La lista Tsipras e le anime belle della sinistra — Piero Bevilacqua, 27.3.2014

Ci si può inter­ro­gare un istante sull’arroganza set­ta­ria e l’irresponsabilità poli­tica di tale gesto? Si può abban­do­nare un campo di impe­gno, costruito su dif­fi­cili equi­li­bri, ma impor­tan­tis­simo per ten­tare una svolta di pos­si­bile sal­vezza per il nostro paese, per­ché alcuni mem­bri del col­let­tivo non hanno il san­gue per­fet­ta­mente blu? Si va via per­ché tra i can­di­dati nella lista ci sono degli appe­stati? Eppure i com­pa­gni di cui si chie­deva l’ostracismo non pro­ve­ni­vano dalle truppe ber­lu­sco­niane o dall’eterno ceto poli­tico tra­sfor­mi­sta e nem­meno dal Pd. Sono espo­nenti di Sel, un par­tito che , insieme a Rifon­da­zione comu­ni­sta, ha rinun­ciato al pro­prio sim­bolo e ha dato un con­tri­buto forse deci­sivo alla riu­scita di tutta l’operazione. Se Sel non avesse appog­giato, al suo con­gresso nazio­nale la can­di­da­tura Tsi­pras, l’Altra Europa sarebbe par­tita come un’anatra zoppa.

Si giu­sti­fica il gesto del gran rifiuto da parte della Bat­ta­glia con l’argomentazione della cat­tiva con­dotta poli­tica di Sel nei con­fronti della Ilva di Taranto. Ora, non è certo que­sta la sede per discu­tere una que­stione così gigan­te­sca come il disa­stro ambien­tale dell’Italsider. Ma si può fare di Sel – pur non sot­to­va­lu­tando errori, ritardi, sot­to­va­lu­ta­zioni, inci­denti imba­raz­zanti di Ven­dola, ecc – il capro espia­to­rio di tutta quella vicenda? Con quanta super­fi­cia­lità si dimen­tica che per decenni nes­suna atten­zione è stata pre­stata al mostro side­rur­gico da parte dei governi nazio­nali, dal ceto poli­tico – di tutti gli schie­ra­menti — sto­ri­ca­mente sordo in Ita­lia a ogni pro­blema ambien­tale? E che dire del sin­da­cato, vale a dire dell’ isti­tu­zione più vicina alla con­di­zione quo­ti­diana di inqui­na­mento dei lavo­ra­tori, costretti a esporre i pro­pri corpi a veleni di ogni tipo?

Nep­pure la magi­stra­tura, nei pas­sati decenni, è stata cosi vigile come oggi appare. Ed essa, anzi, con­ti­nua a dor­mire in troppi angoli deva­stati del nostro paese. E’ evi­dente che gra­vano sull’intera vicenda respon­sa­bi­lità mul­ti­ple e col­let­tive che non pos­sono essere sot­ta­ciute. Ma quello che assai gra­ve­mente si dimen­tica, esem­pli­fi­cando con super­fi­cia­lità il com­plesso nodo dei pro­blemi, è che Taranto non incarna solo un acu­tis­simo pro­blema di ambiente e di salute pub­blica, ma anche una dram­ma­tica que­stione sociale. E’ noto a chi sa vedere.

La degra­da­zione ambien­tale pro­dotta dall’Ilva è arri­vata a un punto tale da met­tere in forse l’occupazione della gran parte degli ope­rai, il red­dito di migliaia di fami­glie. Una minac­cia di disoc­cu­pa­zione di massa in una città del Sud che ha fon­dato tutto sull’industria e in una fase sto­rica in cui il nostro Mez­zo­giorno ha cono­sciuto arre­tra­menti eco­no­mici gra­vis­simi Il tutto den­tro una crisi di cui non si vede la fine. Come si fa a dimen­ti­care il ricatto cui i Riva sot­to­po­ne­vano le masse ope­raie, l’intera città? Non a caso la popo­la­zione di Taranto si è divisa in due schie­ra­menti con­trap­po­sti. Poteva un par­tito come Sel disin­te­res­sarsi di una que­stione occu­pa­zio­nale di così vasta por­tata? Non ci si rende conto che astrarre da tale con­di­zione dilem­ma­tica il com­por­ta­mento di quel par­tito si com­pie un’operazione di esem­pli­fi­ca­zione con­cet­tuale che porta al cor­to­cir­cuito set­ta­rio? Su que­sta strada si com­pie anche una ope­ra­zione poli­tica ingiu­sta e auto-distruttiva. Messi su tale china, Ven­dola e Sel diven­tano i com­plici dei Riva, si tra­sfor­mano nei nemici da cui allon­ta­narsi. Ma dav­vero non ci si accorge dell’ingiustizia enorme che si com­pie nei con­fronti delle per­sone e del loro pas­sato? Non si capi­sce che get­tiamo nell’inferno una parte impor­tante della nostra sto­ria? La nostra stessa sto­ria: e io non ho in tasca tes­sere di partito.

La scelta di Anto­nia Bat­ta­glia, com’è noto, ha inve­stito anche il comi­tato dei garanti. Paolo Flo­res D’Arcais e Andrea Camil­leri – di cui non cesso di ammi­rare la dispo­ni­bi­lità con cui pre­sta la sua ope­rosa vec­chiaia e il suo illu­stre nome a tante buone cause civili e poli­ti­che – hanno abban­do­nato il Comi­tato dei garanti. Ovvia­mente, non entro nel merito dei torti e delle ragioni. Nulla mi auto­rizza a improv­vi­sarmi mora­li­stico Catone. Ma una rifles­sione poli­tica si rende necessaria.

Pos­si­bile che l’offesa alla dignità dei due auto­re­voli mem­bri del Comi­tato fosse così grave e irre­pa­ra­bile da non con­sen­tire un chia­ri­mento e un aggiu­sta­mento infor­male? Pos­si­bile che le que­stioni di prin­ci­pio siano state rite­nute più rile­vanti del danno poli­tico gene­rale che vero­si­mil­mente si sarebbe pro­dotto, in ter­mini di imma­gine, a tutta l’operazione ancora in fieri? Pos­si­bile che la fie­rezza per­so­nale venga prima di ogni altra cosa e sia comun­que rite­nuta più rile­vante, nelle pro­prie scelte, dello sco­ra­mento, della sfi­du­cia, della disil­lu­sione che esse ven­gono a creare in migliaia e migliaia di mili­tanti, di cit­ta­dini, get­tati nella più grave crisi e per­dita di oriz­zonti poli­tici degli ultimi 6o anni? Ci pos­siamo chie­dere che come sarebbe andata la cam­pa­gna con­tro la pri­va­tiz­za­zione dell’acqua, senza il vin­colo uni­ta­rio che l’ha sorretto?

Hegel ha ela­bo­rato una figura filo­so­fica per rap­pre­sen­tare que­sto tipo di umana sog­get­ti­vità inna­mo­rata della pro­pria purezza e coe­renza: la figura dell’”anima bella”. La sini­stra conta non poche anime belle al pro­prio interno, che rifug­gono dall’aspra con­trad­dit­to­rietà del reale, e ane­lano a con­ser­vare l’incorruttibilità ada­man­tina della pro­pria coscienza.

Certo, fare poli­tica, nel campo della sini­stra è un’arte dan­na­ta­mente più dif­fi­cile che negli altri schie­ra­menti. Per la destra e per gran parte del ceto poli­tico di tutti gli schie­ra­menti il com­pito è molto più age­vole. Si tratta di ade­rire alle pie­ghe e alle gerar­chie dei poteri domi­nanti, gui­dati dall’infallibile fiuto dell’interesse per­so­nale, e il suc­cesso diventa abba­stanza age­vole, pur se in mezzo a una feroce com­pe­ti­zione. La sini­stra si pone il pro­blema gigan­te­sco di cam­biare il mondo, o quanto meno di rove­sciare le intol­le­ra­bili ingiu­sti­zie che lo lace­rano. Deve per­se­guire un grande obiet­tivo, ubbi­dire a prin­cipi irri­nun­cia­bili, met­tere d’accordo ana­lisi radi­cale e pra­tica poli­tica nella più opaca delle realtà quo­ti­diane. E oggi, nella deva­sta­zione morale pro­dotta dal neo­li­be­ri­smo ber­lu­sco­niano, la navi­ga­zione somi­glia alla bar­chetta di Caronte che affronta i marosi di una fetida cloaca.

E tut­ta­via non si pos­sono con­clu­dere que­ste osser­va­zioni senza met­tere tutta, indi­stin­ta­mente, la costel­la­zione della sini­stra radi­cale e popo­lare di fronte a que­sta evi­dente ed esplo­siva con­trad­di­zione. Noi siamo i por­ta­tori di una ana­lisi senza mise­ri­cor­dia delle con­di­zioni del capi­ta­li­smo mon­diale e andiamo sma­sche­rando da anni il carat­tere pub­bli­ci­ta­rio e ingan­ne­vole delle pro­messe “uscite dal tun­nel” dei nostri gover­nanti. Noi sap­piamo che i pan­ni­celli caldi delle solite “riforme” non por­te­ranno l’Italia da nes­suna parte e che anzi, senza una radi­cale messa in discus­sione dei trat­tati dell’Unione, l’abisso si spa­lan­cherà davanti alle nostre porte. Ma pro­prio l’enormità del com­pito che con­se­gue alle nostre ter­ri­bili e fon­da­tis­sime ana­lisi dovrebbe indurci a com­por­ta­menti per­so­nali coe­renti con una pro­spet­tiva così dram­ma­ti­ca­mente impegnativa.

Se il compito che abbiamo davanti è così arduo, il nostro primo istinto dovrebbe essere quello di accostarci personalmente sempre di più, rinserrare le fila, serrare i ranghi, smussare le differenze, sanare le divisioni, fare della ricerca dell'unità della nostra parte la condizione fondativa della lotta

Ma que­sto richiede la dismis­sione degli abiti set­tari, del camice bianco da gabi­netto scien­ti­fico e la capa­cità di guar­dare anche il mondo imper­fetto che sta intorno a noi, met­tere in uso le vec­chie armi della tat­tica, con cui accom­pa­gnare l’astrazione, spesso troppo pura, della strategia.

Se non si inco­min­cia a guar­dare den­tro la sog­get­ti­vità di tutti noi, a vedere che in essa c’è anche la radice della divi­sione e fran­tu­ma­zione del nostro campo, della nostra per­ma­nente mino­rità, con ogni pro­ba­bi­lità, nei pros­simi anni la sini­stra radi­cale potrà solo con­tem­plare, Cas­san­dra ina­scol­tata e impo­tente, l’avverarsi dei pro­pri fune­sti vaticini.

http://ilmanifesto.it/la-lista-tsipras-e-le-anime-belle-della-sinistra/

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