Costruzione europea e regione mediterranea: politica di vicinato o progetto comune?
di Bruno Amoroso, Centro Federico Caffè, Università di Roskilde
Jean Monnet Chair

 

 

Dalla Dichiarazione di Barcellona del 1995 alla Politica Europea di Vicinato del 2005

Barcellona 2005

I dieci anni trascorsi dall’avvio del Processo di Barcellona sono oggetto d’analisi, riflessione e valutazione degli eventi che lo hanno accompagnato e degli obiettivi raggiunti o mancati.
Le celebrazioni per l’anniversario sono state preparate con una serie di iniziative dell’Unione Europea (UE). I 35 ministri degli esteri dell’UE e dei Paesi Partner Mediterranei (PM) hanno deciso nel corso dell’incontro di The Hague, il 29-30 Novembre del 2004, di convocare a livello dei governi una Conferenza straordinaria (Barcellona+10) svoltasi a Barcellona nel novembre del 2005, per celebrare il decennale della Dichiarazione e per “rinvigorire le relazioni Euro-Mediterranee”.
La Commissione Europea ha dichiarato il 2006 “l’anno del Mediterraneo”. In parallelo si sono svolte altre iniziative convocate dalla società civile e da altri importanti attori istituzionali, come la Conferenza delle Università Mediterranee a Tarragona nel giugno 2005, ed il Forum Sociale Mediterraneo a Barcellona nel giugno 2005.
Questi eventi si sono intrecciati con altri appuntamenti istituzionali importanti come la ratifica della Costituzione Europea, per ora sospesa, dal cui esito possono derivarne effetti anche sui rapporti Euro-Mediterranei.
La Conferenza si è svolta a Barcellona come previsto nel novembre del 2005 con esiti negativi. Le ragioni del fallimento sono facilmente intuibili. L’UE si è fatta rappresentare dal Presidente di turno, Tony Blair, la persona meno appropriata a presiedere questo incontro per il ruolo da lui svolto nel corso degli ultimi anni. Si ricordi che alla Conferenza di Barcellona del 1995 l’UE fu rappresentata dal Vicepresidente Solana ed in questa nuova occasione c’erano quindi ragioni più importanti per farlo.
Inoltre, la decisione unilaterale di avvio della Politica Europea di Vicinato PEV) non poteva non essere interpretata come un disimpegno dell’UE verso i paesi mediterranei ed il progetto comune di Barcellona. Meglio, quindi, per i singoli paesi del sud, defilarsi da un inutile tavolo di trattative per giocare semmai le proprie carte nei futuri rapporti bilaterali.
Infine, l’Agenda dei lavori della Conferenza, approntata da Tony Blair, aveva messo al centro i temi del terrorismo e della sicurezza, variamenti mischiati con il problema delle migrazioni e della criminalità, in nome dei quali prevedeva misure che chiaramente aprono la strada ad intrusioni ancora più forti di quelle sin qui attuate verso i paesi arabi.
Temi questi di interesse per i governi dei paesi europei, ma non necessariamente prioritari per i paesi del sud dove i problemi dell’occupazione, dell’istruzione, dei redditi, delle infrastrutture civili, dell’acqua, e dell’agricoltura, ecc. sono di certo prevalenti.
Anche i temi della vita civile e democratica dei paesi del sud, certamente rilevanti per questi governi e popolazioni anche se per ragioni opposte a quelle dei paesi occidentali, hanno finito per unificare il giudizio negativo di entrambi sull’agenda europea vista come una intollerabile intrusione esterna e una minaccia per una libera evoluzione democratica.
I governi del sud poiché vi vedono il rischio di una rimessa in discussione da parte dell’UE del rapporto istituzionale come canale privilegiato dei programmi di cooperazione politica e economica. I movimenti della società civile poiché consapevoli del forte legame politico e militare esistente tra l’UE e i loro governi, ed altrettanto consapevoli della contraddizione dell’UE che da un lato dichiara di promuoverne la partecipazione ai processi economici e politici ma dall’altro considera proprio questi movimenti e forze sociali come fattori di ostacolo alla propria idea di democrazia e di progresso.
In conclusione, una Conferenza preparata con spirito di arroganza e incompetenza sui rapporti politici dell’area, che ha abbandonato lo spirito di cooperazione che pure aveva prevalso, nonostante tutte le ambiguità allora presenti, nella Conferenza di Barcellona del 1995. Il vantaggio per l’Europa dell’assenza di delegazioni di alto livello dei paesi arabi è che questo ha evitato il rischio di rotture ancora più drammatiche e significative.

La nuova politica europea di vicinato

La nuova politica europea di vicinato lanciata dall’UE (PEV), che ha sollevato comprensibili preoccupazioni tra i PM e tra gli osservatori, trae origine dal Progetto di Trattato per la costituzione europea presentato al Presidente del Consiglio d’Europa nel luglio 2003. La PEV si situa in un quadro generale dei rapporti internazionali dell’UE sensibilmente modificato dalle sue recenti decisioni d'allargamento e dal suo crescente allineamento sulle posizioni atlantiche di politica estera.
La nuova politica comprende tutti i paesi, vicini e lontani, con i quali l’UE deciderà di stabilire rapporti per rafforzare la cooperazione politica, economica, della sicurezza e culturale. I paesi espressamente menzionati sono tre dell’Europa orientale (Ucraina, Bielorussia e Moldavia), tre paesi caucaici (Armenia, Arzebajan e Georgia) e i dieci PM.
A Barcellona s’incontrarono 15 paesi dell’UE e 12 PM nel 1995. Oggi i paesi membri dell’UE o in via di divenirlo sono 25 mentre il numero dei PM è sceso a 9. Alcuni dei paesi che a Barcellona si trovavano tra i PM (per scelta tattica dell’UE) sono ora nel gruppo dei paesi “candidati” (3), dei “candidati potenziali” (8) e dei paesi “vicini” (16 dei quali 9 PM).
I paesi “vicini” non hanno caratteri comuni ben definiti, come nel caso dei PM, dal punto di vista storico, politico, culturale e geografico. L’allineamento dei PM ai paesi “vicini” è, di fatto, un loro arretramento da una posizione riconosciuta centrale e strategica per la stessa UE a considerazioni di interesse contingente politico-militare e commerciale.
Le metodologie sono anch’esse diverse da quelle adottate per il partenariato euro-mediterraneo, poiché sostituiscono rapporti multilaterali con rapporti bilaterali, trattati di volta in volta in funzione concorrenziale tra i paesi e in base al principio di “interesse strategico” dell’UE.
Il Mediterraneo era identificato nella Dichiarazione di Barcellona del 1995 come l’asse strategico di una costruzione europea che vedeva in questa regione il baricentro della propria storia ed ispirazione multiversale, ed il luogo di sperimentazione e dimostrazione della diversità europea rispetto ad un modello di colonizzazione occidentale.
Nella PEV, il Mediterraneo è diluito in quell’arcipelago disordinato di paesi posti attorno al “centro”, europeo ed occidentale, verso i quali attuare politiche di vicinato a fini di stabilizzazione e di controllo politico.
Suscita sorpresa che un Accordo (di Barcellona) solennemente firmato dai capi di stato dei paesi dell’UE e della sponda sud, basato sul principio della partnership e condivisione, sia stato annullato con iniziativa unilaterale e non discussa o concordata con gli altri paesi partecipanti all’Accordo. Un esempio non certo positivo di buona pratica in tema di democrazia e di partecipazione.
Questa decisione è accompagnata dall’affermazione che nel futuro l’UE potrà fare accordi di collaborazione con i paesi vicini che decidano di introdurre “valori” e “politiche” dell’UE (“acquis communitaire”), ma senza alcuna possibilità (speranza) di poter arrivare a condividerne le istituzioni che governano l’UE (“all but not institutions” nella formulazione di Romano Prodi).
È stato quindi istituito un muro tra il paesi membri ed i paesi vicini, che spezza tutti quei rapporti di collaborazione e integrazione già avviati nelle grandi regioni europee tra i paesi membri e gli altri. Questo è il caso dei Paesi baltici con le loro iniziative d’integrazione con i Paesi nordici e regioni contigue della Russia, ed anche dei paesi e regioni europee con i paesi mediterranei.
Le conseguenze di questo cambiamento sono molteplici e non sono passate inosservate. Un autore attento al Mediterraneo come Pietro Barcellona, che scrisse sul “Mediterraneo come luogo sacro” e che ”Non c’è Europa senza Mediterraneo e non c’è Mediterraneo senza Europa” , ha aggiornato oggi la sua analisi con il recente: “Suicidio dell’Europa”.

PEV e politiche dell’UE

Questa svolta unilaterale dell’UE modifica radicalmente gli orientamenti che per decenni ne hanno ispirato le strategie intorno ai due capisaldi centrali: le politiche di coesione sociale al proprio interno (“Modello sociale europeo”) e le politiche di cooperazione economica verso le regioni contigue (“Wider Europe”).
Si passa da un approccio strutturato e di rapporti geoeconomici e geopolitici di tipo meso-regionale e multilaterale, alternativi agli effetti destabilizzanti della globalizzazione, ad una frammentazione degli interventi e delle politiche verso i singoli stati il cui unico punto di riferimento centrale sono gli interessi economici e di sicurezza dell’UE, unilateralmente definiti ed amministrati.
L’UE abbandona così il proprio modo d’essere che ha costituito la base per la creazione del Modello Sociale Europeo, per allinearsi alle scelte della globalizzazione e della competitività (rivalità) rispetto alle quali il pensiero e le politiche europee divengono sussidiari delle scelte della Triade capitalistica (la globalizzazione) e del suo poliziotto mondiale (gli Stati Uniti).
I segnali forti di questa deriva “atlantica” dell’Europa - di segno opposto a quelli che ne avevano determinato la nascita e in altre parole gli obiettivi d’economie di pace, di rispetto della sovranità e indipendenza degli stati nazionali, e di sostenibilità da raggiungere trasformando la rivalità e concorrenza tra gli stati europei in cooperazione e sinergie - erano tutti presenti nell’ “Agenda di Lisbona del 2000”.
In quel documento furono fissati gli obiettivi di lungo periodo dell’UE, e affermati gli indirizzi per le politiche europee della crescita e della competitività che costituiscono le linee guida di quella che diverrà poi la “dimensione strategica dello spazio europeo” su posizioni eurocentriche e di colonialismo culturale.
L’adesione dei sindacati europei all’Agenda di Lisbona fu giustificata richiamando le parti del documento dedicate agli obiettivi sociali e dell’occupazione. Non si volle vedere però che questo avveniva in un quadro di competitività a livello mondiale non subíto ma invocato, ed in un approccio di politica estera e di cooperazione internazionale che spingeva ormai verso una prospettiva di “Apartheid Globale” dentro il quale l’obiettivo dei diritti e dell’equità sociale non poteva che apparirvi sfigurato.
L’approdo all’”Agenda di Lisbona”, che allinea le politiche economiche dell’Unione a quelle della globalizzazione capitalistica (a scapito della coesione sociale interna), e alla PEV, che inserisce l’UE nelle strategie atlantiche d’espansione e di controllo mondiale (a scapito delle politiche europee di co-sviluppo) sono stati preparati dalla Presidenza della Commissione con una serie di passaggi le cui tappe principali sono state il “Patto di Stabilità e Crescita dell’UE” (1996), la “Moneta Unica” (2002), fino al “Trattato per la Costituzione Europea” (2004).
Questa sorta di marcia trionfale verso un’ever closer union sta producendo gli effetti opposti a quelli desiderati, in altre parole una situazione di crescente opposizione popolare e di collasso istituzionale dell’Unione. Il supplemento del “The Economist” su Outgrowing the Union del 25 settembre 2004 termina con la previsione dell’“Europe à la carte”, a causa del malessere crescente degli europei rispetto ad un modello di integrazione eurocentrico ed occidentale.

Unione Europea e Mediterraneo

Il “crollo del muro” del 1989, che con la fine della guerra fredda poteva fornire l’occasione per una ripresa del processo d’unificazione europea basato sul policentrismo, si trasformò ben presto nell’allargamento dell’UE verso est, e con la destabilizzazione delle aree a sud in funzione dei nuovi conflitti annunciati verso l’estremo oriente.
Il risultato è stato l’azione degli interessi dei paesi europei forti (Germania e Inghilterra insieme ai paesi scandinavi) ad inserire i paesi dell’Europa centrale e del nord nell’Unione dentro una fascia protettiva dei confini orientali sottoposta al loro controllo, facilmente conquistata grazie alla maggiore docilità mostrata da questi paesi nell’accettare ed attuare le condizioni previste per l’integrazione con l’UE.
Questi eventi, dei quali il precedente più clamoroso è stato l’assorbimento della Repubblica Democratica Tedesca nella Germania Federale, hanno riaperto la pratica delle trattative e degli accordi bilaterali, con l’abbandono dell’approccio verso le regioni contigue degli anni Novanta e della strategia geopolitica della “Wider Europe” che aveva introdotto un metodo di rapporti multilaterali.
Delle due anime sempre presenti nei rapporti euro-mediterranei - di chi pone l’accento prevalentemente sui rischi che l’area rappresenta per i paesi europei a causa delle tre bombe da disinnescare (la bomba islamica, demografica e atomica) e di chi rileva invece l’opportunità per l’Europa di rigenerarsi culturalmente ed economicamente mediante le sinergie ed il dialogo con i propri vicini - è la prima che ha prevalso.
Questo cambiamento è il punto d’arrivo di un logoramento delle culture e degli sforzi di oltre un decennio avviato con la Guerra del Golfo e, poi, con l’aggressione europea contro la Iugoslavia. Una guerra giustificata con il bisogno di intervenire nella “tragedia iugoslava”, che gli stessi stati europei hanno alimentato a causa delle diversità degli “interessi vitali” perseguiti.
I tentativi fatti per trovare un rapporto equilibrato tra questi due approcci non hanno avuto successo ed i paesi del sud sono stati visti in modo crescente come fonte di rischio dai quali è necessario difendersi, ed il concetto di “sicurezza” e “minaccia militare” del linguaggio NATO si è arricchito con quello di “rischi economici e sociali” riflesso nel “nuovo modello di difesa” italiano sin dal 1991 e della “Task force europea” in via di costituzione..
Il lungo lavoro svolto sulle interdipendenze e la cooperazione per una seria riconsiderazione critica dei sistemi produttivi europei, fu così interrotto e ricondotto verso un discorso sulla vulnerabilità dei paesi europei e sull’esigenza di difenderne gli “interessi vitali” anche quando minacciati fuori delle proprie frontiere.
Questo acceca ogni sforzo d’innovazione con il ripiegamento verso la difesa dei “diritti acquisiti” dall’Europa nel proteggere rapporti economici, politici ed istituzionali che avevano ed hanno invece bisogno di essere rimessi in discussione e profondamente trasformati.
Un acuto e attento osservatore delle politiche mediterranee dell’Unione europea, Andrea Amato rileva, commentando quegli eventi, che:

“La sicurezza comune” è vista in modo crescente come un’utopia del passato. L’Europa identifica la sua sicurezza con la sua prosperità—una prosperità minacciata in modo crescente dai suoi vicini. Se da un lato questo significa chiudere le porte della “Fortezza Europa”, una politica di sicurezza definita dagli stati membri dell’Unione in termini nazionali significa dall’altro mantenere i vantaggi economici basati sulla disparità nei rapporti con i paesi del sud—uno status quo da conservare a tutti i costi, perfino fornendo assistenza militare alle elites al potere in questi paesi.

La strada intrapresa segna una ripresa dei rapporti nord-sud nel Mediterraneo sul sentiero dei rapporti economici tradizionali nord-sud (armi contro petrolio), ed esclude ogni forma d’evoluzione economica ed istituzionale nei paesi del sud (rapporti sud-sud e modifiche istituzionali decise dalle popolazioni di questi paesi) che minacci i rapporti consolidati dell’Europa in quelle aree.
Tuttavia, gli anni ‘90 vedono anche il fiorire di studi ed analisi che mettono in luce l’insostenibilità di questi sviluppi per l’accrescersi esponenziale di squilibri sociali tra le due sponde del Mediterraneo. I Rapporti del CNEL sul Mediterraneo, pubblicati durante il decennio 1991-2001, documentano ed analizzano criticamente i dati di quel decennio ed hanno trovato riscontro anche nelle analisi delle agenzie internazionali.
Il Mediterraneo è stato spinto verso una deriva sociale e politica che annunciava il conflitto di civiltà tra le due sponde, tra il mondo arabo nelle sue varie articolazioni nazionali e l’Europa. La Conferenza e la Dichiarazione di Barcellona del 1995 rappresentarono il risultato di un’elaborazione parallela a questi eventi e che per molti aspetti li contrastava. Tuttavia il loro peso ne condizionò pesantemente gli esiti restringendo la partecipazione ai paesi mediterranei della “sponda sud”, per bilanciare il naturale peso dei paesi arabi con la presenza di Malta, Cipro, Israele e la Turchia, ed escludendo i Balcani.
La Dichiarazione finale affermò l’impegno al Partenariato Euro-Mediterraneo su tre punti del programma:

1. Partenariato politico e della sicurezza, per la creazione di un’area comune di pace e stabilità da perseguire tramite il dialogo politico e la condivisione di principi e obiettivi del diritto internazionale.

2. Partenariato economico e finanziario, per un’area di comune prosperità da attuare mediante: a) un’area di libero scambio tra i paesi dell’UE e i 12 Paesi della sponda sud; b) programmi di cooperazione e d’aiuto in aree e settori concordati; c) accresciuto aiuto finanziario dell’UE ai paesi partner mediterranei.

3. Partenariato sociale, culturale e umano, per favorire lo sviluppo delle risorse umane e la comprensione e gli scambi tra le culture.

I risultati raggiunti dalla Conferenza di Barcellona con questa Dichiarazione, che costituisce il primo accordo multilaterale firmato tra l’UE e i paesi della sponda sud, testimoniano lo sforzo di rafforzare le politiche mediterranee di co-sviluppo dell’UE e di resistere al clima sin qui ricordato delle politiche dei governi europei e dell’Unione Europea. Una svolta che è stata interpretata da alcuni come il risultato di una forzatura retorica che avrebbe prevalso sull’oculata tessitura di politiche di controllo e contenimento dell’area.

Le radici storiche del processo di Barcellona

Il processo di Barcellona si è qualificato rispetto ad altre politiche ed accordi per il suo carattere onnicomprensivo – politico, economico e culturale – e deve quindi essere valutato in tutti i suoi aspetti. I bilanci e le valutazioni sono numerosi e concordanti ed è possibile perciò offrirne qui una sintesi richiamando i tre punti del programma.

1. Partenariato politico e per la sicurezza per la creazione di un’area comune di pace e stabilità.

Attribuire l’accresciuta conflittualità sociale e politica e le aggressioni militari contro i paesi arabi al fallimento del processo di Barcellona sarebbe ingeneroso. In realtà, però, è molto peggio. Queste guerre e conflitti non sarebbero stati possibili senza l’accettazione da parte europea dell’integrazione nella globalizzazione capitalistica e la sua posizione a rimorchio delle politiche di guerra degli Stati Uniti. Le indicazioni contrarie di Barcellona ne sono pertanto uscite disattese e non poteva essere altrimenti.
Non è difficile rendersi conto che le guerre nel Mediterraneo non sono guerre mediterranee, ma il passaggio di un rullo compressore che serve ad aprire le autostrade per il passaggio dei mezzi corazzati verso l’Estremo oriente e la Cina in particolare. Questo sconvolge ovviamente le mappe geopolitiche della regione lungo un sentiero di guerra che si snoda dai Balcani, la Turchia, il Medio Oriente, il Golfo Persico e il Caucaso.
Inoltre la scissione verificatasi tra i paesi membri dell’UE sulla partecipazione alla aggressione militare contro l’Iraq ha violentemente riesumato il conflitto tra i due occidenti: l’Occidente europeo e l’Occidente atlantico, secondo una linea di demarcazione che divide in due l’Europa. Per l’Occidente europeo, il Mediterraneo è una priorità che, nonostante le ambiguità espresse da legami di tipo post-coloniale e di migrazioni interne, esprime la volontà di procedere su linee di dialogo culturale, economico e politico. Per l’Occidente atlantico, il Mediterraneo è un fenomeno residuale di una concezione imperialistica e imperiale dello sviluppo mondiale, che non riconosce a questa regione e sub-aree alcune prerogativa particolare di sovranità e sviluppo autonomo.

2. Partenariato economico e finanziario per un’area di comune prosperità, da attuare mediante: a) la realizzazione graduale di un’area di libero scambio tra i paesi dell’UE e i 12 Paesi della sponda sud; b) la realizzazione di programmi di cooperazione e di aiuto in aree e settori concordati; c) accresciuto aiuto finanziario dell’UE ai paesi partner mediterranei.

All’appuntamento di Barcellona del 1995 i paesi Mediterranei del sud arrivarono dopo un periodo di “cure” economiche ordinate e monitorate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Mondiale Internazionale. In altre parole con i “fondamentali dell’economia” in ordine, come direbbero con soddisfazione gli economisti, anche se la crescita della conflittualità sociale interna ne rendeva “fragili” i risultati raggiunti. Inoltre, pur non sottovalutando le differenze da paese a paese, è stato riconosciuto che la maggioranza dei paesi mediterranei del sud si sono dotati di strumenti fiscali e monetari necessari per un raccordo tra le economie nazionali e l’economia mondiale.
I successi e i fallimenti del processo di Barcellona vanno quindi letti e valutati nel quadro degli sviluppi assunti dalla globalizzazione, delle ripercussioni che questo ha prodotto sulla composizione della stessa Unione Europea, sulle nuove conflittualità che ha generato all’interno dei singoli paesi. Sopra tutti sovrasta lo scontro globale che dal 2001 si è aperto a livello internazionale tra i paesi della Triade guidati dagli Stati Uniti e il resto del mondo.
Uno scontro di civiltà tra chi contesta il diritto alla vita nelle sue varianti culturali, considerandolo privilegio d’aree geografiche ricche e dei livelli di reddito (“diritti acquisiti”), ed i miliardi di persone che di questa contestazione sono l’oggetto.
Il Mediterraneo è oggi il cuore di questo scontro e dalla sua capacità di resistenza può dipendere la nostra salvezza (cioè quella dei miliardi di viventi) nella misura in cui si riuscirà a ritardare o ad impedire la marcia degli eserciti occidentali verso la Cina.
Le politiche mediterranee sono state il terreno di elaborazione e sperimentazione delle politiche dell’UE verso i “paesi terzi” sin dagli anni Cinquanta. Una breve sintesi di questo percorso ci aiuta ad arrivare in modo giusto alla situazione attuale ed ai conflitti ed alternative che esprime. Si tratta di un percorso concettuale e politico che si è venuto snodando su una geometria variabile rispetto ai paesi coinvolti, sia a nord sia a sud.
Alla base ci sono interpretazioni obiettive diverse su cosa sia il Mediterraneo e sui suoi confini, ma anche i percorsi d’ampliamento istituzionale dell’UE, le fobie interne di questo o quel paese membro verso paesi singoli, ed infine i condizionamenti politici imposti all’Unione ed al Mediterraneo nel suo complesso dalle intrusioni politiche e militari esterne, degli Stati Uniti in particolare.
Per un’analisi dettagliata delle politiche mediterranee dell’Unione Europea rinvio a studi disponibili sull’argomento (Figura 1). Qui di seguito è utile concentrarsi sulla fase ultima di queste politiche, quella che ha preceduto e poi accompagnato la realizzazione degli accordi di Barcellona contenuti nel Documento.
Un aspetto importante che emerge da questo percorso è il forte intreccio che esiste tra politiche europee e politiche mediterranee, il che conferma il legame indissolubile che esiste nel presente e futuro di queste due regioni mondiali. Nel punto finale mi occuperò invece dei rapporti tra Europa e Mediterraneo, che sono rapporti tra persone e popoli, la cui storia è in parte riflessa nei rapporti economici e politici qui menzionati ma senza coincidervi, dipanandosi su percorsi in gran parte diversi.
All’indomani del “crollo del muro” vennero da più parti disegnati gli scenari della nuova Europa. La Comunità Europea, superata la divisione tra Est ed Ovest che l’aveva portata ad appiattirsi sulla sola dimensione occidentale ed atlantica, poteva finalmente ritrovare la sua collocazione continentale dispiegandosi a Nord (Baltico) a Est (Europa centrale e dell’est) e a Sud (il Mediterraneo).
Dal punto di vista territoriale uno dei rapporti elaborato in quegli anni per conto del Programma FAST della Comunità Europea, diretto da Riccardo Petrella, metteva in luce l’importanza di un legame di co-sviluppo tra le grandi regioni europee. Fu elaborata un’idea di Grande Europa, organizzata istituzionalmente su una rete di meso-regioni autonome, una delle quali costituita dalla Comunità Europea.
Il logo di questa costruzione, contrariamente a quello proposto dall’allora presidente Jaques Delors di “cerchi concentrici” comprendenti paesi a livelli diversi d’integrazione, poteva essere quello dei “cerchi olimpici”, autonomi ma collegati da vincoli rappresentanti gli “anelli della solidarietà” tra le diverse regioni europee.

Figura 1. Le politiche mediterranee dell’Unione Europea (1950-2005)
1950 - 1971 1972- 1991 1992-1995 1995-2003 2003………..

Politica Mediterranea
Politica Globale Mediterranea

La Politica Mediterranea Rinnovata (PMR)
Il Partenariato Euro-Mediterraneo (PEM)

La nuova Politica Europea di Vicinato

Accordi speciali
bilaterali di associazione e accordi di commerciali a statuto preferenziale aventi l’obiettivo di mantenere rapporti privilegiati di aiuto e scambio commerciale con le ex-colonie europee.

 

 


I paesi Terzi Mediterranei erano beneficiari di politiche messe in opera verso i paesi del Terzo Mondo. A questi fu offerto l’accesso ai mercati europei per l’esportazione, forme di aiuto economico e per lo sviluppo. Il modello era lo stesso applicato con la Convenzione di Lomé per i paesi africani, caraibici, e del pacifico (ACP).

Il Mediterraneo come area di rischio e problema di sicurezza ai confini sud della CE. Il concetto di prossimità è introdotto con significato negativo. Gli incrementi del 130% dei fondi previsti per la PMR (1992-1996) sono ridotti dal Consiglio d’Europa del 35%. Da destinare a favore dei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale.

Il Mediterraneo è riconosciuto come area strategica per l’Europa. Il concetto di prossimità è trasformato da area di rischi in opportunità. La dimensione meso-regionale è vista come risposta alla sfida della globalizzazione. La Conferenza di Barcellona introduce il concetto di multilaterità nei rapporti nord sud del Mediterraneo.

Il Mediterraneo scompare come area prioritaria delle politiche europee verso l’esterno e diviene parte dell’insieme di paesi che l’UE indica come strategici per i propri fini di sicurezza e stabilità.

Decisione unilaterale dell’UE che reintroduce il criterio bilaterale e competitivo nei rapporti tra singoli paesi e l’UE.

“Tutto ma non le istituzioni”
POST-COLONIALISMO COOPERAZIONE CO-SVILUPPO PARTENARIATO
“Anelli di solidarietà” VICINATO
“Anelli di amici”

L’importanza della dimensione mediterranea apparve subito evidente per il valore strategico di questa regione, per l’ampiezza e la ricchezza di queste società e dei loro mercati, per la costruzione dell’ “anello della solidarietà euro-mediterranea” tra l’insieme dei paesi europei e l’insieme dei paesi mediterranei nelle loro tre maggiori aree: i Balcani, il Medio Oriente e il Maghreb.
In quella visione era compreso l’intero Mondo arabo e l’Iran. Esistevano due specificità tuttora presenti: la Turchia e Israele. La prima da risolvere con il ricongiungimento della Turchia e della Grecia nella Comunità Europea. La seconda come un problema di protezione delle minoranze all’interno del mondo arabo.
A risultati analoghi pervenne uno studio prodotto dall’Akademie für Raumforschung Landeplanum (ARL) tedesca e dalla Délégation à l’Aménagement du Territoire at à l’Action Régionale (DATAR) francese che contrappose lo scenario della “banana europea” a quello di un sistema europeo basato sulle principali meso regioni europee e mediterranee.
Le conseguenze di questo approccio erano molteplici e su molte di queste esisteva una forte convergenza:
1) I rapporti Nord-Sud nel Mediterraneo andavano gestiti con il dialogo tra la Comunità Europea da un lato e le sub regioni mediterranee (Maghreb, Balcani, Medio Oriente) dall’altro, superando la vecchia tradizione dei rapporti bilaterali rivolta a creare frammentazioni e divisioni. Quindi, riconoscimento reciproco di integrità territoriale e di sovranità nazionale, rinuncia ed opposizione ad ogni forma di intrusione esterna. In coerenza con questo obiettivo l’Unione Europea ha ripetutamente affermato il concetto e la pratica del dialogo (meso-)regionale, cioè tra grandi aggregati regionali proprio per superare i limiti del vecchio approccio nazionale bilaterale.
2) Avvio di un grande dialogo tra l’Europa e il Mondo Arabo, nelle sue varie articolazioni, come referente principale. Il percorso politico era quella di un ampliamento graduale a Nord della Comunità europea fino ad includere tutti i paesi europei, e di un ampliamento graduale dei rapporti a Sud per includere nel co-sviluppo euro-mediterraneo il resto dei paesi arabi, fino all’Iran.
3) L’obiettivo del co-sviluppo andava perseguito con una crescente co-operazione tra aree diverse, integrando le diversità, ma per valorizzarle e rafforzarle non per annullarle. L’unità d’indirizzo, spesso richiamata anche nei documenti di Barcellona, delle strategie sociali, culturali, politiche e militari doveva servire ad uscire dalla logica delle emergenze (l’emigrazione, l’ambiente, i conflitti, il petrolio, ecc.) per creare un quadro di riferimento di medio e lungo periodo.
L’accordo raggiunto alla Conferenza di Barcellona tra i paesi della Comunità Europea ed i 12 paesi della sponda sud è stato presentato come il primo passo verso un ampliamento dell’accordo all’intera regione mediterranei.
Questi indirizzi di pensiero sono stati formalmente approvati a Barcellona nel 1995, ma poi disattesi e travisati negli anni successivi. Quello che si è affermato è un diverso orientamento. Il processo di co-sviluppo dell’Unione Europea a Nord con la formazione di una Regione Baltica con proprie istituzioni è stato sostituito con l’integrazione dei paesi dell’Europa del nord e dell’area balcanica nella stessa Unione Europea.
Questo ha introdotto elementi di divisione in questa regione, con la Norvegia restata fuori dell’Unione, una posizione di parziale adesione della Danimarca e della Svezia, tuttora fuori del sistema dell’Euro e fortemente divisi all’interno.
La stessa linea è stata adottata con i paesi dell’Europa centrale, la cui cooptazione nell’Unione Europea è un tentativo maldestro di riempire il vuoto d’identità che si è creato con il “crollo del muro” con un’idea d’Europa clonata sull’immagine dell’”occidentalismo”.
Tentativo inconsistente poiché è difficile riempire un vuoto con il nulla, e che già segnala con la scelta atlantica fatta da questi paesi in occasione della guerra contro l’Iraq in contrasto con le indicazioni fornite dall’Unione Europea.
L’integrazione europea si è poi estesa a comprendere i Balcani, dove ha favorito la disgregazione della federazione Iugoslava, e sono emerse tendenze ad integrare nel blocco europeo singoli paesi della sponda sud (Israele, ma anche Marocco e Tunisia), con effetti devastanti per la coesione interna di queste aree.
Si è fatto regredire il processo d’integrazione regionale delle sub regioni mediterranee introducendo elementi di divisione tra i paesi dell’Unione del Maghreb Arabo (con pregiudiziali sulla Libia e Algeria), e della cooperazione dei paesi del Medio Oriente.
Si è così affermata per il Sud una concezione che ne restringeva l’ambito ai paesi della “costa mediterranea”, cancellando il contesto del nord-Africa e del mondo arabo, e facendo invece emergere le priorità e l’importanza di due paesi (la Turchia e Israele), sostenute dagli interessi strategico-militari degli Stati Uniti.
Infine, l’articolazione del processo di “co-sviluppo”, per definizione un fenomeno pluridimensionale, è stato ridotta, per l’economia, alla creazione dell’”area di libero scambio” e quindi all’integrazione economica in senso stretto, e nel dialogo culturale-istituzionale alla formulazione del catechismo sui “diritti umani” e sulla “democrazia” omologati sulle costituzioni occidentali.
Il fallimento del processo di Barcellona nasce dunque da qui: dall’affermarsi degli interessi strategici della globalizzazione capitalistica in Europa e nel Mediterraneo i cui due maggiori flagelli sono le politiche liberiste nell’economia e la presenza militare statunitense. I dieci anni di applicazione delle politiche previste dal processo di Barcellona consentono oggi di analizzare in dettaglio i risultati raggiunti.

Il bilancio del processo di Barcellona

I paesi mediterranei arrivarono all’appuntamento di Barcellona dopo un decennio di Politiche d’Aggiustamento Strutturale a loro imposte dalle istituzioni della globalizzazione (BM e FMI).
I risultati di queste politiche non sono mancati. La maggior parte dei paesi presentava i noti “parametri di bilancio” in ordine, alcuni ricevettero la qualifica di “alunni migliori” del FMI. Tuttavia i risultati economici di queste misure contabili ritardavano ad arrivare, ma la crescente destabilizzazione sociale e politica si é presentata puntualissima all’appuntamento.
I problemi irrisolti erano:
(i) l’alto grado di dipendenza dall’esterno che si manifestava con l’oscillazione dei prezzi dell’energia e il rallentamento della crescita dei paesi occidentali e della stessa Europa ai quali pensavano di agganciarsi;
(ii) sistemi economici nazionali con mercati interni limitati e sprovvisti di forti dinamiche endogene. Al debole aggancio di questi mercati ai paesi della sponda nord del Mediterraneo si aggiungeva un debolissimo interscambio sud-sud;
(iii) insufficienti livelli d’investimento (inferiori al 3% annuo) che il passaggio realizzato ad una maggiore quota d’investimenti privati rispetto a quelli pubblici non aveva sostanzialmnete modificato;
(iv) livelli insostenibili di disoccupazione giovanile senza prospettive di soluzione nel periodo breve e medio.

Inoltre i PM, pur collocandosi sopra la linea di povertà di molti paesi africani, superavano di poco la linea inferiore del gruppo intermedio dei paesi, con l’eccezione ovviamente d’Israele. La forbice tra i tassi di crescita del PNL dei PM e dei Paesi dell’UE continuava a crescere a dispetto delle politiche di co-sviluppo.
La proposta del processo di Barcellona fu quindi vista come una nuova possibilità di rilancio delle economie e delle comunità mediterranee che, combinando alcune delle prediche sulla liberalizzazione e privatizzazione di stampo neo-liberista con strategie strutturali rispetto al rilancio degli investimenti e dei mercati euro-mediterranei, poteva offrire percorsi nuovi di rilancio delle economie.
Il metodo previsto offriva la possibilità di raggiungere risultati positivi. Anzitutto l’approccio “multilaterale” scelto, diverso quindi dalle precedenti politiche dell’UE, ma anche da quelle delle organizzazioni internazionali, avente l’obiettivo di realizzare un’entità regionale mediante il progresso economico, sociale e politico.
Gli interventi da adottare prevedevano: (i) la realizzazione di condizioni di stabilità per l’attuazione di riforme sociali e economiche; (ii) la creazione graduale di sistemi produttivi favoriti sia da un nuovo ambiente industriale e economico sia dall’istituzione di un’area di libero scambio. Il suo obiettivo era una maggiore apertura dei mercati del sud con l’abbandono di norme rigidamente protezionistiche, e l’apertura dei mercati europei ai prodotti industriali agricoli sui quali l’UE manteneva misure rigidamente protettive. I piani d’aggiustamento strutturale dovrebbero stimolare questi processi; (iii) Limitare l’impatto sociale di questa trasformazione prendendosi cura dei “costi sociali” e delle condizioni di vita delle persone.
I bilanci sull’andamento dei primi 10 anni di attuazione dell’accordo di Barcellona sono stati fatti e ci consentono di conoscerne i risultati e trarne conseguenze.
La situazione di reddito dei PM è sostanzialmente immutata e questo è stato possibile solo grazie ai flussi di reddito trasferito dagli emigrati verso le proprie famiglie. Quel salto in avanti che Barcellona aveva promesso è mancato. Le differenze di reddito tra i PM, i Nuovi Paesi Membri dell’Unione (NMS) e i paesi dell’UE continuano a crescere con una sensibile accelerazione dal 1995, nonostante il Partenariato (Figura 2).

Figura 2 : Evoluzione del PNL pro-capite 1980-2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: I. Guetat et F. Serranito, (2003), “Using Panel Unit Root Tests to Evaluate the Income Convergence Hypothesis in Middle East and North Africa countries”, WEO IMF, April 2004. Citato da S. Radwan e J-L Reiffers (eds.), The Euro-Mediterranean Partnership, 10 years after Barcellona : Achievements and Perspectives, FEMISE 2, Institute de la Méditerrnée, Marseilles, 2005, p. 78.

Questo avviene in presenza di una prevista richiesta di circa 40 milioni di nuovi posti di lavoro durante i prossimi 15 anni, che si vanno ad aggiungere al già presente impressionante deficit di occupazione. Obiettivo il cui raggiungimento richiede un tasso medio di crescita annuale del 6-7% circa.
Le indicazioni chiave che questo schema produce indicano che le dimensioni degli squilibri tuttora esistenti sono tali che un cambiamento del partenariato è necessario. Senza un programma ed una progressione d’insieme, sia dei paesi e dei mercati sia dei settori e delle istituzioni coinvolte, è impossibile generare le dinamiche complessive necessarie, affidandosi a singoli indicatori.
Uno degli obiettivi maggiormente enfatizzati, quello della liberalizzazione e della apertura dei mercati, ha trovato forti resistenze da parte dell’UE che ha ostacolato la liberalizzazione dei prodotti agricoli con la messa in opera di un: “arsenale di norme che rendono l’accesso ai suoi mercati più difficile”.
Nel “Rapporto Femise” qui richiamato, l’accesso ai mercati dei paesi sviluppati, e i paesi dell’UE tra questi, è divenuto più difficile e sforzi attivi e creativi sono stati fatti per accrescere queste barriere. Il livello medio delle tariffe doganali tra i PM è diminuito nel periodo in esame di circa l’11% , ma resta tuttavia del 17%, cioè tra i più alti se confrontato con altre aree mondiali e nel contempo le misure protettive nel complesso della zona euro-mediterranea sono divenute in modo crescente “non tariffarie”.
Questo vizio tutto occidentale di predicare la liberalizzazione per i prodotti sui quali si ha un vantaggio competitivo, grazie alla abbondanza di capitali, ma utilizzare il protezionismo in quei settori produttivi dove altri paesi hanno il vantaggio produttivo della abbondanza di lavoro, rivela tutta la sua inconsistenza logica e può essere sostenuto solo tramite imposizioni e rapporti di forza.
Nello specifico dei rapporti euro-mediterranei permane un rapporto asimmetrico tra Nord e Sud, poiché il commercio dei PM è il 7% del commercio estero dell’UE, mentre l’UE assorbe il 50% dell’esportazione dei PM. I più forti legami commerciali con l’UE sono quelli dei paesi del Magrheb, che si sono rafforzati, mentre più deboli sono i rapporti con il Medio Oriente e questa tendenza si è ulterioremente rafforzata. La bilancia dei pagamenti dell’UE , già in vantaggio agli inizi del periodo, si è fortemente rafforzata (al netto del petrolio).
Un indicatore importante per valutare la qualità di queste tendenze è quello dell’andamento delle specializzazioni produttive denunciato spesso nel passato come un rapporto di scambio armi contro petrolio, prodotti naturali ed a basso valore aggiunto contro prodotti a tecnologie avanzate.
In questo quadro la buona notizia è che i PM mantengono la loro quota d’esportazione sui mercati europei, nonostante l’accresciuta concorrenza da altre aree, ma resta la loro debolezza rispetto ai nuovi paesi membri dell’UE per mancanza di specializzazione, cooperazione industriale, diversificazione dei prodotti.
Laddove esistono possibilità più facili d’incremento delle attività e dei livelli di specializzazione, nel settore dei servizi (turismo e commercio) non si assiste ancora ad un miglioramento del settore né ad un pronunciato interesse d’investimenti esteri in quest’area.
L’area di “maggiore preoccupazione” è quella degli investimenti diretti esteri (IDE). Il “Rapporto Femise” fa osservare che i 15 PM hanno ricevuto nel periodo osservato, con la sola eccezione della Tunisia, avvantaggiata forse da fenomeni specifici come fu quello del blocco alla Libia, un ammontare di IDE ai PM leggermente superiore a quelli ricevuti dalla sola Polonia.
Su quest’aspetto cruciale per affrontare problemi di ristrutturazione produttiva e delle infrastrutture, tenendo conto del basso livello di impegno finanziario degli aiuti dell’UE a questi paesi, è fondamentale indicare le possibili cause del ritardo.
Tra queste sono state individuate:
1) la debolezza del mercato interno dovuta ad insufficienti politiche dei redditi ed ad un troppo lento processo di creazione di ceti medi che riflette i bassi salari nei settori dei servizi e della pubblica amministrazione;
2) il debole ancoraggio di queste economie a quelle dei paesi europei, troppo impegnati a discutere problemi tariffari e di contributi pubblici invece di impegnarsi in iniziative manageriali capaci di rinnovare o creare il tessuto dei rapporti produttivi nord sud a rete, quindi involventi più paesi e produttori del sud, lungo le catene del valore aggiunto e delle filiere produttive;
3) l’assenza di “piattaforme di servizi alle imprese” che costituiscano i punti d’attracco per imprenditori potenzialmente interessati a quelle aree. Tutto questo richiede lo scavalcamento delle inutili strutture di rappresentanza ed intermediazione la cui professionalizzazione, dal punto di vista motivazionale degli operatori coinvolti e delle qualifiche, è d’ostacolo e non d’aiuto al raggiungimento degli obiettivi.
Il grosso problema dei rapporti e della cooperazione Sud-Sud, che era tra i temi al centro del processo di Barcellona, non ha trovato risposte incoraggianti. Le poche iniziative esistenti in questo settore, come gli Accordi di Agadir tra Marocco, Giordania, Tunisia ed Egitto sono ancora in via di ratifica. Il paese che fa eccezione in tutto ciò è la Siria, ma con un commercio con i vicini che non supera il 10% del totale delle sue esportazioni.
Nel contempo i paesi del sud, influenzati dalla cultura e ideologia degli organismi internazionali e dell’UE, hanno scambiato i problemi del buon governo, cioè della partecipazione e della buona amministrazione dei beni comuni dei loro paesi e dei cittadini, con i problemi della governance richiesta dalle istituzioni europee e internazionali che scambiano i fondamenti della democrazia con problemi formali di trasparenza procedurale e contabile e che preferiscono trattare con forti lobby internazionali invece che con il difficile e complicato mosaico di strutte locali di potere.
Se si rivolge l’attenzione agli aspetti sociali e culturali i pochi fattori positivi sono quelli creati sul prolungamento delle politiche istituite prima del 1995 con i programmi di cooperazione orizzontale che hanno coinvolto università, istituzioni ed imprese.
I noti programmi Med-Campus, Med-Urbs, Med-Invest, ecc., caratterizzati sia per la scarsezza delle risorse messe a disposizione, sia per gli ostacoli burocratici e poi “polizieschi” imposti ai partner sotto l’egida della trasparenza, della corruzione, ecc. sono caduti nell’oblio. Programmi quasi sempre bruscamente interrotti ed i cui fondi sono stati così ridiretti dalla “società civile” ai progetti contrattati direttamente con i governi e i big business.
Che in questo contesto l’emigrazione divenisse un fenomeno dirompente era stato previsto e si è puntualmente verificato. Questo fenomeno ha alimentato, mediante le rimesse degli emigranti, trasferimenti di fondi fuori dei canali ufficiali e dei programmi euro-mediterranei, che superano di molto per entità ed efficacia gli IDE e i finanziamenti dell’UE.
Questo fenomeno si è sviluppato in parallelo al processo di Barcellona, ed ha contribuito a creare quegli “anelli di solidarietà” rispetto ai quali la sussidiarietà degli interventi ufficiali previsti dalle politiche di co-sviluppo si è rivelata marginale e spesso fallimentare.

Partnership e Co-sviluppo Mediterraneo

Lo schema analitico che scelgo per trarre alcune conclusioni dall’esposizione sin qui svolta considera il “co-sviluppo” un concetto utile a definire le politiche dei governi, delle istituzioni e dei grandi operatori economici e sociali all’interno dello schema di partenariato proposto.
Il “co-sviluppo” è considerato un obiettivo di crescita comune, fissato mediante un accordo politico che crea una dinamica articolata di emancipazione di tutti i partner.
Il co-sviluppo è perciò l’area delle politiche che devono portare avanti organizzazioni ed istituzioni. Questo può venire fatto mediante lo studio dei comparti produttivi, dei canali di produzione, distribuzione e consumo, che nell’intero territorio mediterraneo siano capaci di individuare strozzature o espropriazioni di reddito e di profitto da parte di gruppi “forti”.
Il primo obiettivo del co-sviluppo è lo studio di questi circuiti della produzione e dei redditi, per porre fine alle forme di sfruttamento ed espropriazione non giustificabili in termini di impegno produttivo e sociale. Una indagine approfondita e ricca di casi è contenuta nel VI Rapporto sul Mediterraneo al quale rinvio per ragioni di sintesi.
Il secondo obiettivo del co-sviluppo è il rafforzamento e la scoperta di filiere di produzione-distribuzione-consumo a dimensione regionale, che realizzano tutti gli effetti positivi della sinergia e cooperazione a vantaggio delle numerose unità che partecipino al processo.
Questo è oggi compito della ricerca che un rapporto di cooperazione tra università del Mediterraneo e operatori economici e sociali può contribuire a creare. Si pensi agli effetti di una filiere dell’ulivo, o del pomodoro, o degli ortofrutticoli in generale, che garantirebbe l’utilizzo delle variazioni di clima lungo l’asse Sud-Nord del Mediterraneo. Questo potrebbe rompere il monopolio che in questi settori i paesi del nord si sono accaparrati con produzioni artificiali favorite dai bassi prezzi energetici offertigli dai paesi del sud a danno delle proprie produzioni.
Al co-sviluppo appartiene anche la creazione sinergica di centri di ricerca che proteggono le produzioni locali favorendone l’ammodernamento lungo linee di sostenibilità ambientale, sociale e produttiva ed emancipandoli dalla morsa parassitaria imposta dalla ricerca e dai centri dei paesi del Nord.
Programmi euro-mediterranei e di cooperazione scientifica dovrebbero avere quest’orientamento, invece di inseguire obiettivi di “eccellenza” che hanno il solo effetto di rafforzare la dipendenza e la presenza dei paesi del Nord e delle loro Accademie nei paesi del Sud.
Per questo è stato detto e scritto che il Mediterraneo e l’Europa non hanno bisogno della “società della conoscenza”, proposta ed imposta dagli Stati Uniti per proteggere i propri “vantaggi comparati”, ma della conoscenza delle proprie società, bisogni e risorse disponibili.

Partenariato ed “anelli della solidarietà”

Il risveglio delle società mediterranee ed europee, i percorsi della loro emancipazione dalle “dande” del mercato capitalistico, è un processo che si svolge, giorno per giorno, grazie all’impegno “molecolare” delle genti di questi paesi, della loro capacità di reagire alle avversità e trovare soluzioni e vie d’uscita dai vicoli chiusi nei quali si cerca continuamente di rinchiuderli.
La base di questi processi, un reticolato resistente ad ogni formalizzazione ed istituzionalizzazione dei rapporti, ad ogni tentativo di clonazione delle persone mediante la “cittadinanza” ed i “diritti”, è fornita dal livello primo delle comunità, dal primo anello della solidarietà, costituito dai rapporti famigliari e le amicizie. Un anello nel quale dominano gli affetti e i rapporti amicali, due grandezze irriducibili a logiche di mercato o alla razionalità della politica.
Il secondo anello è rappresentato dalle comunità d’appartenenza, non sempre formalmente ricosciute o riconoscibili, ma che sono costituite dal quartiere, dal villaggio e dall’insieme dei rapporti sociali tra persone. Da queste strutture comunitarie si originano i flussi dell’emigrazione capaci di penetrare attraverso tutte le maglie del controllo degli stati e degli eserciti, i forti flussi finanziari delle “rimesse”.
Sono mezzi finanziari incomparabilmente superiori all’aiuto fornito dalle organizzazioni internazionali ed agli investimenti esteri privati, che consentono la sopravvivenza di comunità nei luoghi più diversi del pianeta e che si vorrebbe invece desertificare, così come è stato fatto con le politiche agricole italiane per il Mezzogiorno riprese poi con altrettanto vigore e livore dalle Politiche Agricole Europee (la PAC).
Da questi legami stanno anche nascendo numerose iniziative economiche e forme di cooperazione che ristabiliscono ambienti di vita e di produzione nei luoghi dove altrimenti prevarrebbe la desolazione e il deserto. Sono fatti importanti, noti a chi viaggia nel Mediterraneo abbandonando le inutili sedute dei congressi accademici e delle visite organizzate dalle ambasciate, per perdersi tra le dune popolate dalle popolazioni locali e dove a volte è possibile incontrare volenterose organizzazioni non governative locali ed europee.
In un saggio di recente pubblicazione, tra le dieci proposte di co-sviluppo Mediterraneo emerge quella delle rimesse collettive degli emigranti e dei legami di solidarietà che queste possono creare con le organizzazioni non governative dei paesi europei.
Nel 2003, nel Mediterraneo le rimesse dei lavoratori migranti nel corso degli ultimi dieci anni sono state superiori ai prestiti della Banca europea degli investimenti nella regione. La maggior parte dei flussi sono piccole somme individuali che sostengono le famiglie rimaste nel paese d’origine e garantiscono una forma di assicurazione nel caso di fallimento del progetto migratorio. Ma esistono e si diffondono sempre di più forme collettive d’investimento da parte degli immigrati provenienti dai paesi della riva sud.

Figura 3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ad esempio, alcune regioni del sud del Marocco -nei pressi di Tarouddant- hanno beneficiato d’investimenti in infrastrutture (elettrificazione rurale, strade, acqua) fatti con i risparmi degli immigrati in Francia. Questo ha stimolato la creazione d’associazioni di villaggio e d’ONG locali.
Oggi, dopo aver completato le infrastrutture, le ONG locali hanno iniziato ad investire le rimesse collettive in progetti di cooperative di donne per la produzione d’olio d’argan e di zafferano. In modo analogo, un gruppo d’immigranti marocchini in Spagna sono riusciti con l’aiuto di ONG locali a mobilitare fondi per lo sviluppo rurale e irrigazione di una zona nei pressi di Al Hoceima (nel nord del Marocco).
Esiste una strana retorica e contraddizione nei programmi dell’UE e degli stati nazionali verso i paesi del sud. Si criticano questi paesi per l’assenza di democrazia dovuta all’assenza di partecipazione e della società civile. Quando si scopre poi che esiste la partecipazione e la società civile, spesso in conflitto con le proprie istituzioni nazionali con le quali l’UE e gli stati nutrono stretti rapporti, ci si rifiuta di riconoscerle.
La società civile, o parte di questa, è quella che approda sulle nostre coste e che noi invece di accogliere come liberatori, nostri e loro, respingiamo in mare o verso i paesi di provenienza. Un dilemma che solo i popoli europei possono risolvere allo stesso modo della società civile del sud: volgendo le spalle ai meccanismi di cittadinanza e di controllo che costituiscono la base dell’apartheid sul quale si fonda il nostro “benessere”.
L’avvenire del Mediterraneo, l’orientamento che le politiche mediterranee dovrebbero assumere, è quello di ricongiungere il co-sviluppo con le iniziative create dagli “anelli della solidarietà”, vale a dire con le forme più vive ed attive della società civile di questi paesi.
All’origine di tutto ciò c’è il bisogno di un chiarimento fondamentale che l’Europa deve fare con il Mediterraneo. Si tratta del riconoscimento che il rapporto con le comunità ed i paesi di questa meso-regione passa, per il nord-Africa, attraverso un dialogo diretto e privilegiato con il mondo arabo.
Ogni tentativo di ignorare questo fatto assumendo come interlocutori privilegiati e diretti minoranze etniche o religiose (come nel caso d’Israele o del Libano) allo scopo di indebolire o destabilizzare il mondo arabo è destinato a fallire e prolungare l’attuale stato di crisi e di guerre.

Conclusione

La nuova Politica Europea di Vicinato è un “dito nell’occhio” per tutti gli obiettivi e le politiche che siamo venuti sin qui discutendo. Nello schema presentato, l’area d’intervento della politica (il co-sviluppo) e quella della società nel suo complesso (gli anelli della solidarietà), hanno alimentato un processo di integrazione europea su base meso-regionale che ha molto spesso saputo unire in modo innovativo l’obiettivo di coesione sociale interna dei singoli paesi e dell’Unione con quello della cooperazione con i paesi vicini.
In tal modo, superando i limiti che la struttura concentrica imposta all’Unione europea dalle scelte di Delors, che vedeva svilupparsi intorno al nucleo forte dell’Unione successivi strati di cerchi concentrici con la loro progressiva periferizzazione, sono stati superati con un approccio policentrico.
Ne sono esempio la crescita della Regione Baltica che ha saputo includere i paesi a nord ed a Est mediante una vasta rete di rapporti, ed anche l’impegno di alcuni paesi europei di portare avanti iniziative verso il Mediterraneo. Al sistema a cerchi concentrici istituzionalizzato dell’UE si è così venuto di fatto a sovrapporre un sistema a cerchi olimpici di tipo policentrico che ha sollecitato la stessa UE ad aprirsi in varie direzioni.
Oggi, con la proposta di Politica europea di vicinato, sostenuta da Prodi dal 2003, si scende con la scure su questa tendenza policentrica dell’UE, e s’impone un confine invalicabile tra i paesi dentro l’area concentrica e tutti gli “altri”. Nelle parole di Prodi, infatti, da ora in poi l’Europa potrà condividere tutto ma non le istituzioni (che significa quindi escludere nuove inclusioni) e verso i paesi fuori del “muro” si seguirà un criterio di rapporti bilaterali guidato da criteri politico strategici che, some si capisce dal contesto e dall’agenda dell’Europa, sarà dominato anzitutto da interessi economici e militari dell’UE.
Questo “sega” quindi le iniziative mesoregionali al nord dell’Europa, costringendo a una separazione dai paesi fuori dell’UE, e lo stesso avviene nel Mediterraneo. Laddove resterà un dialogo nord sud questo sarà strumentale e senza alcuna speranza di forme di collaborazione strategica all’interno delle rispettive aree d’appartenenza.
La politica di vicinato è quindi, a mio avviso, l’11 settembre delle strategie di sviluppo policentrico e di creazione di comunità plurinazionali (mediterraneo, Baltico, Europa Centrale, ecc.) e per questa ragione non può che essere combattuta con la stessa tenacia, anche se con altri mezzi, con la quale l’Occidente ha reagito all’11 settembre.

Note