L'intervento di Mimmo Rizzuti al workshop del
Cairo del 23/25 febbraio scorso su "relazioni euro-arabe: una prospettiva
critica”, organizzato dal Centro di Ricerche Arabe e Africane (Egitto), diretto
dal prof. Samir Amin, e
dalla Fondazione Rosa Luxemburg (Germania)
EUROPA E
MEDITERRANEO – LE SFIDE DELLA SINISTRA EUROPEA
La riflessione sulle politiche mediterranee
dell’Unione Europea deve comprendere sia la situazione nei paesi del
Mediterraneo sia lo stato dell’arte nel processo europeo di integrazione. Il
fatto che entrambi si trovino oggi in forte difficoltà conferma quanto da molti
sostenuto da tempo, e cioè la forte interdipendenza esistente tra le due aree
nessuna delle quali può pretendere primati rispetto all’altra o di raggiungere
posizioni reali di sostenibilità in modo autonomo. Queste interdipendenze
vennero, tra gli altri, illustrate e sottolineate già nel 1995, l’anno della
Prima Conferenza di Barcellona sul Partenariato, nel
Rapporto sul Mediterraneo del CNEL italiano. L’indiscutibile chiarezza del
titolo: “Ripensare l’Europa per ripensare il Mediterraneo” era seguita da una analisi
nella quale i temi centrali del problema venivano chiaramente individuati: il
bisogno di una costruzione policentrica dell’Europa, i problemi dei sistemi
produttivi agricoli e industriali mediterranei e dell’occupazione, la
centralità della Palestina per la risoluzione dei conflitti nell’intera
regione.
Le basi deboli
della costruzione europea
Nel riprendere oggi questi temi ci limitiamo a due richiami di principio sull’Europa,
per soffermarci poi in modo più dettagliato sulle politiche euromediterranee
e l’evoluzione recente nei paesi del Mediterraneo. I problemi centrali delle
politiche europee, sia rispetto agli obiettivi interni di coesione sociale
dell’UE sia a quelli dei rapporti di cooperazione con le sue aree esterne, sono
due:
Il primo è la persistente incapacità dell’UE e degli stati membri
di acquisire il tema della complessità, e quindi della diversità delle società
europee e mediterranee, come un valore e non un ostacolo. Diversità che va applicata
anche all’economia tramite il riconoscimento dell’importanza del rapporto tra culture e colture, cioè tra culture e sistemi produttivi
come base di ogni discorso vero e non retorico sulla sostenibilità. Ne consegue
che il centro di ogni strategia economica deve essere la modernizzazione e la crescita dei territori e delle comunità
locali, le loro capacità di mettersi in una
rete di rapporti economici e sociali.
Diversità che va applicata allo stesso modo alla varietà delle forme, che sia pure entro valori condivisi, – il
rispetto della vita e del vivere insieme-
assumono le forme istituzionali, sociali e politiche. L’acquisizione
della complessità e diversità come valore faciliterebbe la comprensione e
soluzione ai problemi che oggi dividono all’interno e tra loro gli stati
membri, sia vecchi sia nuovi, con i rischi connessi di un collasso dell’intera
costruzione europea. Soprattutto
consentirebbe di riportare lo “scontro di civiltà” oggi in atto tra l’Occidente
e il resto del Mondo entro i confini del reciproco riconoscimento e del dialogo
tra culture diverse e progetti diversi di modernità.
Il secondo riguarda l’esigenza della
dismissione di un atteggiamento diffuso, sia nella Commissione Europea sia nei
governi degli stati membri, di percepire
e utilizzare il processo di integrazione come una camicia di forza dentro la
quale costringere i popoli e le tradizioni europee, invece di un comodo
soprabito a protezione delle specificità nazionali e comunitarie di ciascuna
regione e agevole nel consentire iniziative e movimenti autonomi. Questa dismissione
comporta una seria revisione degli accordi di
Maastricht e di Lisbona, costruiti entrambi sul criterio dei “vincoli” e non
delle “possibilità”, che costituiscono la causa maggiore dell’opposizione
diffusa al procedere verso una Costituzione europea e verso forme di
“approfondimento” della cooperazione sociale e politica in Europa.
Le politiche
mediterranee: un bilancio
Le politiche mediterranee dell’UE sono l’esempio
paradigmatico di quanto sin qui rilevato. È noto che il momento più alto raggiunto
è stato quello degli Accordi di Barcellona del 1995, con l’impegno alla “partnership UE paesi mediterranei del sud. Un
impegno che, in linea con la tradizione politica degli stati membri dell’UE,
amplificava in modo retorico le possibilità esistenti con la dichiarazione di un progetto di “welfare
condiviso tra nord e sud”, ma che nel contempo ne minava le possibilità di
realizzazione limitando la partecipazione all’accordo ai paesi “costieri” della
sponda sud, con esclusioni arbitrarie verso i paesi arabi e balcani.
Quello che doveva essere il momento più alto dell’incontro storico tra la
cultura araba e la cultura europea, per un impegno comune di dialogo
interculturale e politico, fu trasformato in un sistema di concertazione tra l’Europa tutta, dalla Finlandia al Portogallo, con
paesi mediterranei della sponda sud scelti su criteri di fedeltà all’Europa e
opportunamente bilanciati in numero con stati civetta che rappresentano di
fatto la proiezione europea in quell’area (Israele,
Malta, Cipro, ecc.). Tuttavia il processo di Barcellona fu avviato con il
sostegno sincero degli stati e dei movimenti politici e sociali dell’area.
Quale è stato il bilancio al momento della verifica
venti anni dopo, alla Seconda conferenza di Barcellona del 2006? La modernizzazione economica dei paesi mediterranei della sponda
nord e sud del Mediterraneo non si è verificata manifestandosi al contrario
situazioni di aggravamento degli equilibri sociali e politici. L’esplosione dei
movimenti migratori ne rappresenta l’indicatore più evidente aggiungendo il
fallimento di politiche coordinate di prevenzione e sostegno a questo fenomeno.
L’obiettivo del welfare condiviso ha mostrato la
corda con una situazione che vede i
differenziali di crescita nord sud, ed anche est sud accresciuti. Il
miglioramento dei rapporti generali e quindi della sicurezza nei e tra paesi è
solo misurabile con gli indici del suo peggioramento, al punto che alla Seconda
conferenza di Lisbona del 2006 gli stati europei si sono trovati a discutere
tra loro, nell’assenza rumorosa dei
paesi del sud membri del partenariato, dei temi della
(loro) sicurezza e del (loro) “terrorismo”.
L’obiettivo
della costruzione di un’area di pace si è trasformato nel suo contrario, con la crescente intrusione statunitense in quest’area sia in termini
economici sia militari e con la partecipazione attiva o da spettatori passivi
dei paesi europei. La divisione
culturale tra nord e sud si è accresciuta a livelli che non consentono più di
parlare di “rischio” dello scontro di civiltà, ma di uno scontro in atto e
nelle forme più violente.
La scissione
tra governi e società civile, sia nei paesi europei sia
nei paesi mediterranei del sud, si è ingigantita a livelli mai registrati. Nei
paesi europei i movimenti della società civile esprimono oggi le forme più
vivaci di pensiero critico e alternativo ai processi di globalizzazione
capitalistica e del pensiero unico neoliberale, mentre nei paesi del sud
raggiungono un potenziale di consensi indiscutibile dappertutto e che li porta
a mettere fuori gioco l’egemonia di forze politiche tradizionali e consolidate
così come è avvenuto di recente in Palestina con Hamas
(gennaio 2006) e in Libano con Hezbollah. Appare
paradossale che questi eventi, che insieme alla crescente influenza dei Fratelli
mussulmani in Egitto e con movimenti analoghi altrove esprimono il rafforzarsi
irresistibile della società civile nei paesi arabi vengano letti solo in chiave
negativa dall’Unione Europea rispetto ai propri obiettivi di
“democratizzazione”, che continua invece ad appoggiarli a regimi autoritari a
sud e in crisi di consenso ai nord. Appare strabico un atteggiamento che
ripetutamente enfatizza il valore e ruolo della “società civile” nei vari
paesi, ma poi non è in grado di riconoscerli, pur all’interno di una autonoma valutazione della
loro natura e di un confronto dialettico, al momento del loro manifestarsi.
Nella Politica Mediterranea l’UE auspica il rafforzamento della società civile
nei paesi del sud, ma poi ne limita l’inclusione a quelle organizzazioni
riconosciute come tali dai governi nazionali. Limite culturale questo
dell’Europa che si riflette anche nei movimenti della società civile del nord
che continuano a privilegiare rapporti con movimenti di opposizione del sud che
rappresentano al massimo una testimonianza storica di epoche passate
(nazionalismo o movimenti socialisti e comunisti), oppure espressioni di un
laicismo arabo spesso clone o riproduzione sbiadita di un laicismo
illuministico fallimentare e frustrato (oltre che frustrante) dei e nei paesi
europei.
Le politiche di
vicinato e il ruolo della Sinistra Europea
L’UE non ha mai
riconosciuto il fallimento delle proprie politiche e del processo di
Barcellona, ma di fatto è andata oltre con l’introduzione unilaterale dal 2003
delle Politiche di Vicinato. Si tratta di una nuova cornice
della politica estera dell’UE che supera il precedente approccio strategico di rapporti e sostegno alla costruzione di
aree integrate intorno all’UE basate su accordi multilaterali e torna alla
politica dei rapporti bilaterali, stabiliti in base a scelte unilaterali
dell’UE. La dimensione strategica
del rapporto EU Mediterraneo è abbandonata e anche in quest’area i rapporti vengono
riportati a convenienze strategiche, caso per caso dell’UE verso singoli paesi.
Assumendo questa evoluzione come il dato da cui
ripartire riteniamo nostro compito, come Sinistra
Euromediterranea, valutarne sia gli impatti e i limiti sulle politiche
statali,sia i nuovi spazi che apre alla nostra analisi e azione. Le politiche di vicinato riaprono quindi la
dimensione bilaterale e nostro compito è quello di impadronircene per dare
spazio a tutte quelle iniziative che rafforzano i rapporti bilaterali tra le
organizzazioni e i movimenti della società civile e tutte quelle strutture
economiche locali e regionali (imprese, cooperative, imprese sociali, reti di
servizi, ecc.), oltre che istituzionali (scuole, università, associazioni
culturali, ecc.).
Parte di questo
processo deve essere una forte spinta all’innovazione di tutte quelle strutture
economiche, sociali e culturali nate nel contesto europeo dell’altra economia
(commercio equo, finanza etica e cooperazione internazionale) che nel
Mediterraneo devono trovare lo spazio per innovarsi e legarsi a nuove realtà
sociali e produttive.
Ma l’obiettivo della sinistra euromediterranea vuole articolarsi dentro una visione geopolitica che spinga l’Europa e divenire uno dei poli della costruzione di una nuova triangolazione, opposta a quella della Triade, che dall’Europa, con i paesi Mediterranei, si colleghi al grande risveglio dell’Asia (Cina, Sud Est asiatico e India) e riporti così la stessa Europa a riscoprire e ricostruire le proprie economie dentro logiche di cooperazione continentale asiatica (il continente del quale l’Europa occupa una piccolissima parte) opposte a quelle della sua dipendenza atlantica.
In quest’ottica riprendiamo e rilanciamo l’idea di una alleanza tra
movimenti, associazioni, istituzioni culturali, organizzazioni della galassia dell’altra economia, forze politiche
democratiche o che si richiamano alla democrazia, per la costruzione della
Mesoregione Mediterranea come sistema unitario.
Questo orientamento è
politicamente minoritario, ma presente ed è ispirato da numerose forze sociali
e produttive legate a questo mare per
ragioni culturali e geografiche. Questo orientamento ritiene insopportabile la globalizzazione del sistema mondiale
funzionale alla ricchezza ed ai consumi di meno di un quinto della popolazione
mondiale a scapito degli altri quattro quinti.
“Al contrario,
nel crescente interesse per i processi di regionalizzazione dell’economia mondiale, vede la possibilità
di ripristinare un più sano rapporto tra bisogni e sistemi produttivi rivalutando
una strategia policentrica dello sviluppo attraverso la realizzazione di un
sistema di comunità regionali comprendenti più Paesi (individuabili secondo il
concetto dell’economia mondo di cui ha tanto parlato Fernand
Braudel) che nella situazione europea data possono
dar vita accanto o dentro all’Unione che è stata la prima e ancora oggi forse
può essere considerata la più forte di queste economie mondo:
·
quella baltica comprendente oltre ai Paesi Nordici i Paesi Baltici,
·
quella mediterranea comprendente quattro aree principali: l’Europa del
Sud, il Maghreb, il Masrhak
ed i Balcani;
·
quella dei Paesi dell’Europa Centrale.
Insomma comunità stabili ed omogenee di cooperazione
economica e politica,rispettose delle
differenziazioni esistenti in queste aree per bisogni e gusti culturali ed in
grado di sviluppare in modo crescente la cooperazione economica e culturale.”( B. Amoroso
Europa e mediterraneo, le sfide del futuro-Dedalo 2000)
Dentro un quadro di riferimento internazionale di questa natura, la sinistra
euromediterranea ed europea possono tornare a svolgere un ruolo genuino di
internazionalismo e di partecipazione ai processi di emancipazione in corso in
America latina, in Africa e in Asia.
In conclusione credo che, per provare ad andare
avanti nella direzione abbozzata, sia necessario costruire un gruppo di lavoro
della sinistra europea sulle questioni connesse al rapporto UE- Paesi del
Mediterraneo e mettere in cantiere, in tempi stretti, un primo seminario di
approfondimento.
In Italia,con l’UNIVERSITA’ del BENE COMUNE ,
stiamo lavorando in questa direzione e con l’occasione vi proponiamo di
costruire insieme il prossimo appuntamento previsto per il 17-20 Maggio
Mi sembra inoltre utile porre alla vostra attenzione anche
le seguenti proposte operative:
1.
costituzione di un gruppo di
lavoro permanente della sinistra
europea( partiti associazioni movimenti)
e dei partiti associazioni, movimenti, espressioni del mondo della
cultura , dell’economia e della società
della riva sud del mediterraneo che , in tutto o in parte, si ritrovano
sugli obiettivi ed il percorso indicato sulla “ questione mediterranea”;
2.
organizzare insieme (Sem ed associazioni promotrici del convegno del
Cairo: Arab & African Reaserch Center, Fondazione Rosa Luxemburg e Socialismo XXI) il seminario di Mazara del Vallo e Palermo
sulle questioni della mondialità e gli attori del cambiamento nel mediterraneo
già programmato dalla Sem per il 17 20 Maggio 2007.
3.
Costruire una iniziativa per
il superamento delle politiche di Maastricht;
4.
Costruire un osservatorio, sul
Mediterraneo e le politiche UE nella Regione
e realizzazione di un rapporto annuale sul Mediterraneo su iniziativa
delle associazioni promotrici dell’incontro di Mazara e Palermo;
5.
Intensificare i rapporti di
cooperazione sul versante della ricerca, della formazione e del “cosviluppo”
e promuovere una Erasmus
Mediterranea e almeno tre progetti pilota : il primo sul mare e la sua vita, il
secondo sull’intercultura, il terzo sulla ricerca, l’innovazione ed il
trasferimento tecnologico( in particolare nel settore dell’agricoltura e
sull’olivo e l’olivicoltura);
6.
Un coordinamento delle Regioni
e del sistema delle Autonomie del Sud d’Italia per attivare, nel quadro delle
politiche di cooperazione del MAE, progetti di cooperazione coordinati e
finalizzati a migliorare la qualità dei sistemi territoriali nell’area del bacino;
7.
Un convegno internazionale da tenere a Roma nel prossimo
autunno per ripensare l’Europa e ripensare il Mediterraneo , connesso al rilancio del dibattito sulla ripresa
del confronto sulla Costituzione
Europea.