Il tardo innamoramento di Scalfari per Renzi di Alfonso Gianni

Il tardo innamoramento di Scalfari per Renzi

di Alfonso Gianni

 

L’articolo pasquale di Eugenio Scalfari è davvero sorprendente. Almeno per chi, pur non condividendo le idee dell’ottuagenario, né ha sempre rispettato la grande cultura e un certo spirito critico. Per questo non riesco a farmi una ragione che anch’egli possa cadere vittima delle arti comunicative e seduttive di un Matteo Renzi. Tanto più che il fondatore di Repubblica affonda il coltello nei punti clamorosamente deboli del decreto presentato l’altro giorno nella conferenza stampa di palazzo Chigi. Cita una serie impietosa di giornalisti e studiosi apertamente critici verso la manovra elettorale di Renzi, come  i suoi colleghi di Repubblica Tito Boeri, Federico Fubini, Francesco Bei, Goffredo De Marchis, Valentina Conte ( cui aggiungerei Massimo Giannini) e persino Dario de Vico, vicedirettore del Corriere della Sera da sempre sdraiato sulle politiche  di chi sta al governo. Contemporaneamente Scalfari definisce una “porcata” la proposta di legge elettorale Renzi-Berlusconi – non cogliendo lo stretto nesso autoritario tra la politica economica e quella istituzionale del nuovo premier - ed invoca la parola di Giorgio Napolitano contro l’abolizione del Senato e soprattutto le modalità con cui avverrebbe. Ce ne è per mandare a quel paese il giovane Presidente del Consiglio con ben altri argomenti e maggiore grazia che non quelli di Beppe Grillo.

Eppure a Scalfari Matteo Renzi “piace”, come egli dichiara apertamente fin dalle prime battute del suo lunghissimo domenicale. E’ ben conscio che il suo decreto altro non è se non una furba trovata elettorale. Del resto lo ha ammesso via Tv anche Graziano del Rio, il Rasputin di Renzi. Che cosa dunque piace tanto a Scalfari e purtroppo non a lui solo? Diciamolo con le sue parole: l’operazione economica di Renzi sarebbe “una sveglia, uno squillo di tromba in un disperato silenzio di sfiducia e di indifferenza”. Già, è proprio così che si annunciano i salvatori della patria, i nuovi condottieri, mentre agli “uniti del Signore” bastava una videocassetta inviata a tutte le redazioni televisive.

Verrà poi il tempo, ci dice Scalfari, in cui quello squillo di tromba diventerà un programma vero di governo. Ora è solo il momento dell’annunciazione (anche se è Pasqua). Se ne dovrà occupare (ma Scalfari non spiega come) un insolito quartetto da rappacificare per il bene del paese, i “quattro dell’Ave Maria”: Matteo Renzi, Enrico Letta, Walter Veltroni, Romano Prodi. “Un quartetto niente male per risvegliare gli animi del Bel Paese – ma avete presente la vivacità comunicativa di Prodi?- specie se troveranno tra loro un modus vivendi che eviti esiziali lotte intestine”, si raccomanda Scalfari, convinto che si possa riproporre una singolare politica dei due tempi. Prima la fase dell’innamoramento, quella attuale, poi la concretezza delle politiche. Degli innamoramenti era maestro Stendhal, che in casi come questi parlava di fase di “cristallizzazione”, ove ogni cosa riluce come se fosse un cristallo, come accadeva a quei rami sfogliati dal gelo, gettati nelle profondità abbandonate delle miniere di sale di Salisburgo e recuperati due o tre mesi dopo.

Eppure più lo si guarda, più il decreto renziano fa acqua da tutte le parti. Incapienti e partite Iva ne sono esclusi, le coperture finanziarie o sono una tantum, o sono del tutto dubbie e incerte, o sono perfino a rischio di costituzionalità. La strutturalizzazione del provvedimento nel 2015 è un terno al lotto. Negli ambienti europei le prime riflessioni non sono affatto così favorevoli come si vuole fare credere. Già circola il nuovo nome per il giovane premier : “Silvio Renzi”,  un nomignolo, un programma! Alla lettera di Pier Carlo Padoan che chiedeva di non rispettare il pareggio di bilancio nel 2015, il vicepresidente della Commissione europea ha fatto rispondere da un semplice funzionario, Mario Buti.

Ma non è stata una risposta da poco. Infatti annuncia che la Commissione europea risponderà all’Italia solo dopo le elezioni europee, precisamente il 2 giugno, mentre d’altro lato la stessa Commissione pensa di decidere sulle correzioni da chiedere ai governi, riguardanti le loro manovre economiche, già in luglio. Tempi stretti da un lato, più dilatati dall’altro. Rispondere all’Italia non è poi così urgente, ragionano a Bruxelles. E’ la Francia piuttosto a creare grandi grattacapi. Una Francia che si avvia a varare una manovra economica da baratro, fatta di tagli come non se ne erano mai visti sulla spesa sociale a partire da quella sanitaria che provocheranno licenziamenti nel pubblico impiego. Un assaggio anticipato del fiscal compact, la dimostrazione che con questi vincoli l’Europa implode anche nelle sue zone forti. Le banlieues parigine e non solo quelle torneranno a diventare calde nei prossimi mesi.

C’è da dubitare perciò che ci sia lo spazio politico e temporale per dare luogo a quella singolare politica scalfariana dei due tempi. L’innamoramento per Renzi potrebbe sfiorire già molto prima e il secondo tempo rivelarsi un orrore moltiplicato rispetto al primo. Come scriveva il poeta (R.M. Rilke): “Il bello altro non è se non il tremendo al suo inizio”.

 

 

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