: quando si prevedono tempi tristi, se non nasce a sinistra la prospettiva di una risposta, la si cerca a destra. Il che – lo insegna la storia – è irto di rischi.
Sui motivi per i quali una risposta plausibile non la si è apprestata a sinistra si aprirà un dibattito  ed un regolamento di conti che è facile prevedere  sarà tanto più inconcludente quanto più feroce sarà. Bisognerebbe  invece evitare di appuntarsi su ragioni contingenti, più di tattica che di strategia, più di breve momento che di respiro ampio, per cercare in profondità le ragioni per le quali l’Arcobaleno non si è presentato credibile.
La prima e più evidente   è che il tentativo è stato strozzato sul nascere dal precipitare della crisi di governo e dallo scioglimento delle Camere. Bisogna riconoscere però che le formazioni che hanno promosse questa esperienza si sono presentate all’appuntamento, quale più, quale meno,  largamente impreparate. Perché l’esigenza d’innovazione c’è.
La crisi della democrazia, quella della rappresentanza, l’ indebolimento dello stato-nazione non sono fatti contingenti; sono tra gli  esiti della fase calante della parabola della modernità. Siamo ad un passaggio di epoca: paradigmi interpretativi, categorie concettuali e forme dell’agire, quali la forma partito,  valide un tempo, sono oggi sorpassate. In una società complessa, nella quale l’intreccio delle relazioni cresce ed il numero delle decisioni si moltiplica, i tempi di reazione si allungano mentre  la  rapidità è un’esigenza, il problema del funzionamento delle istituzioni si pone.
Veltroni e, al suo seguito,  Berlusconi   hanno presentato la loro  soluzione. Ambedue,  pur con qualche differenza,   vanno nella medesima direzione: a livello di società,  la liquefazione delle soggettività e la loro confluenza in un’unica ed indistinta identità, quella della cittadinanza;  a livello politico, la semplificazione del quadro  mediante la formazione di   aggregazioni non uniformi, ma compatte, in cui le identità si diluiscono sino a sfumare, ed  imperniate sulla figura del leader come condizione perché il bipolarismo funzioni.
Delle due soluzioni possibili hanno scelto quella di rastremare la piramide del potere, concentrandolo. Potremo chiamare questo modello  della democrazia dispotica oppure  del dispotismo democratico, a seconda di come verrà gestito. Di questo si tratta.
L’altra soluzione, quella di rompere la chiusura individualistica in cui la società si è frammentata sotto la spinta dell’iperliberismo, altro    frutto avvelenato della crisi della modernità,  e di rinverdire la forza delle soggettività, esaltare la ricchezza della diversità dei soggetti sociali, strutturare a rete il  potere  moltiplicando i punti in cui si decide, facendo della partecipazione quindi  un dato concreto ed efficace, quest’altra soluzione la sinistra non l’ha proposta. Nemmeno, forse, l’ha pensata. Qui sta a mio avviso la causa profonda della sconfitta dell’Arcobaleno. Le altre, la fallita esperienza di governo, lo scarso entusiasmo di alcune componenti, le rivalità e quant’altro, che pure ci sono state, contano assai meno.
Da qui   dobbiamo  partire.
L’innovazione  che Veltroni e Berlusconi  hanno proposto aderisce al vecchio paradigma della modernità e ne accetta tutte le conseguenze, cercando il primo solo  di attenuarne l’impatto, se può; proponendo l’altro l’esaltazione dell’individualismo, crepi chi non ce la fa. Ambedue invocano    la “crescita”, negandone la carica distruttrice per le persone e per l’ambiente.
La sfida che la sinistra ha  di fronte    è apprestare e praticare un paradigma nuovo della modernità. Su questo la sinistra deve rifondare  la sua cultura. Un paradigma nel quale convergano gli apporti della lezione marxiana e quella del femminismo, l’apporto fondamentale dell’ecologismo e quello non meno importante del pacifismo; un paradigma  capace di finalizzare scienza e tecnologia alla liberazione delle donne, degli uomini e della natura, sottraendoli al dominio del capitale.  Un paradigma che serva  a leggere la realtà e  a trasformarla.
Il 14 aprile è finito il secolo breve. Non la storia.
Il pianeta, per dirla con Domenico De Masi,  è a un bivio,: o  la disperazione degli affamati del mondo porrà fine alla follia dell’Occidente e gli imporrà di cambiare modello di economia (leggi globalizzazione) e gli  assetti delle società  (leggi società di mercato), oppure gli equilibri ambientali si romperanno irrimediabilmente.
Un’alternativa però ci potrebbe essere: che sia l’Occidente a porre fine alla propria follia.
La sinistra potrebbe  provarci. Anzi dovrebbe. La strada certo è in salita. Ma la natura che gene e le donne e gli uomini che soffrono chiedono di percorrerla
Dobbiamo cominciare dunque da capo. Ma non da zero, perché energie, movimenti, saperi per ricostruire la sinistra ci sono.
Nino Lisi
15 aprile 2008