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News e Documenti

News e Documenti (140)

Mercoledì, 16 Maggio 2012 07:45

La politica e il peso della mitezza- Marco Revelli-

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«Una sinistra senza popolo e un populismo senza sinistra». Con all'orizzonte «più la disgregazione greca che l'alternativa francese». Non poteva dir meglio Ida Dominijanni, nell'indicare la prospettiva aperta dal voto italiano della scorsa settimana, così diverso da quello tedesco. L'impressione che offrono i risultati, a volerli guardare con lo sguardo freddo della matematica, è che qui i grandi contenitori messi su alla bell'e meglio nell'ultimo quinquennio intorno alla folle idea di un maggioritario egemonico e bipolare (per usare il linguaggio veltroniano) si stiano rompendo, o pesantemente incrinando, lasciando fuoriuscire il proprio contenuto in un (ancora asimmetrico) processo di liquefazione del corpo elettorale.
La cosa è particolarmente evidente nell'implosione catastrofica del centrodestra, che vede in molti casi letteralmente polverizzato il proprio consenso nelle sue stesse roccaforti. È il caso della «Brianza del mobile» (detta anche «il Mugello del centrodestra») dove ancora nel 2010 «il Pdl viaggiava tra il 30 e il 38% e la Lega tra il 25 e il 35% mentre oggi sono crollati rispettivamente tra il 7-15 e l'11-20» (cito da La Stampa). O del Gallaratese (distretto dell'abbigliamento) dove a Cassano Magnago, il paese di Bossi, il leghista Morniroli non va nemmeno al ballottaggio con la Lega quasi dimezzata dal 32,2 al 19,3%. Ma - e qui il gioco si fa duro - lo smottamento in corso non risparmia neanche il centrosinistra e in particolare il Pd, che pure a caldo si era affrettato a cantare vittoria e che comunque porta a casa un buon numero di scrutini vinti al primo colpo o di buone posizioni nei ballottaggi.
Sarebbe infatti un errore fermarsi alle bandierine che il centrosinistra può piantare sull'ipotetica mappa di Emilio Fede di tanti anni fa. E anche limitare il conto ai soli dati in percentuale, che favoriscono l'illusione ottica (quando tutti scendono, chi perde di meno appare vincitore). Se, più correttamente, facciamo il conto in valori assoluti, confrontando i voti ricevuti nel 2012 con quelli del 2007, vediamo che anche nel caso del Pd l'emorragia è in corso. E spesso in misura massiccia.
Così è nelle grandi città, lo sappiamo: a Palermo in modo quasi grottesco, a Parma, a Piacenza e persino a Genova e ad Alessandria, dove pure il centrosinistra si presenta con ottimi candidati. Né la situazione migliora - per il Pd - nei piccoli centri, in particolare nei distretti dove la crisi morde di più, e mina l'insediamento leghista e berlusconiano. A Omegna, per esempio, capitale del «distretto dei casalinghi», dove l'amministrazione di centrodestra in carica è crollata miseramente (la Lega dal 13,9 all'8,1 e il Pdl dal 30,5 al 17,3%), la candidata del centro-sinistra vince, ma con un numero di voti inferiore a quello con cui cinque anni prima aveva perso (3.900 contro 4.100). CONTINUA|PAGINA15 O nel «distretto del prosecco» - la terra di Zaia e dei suicidi - dove il partito di Bossi cade dal 36,9% del 2010 al 5,6 di oggi, e il Pdl perde una quindicina di punti, e tuttavia il Pd resta comunque in debito di qualche migliaio di voti rispetto alla precedente somma di Ds e Margherita. E d'altra parte non sarà senza significato se nelle aree della Toscana, suoi tradizionali territori d'insediamento, come il «distretto orafo» dell'aretino, il Pd preferisca mimetizzarsi dietro una miriade di liste civiche, vincenti, certo, ma eloquenti.
La verità è che, del travolgente flusso di suffragi in uscita dal centrodestra in crisi, né il centro di Casini né tantomeno il Pd hanno intercettato anche solo una minima frazione. Anzi, quest'ultimo ha contribuito all'emorragia senza che, a sua volta, la cosiddetta sinistra radicale sia riuscita a raccoglierne i rivoli, che si sono riversati direttamente altrove. Nell'astensione, in grande quantità. E nelle liste del Movimento 5 stelle che, a leggere l'analisi dei flussi disponibile, dal Pd avrebbe raccolto più del 24% del proprio elettorato, un 16% dalla Lega nord, un 13,5% dal Pdl e un buon 30% dall'astensione.
Il messaggio sembra fin troppo chiaro. Il processo di liquefazione del sistema dei partiti attuale è massicciamente in corso, e sembra destinato a proseguire. Non sappiamo quale dimensione avrà questa «massa liquida» alla vigilia delle elezioni del 2013: una delle più importanti scadenze elettorali della storia dell'Italia Repubblicana, quella in cui dovrebbe manifestarsi la riscossa della politica dopo la resa al governo dei tecnici. Ma certamente l'intreccio perverso tra crisi economica e crisi politica è destinato a virulentizzarne le componenti, ed il rischio che quella sostanza liquida possa solidificarsi e produrre "mostri" è evidente. Né vale ripetere l'ormai insopportabile esorcismo dell'invito liturgico ai partiti, nella loro attuale configurazione, a «rigenerarsi» o comunque ad «auto-riformarsi».
All'auto-riforma di questi soggetti politici penso che ormai non creda più nessuno. Neppure chi, dai massimi livelli istituzionali, continua un po' meccanicamente a ripetere l'appello. Troppi tentativi. Troppi «nuovi inizi» mancati. Troppi girotondi traditi. Senza una «soluzione di continuità» - senza una cesura netta, di metodo, con le pratiche e con gli stili di comportamento politico e istituzionale attuali - il meccanismo infernale dell'entropia politica e della delegittimazione istituzionale andrà avanti. Non è anti-politica denunciarlo. È antipolitica continuare ad alimentarlo da parte di chi, ai vertici delle attuali forze politiche, insulta ogni giorno il buon senso dei propri elettori con una retorica del conforme ormai stucchevole.
Per questo sono in totale disaccordo con l'amica Rossana Rossanda quando snobba i discorsi sul «metodo». E confida che quel rassemblement di macerie possa seguire l'esempio francese di Francois Hollande. Intanto perché l'aver ignorato le questioni di metodo è stato il peccato capitale del vetero-comunismo novecentesco (un termine che la fa imbestialire, lo so, ma che bisogna pur pronunciare). E poi perché proprio dal modo di concepire e di fare la politica - dallo «stile» e da un suo salto di paradigma - può partire una possibile speranza di rinascita. Poi si potrà discutere dei contenuti, ma con (e all'interno di) contenitori diversi. Qualitativamente diversi. Si potrà parlare dell'Europa, in primo luogo: a quali condizioni starci dentro. Con quali prezzi. E sul che fare se la Germania continuerà a stringere il cappio al collo dei suoi partner comunitari fino a provocarne l'asfissia (asfissiare? Forzare sull'asse francese mettendo in conto anche la rottura con i tedeschi? Immaginare un'area monetaria ampia ma diversa, con baricentro sul Mediterraneo?). Di tutto questo si può parlare, ma sapendo che con l'attuale ceto politico, irrimediabilmente abituato a guardare «dall'alto», inseparabilmente intrecciato con le tecnocrazie comunitarie e con i sensi (non solo la vista, anche l'udito e l'odorato) affinati unilateralmente sulla interazione con i poteri forti o fortissimi, c'è poco da sperare in un'alzata d'ingegno. O in un approccio «creativo». O anche solo smarcato rispetto al mainstream globale.
Allo stesso modo si potrà ragionare di finanziamento pubblico della politica. Ma sapendo che tutto è inutile se non si taglia alle radici l'attuale tossico intreccio tra politica e denaro: l'innervarsi del flusso monetario nelle strutture portanti della rappresentanza politica come sono oggi. Non per questioni di moralismo. Ma per un problema strutturale: perché la potenza trasformante della forma denaro è irresistibile, se ci si lascia possedere. E la «forma denaro», oggi, è la forma del mondo che vogliamo combattere.
Così come si dovrà scavare a fondo nell'analisi delle classi, e sulle forme del loro conflitto. Ma sapendo che la geografia sociale dell'universo post-fordista è mutata radicalmente. Che se ci si vuole sintonizzare con il lavoro come esso si pone, occorre fare i conti con tutte le sue figure - con l'intero ventaglio di soggetti che l'esplosione del «diamante del lavoro» ha disperso, non più solo con i suoi protagonisti (materiali e simbolici) centrali. E che termini come comunità o territorio hanno cessato di appartenere al lessico maledetto per una sinistra pura, ma s'intrecciano sempre più con i precedenti concetti di classe e di nazione, in un quadro molto complesso, e tutto da capire.
Per questo nel «Manifesto per un soggetto politico nuovo» diamo tanto peso al tema della mitezza. Non perché si sia rinunciato alla lotta (come si diceva una volta). O perché ci si sia votati a una concezione idilliaca di un mondo conciliato. Esattamente per la ragione opposta: perché crediamo che oggi le condizioni del conflitto siano così profonde, estese, radicali ed estreme (vertano su questioni ultime, per così dire, come la sopravvivenza delle società e degli individui), che se esso non viene condotto con linguaggi e con metodi non distruttivi, auto-sorvegliati e radicalmente rispettosi dell'altro, le possibilità di precipitare in una situazione di conflittualità devastante (contrassegnata, appunto, dal termine «guerra») siano drammaticamente presenti. E che se si vuole che la politica sopravviva come arte della costruzione di una società condivisa, dall'antropologia del mite, e non da quella del guerriero, si debba partire.
 
Mercoledì, 16 Maggio 2012 04:58

Il Sogno di Una Vita....... -Anna Pascuzzo-

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Dedico queste parole soprattutto ai miei concittadini, a coloro che hanno mollato, che hanno abbandonato il sogno o che non l'hanno mai nemmeno contemplato e chiedo loro di cominciare adesso...
Buongiorno così
!
 Il sogno di una vita in cui nessuno venga emarginato, ma ad ognuno venga sempr...e riconosciuto il suo protagonismo, per il bene di tutti. E' questa la mia utopia, il mio sogno.
< Oggi sono in molti a lamentare la povertà di valori del nostro mondo, ma in pochi si rendono conto che il valore maggiormente svalutato è il sogno. Sogno, desiderio, tensione in avanti, serena inquietudine di una donna o di un uomo che si sentono troppo poco uomani.
L’utopia. Oggi chi coltiva l’utopia passa per un imbecille, o per lo meno per un inconcludente.
Pensate alla proposta che Bush lanciò al mondo il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca: Costruiamo un solida società di proprietari, ha detto; non “di cittadini”, tanto meno “di persone”, no: una società di proprietari. Bush come Mazzarò, il protagonista della novella "La roba" di Giovanni Verga. Per Mazzarò la proprietà era il fondamento del diritto alla vita; e quando, gravemente malato, gli passava dinnanzi un ragazzotto che, scalzo e mezzo nudo, divorava una filetta di pane e cipolla, Mazzarò gli tirava il bastone borbottando: “Guarda chi deve vivere in piena salute!! Chi non ha la roba!”.
E invece non è la "roba" il centro del mondo, con parole moderne diremmo che non è lo spread il punto nevralgico, ma il sogno, il desiderio di umanità, se gli uomini smettono di sognare l'umanità muore >
Dedico queste parole soprattutto ai miei concittadini, a coloro che hanno mollato, che hanno abbandonato il sogno o che non l'hanno mai nemmeno contemplato e chiedo loro di cominciare adesso...
Buongiorno così !
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Mercoledì, 16 Maggio 2012 04:32

Stanno Perdendo La Testa

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Stanno perdendo la testa.
La scelta di sgomberare con la forza, a Milano, la Torre Galfa occupata dal Centro culturale MACAO è l'espressione di un Governo (e di una maggioranza) che hanno perduto il controllo dei propri nervi e del loro Paese. Ieri le dissennate dichiarazioni del ministro Cancellieri sul movimento NO TAV, oggi questo gesto inconsulto a favore dello speculatore Ligresti e contro la parte più creativa e viva del Paese, che aveva restituito alla cittadinanza uno spazio prezioso, dimostrano - come ha detto Dario Fo - quanto terrorizzato, irrazionale e pericoloso stia diventando questo potere, consapevole del proprio distacco dalla popolazione, dell'inefficacia della propria azione e dell'imminenza di un redde rationem per loro disastroso.
Invitiamo tutti gli aderenti e i simpatizzanti di ALBA- soggetto politico nuovo- Alleanza per Lavoro, Beni Comuni e Ambiente, a dimostrare concretamente la propria solidarietà al Centro Macao e a mobilitarsi per bloccare questa deriva inaccettabile. Crediamo in particolare che l'ex prefetto Cancellieri si sia rivelata decisamente incompatibile con la carica di Ministro dell'Interno. Crediamo anche che i partiti politici che sostengono questa assurda, pericolosa, insostenibile linea non possano più godere di alcuna comprensione o franchigia.

ALBA- soggetto politico nuovo- Alleanza per Lavoro, Beni Comuni e Ambiente
Comitato esecutivo

Firma e fai Firmare il manifesto a 
http://www.soggettopoliticonuovo.it/firma-il-manifesto/
http://www.soggettopoliticonuovo.it
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Venerdì, 11 Maggio 2012 12:42

Benecomunisti, che orrore -Guido Viale-

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Propongo di non usare mai più il termine "benecomunista": è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l'acqua, l'atmosfera, l'informazione, i saperi, la scuola.
Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l'appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi - singolo privato o articolazione dello Stato - da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell'esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa.
Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il "Comune" di cui scrivono Negri e Hardt. Quel "Comune" non è che l'ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, "operaio massa", "operaio sociale", "moltitudine", per approdare, per ora, al "Comune". È un'entità che "gioca con se stessa", producendo il proprio antagonista (la Classe Operaia "sviluppa" il Capitale; la moltitudine "crea" l'Impero, ecc.) per poi riassorbirlo in un movimento dialettico dall'esito precostituito. Le lotte per i beni comuni, invece, non hanno esiti certi e meno che mai predeterminati: anzi, il rischio a cui sono esposte - e insieme ad esse, coloro che se ne fanno protagonisti e l'umanità tutta - è di giorno in giorno maggiore.
In entrambe queste accezioni "comune" non è comunque la stessa cosa di "pubblico": soprattutto se per pubblico si intende "statuale". Il che inevitabilmente succede se si ritiene che il rapporto degli umani con un bene non possa assumere altra forma che quella del diritto di proprietà. Ma questa concezione non ha alcun fondamento storico, risponde a un approccio giuridico tradizionale e sbarra la strada a qualsiasi percorso alternativo allo stato di cose presente. In realtà sono le modalità di esercizio del potere su un bene, del controllo sul suo uso e sulla ripartizione, attuale e nel tempo, dei vantaggi che può procurare, a definire le forme, anche giuridiche, esplicite o sottintese, secondo cui si dispone di esso. Per questo la connotazione di una risorsa come bene comune è indissolubilmente legata a forme di democrazia partecipativa che lo sottraggano tanto alla disponibilità di un privato quanto a quella di un apparato statale o di una sua articolazione. Il degrado e la rapacità delle imprese di Stato, o delle società a partecipazione pubblica (dall'Iri a Finmeccanica, da Fs alle ex municipalizzate), sottratte a qualsiasi forma di controllo popolare, dimostra in modo inconfutabile la divaricazione tra pubblico, nel senso di statale, e comune. Peggio ancora se si pensa di affidare a poteri più centralizzati (Regione o Stato), come propone Asor Rosa, il compito di rimediare ai guasti perpetrati dai livelli decentrati dell'amministrazione. Quei guasti possono essere evitati o corretti solo in un regime di trasparenza integrale, con forme di coinvolgimento e di consultazione popolare: che non sono però riducibili a un referendum, e meno che mai a un sondaggio; perché devono essere precedute e accompagnate da confronti pubblici, effettivi e approfonditi, sui problemi in campo. Per questo ho molte riserve anche sulla proposta di Luciano Gallino di un'agenzia nazionale per il lavoro che finanzi progetti locali. Queste agenzie ci sono già: si chiamano Invitalia (già Sviluppo Italia e prima ancora Gepi) e Italia Lavoro. Sono due baracconi che conosco personalmente, dove si concentra la quintessenza del degrado clientelare. Non sono mancate loro in passato risorse finanziarie ingenti, anche se non nella misura proposta da Gallino, e hanno quasi sempre operato su progetti locali: messi però a punto da poteri pubblici statuali, al di fuori di qualsiasi coinvolgimento partecipativo delle comunità beneficiarie. I risultati sono stati devastanti. Per questo ritengo la democrazia partecipativa condizione irrinunciabile anche della lotta per il lavoro.
Che rapporto passa allora tra il conflitto sociale che ha una delle sue leve nelle mobilitazioni per dei beni comuni e la lotta di classe tra lavoro e capitale? La lotta di classe, come ancora recentemente ha ben documentato Luciano Gallino (se mai ce ne fosse stato bisogno) è ben viva e oramai estesa su tutto il pianeta. È soprattutto la lotta contro i lavoratori sferrata dal capitale finanziario, commerciale e industriale, a cui la globalizzazione ha messo in mano (oltre alle forme tradizionali di spolpamento dei lavoratori dalla testa in giù) anche l'arma delle delocalizzazioni: per poter tagliare loro l'erba sotto i piedi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. È difficile anche solo immaginare che i lavoratori di tutto il mondo possano ricostituire in tempi adeguati collegamenti, organizzazioni o reti sufficientemente estese per contrastare, al suo stesso livello, questo attacco globale. Da tempo le lotte dei lavoratori hanno per lo più una dimensione ristretta, aziendale o di categoria, quando non di reparto; raramente nazionale e mai transnazionale. E anche quando assumono forme offensive, il che non succede spesso, difficilmente riescono, soprattutto nei paesi di consolidata industrializzazione come il nostro, a spuntare risultati che non siano di mero contenimento dell'aggressione alle proprie condizioni di lavoro, di reddito e di vita.
Secondo me quella corsa al ribasso che costituisce la sostanza e il motore della globalizzazione liberista può essere fermata solo sottraendo il lavoro - a pezzi e bocconi - ai diktat di una competizione senza limiti: con un processo, o una serie di processi, di conversione ecologica del sistema produttivo che rimetta al centro, insieme alla sopravvivenza del pianeta, produzioni orientate alla soddisfazione dei bisogni basilari e al miglioramento delle forme di convivenza delle comunità di riferimento: cioè i beni comuni. Per questo il conflitto sociale per i beni comuni costituisce il supporto e lo sbocco indispensabile di un ripresa offensiva della lotta contro lo sfruttamento del lavoro.
È ovvio, per me, che a un movimento che si batte per i bei comuni, l'ambiente, il lavoro e l'accoglienza ciascuno deve essere libero di portare il bagaglio di idee e di ideali che si è costruito nel tempo e che ha deciso di traghettare fino a qui, magari attraversando mari in burrasca e bonacce snervanti. Benvenuti! Senza quel bagaglio - quei bagagli, perché sono tanti e differenti - dovremmo partire da zero; e non è così. Ma a me sembra sbagliato sostenere - come temono alcuni - che «se non ci si dichiara di sinistra, si apre alle idee della destra». Milioni di persone oggi non riescono a considerarsi di destra o di sinistra e provano disgusto tanto per il cinismo e il carrierismo che contraddistingue la destra quanto per l'acquiescenza e la corsa all'emulazione di cui in tanti anni ha dato prova chi ha rappresentato la sinistra agli occhi di un'opinione pubblica poco impegnata e aliena dai troppi distinguo.
Ma c'è di più: Bossi e Berlusconi, che fin dai loro esordi hanno messo in scena, promosso e cavalcato la cosiddetta antipolitica (altro che Beppe Grillo!), hanno diffuso tra i più sprovveduti, ma soprattutto tra milioni di giovani che si sono affacciati alla vita adulta in quel contesto, una identificazione pressoché totale tra sinistra e politica nella sua accezione peggiore, che è quella che tutti hanno da tempo sotto gli occhi. Loro, invece, proprio perché antipolitici, da quei vizi si erano chiamati fuori. Questa costruzione si sta sfaldando sotto il peso delle inchieste giudiziarie (assai più che per circostanziate denunce politiche), ma resta un dato di fatto da cui non si può prescindere. Dichiararsi oggi di sinistra in forma pregiudiziale, e non qualificarsi invece per i contenuti e le battaglie che si sostengono, vuol dire probabilmente erigere steccati nei confronti di un pubblico che è un interlocutore diretto del discorso sul beni comuni. Il successo dei referendum contro la privatizzazione dell'acqua e il nucleare ne è, a contrario, la riprova.
Il soggetto politico nuovo oggi si chiama Alba; e noi "albigesi". È una liberazione. Ritengo - e con me molti altri; e alcuni lo hanno fatto notare - che la lotta politica che ci vede impegnati non abbia, e non abbia bisogno, di un "soggetto" (anche e soprattutto nel senso etimologico del termine, che significa «chi sta sotto»). La ricerca o la promozione del soggetto che si fa carico di un processo storico, o di una transizione radicale - e di questo stiamo parlando, credo - comporta effetti totalizzanti che contraddicono le premesse che ci hanno fatto convergere verso questo impegno. Invece, gli attori dei processi all'interno del quale vogliamo operare sono, e saranno sempre di più, molteplici e plurali. E anche aleatori: oggi ci sono e domani possono scomparire, insieme a noi, sia come individui che come forza organizzata. Tutto ciò alcuni di noi lo hanno già sperimentato più volte. L'importante è che il processo vada avanti comunque, magari correggendo la rotta nel corso del tempo; e che ci sia sempre posto per nuovi ingressi e soprattutto per nuovi protagonismi: specie delle nuove generazioni e di un punto di vista di genere elaborato e trasmesso dalle donne. Sulla loro partecipazione si gioca l'esito di questa iniziativa.

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120511/manip2pg/01/manip2pz/322481/

Venerdì, 11 Maggio 2012 12:37

Il Dito e la Luna -Roberto Musacchio-

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Il dito o la luna di Roberto Musacchio

Negli ultimatum di Merkel e Barroso ai Greci c’è tutta la crisi democratica che stiamo vivendo. I Greci devono accettare quello che il direttorio europeo ha deciso o sono fuori dall’Europa. E’ che ormai siamo assuefatti a tutto, ma il ricatto dovrebbe suonare scandaloso lo stesso. Barroso si nasconde dietro i Parlamenti che hanno votato gli aiuti alla Grecia per dare un simulacro di democraticità alle sue affermazioni. In realtà così facendo aggrava la sostanza delle cose. I Parlamenti nazionali hanno semplicemente ratificato le decisioni della Troika. E non si dà che un Parlamento perda sovranità se non in nome di una sovranità più ampia. Ma la sovranità europea non c’è, non esiste nei fatti. Non c’è una vera Costituzione ma solo un cumulo di accordi “ funzionalistici “ e in realtà ormai meramente tecnocratici. La base della convivenza è puramente economicistica, per quanto ammantata di belle dichiarazioni sui diritti. Tutto è talmente evidente che, senza ritegno, si dice ad un popolo di accomodarsi fuori. Cioè si impone l’esilio, l’ostracismo, che sono cose antichissime o anche di passati assai più drammaticamente recenti, che non avevano a fondamento la democrazia. La democrazia che si fonda sul fatto che la cittadinanza è un diritto in sé e non una elargizione condizionata. Quella di cui parlano Merkel e Barroso è una Europa senza Europei, una vera aberrazione. Ma essere arrivati a questo punto può servire, a patto che ci sia la capacità di rendersi conto del baratro in cui siamo già precipitati. Il combinarsi degli eventi ha fatto sì che le cose si siano mosse consegnando una nuova occasione per provare a cambiare rotta. In Grecia c’è una netta maggioranza elettorale contro il memorandum. Di questa maggioranza il primo partito è un partito di sinistra europeista, Syriza, che chiede non solo di rigettare il Memorandum ma di cambiare le scelte europee. Scelte europee che appaiono sempre più disastrose e che invece le tecnocrazie vorrebbero addirittura eternizzare. Si pongono dunque insieme questioni di metodo, democrazia si o no e quale, e di merito. Intanto in Francia vince Hollande e, come si è detto, apre ad un cambiamento. Ma quale e come? Sono convinto che non c’è più tempo per tentare di aggiustare i cocci e che bisogna rendersi conto che o si svolta sul serio o la democrazia europea diverrà un ricordo. La Francia apre ad una speranza ma questa sarà tale solo se saprà entrare in sintonia con quanto succede in Grecia. Anzi, possiamo dire che la vicenda francese è qualcosa che ancora sta in relazione con le dinamiche del passato mentre è quella greca che ci squaderna davanti la profondità della crisi e delle contraddizioni drammatiche dell’oggi. Ancora di più, la vittoria di Hollande deve essere l’occasione per riflettere sulle responsabilità che la sinistra che è stata di governo in Europa ha sull’attuale situazione. Hollande vince lo stesso giorno che il Pasok è schiantato. Ed il Pasok è schiantato da quell’Europa del dominio dei mercati finanziari che fu messa in moto anche da Mitterand e Delors che aprirono la Francia e poi la UE alla liberalizzazione sfrenata dei capitali prima ancora che Clinton lo facesse negli USA. Qui c’è la chiave di volta della globalizzazione liberista, di cui l’Europa non è stata vittima ma anche protagonista. E lo è stata anche con le proprie sinistre di governo sussunte a pieno nel neoliberalismo. Venti anni e più di storia dovrebbero averci insegnato che dentro questo quadro il pendolo dell’alternanza destra-sinistra è meramente illusorio perché il finanzcapitalismo orienta la freccia dell’orologio tutta verso l’era della postdemocrazia e del dominio tecnocratico. Il combinarsi, sempre più evidente, del massacro sociale e della crisi democratica, stanno in questa origine comune. La crisi è epocale. Crisi sociale e democratica stanno insieme. Le sinistre di governo si sono fatte sussumere nel neoliberalismo. Quelle di opposizione non ce l’hanno fatta a contrapporsi efficacemente.  Rendersi conto, le une e le altre, di questi dati di realtà è la precondizione per  provare a ritrovare bussola e rotta. Una precondizione che sembra faticare ad affermarsi in Italia. Anche qui si è votato e si sono mostrati ampiamente sia il malessere sociale che la crisi di vecchie egemonie. Ma mentre in Francia e Grecia, come dicevo da un versante “ antico “ e “ nuovo “, si sono poste le domande chiave sull’Europa e la Democrazia, qui da noi ancora si fatica a porle al centro. Eppure l’Italia è uno dei punti più “ avanti “ della fase postdemocratica e della rottura del compromesso sociale. Per giunta passata per una seconda repubblica che l’ha ampiamente facilitata. Il riproporsi in questo momento di vecchie formule e di vecchie logiche appare allucinato. Se qualche sinistra italiana pensa di partecipare all’aggiustaggio dei cocci si sbaglia di grosso. I vasi di Pandora di questa globalizzazione e di questa Europa sono rotti e i demoni sono tutti fuori. Occorrono vasi tutti nuovi. Che facciano rientrare sotto custodia i tornadi della speculazione finanziaria che semplicemente non è compatibile con nessuna idea di futuro condiviso e condivisibile. E che tornino ad essere custoditi nelle mani  dei soggetti della democrazia. Una vera democrazia europea che nasce dai popoli, dal loro volere e non più soffocata dalle tecnocrazie.

wwwsinistraeuromediterranea.it

 Anna Pascuzzo
 
ELEZIONI A CATANZARO: Storie di ordinaria compravendita di voti:
E' il dilemma di sempre: è nato prima l'uovo o la gallina ?

E' più furbo chi scambia il proprio voto per denaro o chi invece se lo compra ?
Qui la furbizia non c'entra niente e il dilemma è presto risolto: da una parte gente che vive in condizioni disumane o meglio, anzi peggio, subumane, dall'altra scaltri uomini di potere che hanno fatto dell'imbroglio, del malaffare, dell'ingiustizia, del privilegio la propria filosofia di vita, il proprio "stile", anzi, se devo dirla tutta, a questi uomini non s'addice nè "filosofia" nè "stile", è il loro marchio, un marchio che li segna dentro, che li riempie di marcio e succhia loro il cervello e quando anche questo è marcito, quel che viene fuori è solo fetenzia, lordura e schifo.
Catanzaro è una città spaccata, fra chi vive ai margini e chi in quei margini ci va solo per pisciare.
Poi però anche qui, in questa terra disgraziata, di tanto in tanto si gioca alla democrazia, e già, anche qua ci sono le elezioni ! E così quegli uomini scaltri e potenti decidono di recarsi in quelle periferie, in quei luoghi che di solito usano come latrine.
E che ci vanno a fare vi chiederete voi ? Stavolta non debbono espletare un fisiologico bisogno, no no, stavolta "hanno da fare affari", devono comprarsi i voti, stavolta vanno lì per investire.
Sapete, nella mia città è stata aperta un'inchiesta dal sostituto procuratore Gerardo Dominijanni per un'ipotesi di compravendita di voti, si parla di una cosa tipo questa: < io ti dò fra i 50,00 e i 100,00 euro se mi dai il tuo voto e me ne procuri altri >
Ecco come s'investe il denaro dei potenti...si fa leva sulla condizione di subumanità nella quale versa un migliaio di cittadini catanzaresi e ad essi con i soldi si porta via anche la dignità.
Ma chi vive in quei posti, in quelle periferie, chi è costretto in quelle condizioni di "non vita" in realtà la dignità umana l'ha persa da tempo e nessuno, nessuno mai, di centro, di destra o di sinistra, s'è fin qui preoccupato della dignità e della vita di quegli esseri umani.
Lì, in quelle latrine si fa un salto solo in queste circostanze e il potente di turno sa benissimo che non avrà alcun problema perchè conosce quella gente, ci fa affari da tempo, anzi, da tempo li relega in quei margini, li confina come deportati in luoghi inaccessibili e inagibili, programma loro una "non vita", crea intorno a loro finanche la puzza che li deve circondare. Devono stare lì come bombe inesplose, devono sentire l'abbandono e la paura, sempre, devono subire lo sguardo giudicante, devono essere oggetto di umiliazione costante e permanente, solo così saranno tanto "indegni" da "servire" al momento giusto !
E qual è il momento giusto se non l'elezione dei "potenti", di quei "potenti" che continueranno ad asservire quella gente per "autopartorirsi" tutte le volte in cui occorrerà "contare"...
E allora rispondete adesso alla domanda di prima: Chi è più furbo ? Chi vende il proprio voto perchè privato da sempre della dignità o chi lo compra e approfitta del degrado mentale e fisico dell'indegno ?
E adesso la parola spetta a voi, a voi che vi siete candidati a governarla 'sta città, spiegatemi perchè non avete mai creato i presupposti perchè ogni cittadino catanzarese fosse libero dal bisogno di "prostituirsi" a voi, perchè trattate i diritti come se fossero privilegi, perchè vi riempite la bocca di onestà e avete le mani lorde come la vostra coscienza ?

Dottoressa Anna Pascuzzo
www.sinistraeuromediterranea.it

Perché Grillo non è l’alternativa

di Paolo Flores d'Arcais

La speranza di un’AltraItalia, può essere affidata a Beppe Grillo e al movimento che ne riconosce il dominio carismatico? L’accusa di qualunquismo ne ingrassa i consensi, ovviamente, visto il pulpito da cui vengono le scomuniche: i sepolcri imbiancati di una partitocrazia che ha infangato nell’ipocrisia o addirittura nel crimine tutti i valori, le bandiere, le parole che della politica possono fare la nobiltà.

Sarà bene anzi ricordare che in Italia da vent’anni a questa parte le elezioni le vince solo chi riesce a presentarsi come il campione dell’antipolitica, almeno nell’immaginario dei cittadini. In primis Berlusconi, con la potenza di fuoco delle sue menzogne mediatiche. Perfino Prodi deve la sua prima vittoria all’idea che l’Ulivo contenesse un “valore aggiunto” (della società civile) rispetto alla somma dei partiti, e in difformità da essi.

Del resto, questa vituperata “antipolitica” si è manifestata per anni e in mille piazze come volontà intransigente di rispetto dei valori della nostra Costituzione (nata dalla Resistenza antifascista e ad essa ispirata, come si cerca ossessivamente di far dimenticare), contro l’oblio dei medesimo da parte dei politicanti di professione, o addirittura lo scempio che ne ha fatto Berlusconi con i suoi lanzichenecchi di regime e altri compagni di merenda.

Dunque, la liberazione dal marciume partitocratico può avvenire solo grazie a una politica radicalmente nuova. Ma vincente. Senza conquistare il governo resteremmo in presenza di una testimonianza, magari moralmente nobile, che lascerebbe intatte prevaricazioni di potere e dismisura di privilegi di establishment. C’è dunque il dovere di un “realismo minimo”, che è dato almeno dalla responsabilità di prendere sul serio il meccanismo elettorale con cui si voterà. Probabilmente con l’attuale “Porcata”, in forza della quale o si fa parte di una coalizione potenzialmente vincente o si è relegati al ruolo di testimonianza/opposizione.

Il movimento di Beppe Grillo, poiché rifiuta ogni alleanza, potrà proporsi come AltraItalia solo quando raggiungesse il 35/40% dei voti. Come dire alle calende greche. Disperante, almeno per chi non crede che la giustizia si otterrà nell’aldilà. Bisognerà pur dirlo, una buona volta, che scegliere programmaticamente la testimonianza, quando è a portata di mano la possibilità di vincere le elezioni su un programma alternativo, può regalare opulenza di soddisfazioni narcisistiche, ma resta subalternità allo “statu quo” che si denuncia come insopportabile e si dichiara di voler combattere.

La risposta dei “grillini” è nota: Pd e Pdl sono identici, il ruolo di mera opposizione/testimonianza è obbligato, il governo resterà comunque “cosa loro”. Ammettiamo pure che dirigenti Pd e Pdl siano della stessa pasta (cinismo, malaffare, mediocrità …), certamente di pasta diversa è almeno una parte dei rispettivi elettorati (e anche della “base” militante, non ancora del tutto scomparsa). Di fronte a una ruberia il berlusconiano non fa una piega, quello di sinistra si infuria. Un governo di centro-sinistra non potrebbe permettersi altri salassi ai ceti più deboli e altre leggi-bavaglio. Le lotte per “giustizia e libertà” avverrebbero in un orizzonte meno difficile. Già questo basta a fare la differenza.

C’è poi il carattere “padronale” di “Cinque stelle”, troppe volte rimosso in modo corrivo, dove chi è fuori e chi è dentro lo decide sovranamente e inappellabilmente Beppe con la procedura del Minosse dantesco che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”. Proprio mentre il coro intona a più non posso “siamo tutti eguali, ciascuno conta solo per uno”. Tutti i meriti che accumulano i giovani “grillini” col loro operare coerente e pulito non possono cancellare questa scomoda verità. Resa più sgradevole dal fatto che questi stessi militanti – meritori sotto ogni altro aspetto – giurano di non vederla, perdendo con ciò credibilità, come avviene con ogni dogmatismo di appartenenza.

Ecco perché l’unica strada praticabile per l’AltraItalia resta quella di una lista di società civile “dentro e contro” la coalizione di centro-sinistra. Sfidando gli attuali gruppi dirigenti sul terreno delle primarie, del programma, dei consensi. Solo se la nomenklatura di Bersani (col silenzio di Vendola e Di Pietro) rifiutasse, regalando le elezioni alle destre, andare da soli diventerebbe inevitabile.

Chi potrà dar vita a questa lista “dentro e contro”, capace di condizionare radicalmente la coalizione di centro-sinistra fino ad egemonizzarla (è già accaduto in importantissime città)? L’ho già scritto più volte: testate giornalistiche, sindacati che non si piegano, una “massa critica” di personalità rappresentative, il combinato disposto di tutti e tre questi fattori.

Oltre un secolo fa, milioni di cittadini inglesi erano senza rappresentanza. Alcune “Unions” (sindacati di categoria) e la “Fabian Society” (oggi sarebbero i club di società civile e intellettuali) promossero la nascita di una lista nuova, il “Labour Party”. Un precedente nobile e riformista. Che qualche “Union” italiana (come la Fiom, tanto per non fare nomi) potrebbe rinverdire. Catalizzando le sparse (ma consistentissime) forze della società civile che vuole un governo di “giustizia e libertà”.

Le condizioni storiche sono abissalmente diverse, va da sé. Ma anche oggi, come allora, ci sono milioni di cittadini che non trovano rappresentanza attraverso le forze organizzate esistenti. E movimenti di lotta e di opinione con cui questi milioni di cittadini simpatizzano. Un parlamento in cui non siamo rappresentati rende la nostra una democrazia limitata, miserabile e monca.

(6 maggio 2012)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/perche-grillo-non-e-l%E2%80%99alternativa/

Mercoledì, 09 Maggio 2012 20:13

L'Anomalia Calabrese -Tonino Perna-

Scritto da

                                                      L’anomalia politica calabrese

“Grillo non parla calabrese”, titolava ieri il direttore Matteo Cosenza e si domandava perché i risultati delle amministrative siano stati così diversi in Calabria rispetto al trend nazionale.  Nella nostra regione, infatti, il Pdl tiene e vince, i “grilli” sono rimasti nelle campagne a frinire, e la partecipazione al voto è stata bassa, ma non molto di più delle altre volte.  Mentre in Italia si parla di terremoto elettorale –caduta verticale del Pdl, clamoroso successo delle liste 5 stelle di Grillo, netto calo di partecipazione al voto – la Calabria sembra vivere in un altro paese.  Ci sono due modi per leggere questo fenomeno. Il primo, più tradizionale e condiviso, è che la Calabria sia una regione “arretrata” in tutti i campi e sia quindi normale che quello che accade nel Centro-nord del nostro paese arrivi qui con “ritardo”.  Il secondo, che è quello che sottoscrivo, è che nel campo dei fenomeni sociali e politico-istituzionale la Calabria “anticipi” il futuro del nostro paese, e non solo.

Mi spiego meglio.  E’ vero che nel campo della tecnologia o dell’industria culturale la Calabria sia una regione marginale che “consuma” le innovazioni che vengono prodotte all’esterno della regione, con qualche eccezione che conferma il dato generale.  Non è vero, invece, che nella sfera sociale e politico-istituzionale la Calabria segua a distanza quanto accade nel resto del paese. Anzi, è vero il contrario:  molti dei fenomeni sociali e politici di cui si parla negli ultimi anni sono stati “anticipati” nell’esperienza calabrese.  Vediamone alcuni.  Già trent’anni fa (sic!) in Calabria i partiti si erano sbriciolati, travolti da faide interne, invisi alla popolazione che cinicamente li usava per soddisfare i propri bisogni.   La maggioranza della popolazione non credeva più che ci fosse una differenza tra destra e sinistra e  l’unica cosa che contava era la persona a cui si dava il voto.  L’antipolitica in questa terra di Calabria è una costante, mentre la politica –ovvero lo scontro vero tra visioni del mondo, programmi ed obiettivi- è un’eccezione.    Così è avvenuto rispetto ad un altro rilevante fenomeno socio-economico e politico: l’ascesa dell’economia criminale, l’emergere di una nuova classe dirigente definita “borghesia mafiosa”, l’intreccio politica-criminalità organizzata.  Fino a pochi anni fa questo fenomeno era visto come il frutto dell’arretratezza di questa regione, del suo sottosviluppo, mentre oggi tutti gli studiosi più prestigiosi concordano sulla “modernità” del fenomeno che ha ormai dimensioni planetarie.   L’idea che la ‘ndrangheta poteva essere sconfitta con più investimenti pubblici che avrebbero portato lo sviluppo ha prodotto danni ingenti e rafforzato il fenomeno che si voleva combattere.  Pensiamo, ad esempio, a cosa successe dopo l’omicidio dell’on. Fortugno.   Il governo Prodi stanziò immediatamente 200 milioni di euro per combattere il sottosviluppo – e quindi la ‘ndrangheta- finanziando progetti di ristrutturazione di piazze, scuole, ecc. , risorse finanziarie che finirono spesso per alimentare le imprese mafiose.

  Oggi, con ritardo decennale, anche il nord Italia scopre il potere dell’economia criminale che arriva a coinvolgere anche le istituzioni locali, per non parlare della “Lega di Bossi e Belsito”, il partito di Roma ladrona e dei duri e puri.  Ma, mentre nel Mezzogiorno ed in modo particolare in Calabria assistiamo da anni ad un risveglio di coscienze, ad un crescente numero di imprenditori che si ribellano al racket, all’usura ed allo strapotere mafioso, nella opulenta Lombardia è difficile trovare un imprenditore che abbia il coraggio di denunciare i mafiosi, come ha dichiarato l’anno scorso il giudice milanese Ilda Bocassini.  

Tutto questo per dire che la categoria dell“arretratezza” spesso non spiega i fenomeni sociali e politici e  può risultare anche fuorviante.  Ma anche per dire che bisogna guardare alla Calabria con  uno sguardo diverso proprio perché per alcuni processi economici, sociali e politici questa terra è stato un laboratorio, o meglio una cavia da laboratorio. Perché ?  la risposta non è univoca, ma sicuramente in questa terra il capitalismo non ha trovato resistenze,ed ha desertificato economie locali e società. Di contro,in altre regioni italiane dove c’era un forte capitale sociale, una tradizionale partecipazione dei cittadini al governo dei Comuni, la risposta locale al mercato capitalistico ha trovato un punto di equilibrio tra mercato globale e mercati locali, ha costruito reti tra imprenditori e istituzioni locali, ha rafforzato i legami sociali e le forme organizzate della democrazia.   La Calabria non ha vissuto niente di buono di quello che in altre parti la socialdemocrazia, il compromesso capitale-lavoro nell’era fordista ha prodotto. Questa terra di Calabria, come buona parte del Mezzogiorno, non ha conosciuto il boom economico nazionale, l’euforia degli alti tassi di crescita di quel periodo, né i Trenta Gloriosi (1945-1975) di cui parlano gli studiosi di storia economica europea.  Ma, solo ondate emigratorie, dalla fine dell’800 ai giorni nostri,  e consumi crescenti trainati dalla spesa pubblica, dagli anni ‘70 fino alla metà degli anni ’90 del secolo scorso.   Pensiamo alla deindustrializzazione che la Calabria –insieme al Mezzogiorno- ha subito ad ondate successive, venti anni dopo l’Unità d’Italia, e che oggi travolge il centro-nord sotto l’incalzare della concorrenza delle potenze emergenti, a partire dalla Cina.   E potremmo continuare con altri esempi per dire una cosa semplice, ma a nostro avviso rilevante: quello che succederà nel prossimo futuro in questa regione riguarda tutto il nostro paese.  Proprio perché i calabresi hanno vissuto molto prima del resto del paese il degrado della politica, dell’economia e della società, è interessante capire se e come questa regione ne possa uscire.  A seconda delle risposte che i calabresi sapranno dare  al dominio dell’economia criminale, alla scomparsa dei partiti storici,alla crisi di legittimità delle istituzioni il resto del paese potrà cogliere o meno una speranza, una indicazione  per il futuro.  Insomma, detto con una battuta: se ce la facciamo qui…si può fare in tutta l’Italia.

Sosteneva Carl Schmitt che nelle situazioni estreme –come una guerra o una calamità naturale- vengono alla luce con chiarezza i rapporti di forza, le forme del potere, ma anche le risorse sociali che nella “normalità” vengono celate o viaggiano sottotraccia. E la Calabria è per molti versi una regione “estrema”, e non sempre questo ha una valenza negativa.

www.sinistraeuromediterranea.it

http://ww4.virtualnewspaper.it/quotidianocalabria/books/120509cosenza/#/2/

Martedì, 08 Maggio 2012 14:33

S'E' FATTA L'ALBA - Anna Pascuzzo-

Scritto da

    ***************un vido sull'assemblea del 28 Il video alla soperta di ALBA è online:
http://www.youtube.com/watch?v=4-q1XstR0ss
Questa è la storia: una settimana fa sono stato alla prima assemblea nazionale per un Soggetto politico nuovo, poi ribattezzato ALBA. E ho realizzato un video (alla mia maniera!) per scoprire chi c'era, cosa succedeva e cosa si muove nell'ambito cosiddetto civico, fuori dai partiti (ma che con i partiti non ha paura di parlare).
Ho realizzato il video con curiosità e pazzia. Dategli un occhio, è (anche) divertente: http://www.youtube.com/watch?v=4-q1XstR0ss.
 
PS. la mia pagina "ufficiale" Facebook:
http://www.facebook.com/pages/Saverio-Tommasi/117280864975975
Saverio Tommasi
http://www.saveriotommasi.it
************** un messaggio dalla Calabria   Un’Alba fatta di donne e uomini alla pari

 

S'è fatta l'Alba ci hanno raccontato i Compagni e le Compagne presenti a Firenze, poi lo abbiamo letto sui giornali e ascoltato dalle voci di chi c'era.

Un'Alleanza s'è definita, insieme per il bene comune...

Qualcuno, come me ad esempio, avrebbe preferito altri nomi, nomi che contemplavano la "sinistra", ma se il cammino diviene inequivocabile, come mi pare, allora accetterò anche questa grave omissione nel nome.

Cos'è l'alba se non il tramonto della notte ?

E' così che mi piace immaginare questa alleanza di donne e uomini, giovani e meno giovani e diciamolo pure, pronunciamola questa parola senza pudore, l'alba è fatta anche di vecchie e di vecchi che accettano che molti tramonti siano trascorsi e da essi hanno imparato l'importanza del tempo, delle rughe, dei segni "fatti di fatti" e non di parole.

Facce vecchie e nuove dunque, insieme per una lotta nuova ma non improvvisata.

Mai più "armate brancaleone" nelle quali i furbi si armavano e gli scemi partivano per la battaglia, ora si sta tutti insieme, tutti dalla stessa parte pur provenendo da strade diverse, da percorsi altri, dei quali ciascuno è il prodotto giammai "finito" ma ancora "in fieri".

Desideriamo mescolarci, stare insieme, mettere a disposizione dell'altro e dell'altra noi stessi, in un atto di grande generosità umana e politica.

Solo così si può inaugurare l'alba di una politica nuova, che affondi sì le sue radici in ciascuna storia, quella di ogni singolo, ma che si unisca a quella degli altri e con gli altri prosegua il viaggio verso "Itaca".

Ora siamo al lavoro per costruire un coordinamento provvisorio sulla base dei "principi" condivisi a Firenze. Una cosa però mi preme aggiungere a quei principi che condivido anch'io da Catanzaro: la realizzazione di una vera "democrazia paritaria". Non voglio le "quote", ma desidero che fra i principi primi (e ultimi) dell'Alba ci sia l'obbligo (e non solo il diritto) di pervenire ad una partecipazione femminile tale da essere "pari" a quella maschile.

Sono convinta da sempre che sia un diritto civile, prima ancora che politico, e un concetto fondamentale come la "democrazia paritaria" non può essere liquidato con frasi sciocche o volgari doppi sensi, ma va presa in considerazione con serietà e tutti, dico tutti, ci si deve impegnare per realizzarla, creando i presupposti perchè ciò avvenga, adoperandosi dunque perchè il tempo delle donne sia prezioso come quello degli uomini.

Se Alba deve essere, lo sarà solo se saremo capaci di "rinnovare" anche le nostre singole e personali esistenze, se il nostro linguaggio maschile e sciovinista cambierà, se la smetteremo di interrompere le donne quando prendono la parola, se riusciremo a non far finta di seguire un intervento femminile mentre gli occhi son puntati sulle gambe, se Alba dovrà essere allora cominciamo da noi, da ciascuno di noi, rieduchiamo noi stessi a stare insieme nella differenza perchè differenza non sia più disuguaglianza !

Auguri a tutte e a tutti noi ! 

 

Anna Pascuzzo (SEM - ALBA - Catanzaro)

www.sinistraeuromediterranea.it

 

Di seguito un articolo di Roberto Musacchio  con i dati e prime obbligate riflessioni  sul voto  che ha portato alla sconfitta del Mercozy , alla vittoria di Hollande , al terremoto greco , dove la “Syriza, la coalizione di sinistra intorno al Synapsismos, aderente al Partito della sinistra europea, lo stesso del  Prc italiano, che arriva al secondo posto con il 16,67% e un incremento di quasi 10 punti. Bene anche le altre forze di sinistra, con il Partito comunista che arriva all’8,44%, guadagnando un punto, e la Sinistra Democratica, una sorta di SEL italiana, che esordisce con il 6,09%. Il che dà un voto di sinistra contrario ai diktat che supera il 30%.”Inoltre tutta la situazione europea si mostra in movimento. Nel  piccolo land tedesco della Schlewig-Holstein la CDU pur mantenendo il primo posto perde la maggioranza per il calo vistoso dei liberali, Risale la SPD debordano i Pirati e cala la Linke. Nella Serbia intanto cala “la partecipazione ed è testa a testa tra l’“ europeista “ Tadic, Presidente uscente, del Partito Democratico, che è davanti, e il conservatore Nikolic, leader del Partito del Progresso Serbo. Situazione, tra i due partiti, che si rovescia alle politiche. Entrambi sono poco sopra il 20%, con un voto spezzettato che si vedrà come verrà ricomposto al secondo turno.”  

In attesa, i  risultati  delle nostre amministrative di stasera .

Questi  dati pongono problemi che la grande stampa ed il sistema politico parlamentare, del nostro Paese hanno sottovalutato , anzi tentato di costringere nel solco della ferrea logica  del rigore a senso unico, occultando, minimizzando, quando non stravisando,tutto il resto

I fatti e questi dati, però,aprono altri scenari che richiedono nuovi protagonismi con i quali il coordinamento Nazionale di ALBA del prossimo 12 Maggio , dovrà  subito misurarsi.

Mimmo Rizzuti

WWW.sinistraeuromediterranea.it

La Francia incorona Hollande mentre in Grecia è terremoto

Di Roberto Musacchio

Mentre a Piazza della Bastiglia si festeggiava la liberazione da Sarkozy, e l’ascesa di Hollande, lo spoglio dei voti  in Grecia continuava rendendo sempre più incerta l’esistenza di una maggioranza, anche minima, a favore delle misure draconiane imposte ad un popolo stremato dalla troika. Ora che il Merkozy non c’è più, sarà bene che tutti, a partire da Hollande, guardino bene al voto ellenico. Dalle urne di Atene esce un vero e proprio terremoto. I due partiti dell’attuale “ grande coalizione “ a sostegno del governo tecnico crollano dal 78% a meno del 33%! In particolare il conservatore Nuova Democrazia arriva sì primo ma con il 19,04%, perdendo oltre 15 punti, mentre i socialisti del Pasok fanno anche peggio precipitando al 13,3% con meno 30 e arrivando terzi. La sorpresa più grande è Syriza, la coalizione di sinistra intorno al Synapsismos, aderente al Partito della sinistra europea, lo stesso del  Prc italiano, che arriva al secondo posto con il 16,67% e un incremento di quasi 10 punti. Bene anche le altre forze di sinistra, con il Partito comunista che arriva all’8,44%, guadagnando un punto, e la Sinistra Democratica, una sorta di SEL italiana, che esordisce con il 6,09%. Il che dà un voto di sinistra contrario ai diktat che supera il 30%. Questo a bilanciare l’affermazione di forze di estrema destra, una delle quali, Alba Dorata, entra in Parlamento con l’8,45%. Se poi si guarda al voto sul territorio, ad Atene Syriza è il primo partito arrivando intorno al 20%, mentre il Pasok non raggiunge il 10%. Ed anche in uno dei due collegi di Salonicco Syriza ottiene la leadership, così come anche al Pireo e in Attica. Delle tante forze che si sono opposte a quel piano di salvataggio che sta in realtà uccidendo la Grecia, viene dunque premiata Syriza che ha una storia che nasce agli inizi degli anni ’70 quando fu fondato il Synaspismos che assomigliava al Manifesto italiano. Poi un percorso lungo fino alla partecipazione alla fondazione del Partito della sinistra europea. Una forza, quella di Syriza, che è tutt’altro che antieuropeista e che invece fa parte di quell’europeismo critico di sinistra che è tornato a dar segni di vita anche con il successo di Melenchon in Francia. Ora la situazione greca è tutta aperta. Certo, colpisce e dispiace che non vi sia stata convergenza almeno tra Syriza e Sinistra Democratica, che nasce da una scissione della prima. Convergenza che avrebbe portato al primo posto e a quei 50 seggi di premio che la legge greca assegna. Certo è che nel guazzabuglio europeo si manifesta ora un’altra possibilità legata proprio a quella sinistra radicale che in tanti davano per morta. Per continuare a guardare in questo guazzabuglio è bene dire anche degli altri voti di ieri. Nel  piccolo land tedesco della Schlewig-Holstein, ai confini della Danimarca, la signora Merkel ha confermato di non avere nessuna intenzione di fare la stessa fine di Sarkozy. Il suo partito, la CDU, resta primo, col 30,5%. Ma perde un punto e, soprattutto, la coalizione con il FDP, liberali, non ha più la maggioranza. Infatti questi ultimi cadono dal 14,9% all’8,55%. Un forte calo, che però non è una scomparsa, come per mesi si è detto. Anche a livello di sondaggi nazionali l’FDP è tornato a rivedere la luce del 5%. Nel piccolo land nordico intanto tornano a salire i socialisti che incrementano di 4 punti arrivando al 29,5%. Bene i verdi con il 14%. Male la Linke che con il 2,5% perde quell’accesso ai seggi che, sia pure di stretta misura, aveva guadagnato alle precedenti votazioni. Si conferma invece l’expoit dei Pirati che, dopo Berlino e la Saar, ottengono anche qui l’ingresso al Parlamento regionale con l’8% che rafforza quei sondaggi nazionali che li danno terzo partito con l’11%. Cosa farà qui, e guardando al futuro nazionale, la Merkel è da vedere. Berlino e la Saar hanno dato due grandi coalizioni. E di grande coalizione si parla apertamente per la Germania. Certo è che la Cancelliera sta già pensando ai nuovi equilibri che si rendono necessari dopo la sconfitta di Sarkozy. In questi giorni c’è stata una curiosa polemica tra lei, che accusava Hollande di non voler il Fiscal Compact, e Gabriel, leader della Spd, a rintuzzarla accusandola di dire bugie perché Hollande vorrebbe, a suo dire,  solo aggiungere la crescita. Si, la crescita sembra diventata una parola magica. Quella che lega la Merkel a Monti nella decisione di una comune, nei tempi e nei modi, approvazione del Fiscal Compact in Germania e in Italia. E che dovrebbe, in Germania, tenere agganciata la Spd come in Italia è agganciato il Pd di Bersani. E che, soprattutto, dovrebbe agganciare Hollande. Il quale intanto si insedia all’Eliseo. Ma che, subito, entra in campagna elettorale per le legislative. Che si preannunciano assolutamente nuove con a destra la sfida a tutto campo della Marine Le Pen e a sinistra la nuova forza del Front de Gauche di Melenchon. Cosa farà Hollande? Convergerà nel grande governo allargato dell’Europa in nome di una sommatoria “ austerità più crescita “ che assomiglia un poco alle vecchie, e italiane, “ convergenze parallele “? O cercherà una via nuova, a partire da un confronto ravvicinato tra le sinistre? La situazione di questa Europa stravolta da anni di politiche liberiste sembra assai più grave da affrontare di quello che si possa fare con un poco di aggiustamenti. D’altronde l’ipergoverno che ha commissariato la democrazia europea l’ha ben detto che in gioco c’è niente di meno che quel modello sociale che non è più considerato compatibile con la globalizzazione. Il fatto è che di quel modello sociale, corpi e vite, sono quelli delle persone che, quando possono, cercano di mandare messaggi. Non univoci, se non nella sofferenza. Sofferenza che si esprime anche nel voto in Serbia. Dove cala la partecipazione ed è testa a testa tra l’“ europeista “ Tadic, Presidente uscente, del Partito Democratico, che è davanti, e il conservatore Nikolic, leader del Partito del Progresso Serbo. Situazione, tra i due partiti, che si rovescia alle politiche. Entrambi sono poco sopra il 20%, con un voto spezzettato che si vedrà come verrà ricomposto al secondo turno. D’altronde, nelle situazioni dove il processo di destrutturazione delle vecchie forme politiche messo in atto da quella sorta di fase costituente di una Europa post compromesso sociale che stiamo vivendo da tempo è andato più avanti, il quadro appare inedito e confuso. Questo vale naturalmente per le transizioni infinite dei Paesi che furono del “ campo socialista “. Ma vale anche per  le realtà più “ moderne “ dove, non a caso, si parla sempre più di “ crisi della politica “. Forse se provassimo a dire che questa crisi non è altro che l’impossibilità che si vorrebbe rendere irreversibile di cambiare quelle scelte che si vorrebbe imporre come obbligate saremmo già a buon punto. Proprio per questo, mentre festeggiamo Hollande è bene che guardiamo ad Atene con occhi nuovi e diversi.

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