Articoli filtrati per data: Venerdì, 01 Novembre 2013

Casa, il tempo è ora

DIRITTI DIRITTI UN'«ACAMPADA» ITINERANTE DOPO QUELLA DEL 19 OTTOBRE SCORSO. FERMATE 8 PERSONE, RILASCIATE IN SERATA E DENUNCIATE. SOLIDARIETÀ DI SEL E 5 STELLE
Casa, il tempo è ora
ARTICOLO - ROBERTO CICCARELLI




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Roma è una città dove all'alba sei blindati e otto macchine della polizia si presentano all'uscio per eseguire uno sfratto per morosità. Erano un centinaio gli uomini che lunedì 28 ottobre in via dei Pioppi hanno strappato alla casa dove viveva da tre anni una famiglia di cinque persone, Khader, Samia e i loro tre bambini. Vivono nel popolare quartiere di Centocelle, la notte successiva allo sfratto l'hanno passata in una tenda. Poi, grazie alla mobilitazione del movimento per la casa, e l'intervento del V municipio, lo sfratto è stato rinviato e forse questa famiglia tornerà ad avere una casa. Storia dall'assedio permanente in cui vive la Capitale, come molte altre città italiane dove sono 250 mila le persone a rischio sfratto per morosità e altre catastrofi. È l'assedio dominato dalla paura di perdere un tetto, dal terrore di non potere pagare l'affitto di punto in bianco, o per lenta agonia. E trovarsi, un giorno cento poliziotti in tenuta antisommossa, come in un film, per dare l'assalto ad una pericolosa banda di rapinatori, mentre invece dovevano sfrattare solo due adulti e tre minori, tutti stranieri. Sono i giorni passati tra una nuova occupazione, un altro sfratto, e ancora uno, due, tre picchetti per impedirlo in tutti i quartieri, persino in quelli più borghesi, l'Africano o il Salario. 
È questa la vita di chi è sceso ancora una volta in piazza ieri nel centro città più spopolato d'Europa, nel giorno della conferenza congiunta tra Stato, regioni e comuni. All'ordine del giorno: l'emergenza abitativa diventata emergenza nazionale grazie alla manifestazione del 19 ottobre scorso, quella dell'altro «assedio» della precarietà alle politiche dell'austerità e del rigore di bilancio. I manifestanti, a mezzogiorno, al megafono in bilico sulla ringhiera che separa piazza di Montecitorio dallo «speech corner» sotto l'obelisco, lo chiamano lo «spirito di Porta Pia». Questo spirito ha fatto breccia in una Roma torrida d'ottobre, tra le stradine asettiche di una città lunare dove circolano parlamentari incravattati o in tailleur, turisti nordeuropei o giapponesi che bivaccano ai tavoli con le tovaglie a quadrettoni rossi, da finta osteria romanesca, dalle 10 del mattino fino a mezzanotte. In questo luna park pieno di bottegucce con i prezzi stellari, un'orchestrina che suonava i Pink Floyd mentre in piazza del Pantheon c'era una degustazione di vino bianco, è arrivato un corteo di duemila persone. Torrevecchia, Battistini, Casale, San Basilio, una dopo l'altra sono sfilate con forza le venti e più occupazioni dei Blocchi precari metropolitani, della Resistenza abitativa metropolitana, del coordinamento della casa dove vivono almeno diecimila persone.
Roma, città meticcia mai vista così pervasiva, un'umanità composta dai tratti andini delle famiglie peruviane, dai suoni battenti dei senegalesi, dalle falcate degli italiani sfrattati. All'ora di pranzo, i veri alieni erano gli avventori di questo deserto chiamato «centro». In un negozio di un marchio alla moda, all'angolo tra palazzo Chigi e via del Tritone dove tre camionette dei carabinieri hanno formato una barricata stile zona rossa, una giovane commessa ha detto: «Poche vendite? Qui ormai vengono solo turisti, gli italiani non comprano più». Infatti la vita è altrove. E non è fatta da soli italiani. Il corteo ha aggirato blocchi mobili che spuntavano ovunque. Ha occupato via del Corso sfidando Palazzo Chigi con lo sguardo e cori dedicati alla lotta No Tav. E si è diretto in via della Stamperia, dov'era in svolgimento il vertice. Davanti, le camionette, irremovibili. Il servizio d'ordine si è schierato contro il muso delle macchine. Dalle retrovie, fitto è iniziato il lancio di uova e fumogeni, mentre i funzionari della Digos e una decina di poliziotti respingevano l'assalto, stretti come sardine in una strettoia tra i veicoli. Duro il confronto: da un lato manganelli, dall'altro mani, calci e asticelle delle bandiere rosse. «La casa si prende» c'è sempre scritto. «Che bello scherzetto di Halloween - ci dice una montagna d'uomo, prorompente, nella bolgia furiosa della prima fila - li abbiamo presi contromano, abbiamo fatto i danni oggi, li abbiamo costretti a trattare». Spingi e spingi, in una colluttazione un carabiniere perde scudo e manganello. La scena diventa esilarante quando Nunzio D'Erme, storico esponente dei movimenti, riporta lo scudo ad un agente in borghese . E quello: «Scusa, e il manganello?». «Ma che cazzo ne so' del tuo manganello!" è la risposta, diretta. L'aria si fa densa, la parola «vergogna» rimbomba tra i palazzi. Il corteo freme, vuole avanzare, è coraggioso. In cinque o sei salgono su un blindato che oscilla paurosamente. In due saltano indomiti sul tetto. La folla esplode in un boato. Avanzano i carabinieri che esplodono almeno sette lacrimogeni a grappolo che allontanano la folla di cinquanta metri. In otto si sono rifugiati in un portone. Sono stati fermati e rilasciati in serata con una denuncia. Tutto questo mentre il Duka, scrittore romano e visionario, inventava parabole davanti alla telecamera di Manolo Luppichini. La trasmissione corsara si chiama «Il Tacco del Duka», visibile su Youtube. Il corteo si è ricompattatoalla Fontana di Trevi, per una volta set di un'altra Dolce Vita. Di ritorno a Montecitorio si tiene l'appello, su un foglio di presenze. «Per vedere se non sono sparite le persone» dice una ragazza rumena. Negli occhi di tutti resta la danza selvaggia sul tetto dell'autoblindo in via del Tritone. Immagine potente di un rito propiziatorio contro l'austerità. Se viviamo è per camminare sulla testa dei Re.
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Il ministro piazzista se ne deve andare

SPESE MILITARI
Il ministro piazzista se ne deve andare
EDITORIALE - GIULIO MARCON

La notizia ha dell'inverosimile. Il ministro della Difesa Mario Mauro partecipa a uno spot della Lockheed per propagandare l'acquisto dei cacciabombardieri F35. Nello spot compare la foto del ministro e la didascalia di una sua tragicomica frase che dice: «To love peace you must arm peace. F35 does that». Cioè: «Per amare la pace, devi armare la pace. L'F35 lo fa». Uno slogan ridicolo già utilizzato dal ministro durante la discussione, lo scorso giugno, delle mozioni contro gli F35. CONTINUA|PAGINA4 Uno slogan che demagogicamente vuole avvalorare una scelta, quella del governo italiano, di spendere 14 miliardi di euro per un aereo capace di trasportare ordigni nucleari e di essere impegnato nei teatri di guerra. Il ministro non è nuovo a queste uscite, anche più folcloristiche e coreografiche, come quando (in una imitazione di Tom Cruise in Mission Impossible) si è fatto calare da un elicottero su una nave della marina con un verricello.
Che l'Italia si possa permettere di spendere 14 miliardi nei prossimi anni per un sistema d'arma offensivo, mentre non riesce a trovare nemmeno il 10% di quelle risorse per creare nuovi posti di lavoro è assolutamente paradossale. E non è finita: con la legge di stabilità 2014-2016 vengono stanziati più di 2 miliardi per le navi da guerra Freem, mentre con la legge delega di riordino dello strumento militare tutti i soldi «risparmiati» dalla riduzione del personale (o ricavati dalla vendita di caserme e poligoni) verranno investiti nei sistemi d'arma. Mentre per la difesa e le armi si spenderanno nel 2014 ben 23,6 miliardi di euro, nella stessa legge di stabilità viene tagliato un miliardo e 150 milioni alla sanità, bloccato il contratto ai dipendenti pubblici e tagliate le pensioni.
Che un ministro, il quale dovrebbe salvaguardare l'interesse generale si metta a fare il piazzista del business di una multinazionale della guerra è inaccettabile. Si tratta della Lockheed, la stessa multinazionale che distribuì tangenti a partiti e a ministri (che si dimisero) negli anni Settanta. Un po' di prudenza non guasterebbe. Un ministro non può fare uno spot a favore di una multinazionale con cui il governo ha in ballo un controverso rapporto contrattuale e per il quale il parlamento ha chiesto una sospensione della sua esecuzione. Si presenta in questo contesto una sorta di «conflitto di interessi» che andrebbe sempre evitato. 
È una ferita al decoro istituzionale, alla funzione pubblica che quel ministro esercita, al parlamento italiano che solo tre mesi fa aveva votato una mozione (pure modesta e ambigua) che sospendeva l'acquisto di nuovi F35, prima di un nuovo pronunciamento delle camere.
Eppure, nonostante quella mozione votata da Camera e Senato, il ministro Mario Mauro ha proceduto il 27 settembre scorso all'acquisto di 3 nuovi cacciabombardieri F35 e ha motivato alla Camera questa decisione con un obbligo contrattuale inesistente. In sostanza il ministro ha avvalorato una falsità rifacendosi a quanto in modo fantomatico previsto da un contratto che il Parlamento non ha mai potuto visionare. Eppure, non da Mauro, ma proprio dal Dipartimento della Difesa americano sappiamo che questo obbligo contrattuale non c'è. Infatti, in base a un complesso protocollo con il Dipartimento della Difesa americano, l'Italia può decidere al terzo anno della entrata in vigore dall'avvio di ciascun lotto contrattuale se confermare, rinunciare o rinviare l'acquisto. Il ministro Mauro - pur non essendo obbligato e oltretutto cosciente della richiesta di sospensione del Parlamento - al terzo anno di quell'accordo ha proceduto comunque all'acquisto di 3 nuovi F35. 
Prima una bugia sul contenuto e sui dettagli del contratto degli F35, poi il mancato rispetto di una mozione parlamentare che ne sospendeva l'acquisto e infine una comparsata in uno spot pubblicitario della multinazionale che li produce. Ce n'è abbastanza per chiedere al ministro di rassegnare le dimissioni.
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