Le
ragioni di un Convegno
di Piero
Bevilacqua
Le scienze della riparazione.
L’esigenza di questo Convegno, il bisogno di una
riflessione collettiva sui saperi del nostro tempo, muove da diverse ragioni. Esso nasce innanzi
tutto da uno stato di profondo disagio.
E’ il disagio che genera l’osservare le tensioni e i mutamenti che
attraversano oggi le Università d'
Europa. Il processo di
unificazione del Vecchio Continente ha investito negli ultimi anni le strutture
dell’alta formazione trascinandole in un vortice di innovazione continua. Ma
questa non ha interessato la qualità dei saperi, il rapporto fra le discipline,
la natura della formazione. E' una innovazione che riguarda le pareti esterne
dell’edificio. Un rovello riorganizzativo che punta all' omogeneità e
all’uniformità delle procedure, alla
misurazione e quantificazione delle prestazioni, di docenti e discenti, alla
fissazione dei criteri di valutazione del merito. Il telos di tale
incessante processo riformatore è l’adeguamento delle vecchie strutture
formative delle Università ai bisogni di efficienza e di capacità competitiva
che il sistema economico chiede alla società e al mondo della scienza.
Esso domanda un supporto sempre più ravvicinato ai sui ritmi, alle sue
necessità e congiunture, e quindi preme costantemente per una più evidente
funzionalità strumentale dei saperi, per una loro più plastica aderenza alle
necessità della macchina produttiva e dei consumi. [1]
Diciamolo
con la schietta chiarezza che l'intera vicenda merita. Negli
ultimi 15 anni le classi dirigenti europee hanno chiesto all’Università dei
diversi stati di adeguare le loro strutture alle richieste, ai miti,
all'ossessione economicistica di una stagione ideologica del capitalismo
contemporaneo. Una stagione ideologica - potremmo dire oggi col linguaggio di Popper - <<falsificata>> senza appello dal fallimento economico e
finanziario in cui ha precipitato il mondo. Com'è noto, l’Università, i
ceti intellettuali più diversi, il mondo politico, hanno sostanzialmente ubbidito
alle sirene di questa ideologia nella sua versione di riforma didattica. Anzi,
con poche eccezioni e proteste, hanno aderito alla richiesta con convinzione e
perfino con slancio.
Ma nelle innovazioni che hanno investito l' Università – e che ancora la agitano e la
tormentano con un flusso interminabile di cambiamenti normativi e
procedurali – non è dato rintracciare nessuna interrogazione profonda sullo
stato dei saperi nel nostro tempo, nessuna seria preoccupazione sui
caratteri e i bisogni delle scienze contemporanee . Né tanto meno sulle questioni
relative al loro studio, apprendimento, trasmissione, se non dal lato puramente
tecnico e organizzativo. Didattico, come vuole il linguaggio tecnico corrente.
Eppure,
proprio questo è oggi il cuore più profondo della questione: quali saperi si impartiscono
nelle nostre Università? Qual è il grado della loro presa e rappresentazione
del mondo reale? Come si è trasformata e ristretta, sotto le pressioni della
macchina economica, la natura della loro utilità sociale? Quale spazio
conservano i saperi disinteressati, le conoscenze finalizzate alla formazione
umana e spirituale delle nuove generazioni?
Due
grandi e drammatiche evidenze rendono oggi più immediatamente visibili le
ragioni di simili interrogazioni.La prima riguarda la grave alterazione degli
equilibri naturali della Terra e il
riscaldamento climatico in corso. Qui si possono misurare le conseguenze della
frantumazione disciplinare delle scienze consumatasi nel corso del Novecento.
Tutte impegnate a indagare un ambito sempre più ristretto e ravvicinato di
realtà, nessuna di essa è stata capace di uno sguardo globale,
nessuna si è accorta, se non tardi,
degli effetti generali che il
proprio separato operare – a servizio della macchina produttiva - ha sugli
equilibri generali del mondo vivente.
L’uso
industriale dei gas clorofluorocarburi, ad esempio, che lacerano l’ozono
atmosferico e hanno portato a minacciare la vita sulla terra[2],
costituisce forse la prima e più clamorosa messa in evidenza di questo
squilibrio fra la potenza delle singole applicazioni disciplinari e la
conoscenza degli equilibri generali della biosfera.
Certo,
in questo caso la scienza chimica, responsabile del danno, è poi
intervenuta ed è venuta a capo del problema. Ma lo ha fatto
in funzione riparatrice, intervenendo dopo la rottura degli equilibri
precedenti. Ed è questo, di fatto, il modello del comportamento della scienza
oggi: intervenire per riparare le alterazioni che la separatezza e l’unidimensionalità delle discipline
applicate all’economia di volta in volta producono. Quale scienza si era
accorta , per gran parte dell'età
contemporanea , che ciascuna per suo conto, contribuendo allo sviluppo
economico, cooperava anche al fenomeno generale del riscaldamento della
Terra? Né la fisica, né la chimica, né
la geografia, né la botanica, né la geologia né la biologia. Tutte chiuse nel
proprio ambito disciplinare, operando
ciascuna su frammenti del corpo smembrato della natura, solo sul finire del XX
secolo alcune di queste si sono accorte di che cosa stava accadendo
all’atmosfera terrestre.
Oggi
l’IPCC – l’organismo voluto dall’ONU per studiare il cambiamento climatico e
che riunisce migliaia di scienziati di diverse discipline - ubbidisce anch’esso
a una logica di riparazione, di intervento post-factum. E tuttavia esso
mostra anche un modello utile per un cambiamento di paradigma delle scienze. Il
dialogo tra i vari saperi per lo studio di un fenomeno complesso, che abbraccia
in equilibri multiformi quella speciale totalità che è il clima, è anche un
modello di riorganizzazione possibile del sapere scientifico nel tempo
presente. Ma esso deve cessare di essere un modello di emergenza e di
riparazione. Deve diventare ex ante una modalità della ricerca, della
formazione e della trasmissione del sapere
in tutte le nostre strutture formative.
Siamo
ovviamente consapevoli che la disintegrazione disciplinare del sapere
scientifico non è fenomeno recente. Esso ha origini lontane, nella fondazione
stessa della scienza moderna. Come ha ricordato Edgar Morin nel suo tomo I de La méthode, << La fisica occidentale non ha
solamente disincantato l'universo, essa l'ha desolato >>.[3] Gli ha sottratto la vita e dunque la
totalità delle connessioni che legano inscindibilmente il vivente. Uno dei
principi costitutivi del paradigma scientifico moderno- ha ricordato
ancora Morin - è il << Principio
di isolamento e di separazione nei
rapporti fra l’oggetto e il suo
ambiente.>>[4]
E così la scienza ha percorso la strada dell'isolamento e
dell'astrazione dei fenomeni per
strappare i segreti alla natura, manipolarne i frammenti al fine di poter sperimentare, indagare, scoprire.
Ora
non si può certo disconoscere che tale strada non sia stata coronata dal
successo.L'intera società industriale, con le sue ombre ma anche con i suoi
enormi vantaggi sociali, sarebbe impensabile senza quel successo scientifico.
La potenza raggiunta dalle scienze contemporanee è, per tanti versi,
stupefacente. E tuttavia oggi siamo meno abbagliati dal suo splendore, siamo
necessariamente spinti a coglierne i lati oscuri e inquietanti.
E'
indiscutibilmente giusto rammentare che per buona parte dell'età contemporanea
la scienza, pur al servizio delle classi dominanti, è stata anche
portatrice di quel potere emancipatorio che sempre
accompagna il diffondersi della conoscenza e le acquisizioni culturali, i
progressi tecnici che liberano l'uomo dalla fatica, dalle schiavitù naturali.
Ma oggi tale orizzonte di emancipazione universale è scomparso alla vista.
Anche la scienza si è come dissolta
negli impulsi frammentari e disordinati del cosiddetto libero mercato. Il suo
fine sociale generale appare non più
visibile, mentre si erge davanti a noi, sempre più inquietante, la dismisura
del potere della tecnica sul vivente. La natura è già interamente sottomessa,
ma è tale sottomissione che ci tiranneggia con nuove dipendenze. Oggi è
l’avanzare di questo dominio la sorgente di tutte le minacce che incombono su
di noi.
La
tecnica non pensa.
Lo sviluppo della scienza, subordinata sempre di più alle ragioni della
produzione capitalistica, ha portato ad un esito oggi evidente. Per dirla
ancora con Morin, col tempo si è passati dal <<manipolare per
sperimentare>> allo « sperimentare per manipolare >>. Sicché
<< i sottoprodotti dello sviluppo scientifico – le tecniche – sono
diventati i prodotti socialmente principali >> [5]
Occorre
infatti riconoscere che all'interno del sapere scientifico opera una tendenza
profonda, che è diventata sempre più manifesta e incontenibile nel tratto
finale dell'età contemporanea. Tale tendenza è per l'appunto la trasformazione della scienza in
tecnica, il trasmutarsi del pensiero in procedure replicabili in laboratorio,
la metamorfosi della conoscenza generale e disinteressata in procedimenti che
danno vita a dispositivi, congegni, materiali, beni, merci. Tutte le
conoscenze generali delle singole discipline – dalla fisica alla botanica,
dalla biologia alla genetica – esaurita la fase teoretica di fondazione, o di esplorazione di determinati ambiti, precipitano e
“degenerano” in tecnica. Ma si tratta di un fenomeno che è inseparabile dal
contesto e dallo svolgimento storico in
cui esso si è venuto realizzando. Esso esprime un
processo materiale, più volte segnalato da Marx, della scienza che
diventa<< prodotto intellettuale generale dell'evoluzione sociale>>[6],
parte integrante del modo di produzione capitalistico, che incorpora nei suoi
scopi tutti i saperi generati dalla divisione intellettuale del lavoro e tutte
le tecniche che la macchina industriale va accumulando.
Agli
inizi del '900 Heidegger aveva colto, dal suo particolare punto di vista
filosofico, questo aspetto del modo di essere
e di procedere della scienza.
Egli aveva finito col definire quest'ultima – con evidente parzialità e
forzatura, ma cogliendone la tendenza profonda - << una modalità della
tecnica.>> [7]Ma
ad Heidegger dobbiamo anche una testimonianza esemplare del modo in cui la
scienza praticata e insegnata si presentava nelle istituzioni del suo tempo:
Gli ambiti delle scienze sono
lontani l'uno dall'altro. Il modo di trattare i loro oggetti è fondamentalmente
diverso. Questa moltitudine di discipline, tra loro così disparate, oggi è
tenuta assieme solo dall'organizzazione tecnica delle Università e delle Facoltà,
e conserva un significato solo per la finalità pratica delle singole
specialità. Ma il radicarsi delle scienze nel loro fondo essenziale si è
inaridito e spento.
[8]
Dove
per << fondo essenziale>>
credo si possa intendere l'unità del sapere, le ragioni profonde e
generali dell'umano interrogare.
Ovviamente,
la situazione denunciata da Heidegger – che tra l'altro si applicava a uno dei
migliori sistemi universitari europei – oggi è profondamente mutata. E non
certo in meglio. E' cambiato soprattutto il grado e il modo – per dirla con le parole
anticipatrici di Marx – della <<sussunzione della scienza al
capitale>>. Vale a dire il grado di subordinazione del sapere scientifico
alle ragioni della produzione industriale.[9]
Oggi noi abbiamo di fronte
non soltanto il pieno dispiegamento di un fenomeno ben visibile già ai
tempi di Marx: le scoperte scientifiche e le innovazioni tecniche che entrano nell'industria , esaltano la
potenza produttiva del capitale, emarginano sempre più il lavoro che ha
storicamente prodotto quel capitale. Non è soltanto l'impresa che si serve
delle conoscenze e delle tecniche prodotte dalle Università e dai centri
pubblici di ricerca. Ma è la tecnoscienza che si è fatta impresa. La scienza si
è messa in proprio come macchina produttiva diretta finalizzata al profitto .
Siamo di fronte a un fenomeno assolutamente inedito nella storia
delle società umane. Molte corporation transnazionali fondano oggi tanta
parte della loro supremazia economica sulle scoperte e i brevetti dei propri, autonomi gabinetti scientifici. La ricerca
biotecnologica oggi si presenta generalmente come una impresa. Noi assistiamo a
una disseminazione privatistica della tecnoscienza senza precedenti, che pone problemi nuovi al
potere pubblico, alle forme del diritto, sfida gli assetti tradizionali della
democrazia.
Ora,
in una breve introduzione non si può procedere che per accenni. E tuttavia, per
nella limitata economia di queste riflessioni, non possiamo non gettare almeno
un rapido sguardo ad alcuni caratteri per così dire epocali della tecnica nel
tempo presente. Noi non possiamo certo tacere, né dimenticare in quale
orizzonte di dismisura, di rottura e conflitto con le ragioni della vita, si è collocata la scienza e la tecnica nella
seconda metà del '900. A volte per lo squilibrio drammatico tra la potenza
manipolativa delle singole tecnoscienze e la conoscenza degli equilibri della biosfera. Ne abbiamo
già accennato a proposito del buco dell'ozono e del riscaldamento climatico.
Ma la dismisura, il travalicamento dell
'<<istinto di sopravvivenza>>[10]
degli uomini è avvenuto ancora prima per
scelta deliberata della ricerca scientifica. La costruzione della bomba atomica
è la svolta che fa epoca. La possibilità di annientare la vita umana sulla
terra che i fisici hanno offerto al
potere politico-militare resta un vulnus incancellabile e irriversibile della
tecnoscienza contemporanea. Nel suo saggio su La bomba atomica e il
destino dell'uomo Karl Jaspers ha descritto con poche e decisive parole
questo passaggio drammatico nella storia umana :
In ogni tempo la tecnica è
servita per la conformazione costruttiva dell'ambiente, ma in ogni tempo anche
per la distruzione. Oggi le possibilità
tecniche hanno compiuto il salto, dalle distruzioni isolate alla distruzione
totale di ogni forma di vita sulla terra. [11](p.
290)
Certo,
tanta potenza distruttiva non è oggi in mani private. Anche se il fatto che essa sia sotto il controllo dei
poteri pubblici non sempre e mai del tutto
può rassicurarci. Ma oggi sono in mano private potenze manipolative in
campo biologico e genetico che pongono problemi inediti di sicurezza,
controllo, trasparenza. Oltre a dischiudere scenari inconsueti su questioni etiche di prima grandezza. Nessuno
può infatti dimenticare quel che può oggi la tecnica sui viventi umani,
dal momento che siamo entrati nell'<<epoca della riproducibilità tecnica
della vita>>. [12]
L'economia
come tecnica della crescita.
La
seconda evidenza che sta alla base delle
nostre interrogazioni – e dunque al fondo delle ragioni che motivano il
presente convegno - riguarda un'altra
dismisura della tecnica in età contemporanea.
Ci
riferiamo all'economia, alla scienza economica. Siamo sufficientemente
informati che questo campo del sapere è
oggi attraversato da incursioni e deviazioni dal suo main stream che ne
arricchiscono, sia pure ai margini, il pluralismo. Chi non sa che da tempo, ad
esempio, esiste anche una environmental economy con diverse scuole e
tendenze? E sappiamo bene che non
mancano certo i singoli grandi economisti in grado di travalicare l '
unidimensionalità disciplinare del loro mestiere. Ma l'economia che
domina il nostro tempo, ispira la condotta dei governi e delle
istituzioni internazionali, domina nelle banche centrali, nelle Università, nelle riviste specializzate,
nella divulgazione giornalistica ha subìto un mutamento evidente. Essa ha
cessato da tempo di essere una scienza
sociale. Nelle sue espressioni dominanti l'economia è diventata << una
tecnologia della crescita >>. Una pura tecnica dell'andare avanti,
dell'incremento senza sosta del PIL. E la tecnica – e qui ci permettiamo di
riprendere e modificare Heidegger –
<< la tecnica non pensa.>>.
Ora,
lo stato presente di questo sapere trasformato in tecnica, merita una breve
riflessione. Oggi è possibile osservare che esso procede verso il suo fine con
sempre meno riguardo per ciò che la crescita economica produce nella condizione umana del lavoro, nelle
giunture della società, nelle relazioni fra gli individui, negli istituti della democrazia, nella cultura e nelle
psicologie collettive, nella vita privata delle persone, nel fondo spirituale
della nostra epoca. E' come se esso si fosse ritagliato un ambito
iperspecialistico, affidato alla sofisticata strumentazione di modelli
matematici, lasciando ad altri saperi il compito riparatore delle distruzioni
che compie nel suo procedere. Lo stesso operare post-factum delle altre
scienze.
Ma
tale modello appare poi in tutta la sua inoccultabile distruttività nei
rapporti con il mondo naturale. Tutto il pensiero economico moderno che giunge
fino a noi è figlio di un gigantesco meccanismo di rimozione della natura dal
processo di produzione della ricchezza. Ancora oggi esso non è disposto se non
a vedere nel mondo fisico che << un potenziale da dischiudere con mezzi
tecnici>>[13]
Un potenziale esterno, un illimitato deposito che di volta in volta appare come utensile,
materia prima, energia. Eppure la vita
economica, la produzione di beni e merci, altro non è – per dirla con le parole
dello studioso che ha più profondamente
pensato su questi temi, Hans Immler - che
<< il movimento e lo svolgimento di un processo di natura (Naturprozeβ ) >> [14]
. Tutto ciò che chiamiamo economia non
è, in ultima istanza, che manipolazione del mondo fisico, cooperante insieme al
lavoro - fornito da quell'essere naturale che è l'uomo - a produrre i beni circolanti nella società.
Ora,
la scienze economiche dominanti sono
ancora interamente segnate da questo peccato originale: esse ignorano di
fondarsi su un mondo fisico di cui sconvolgono gli equilibri locali e
planetari, di operare all'interno di una biosfera che ha sue regole e limiti
ancora inesplorati. Esse non soltanto fingono di non vedere la finitezza del
mondo, la limitatezza delle risorse disponibili per proseguire nella corsa, ma
ignorano di alterare gravemente quella complessa <<
eco-organizzazione>> del mondo vivente a cui diamo il nome di natura, e a
cui sono interamente subordinati anche gli uomini , esseri pur sempre naturali
malgrado la loro potenza tecnica.[15]
La
rimozione del mondo naturale dal campo visivo del pensiero economico moderno
costituisce uno dei più stupefacenti
miracoli che l'ideologia capitalistica della rimozione è stata in grado
di produrre. Ma oggi essa non può più nascondere lo scacco storico di una
scienza. Osserviamo, en passant, che
il pensiero economico non è stato
ancora in grado neppure di abbozzare una teoria della riproduzione della
natura, della rigenerazione degli immensi materiali e beni che produzione e
consumi richiedono costantemente. Esso contempla solo la riproduzione di due fattori: il capitale e il lavoro. E invece pensa e rappresenta la natura non come fattore destinato
anch'esso alla riproduzione, ma come una
cava, un fondo esterno sfruttabile all' infinito. Per questo oggi - di fronte alla compromissione di alcuni cicli riproduttivi
delle risorse ( l'acqua, la terra fertile) e
al riscaldamento climatico[16]
– appaiono con tanta evidenza i fallimenti predittivi di un sapere settoriale e
separato, privo di una visione olistica del mondo.
Sotto
questo particolare, ma rilevantissimo profilo, ci prendiamo la responsabilità
di affermare che l'economia come scienza, è un sapere in buona parte obsoleto,
una moneta di pregio, ma fuori corso, una sopravvivenza dell'era industriale
finita nel secolo scorso. Allorquando trionfava la grande finzione di un mondo
fisico illimitato. E tale giudizio – mi sia consentito rammentarlo - riguarda
quasi interamente le culture economiche ufficiali oggi in circolazione, anche
quelle ispirate da paradigmi e valori progressisti. Se l'economia non
incorpora in un nuovo sistema di pensiero
la conoscenza della natura – quella natura che non solo è centrale nel processo
economico, ma è al tempo stesso il mondo complesso, fragile e finito che ospita
i viventi - rimane un sapere mùtilo, anche se accoglie in
sé il vasto spettro dei fenomeni sociali che esso alimenta. Resta pur sempre
drammaticamente insufficiente in un'epoca in cui lo sconvolgimento ambientale
si pone già esso stesso come fenomeno economico di incommensurabile portata.
Ora,
questa scienza non solo soffre della parzialità settoriale che ha limitato per
secoli gli orizzonti di tutte le altre discipline. Nel corso della seconda metà XX secolo
e ancora oggi essa ha
signoreggiato tutti gli altri saperi,
subordinandoli ai suoi modelli di
plasmazione della vita sociale e di organizzazione del potere e delle istituzioni.
Si è guadagnata una sovranità senza
precedenti non solo nel mondo del potere economico e finanziario, ma anche,
ovviamente, nelle Università, nei centro-studi, nella pubblicistica
scientifica, nella stampa, nei media. Mentre l' ossessione della crescita
economica l'ha trasformata in una ideologia del dominio, ispiratrice della
cultura del breve termine, dei tempi sempre più accelerati del produrre, consumare, inquinare, vivere.
Ma
non è tutto. La potenza manipolativa conseguita dalla scienza – o meglio, dalla
sempre più rapida utilizzazione tecnologica delle sue scoperte – dà
all’industria e in genere alle attività produttive delle società
industriali una capacità senza
precedenti di alterazione del mondo vivente.
Questa capacità, in mano a potenze private sempre più grandi, è ispirata
e orientata da un sapere divenuto una tecnica. E' questo dispositivo del
produrre e consumare che fornisce oggi all' homo oeconomicus i mezzi per
alterare gli equilibri del pianeta come mai era avvenuto in tutte le
epoche passate.
Questa
disciplina, nata come economia
politica all'interno della cultura umanistica nella seconda metà del XVIII secolo, è entrata nel
campo delle scienze cosiddette esatte e nella seconda metà del '900 ha
sostituito la fisica come Big Science nelle società dell'Occidente. Sempre di più la sua invadenza imperialistica
nella società e nelle istituzioni culturali ha sottoposto a severo scrutinio
tutti gli altri saperi, ha chiesto ad essi ragioni della loro utilità. Ma non
una utilità sociale generale, ma una utilità economica, sempre più immediata,
sempre più strettamente subordinata ai tempi stretti e veloci della redditività
economica. I saperi umanistici sono stati così messi nell'angolo, costretti a
indietreggiare, a giustificarsi, a offrire spiegazioni del proprio operare, del
proprio valore di mercato. La filosofia, la
storia, la letteratura, l'arte a che servono, quali sono i loro ritorni,
a quale mercato del lavoro devono
servire ? Sono ancora oggi queste le richieste che sentiamo risuonare sulla scena pubblica.
Una
nuova centralità dei saperi umanistici
Ebbene, credo che sul piano strettamente
teorico e culturale la legittimità di tali
richieste sia ormai interamente naufragata. Siamo a un passaggio d'epoca
che rende lo scacco storico delle scienze tradizionali non più occultabile. Oggi sono i << saperi
inutili>> che devono interrogare. Sono essi che oggi ritrovano nuove e
potenti ragioni di critica e di giudizio. Costituirebbe un segnale di grave arretramento di civiltà se
oggi non fossero i saperi umanistici ad uscire dall'angolo e a porre essi,
all'economia, e a tutte le altre
tecnoscienze, domande fondamentali.
Come
è stato possibile, nel giro di pochi decenni, trasformare un orizzonte di prosperità crescente, per lo
meno nelle società industrializzate, in un avvenire dagli esiti sempre più
incerti e inquietanti ? Da quali cause discende
la trasformazione di un dominio
sempre più vasto degli uomini sulla natura in una generale minaccia ai
viventi ? Per quali ragioni le prospettive globali si presentano oggi come
minaccia: dalla qualità del cibo alla continua ricorrenza delle pandemie? Com'è possibile che nelle società più ricche
cha mai siano apparse nella storia umana
l'ossessione che asservisce le persone è quella di produrre e consumare
sempre di più ? Che cosa giustifica il fatto che la prosperità dei Paesi ricchi – mentre lascia centinaia di
milioni di persone nella miseria e nella fame
nel Sud del mondo– non si traduca in
accrescimento spirituale, in umana liberazione, in mitezza delle
relazioni, ma alimenta rancori, paure, conformismi, conflitti etnici, svuota le democrazie ,
favorisce torsioni autoritarie nelle gestione del potere?
Potremmo
anche porre delle domande più precise e mirate. Perché nelle Facoltà di
Economia oggi dominano discipline tutte curvate a servire immediatamente le imprese, i bisogni
mutevoli delle tecnologie e del mercato
del lavoro, i caratteri più aggressivi dell'economia del nostro tempo? Chi dà
uno sguardo ai piani di studio della Facoltà di Economia non può non rimanere stupito della presenza
di così tante economie aziendali, di marketing, di matematica
finanziaria. E quali economisti vengono plasmati da simili curricula ? E che cosa sapranno mai questi giovani
economisti europei della società in cui l'economia si svolge, di come essa trasforma le relazioni sociali, di che
cosa accade al lavoro umano ? Non è il
lavoro, ancora oggi, componente essenziale del mondo produttivo e dei servizi?
E perché mai è del tutto assente una storia del lavoro, una sociologia del
lavoro in queste Facoltà ? E da quale disciplina questi giovani economisti
apprenderanno mai ciò che l'economia che essi sono chiamati ad alimentare e
servire produce nella società dei paesi poveri, sotto forma di mercati
asimmetrici, di saccheggio delle risorse naturali, di asservimento del lavoro
indigeno, di indebitamento finanziario ? E come potranno, questi nuovi cittadini e intellettuali dell'Europa unita,
comprendere le cause profonde del
sommovimento di popolazione che da
vari angoli della Terra si muove verso di noi in cerca di lavoro, di
condizioni più umane di vita? Non dovrebbe
rientrare tale gigantesco processo in atto nello studio dei fenomeni
economici ? O lo lasciamo ad altri specialismi, ai demografi, ai sociologi,
agli antropologi perché lo studino ciascuno per proprio conto? Ma non è anche da questa frammentazione e
divisione dei saperi che procede la presente ingovernabilità del mondo ?
Non
dobbiamo dunque chieder conto della sua
parzialità e frantumazione conoscitiva a una scienza che ha dominato
interamente il corso della nostra società? Non dobbiamo denunciare la sua
crescente inadeguatezza a cogliere i fenomeni sempre più interrelati e sempre
più globali che dobbiamo affrontare? Eppure la limitatezza di tale approccio,
di tale orizzonte di razionalità, appare
sempre più evidente. Come ricordava
Edgar Morin, con tale procedere:
I grandi problemi umani
scompaiono a vantaggio dei problemi tecnici particolari.L'incapacità di
organizzare il sapere sparso e compartimentato porta all'atrofia della
disposizione mentale naturale a contestualizzare e a globalizzare.
L'intelligenza parcellare,
compartimentata, meccanicista, disgiuntiva, riduzionista, spezza il complesso
del mondo in frammenti disgiunti, fraziona i problemi, separa ciò che è legato,
unidimensionalizza il multidimensionale. E' un'intelligenza miope che il più
delle volte finisce con l'essere cieca.[17]
Noi
l'abbiamo appena visto all'opera questa <<intelligenza cieca>>. La
crisi in cui si dibatte l'intera economia mondiale e la gigantesca perdita di
ricchezza che ne è seguita è figlia legittima di questo sistema di razionalità.
E' davvero degno di nota il fatto che tutta la raffinata ingegnosità
matematica, la costellazione luminosa di algoritmi costruita dai cervelli della
finanza internazionale negli ultimi anni, sia stata assolutamente incapace di
predire alcunché. E' rimasta cieca davanti
alla catastrofe che avanzava. Eppure si tratta di tecniche che fondano
sulla previsione, sulla divinazione del futuro, tutte le loro ragioni
operative, oltre che la loro superbia intellettuale. Perfetta e completa prova
che le più sofisticate creazioni della tecnica economica sono chiuse in gusci specialistici, utensili
ciechi destinati al fallimento di fronte all'indomabile complessità del mondo.
Ora, per concludere, ritorniamo al centro del
nostro tema con qualche considerazione di prospettiva. Anche se le istituzioni universitarie tardano a
prenderne atto, è fuor di dubbio che
oggi le scienze sono attraversate, grazie soprattutto all'ecologia, da
una tensione al dialogo fra di esse sempre più significativa[18].
Sapere delle connessioni che intercorrono fra i viventi e fra questi e il loro habitat, l'ecologia non può più essere
ignorata da nessuna disciplina. Nessuna
di esse può più isolare i fenomeni
strappandoli dal contesto complesso
in cui essi si svolgono. Si tratta di una conquista del pensiero umano
da cui non si torna indietro. E senza dubbio tale dialogo apre nuove
prospettive di collaborazione con le culture umanistiche, con la filosofia,
innanzi tutto, ma anche con la psicologia, con la storia, l'antropologia. Nuovi
scenari possono dischiudersi per la ricerca, nuovi e diversi interrogativi
possono porsi le scienze stesse, grazie all'innesto e al dialogo con saperi che
hanno percorsi, tradizioni, obiettivi diversi d'indagine. E ciò non solo per una normale ricerca di
nuove strade di esplorazione conoscitiva, ma sopratutto per una ragione fondamentale:
una ragione che segna una svolta
radicale rispetto alle scienze che
abbiamo ereditato dal XX secolo.
Oggi
non abbiamo più alcuna ragione di perpetuare e accrescere il dominio sulla natura. I bisogni dell'umanità presente e
futura vanno in altre direzioni. Ciò che
l'interesse generale dei popoli della terra chiede alla scienza è un
rapporto di cura e di conservazione degli equilibri naturali, dai quali dipende
l'avvenire economico delle nuove generazioni e le possibilità stesse della vita
futura. La scienza deve procedere sulla strada della ricerca e della conoscenza
secondo un'etica di responsabilità, capace di contenere la dismisura della
potenzialità distruttiva che essa ha raggiunto.
Allo
stesso modo noi dobbiamo chiedere alle scienze economiche di incorporare nei
propri orizzonti conoscitivi e nei propri fini una nuova cultura degli
equilibri naturali, della complessità del mondo vivente. Oggi abbiamo sempre
meno bisogno di mettere l'intelligenza, la cultura, l'umana creatività alla
servizio della crescita economica. Occorre poter affrontare problemi complessi,
incrementare il benessere collettivo, migliorare la qualità del vivere sociale.
E non può certo più essere l'accrescimento continuo di beni e servizi il fine
dominante dell'economia, ma un obiettivo
più ambizioso, richiesto dalla presente epoca planetaria:la distribuzione della possibilità di vita per tutti i popoli
della terra, una vita degna, ovviamente, in equilibrio con i limiti delle
risorse esistenti, in accordo e non in
conflitto con la casa comune che ci ospita. Una casa che sarà sempre più
affollata nei decenni a venire.
Sono
dunque questi i problemi che devono fare il loro ingresso dirompente nelle aule
delle nostre Università. E' il mutamento di paradigma dei saperi, l'
organizzazione della loro cooperazione e del loro dialogo il vero fronte
riformatore che occorre mettere in piedi. E su questo terreno le culture
umanistiche possono tornare a giocare un ruolo di prima grandezza. Innanzi
tutto perché esse sono in genere portatrici
di visioni universali. Costituiscono il più salutare antidoto alla
frantumazione specialistica delle scienze novecentesche. E al tempo stesso sono
promotori di utilità generali. Pensiamo al ruolo che deve avere il diritto, la
sociologia, la politologia. l'antropologia in tutte le questioni globali che
abbiamo di fronte, nella formazione di una nuova cittadinanza universale, nella
costruzione del cosmopolitismo del nostro secolo.
Ma
non meno rilevante è il peso e il rilievo che occorre dare ai saperi disinteressati. Ad essi, alla letteratura,
alla storia, alla filosofia, alla musica,
all'arte, ai grandi patrimoni spirituali della nostro civiltà, alle
fonti della consolazione dell'uomo sulla terra spetta un grandissimo compito:
contrastare la razionalità strumentale che ossessiona la nostra epoca,
risvegliare le nostre società dal sonno dogmatico di un utilitarismo cieco e
devastatore. Occorre costruire una razionalità che rappresenti e governi non
una fase di regresso nella storia umana, ma una nuova pagina di civiltà.[19]
Ma le
culture umanistiche, in Europa, oggi hanno anche il compito di formare una
gioventù non più chiusa in una visione eurocentrica della storia umana, ma
aperta e preparata al dialogo interculturale, capace di arricchire il proprio patrimonio universale con
l'universalità delle altre culture.
Ma
questo fine – lasciatemelo dire in
conclusione - è irraggiungibile senza
che le Università vedano confermata e accresciuta la loro natura pubblica. In un'epoca in
cui così tante tecnoscienze particolari
e disperse sono in mano privata è ancor più necessario che l'Università
pubblica abbia un profilo dominante, capace di rappresentare l'interesse
generale nelle scelte strategiche della ricerca e della formazione e in grado
di orientare lo sviluppo dei vari saperi. Senza di essa, d'altra parte – com'è
facile intuire – l'autonomia e la libertà stessa della ricerca e dello studio
appaiono gravemente compromesse e a rischio.
In questi ultimi mesi di tracollo
economico-finanziario tutti abbiamo potuto vedere che cos'è, in ultima istanza, lo stato. Che
cosa diventa il potere pubblico nel momento del pericolo, allorché l'azione
predatoria dei privati ha portato sull'orlo del baratro l'intera architettura
economica e finanziaria del mondo. Che cos'è dunque il potere pubblico ? In simili casi, esso non è che l'interesse
generale in forma di potere. E dunque tale interesse deve valere solo come
argine di ultima istanza ? Deve intervenire solo quando è prossima la
catastrofe ? Deve limitarsi anch'esso, come le scienze, a svolgere un ruolo post factum e riparatore
? O deve ex ante coordinare l'insieme degli interessi privati, piegarli
al suo fine superiore e universale ?
[1] Per gli USA, ma all'interno di una politica incomparabilmente più generosa in termini di risorse, S.Aronovitz, Knowledge factory.Dismantling the corporate university and create true higher learning, Beacon Press, Boston,, 2000, p. 160 e passim
[2] Cfr. T. Flannery, I signori del clima. Come l'uomo sta alterando gli equilibri del pianeta, Corbaccio, Milano 2005, p.255 e ss.
[3] E.Morin, La méthode.Tome I.La Nature de la Nature, Edition du Seuil, Paris, 1977, p. 365.
[4] Cfr. M.Ceruti e E.Laslo (a cura di ) Physis: abitare la terra, Feltrinelli Milano, 1988, p.18
[5] La Nature, cit. p. 366
[6] K.Marx, Il Capitale.Libro I. Capitolo VI inedito. Presentazione, traduzione e note di B.Maffi, La Nuova Italia, Firenze, 1969, p. 89
[7] M.Heidegger, Meditazione sulla scienza (giugno 1938) in Discorsi e altre testimonianze del cammino di una vita (1910-1976), A cura di H.Heidegger, ed. it. a cura di N.Curcio, il melangolo, Genova 2005, p.315
[8] La frase è un'autocitazione di Heidegger dalla Lezione inaugurale di Friburgo (1929) contenuta nel Colloquio con Martin Heidegger(17 settembre 1969), in Discorsi, cit. p. 624
[9] « Allora l'invenzione diventa un'attività economica e l'applicazione della scienza nella produzione immediata un criterio determinante e sollecitante per la produzione stessa.>> (K.Marx,Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, Presentazione, traduzione e note di E.Grillo,La Nuova Italia, Firenze 1970, vol.I, p. 399.) Ma, com è noto, questo tema è presente in tutta l'opera matura di Marx. Si veda ora per questi aspetti il saggio di S.Aronowitz, Post-work.Per la fine del lavoro senza fine, Derive Approdi, Roma 2006, pp 131-177.
[10] A proposito della bomba atomica e della costruzione delle dighe in India Arundhaty Roy, ha scritto: « Si tratta di emblemi del ventesimo secolo, che marcano il punto in cui l'intelligenza umana è andata oltre il suo stesso istinto di sopravvivenza>> ( La fine delle illusioni, Guanda Parma, 1999, p. 87)
[11] K.Jaspers, La bomba atomica e il destino dell'uomo (1958), il Saggiatore Milano 1960, p 290
[12]
M.De Carolis, La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica,
Bollatti Boringhieri, Torino 2004
[13] H.Immler,
Natur in der ökonomischen Theorie,Westdeuscher Verlag, Opladen,1985, p. 18
[14] Id,
Vom Wert der Natur. Zur Ökologischen Reform von Wirtschaft
und Gesellschaft,
Westedeutscher Verlag, Opladen 1990, p 33
[15] E.Morin, Il pensiero ecologico(1980) Hopeful Monster, Firenze 1988, p. 11 e ss.
[16] Fra tanta pubblicistica ricordiamo una testimonianza recente, C.Flavin e R.Engelman, La tempesta perfetta.in Worldwtch Institute, State of the world 2009. In un mondo sempre più caldo. Rapporto sul progresso verso una società sostenibile. Edizione italiana a cura di G.Bologna, Edizioni Ambiente, Milano 2009, p 39 e ss.Più in generale va almeno ricordata l'opera di Vandana Shiva, di cui rammentiamo qui, Il bene comune della terra, Feltrinelli, Milano 2006.
[17] E.Morin, I sette saperi necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001, p. 43
[18] E. Morin, L'anno I dell'era Ecologica. La Terra dipende dall'Uomo che dipende dalla Terra. Seguito da un dialogo con Nicolas Hulot, Armando Editore, Roma 2007, p. 36
[19] Su questi temi si vedano le riflessioni di S.Latouche, La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1999.