Il naufragio dell’Unione Mediterranea di Sarkosy

Per  il presidente francese Nicolas Sarkozy non è certo un buon momento.
 Ad appena sei mesi da una schiacciante vittoria vede drasticamente calare la sua popolarità,perde clamorosamente le elezioni amministrative ed è costretto ad incassare lo svuotamento della sua proposta di costituzione dell’Unione Mediterranea (UM).
L’UM, nel progetto di Sarkozy, per la creazione di una comunità tra i paesi del bacino del Mediterraneo ispirata al modello dell'Unione Europea e  finalizzata a dare vita a un nuovo organismo internazionale  con l’obiettivo di rilanciare  la cooperazione tra le due sponde del mare interno, svanisce.
Resta appena  il principio ispiratore, parte del nome e la paternità dell'idea, ma la proposta originaria del presidente della Repubblica francese, cambia volto e sostanza dopo il suo primo passaggio a Bruxelles.
Non sarà più una 'Unione del Mediterraneo', che i francesi avevano visto come una gemella della UE più spostata a sud; si chiamerà invece < 'Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo'>, e darà "un nuovo slancio alle politiche europee per la sponda sud", come hanno sottolineato più volte i leader europei che con cautela pronunciano la parola 'novita''.
Questo evento, più degli altri, ridimensiona fortemente  l’immagine del presidente francese e mostra che sia la sua  politica interna che quella estera non hanno la capacità di incidere significativamente sulle scelte operate oltre atlantico, nei centri di comando della globalizzazione liberista,di cui peraltro egli ne è politicamente una espressione di notevole rilievo.  
Anzi, proprio per questo, opera rispetto al passato, anche recente, un allineamento alle scelte USA preoccupante destinato ad avere effetti fortemente negativi su tutta l’area del Mediterraneo.
Ma è indice anche di una incapacità della UE di darsi, verso il Mediterraneo, politiche   capaci di abbandonare ogni intento di integrazione e assimilazione e di aprirsi a un processo di fecondazione reciproca tra Comunità e Stati e al coordinamento delle proprie politiche che consenta di far fronte ai bisogni provocati mediante le guerre e la povertà dalle insensate politiche della globalizzazione.

 L’Europa, con questa scelta verso il Mediterraneo continua nell’adozione  di politiche  puramente ausiliarie a quelle dell’asse atlantico (USA- GB),  e continua unicamente a pensarsi come il fianco sud-est dell’alleanza atlantica.
Di fatto continua ad ostacolare, in nome della concorrenza, ogni politica di cooperazione tra popoli europei, mediterranei e africani, con le società asiatiche verso le quali si sposta il baricentro dell’economia-mondo nel nuovo secolo.
Riproporre il rilancio del processo di Barcellona, il cui fallimento è ormai da tempo  certificato dai fatti, significa riproporre solo una semplice retorica delle buone intenzioni ed una forma di partenariato dietro cui si nascondono, e neanche tanto, le nuove forme di eurocentrismo atlantico.
Il processo di Barcellona, per chi non lo ricordasse, nasce con una formidabile costruzione di istituti , strutture e luoghi mirati a dare corpo ad una politica di partenariato.
Ma è una costruzione a senso unico.
La struttura del processo è di matrice europea, così come lo sono i testi legislativi e regolamentari che i Paesi arabi devono solo sottoscrivere e ratificare con il solo compito di intervenire in loco per facilitare l’ attuazione delle decisioni di volta in volta assunte. Ed ancora è l’Unione Europea che ha scelto gli Stati che entrano nel quadro euromediterraneo: tutta l’Unione da una parte, una decina di Stati Arabi da essa selezionati essenzialmente in base alla docilità all’Unione, associati a Malta ed Israele.
Non è una scelta a caso, ma una scelta che punta  ad integrare Israele nell’insieme del mondo arabo in un quadro funzionale alle scelte degli USA nella Regione.
Il processo di Barcellona, a ben guardarlo, si configura come una scelta complementare a quella tracciata dagli USA nel Medio Oriente, muovendosi , sul versante economico, nella logica del neo liberismo globalizzato(apertura dei mercati, creazioni di condizioni favorevoli agli investimenti stranieri, ,deregultaion,abbattimento delle barriere doganali) così come lo concepiscono gli USA, il WTO, la Banca mondiale ed il FMI.
A questo processo fallito, la UE ha sostituito, sempre unilateralmente,  la PEV (politica europea di vicinato) con la quale si ripristinano i rapporti bilaterali rispetto a quelli di “aera vasta”, nella quale il mediterraneo scompare  persino dalla retorica delle buone intenzioni.
La PEV è il portato del cambio di fase. Deriva dalle scelte di Lisbona 2000, con le quali  la UE sposa il dogma della competitività ed abbandona quello che è stato definito il modello sociale europeo mettendo in campo, in ogni settore, una gamma di politiche del tutto sussidiare alla triade capitalistica ed al suo poliziotto mondiale , gli USA.
Il rilancio del processo di Barcellona, al posto della Unione, pur discutibile ma di altra valenza, proposta da Sarkozy al momento della sua elezione, sembra reintrodurre  in questo scenario una nuova dose di retorica, ancorché più cauta, e non va oltre la generica richiesta di più fondi,l’individuazione di due direttrici, in se  interessanti, sulle quali operare: il disinquinamento del mare e la lotta agli incendi dei boschi e l’inclusione di altri tre stati ( Prtogallo Giordania e Mauritania).
Poco, anzi niente, di nuovo.
Ma la sinistra Europea che fa? Quale proposta contrappone su un tema che può essere decisivo per la sua stessa esistenza?
Finora nulla o quasi. Solo qualche aggiustamento qua e là  che non tocca l’ispirazione di fondo, mentre dovrebbe  rompere questo schema e riproporre una visione geopolitica che spinga l’Europa a divenire uno dei poli della costruzione di una nuova triangolazione , opposta a quella della Triade che  dall’Europa, con i Paesi Mediterranei si colleghi al grande risveglio dell’Asia e riporti se stessa a riscoprire e ricostruire le proprie economie dentro logiche di  cooperazione , opposte a quelle della sua dipendenza atlantica.
In quest’ottica deve riprendere  e rilanciare l’idea di una alleanza tra movimenti, associazioni, istituzioni culturali, organizzazioni della  galassia dell’altra economia, forze politiche democratiche o che si richiamano alla democrazia, per la costruzione della Mesoregione Mediterranea come sistema unitario.
Deve lavorare alla  costruzione dell’Alternativa Mediterranea, atteso che a leggere il mediterraneo in profondità si scopre che esso non parla solo di un piccolo segmento del pianeta, ma dei problemi che il mondo deve affrontare se vuole sottrarsi all’unico verbo della competizione
La concezione  mesoregionale  si pone da tempo come risposta all’approccio eurocentrico della geo-economia della UE  inventato da Jacques Delors per realizzare gradualmente l’integrazione dell’Europa a 12 con le sue aree di prossimità mediante un sistema a cerchi concentrici. La mesoregione, giova ricordarlo, consiste, in estrema sintesi, nella costruzione di un sistema policentrico che vede le varie grandi regioni europee (Baltica, Occidentale, Centrale e Sud Europea) come fulcri di collegamento con le rispettive regioni culturali di appartenenza fuori dell’UE. Un sistema a cerchi olimpici che nel nostro specifico vedrebbe i paesi dell’Europa del Sud come anello di congiunzione tra l’UE e la Regione euro-mediterranea. Le mesoregioni hanno la caratteristica precipua di comprendere al loro interno sia Stati e Regioni della UE,  sia Stati e Regioni ad essa limitrofi. Ne sono esempio i paesi del Nord membri dell’UE, ma nel contempo dentro il sistema di cooperazione Baltica. Questo consentirebbe all'UE di costruire una risposta comune, anche sul versante dell’assetto istituzionale, alla  globalizzazione sia in termini di pacificazione, sia di co-sviluppo e tutela ambientale”. Questo orientamento è politicamente minoritario, ma presente ed è ispirato da numerose forze sociali e produttive legate  a questo mare per ragioni culturali e geografiche. Questo orientamento ritiene insopportabile  la globalizzazione del sistema mondiale funzionale alla ricchezza ed ai consumi di meno di un quinto della popolazione mondiale a scapito degli altri quattro quinti.“Al contrario, nel crescente interesse per i processi di regionalizzazione  dell’economia mondiale, vede la possibilità di ripristinare un più sano rapporto tra bisogni e sistemi produttivi rivalutando una strategia policentrica dello sviluppo attraverso la realizzazione di un sistema di comunità regionali comprendenti più Paesi (individuabili secondo il concetto dell’economia mondo di cui ha tanto parlato Fernand Braudel) che nella situazione europea data possono dar vita, accanto o dentro all’Unione che è stata la prima e ancora oggi forse può essere considerata la più forte di queste economie mondo, a comunità stabili ed omogenee di cooperazione economica e    politica, rispettose delle differenziazioni esistenti in queste aree per bisogni e gusti culturali ed in grado di sviluppare in modo crescente la cooperazione economica e culturale.
Solo nel quadro della  costruzione di una Mesoregione Mediterranea si può pensare  uno Stato palestinese sovrano   in grado di  negoziare con lo Stato di Israele i termini del suo insediamento pacifico in un grande processo di cooperazione tra tutti i popoli della regione.
Il Partito della Sinistra Europea, per la pace, la sicurezza che può derivare solo dall'incontro tra culture e dalla cooperazione, gli stessi interessi materiali dei popoli europei, dovrà sostenere all’interno dell’UE la creazione di una Mesoregione Mediterranea incentrata sulla solidarietà con tutti i popoli mediterranei e avente come asse privilegiato il dialogo tra l’Europa e il Mondo arabo tutto.
La garanzia di sicurezza richiesta da Israele, fino ad oggi strumentalizzato a mezzo di penetrazione degli interessi occidentali nel Mondo arabo, è ottenibile solo con lo sganciamento dal suo ruolo di poliziotto dell’Occidente nella regione e della sua capacità di apertura di una dialogo costruttivo con i suoi cugini arabi.

Mimmo Rizzuti
Portavoce Sinistra Euromediterranea

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