Il Mezzogiorno ed il Mediterraneo: il contributo
della SEM
Il Mezzogiorno se geograficamente è in una posizione baricentrica rispetto al Mediterraneo, sul piano economico, del modello di sviluppo, è in fuga dal Mediterraneo dalla metà del Novecento. I suoi scambi con gli altri paesi del Mediterraneo, se si esclude il petrolio, sono in caduta libera dagli anni ’60. Il suo reddito pro-capite si è mantenuto ad un livello più alto degli altri paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo , grazie ai trasferimenti netti dello Stato, mentre è sceso relativamente ai paesi della UE che si affacciano sul Mediterraneo (compresa Malta e Cipro). Il suo contributo alle esportazioni italiane è leggermente cresciuto negli ultimi venti anni –passando dal 7 al 10% - ma i principali flussi di import/export riguardano essenzialmente i paesi industrializzati.
Sul piano culturale, la società meridionale dopo aver inseguito il modello di sviluppo del nord , soprattutto sul piano del modello di consumi, ha cominciato a prendere le distanze dagli anni ’90 del secolo scorso, con una riscoperta della specificità della propria storia e cultura, del valore delle proprie risorse umane e naturali, con una ricerca di alternative, anche politiche, verso un nuovo orizzonte che è quello brillantemente disegnato dal “pensiero meridiano” di Franco Cassano.
E’ in questo cambiamento di prospettiva che si colloca la riscoperta del Mediterraneo come locus e logos di un’altra storia possibile. Negli ultimi venti anni si sono fatti centinaia di convegni che avevano come tema centrale il Mediterraneo, sono nati decine di centri studi , di iniziative locali , in tutto il nostro paese, che guardano , studiano, progettano su questo bacino. Purtroppo, il valore di questa riscoperta è stato in gran parte inficiato da una retorica del Mediterraneo, che, banalizzando questo nuovo approccio , è entrata nell’agenda politica senza produrre alcun risultato concreto.
Andare oltre “la retorica del Mediterraneo” significa fare i conti con le forze del mercato mondiale, della globalizzazione , delle politiche egemoniche e neoliberiste, che hanno reso marginale e dipendente , sul piano tecnologico e finanziario, i paesi della sponda sud-est, mentre hanno acuito il conflitto arabo-israeliano e reso la sponda sud-est del Mediterraneo l’area più fragile al mondo per il conseguimento di una pace duratura. Il famoso appuntamento del 2010 –l’apertura al cosiddetto “libero scambio mediterraneo”- rischia di scatenare solo una guerra commerciale tra poveri , di dare un colpo finale all’agricoltura ed alla pesca tradizionale , con gravi conseguenze sia sul piano sociale che su quello ambientale. E’ assolutamente necessario dare una risposta, su più livelli, a questi processi in atto.
Se la
globalizzazione ha reso più piccolo e conflittuale questo lago salato, non possiamo non pensare ad una risposta
istituzionale che metta insieme i paesi che si affacciano sul Mediterraneo ,
che costruisca
Puntare ad un’unità dei popoli del Mediterraneo anche sul piano istituzionale significa lavorare già da oggi su questo obiettivo a partire dalle culture e dalle comunità del Mediterraneo che abitano nel nostro paese : oltre il 60% dei tre milioni e mezzo di immigrati regolarizzati. Significa andare oltre le sacrosante lotte per la difesa dei diritti degli immigrati, per chiudere i Cpt (che rimane una questione prioritaria), per riconoscere un ruolo politico, una soggettività politica, alle comunità del Mediterraneo che vivono in Italia. Non basta, a nostro avviso, conquistare il diritto di voto per gli immigrati, ma costruire un percorso politico comune, costruire insieme una prassi ed una strategia mediterranea. Ed è questo un punto centrale nelle modalità di operare della SEM , nella sfida che abbiamo raccolto: la costruzione di una relazione forte tra teoria e prassi, tra il fare politica nelle istituzioni e costruire spazi sociali, economici, e di vita quotidiana alternativi.
Stare assieme , condividere un percorso politico significa allora produrre anche nel quotidiano dei fatti e progetti comuni, dei “segni” del cambiamento che vogliamo . Con questo sguardo vanno letti alcuni punti prioritari del nostro impegno :
a) Promuovere un Erasmus Mediterraneo . Dalle Università del Mezzogiorno è possibile pensare ad una sperimentazione che costruisca questi scambi culturali e formativi, sul modello dell’Erasmus, che hanno dimostrato la loro efficacia nell’ambito della UE.
b) Costruire i Consorzi per i prodotti tipici del Mediterraneo che evitino ai nostri consumatori prodotti transgenici ed una concorrenza selvaggia sui prezzi . I Consorzi tra produttori possono puntare anche alla promozione di un marchio Med , che si qualifica per qualità ambientale e rispetto dei diritti dei lavoratori , che prevede un prezzo di conferimento minimo da pagare ai produttori , in base ai diversi poteri d’acquisto delle valute del Mediterraneo.
c) favorire una rete di scambi fondati sul modello del “fair trade” che ha dimostrato di dare buoni risultati in tutte le aree dove è stato praticato. Si tratta non solo di estendere , cosa che si sta facendo, le botteghe del mondo ai paesi del Mediterraneo, ma anche di moltiplicare i progetti di fair trade tra associazioni di consumatori e produttori mediterranei.
d) Sostenere una politica comune per la piccola pesca artigianale e per la ricostruzione del patrimonio floro-faunistico del Mediterraneo. Il Mediterraneo vive una crisi gravissima, un collasso in alcuni suoi tratti di mare, che richiede una coraggiosa politica da parte dei paesi che si affacciano su questo mare .
e)Una politica di apertura ai flussi di migranti sud-nord, attraverso permessi soggiorno a tempo determinato e facilità di entrata ed uscita dalla UE . Questa è la sola politica di contrasto reale al mercato dei clandestini ed alle tragedie che insanguinano questo mare nostrum. Valga per tutti il caso della Polonia : prima di entrare nella UE i polacchi entravano facilmente nella UE –grazie a papa Giovanni Paolo II- con un permesso turistico di qualche mese e , chi non trovava lavoro, ritornava facilmente a casa in pulman. Non si è mai sviluppato un mercato dei clandestini polacchi.
f) Un innovativa politica comune
per il turismo, che eviti le forme più inquinanti ed invasive del turismo di
massa, coinvolga le popolazioni locali, blocchi nuovi permessi alle grandi
catene turistiche (tipo Club Mediterranée ) che non danno alcun beneficio ai
territori occupati. Una politica
turistica comune significa porsi, su scala mondiale, come un’unica area (come il nord-America , l’India o
Di questo e di altro (energie rinnovabili, intercultura, ecc.) si discuterà nell’incontro di Mazara del Vallo e Palermo tra il 18 ed il 20 Maggio, promosso dall’Università della Mondialità , e patrocinato dal Comune. Un incontro che segna una tappa importante nella direzione di una costruzione dal basso di una Mesoregione Mediterranea fondata sulla cooperazione, l’intercultura e la pace.
Tonino Perna
Presidente Sinistra Euro Mediterranea