FAUSTO GULLO PROTAGONISTA NEL PCI E NELL’ITALIAREPUBBLICANA Giuseppe Pierino

laboratorio culturale


FAUSTO GULLO PROTAGONISTA
NEL PCI E NELL’ITALIAREPUBBLICANA


Giuseppe Pierino

 


A quarant’anni dalla morte di uno dei padri dimenticati del Pci.
Calabrese, meridionalista, bordighiano, poi con
Togliatti artefice della “svolta di Salerno”
e costruttore del “partito nuovo” e del nuovo Stato,
ministro «dei contadini» e della Giustizia, costituente e leader parlamentare.
A quarant’anni dalla morte Fausto Gullo appare una
figura pressoché sconosciuta. Sconosciuta alle generazioni
più giovani, dimenticata da quelle anziane.
Eppure ha goduto un tempo d’una straordinaria popolarità
e, a parte Berlinguer, nessun uomo politico
italiano è forse stato amato come lui nel dopoguerra.
Fu un comunista intransigente, radicale. E un
autentico democratico, intendendo la democrazia
come regime dei poveri, in cui si esplica l’azione delle
masse; tratto che mostra l’originalità ed attualità
del suo messaggio. Leale e estraneo a qualsiasi camarilla,
aveva un forte senso della disciplina che gli
permise una libertà di pensiero mal tollerata dai dirigenti
più conformisti, incapaci di analoga schiettezza.
Quando però Togliatti venne meno, riprese vigore
la tendenza a emarginarlo, additandolo come un
notabile che tarpava le ali al partito. Subì l’ostracismo
ingrato dell’apparato e la sua figura s’appannò,
rinchiusa nel ruolo pur nobile, ma concluso, di ministro
dei contadini. Di lui disse allora Ferruccio Parri:
«Leggevo con interesse studi e articoli suoi recenti,
deplorando che la sua intatta capacità di intelligenza
e di perspicacia non trovasse fruttuose applicazioni.
Nella memoria delle mie amicizie conservo per
Fausto Gullo l’omaggio più affettuoso»1.
Era sobrio, austero e al tempo stesso affabile e
gentile. Malgrado gli acciacchi, e il lavoro snervante,
conservava un fisico asciutto, un portamento distinto,
un’eleganza non ricercata. E a differenza d’altri
grandi oratori – Nenni, cantilenante o Lucifero, dall’eloquio
soporoso e irreale – parlava senza mai incespicare
e il suo discorso fluiva privo di fronzoli retorici,
misurato e chiaro. Leggeva nell’animo umano e
s’affidava al buon senso di quanti accorrevano ad
ascoltarlo. A ogni suo intervento in Aula, alla Camera,
si formava una ressa improvvisa e un brusio subito
smorzato accompagnava l’ingresso dei colleghi che
s’affrettavano a prender posto.
Godeva d’un generale rispetto anche quando la
lotta politica s’inaspriva e non faceva sconti a nessuno.
E tuttavia lo perseguitò una calunniosa e incredibile
campagna secondo cui egli stesso, alfiere delle lotte
agrarie, fosse come per contrappasso un latifondista
calabrese. Amici e avversari autorevoli – dai grandi
medici Valdoni e Frugoni a Vittorio Emanuele Or-
1) Ferruccio Parri, Ilministro dei contadini, in Lotta calabrese,
1974, n. 4, p. 85.
Giuseppe Pierino 64
lando, Nitti, De Nicola, Labriola, Leone; dal mondo
accademico e delle lettere: Russo, La Cava, i fratelli
Galante Garrone a Segni, Ruini, Mortati, Dossetti e
Calamandrei; da Nenni a Saragat, a Pertini o all’esploratore
Umberto Nobile, che fu la prima personalità
indipendente eletta nella lista comunista – gli
portavano tutti deferenza, ammirazione e affetto. E
allorché subentrò a Palmiro Togliatti nelMinistero di
grazia e giustizia, Manlio Brosio che da ragazzo collaborava
con Piero Gobetti e fu ministro liberale nei
governi di unità nazionale, ambasciatore a Mosca,
Londra, Washington e, infine, Segretario generale
dellaNato, gli rivolse un caloroso augurio: «io, che nelle
discussioni al Consiglio dei Ministri ho potuto apprezzare
continuamente il tuo finissimo e acuto senso
giuridico, non posso che rallegrarmi della tua scelta
a ministro della Giustizia, dove potranno esplicarsi
la moderazione e l’umanità che pure ho visto emanare
da te in tante occasioni»2.
Particolare amicizia gli portarono Velio Spano,
Eugenio Reale, Luciana Viviani, Luigi Russo che lo
voleva a “Porto Felice”, il suo buen retiro in prossimità
di Viareggio, e Concetto Marchesi, l’insigne latinista
che dall’Isola d’Elba lo lusingava: «ma io sono un vecchio
arnese smanioso. Tu sei ben altro!». E, infine ma
non da ultimo, l’ebbero in confidenza Togliatti, Longo,
Di Vittorio, Terracini e Natta.
La “scelta di vita”
Era nato a Catanzaro nel 1887 da una agiata famiglia
di borghesia professionale. Perse il padre Luigi,
ingegnere formatosi al Politecnico di Milano, quando
aveva solo tre anni e con la giovane madre, un fratello
e una sorella più grandi si erano trasferiti a Cosenza,
che nel contesto misero e arretrato della Calabria
del tempo era un centro di antiche tradizioni culturali,
ricco di energie e fermenti creativi e attraversato
da forti tensioni politiche. La città di Telesio, il filosofo
della natura considerato da Bacone primo fra i
moderni, era sede di un’antica Accademia che nel periodo
rinascimentale aveva accompagnato la straordinaria
fioritura intellettuale che ancora aleggiava
sulle classi colte. Le sue élites conservavano lo stretto
scambio intessuto con Napoli, l’antica capitale.
A Cosenza Gullo seguì il corso dei suoi studi sino
al liceo, l’austero liceo Bernardino Telesio, dove ebbe
per insegnante Nicola Misasi, scrittore e conferenziere
di vasta e disordinata cultura. E conseguì la laurea,
a Napoli, nel momento in cui moriva a Cosenza, a soli
38 anni, Pasquale Rossi, unmedico filantropo di notorietà
europea che a una intensa pratica sociale univa
lo studio della folla, delle sue dinamiche e delle scienze
psico-sociali allora nascenti. Nei suoi libri più noti
(L’animo della folla e Psicologia collettiva), non mostrava
la folla criminale che «somma i sentimenti ed
elide le idee», ma la folla operosa, capace di evolversi,
educarsi e aprirsi al nuovo: la folla, insomma, dell’avvenire.
E nella folla organizzata intravide il futuro,
moderno partito di massa «che è forma equilibrata
di folla»3. Max Nordau, ideologo sionista e anarchico,
gli scriveva: «Voi qui trattate un tema quanto mai
attuale e interessante che i Sighele, Procel, Tarde etc.
non hanno ancora scortecciato»4. Un approdo lontano
dal pensiero positivo di Enrico Ferri, Scipio Sighele o
Gustavo Le Bon che – ha osservato Paolo Jedlowski –
sottraeva le nuove scienze sociali «alla dominante prospettiva
criminologica»5 e per prima, in Calabria, gli
fece incontrare le teorie di Marx e abbracciarne gli
ideali. Rossi esercitò in Calabria una forte influenza
sul nascente movimento socialista, specialmente sui
quadri sindacali tra i quali svolgeva una funzione preminenteMichele
Bianchi, anni dopo primo segretario,
quadrunviro e ispiratore dell’ala sociale fascista. Ma,
pur nella comune ispirazione sociale, Gullo, che da ragazzo
si era imbattuto nel suo apostolato, non ebbe
modo di approfondirne il pensiero così originale, e l’esempio
militante, per la diversità dei suoi interessi e
un approccio più diretto all’agire politico.
2) Dalla lettera di Manlio Brosio a Fausto Gullo del 14 luglio
1946, conservata nell’Archivio dell’Istituto calabrese per la storia
dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Icsaic) presso l’Università
della Calabria.
3) Cfr. Pasquale Rossi, L’animo della folla, II ed., Cosenza,
Tipografia La lotta, 1909.
4) Cit. in Franchino Gallo, Folla e società nel pensiero di
Pasquale Rossi, presentazione di Paolo Jedlowski, Cosenza, La
città futura, 2000, p. 21.
5) Paolo Jedlowski, Presentazione, ivi, p. VIII.
65 laboratorio culturale
Al pari di tanti coetanei inquieti e alla ricerca
di strade nuove,Gullo s’avvicinò almarxismo per l’influsso
esercitato da Antonio Labriola. Attratto dalle
nuove idee, conobbe all’università di Napoli Amedeo
Bordiga. Il futuro segretario del Pcd’I, di due anni più
giovane, frequentava ingegneria,Gullo giurisprudenza:
circostanza determinante nella sua formazione,
non meno che il diverso grado di militanza tra i due:
organico al Psi e molto attivo nell’aspra lotta politica,
Bordiga era attento alla dimensione internazionale,
inflessibile nella battaglia delle idee e sulle questioni
di principio; esterno al partito, Gullo, meno ideologizzato
ma con una spiccata sensibilità laica democratica
meridionalistica. Caratterizzazioni che emergeranno
più nettamente in prossimità del conflitto
che di lì a poco sconvolgerà l’Europa.
Le idee diMarx, la sua scelta di vita comunista,
il carattere dai forti principi, aperto e al tempo stesso
intransigente si venivano radicando in lui nell’attitudine
agli studi classico-umanistici, specificatamente
giuridici, in cui eccelse rivelandosi, infine, uno
straordinario statista dellamodernità. Nei suoi scritti,
nei suoi discorsi, nella sua azione politica è rintracciabile
infatti la sua vasta cultura umanistica, e un
percorso che da Gian Vincenzo Gravina (cui, ragazzo,
aveva dedicato un saggio) porta a Gian Battista Vico,
Montesquieu, Rousseau; agli illuministi napoletani –
Gaetano Filangeri, in particolare – e a Thomas Paine,
il leggendario pensatore e rivoluzionario inglese,
amico e consigliere di Jefferson, accorso a Parigi allo
scoppio della rivoluzione, legato a Condorcet e incarcerato
quando venne in conflitto coi giacobini (e lo
stesso Condorcet) perché contrario all’esecuzione di
Luigi XVI. Paine era l’autore di I diritti dell’uomo e
aveva partecipato alla guerra di indipendenza e al dibattito
costituzionale in America e alla Convenzione
francese, dibattito che Gullo conosceva a menadito.
In questo humus culturale affonda il pensiero
giuridico-costituzionale di Fausto Gullo, la ricerca di
un ordine civile e politico a misura di una società moderna
e in profonda trasformazione, e la particolare
sensibilità al tema dei diritti, a cominciare da quelli
della donna e dei figli nati fuori del matrimonio. E
dunque l’acquisizione della democrazia rappresentativa
quale fondamento del nuovo assetto costituzionale
e la connessione tra unità e autonomia; sovranità
(inscindibile) e divisione, bilanciamento ed essenzialità
dei poteri; esecutivo efficiente e in rapporto
diretto con autonomie locali forti del consenso popolare;
monocameralismo; giurisdizione unitaria e
magistratura elettiva; controlli e Corte costituzionale;
diritto-dovere di resistenza. Ossia una concezione
organica dello Stato nuovo che risaliva in particolare
al pensiero di Gaetano Filangeri: «In ogni specie di
governo l’autorità deve essere bilanciata, ma non divisa;
le diverse parti del potere debbono essere distribuite
ma non distratte; uno deve essere il fonte del
potere, uno il centro dell’autorità; ogni parte del potere,
ogni esercizio di autorità deve immediatamente
da questo punto partire, deve continuamente a questo
punto tornare»6.
Nei nodi venuti al pettine con la precarietà dei
governi, il fallimento del regionalismo, la crisi della
giustizia e l’inaridirsi della funzione parlamentare
può, in controluce, osservarsi il disegno costituzionale
che, col riguardo dovuto ai padri costituenti, solo
lui aveva in mente intrecciando prospettiva politica e
competenza giuridica: ossia la concezione dello Stato
nuovo rintracciabile nella trama discontinua e frammentata
dei suoi interventi in Aula, nelle sottocommissioni
o in sedi di partito non facendo parte della
Commissione dei 75 in quantoministro, né del ristretto
nucleo di costituenti designati dal Gruppo a intervenire.
Con Bordiga
A differenza di Bordiga non maturò, nella prima giovinezza,
un’esperienza di tipo leninista e avanzando
a gradi, attraverso una varietà di stimoli e contaminazioni
classiche e illuministiche, non ne acquisì la
6) Gaetano Filangeri, Lo Stato secondo ragione, Napoli,
Marotta & Marotta, 1992.
Giuseppe Pierino 66
mentalità, sebbene in seguito sentisse sempre più forte
il fascino dell’Ottobre rosso e della genialità di Lenin
e del partito “intellettuale collettivo”, unito e disciplinato,
insieme strumento di lotta e di governo.
Rimase infatti incrollabile il suo legame con l’Urss.
Da ragazzo Gullo si impegnò nella battaglia democratica
e meridionalista. Fu consigliere comunale
e poi nel 1914 eletto, a sorpresa, nel Consiglio provinciale
da indipendente di sinistra. Il suo appello agli
elettori – un concentrato di analisi, idee nuove e proposte
in cui la questione democratica si combinava
con quella meridionale – conserva ancora l’originaria
freschezza. Scorgeva infatti il cambiamento in un’ampia
ed effettiva democrazia di base, nel ricambio delle
rappresentanze, nella moralizzazione della vita
pubblica. Cioè l’abbozzo di uno Stato democratico finalmente
sottratto allo scambio clientelare e ai potentati,
unitario e forte al centro, ma in tensione costante
con autonomie comunali ravvivate dal suffragio allargato
appena introdotto da Giolitti.
Nel Consiglio provinciale attorno a lui si formò
un gruppo, di varia provenienza, contrario alla guerra
per ragioni di principio e perché la guerra colpiva
«in special modo il proletariato industriale e agricolo
». Ma ciò «fino a quando non sarà in pericolo l’integrità
della patria», imponendosi allora «la concordia
di tutti i cittadini, senza divisioni di classe e di partiti
». Una posizione che mostrava anch’essa l’inganno
della vicenda storica acutamente rilevato da Bordiga
a proposito del cedimento di Mussolini, e appariva ai
più debole e ambigua. E tuttavia ne sottolineava, in
Gullo, la forte ascendenza risorgimentale. Non si sottrasse
perciò all’obbligo militare, come del resto altri
dirigenti socialisti e lo stesso Bordiga. E l’assolse diligentemente,
senza bollori, maturando un più preciso
orientamento socialista. Tornato dal fronte entrò nel
Psi, rinsaldando con Bordiga una corrispondenza
ideale e politica sempre più fitta, sino al calare degli
anni Venti a regime consolidato, l’opposizione praticamente
dispersa e una lunga e dolorosa traversata davanti.
Un sodalizio interrotto dalla dura repressione
fascista e dalla definitiva emarginazione di Bordiga.
Nel 1919 la Federazione cosentina aderiva pienamente
alla linea astensionista ispirata da Bordiga
ma criticata da Lenin ne L’estremismo e bocciata dal
Congresso socialista di Bologna. Cosenza non si
uniformò e fu anzi la sola provincia italiana a registrare
quell’anno il disimpegno elettorale dei socialisti.
L’insubordinazione causò lo scioglimento della
Federazione e l’espulsione diMancini, Gullo, Leporace,
Tancredi e Dimizio, che costituivano in Calabria
il gruppo dirigente più influente e di maggiore spessore
intellettuale. Quando la Direzione rivide il provvedimento
e riammise gli espulsi, Gullo non rientrò,
disgustato dal regime di vita interna degradato. Rimase
fuori del Psi, a preparare dall’esterno la formazione
del futuro Partito comunista accanto all’avvocato
Nicola De Cardona, socialista intransigente,
membro del Consiglio nazionale del Psi dal lontano
1897 e, al Congresso di Livorno, unico rappresentante
calabrese nel Comitato centrale comunista.
Ma Gullo aveva condiviso la linea astensionista
più per considerazioni tattiche e contingenti che di
principio, e l’aveva presto abbandonata candidandosi
nelle elezioni politiche del 1921 e del 1924, allorché
risultò eletto deputato a dispetto della legge Acerbo.
Alla Camera avrebbe dovuto svolgere un intervento
sulla questione meridionale, che considerava il nodo
irrisolto del processo unitario, in dissonanza con Bordiga,
che l’attribuiva invece a un ritardo nello sviluppo
capitalistico: una divergenza che alludeva a ben
vedere alla natura stessa dello Stato, alle responsabilità
delle classi dirigenti, alla funzione della classe
operaia e delle masse meridionali.
Con Gramsci concordò l’impostazione del discorso
poco prima del delitto Matteotti. Ma di colpo il
clima politico s’incupì e la situazione mutò convulsamente.
Si levò immediata la protesta dell’Aventino,
ma i partiti democratici non vollero appellarsi al popolo
emobilitarlo, consentendo al fascismo di superare
quel difficile passaggio e reagire col varo delle leggi
eccezionali, la pena di morte, il Tribunale Speciale,
la revoca dei sindaci sostituiti dai podestà: una
stretta che senza infingimenti mostrava il volto feroce
della dittatura.
Con un cavillo la maggioranza fascista annullò
la elezione di Gullo a deputato, preludio della decadenza
dell’intera opposizione parlamentare votata
67 laboratorio culturale
qualche mese dopo per ritorsione, si disse, all’Aventino,
da cui presto i comunisti si erano ritirati con aspre
critiche. Gullo subì il sopruso come un segno dei tempi
e, lungi dal moderare, accentuò il suo impegno politico
e con Fortunato La Camera, il segretario di Federazione
legato indissolubilmente a Bordiga, pubblicò il
settimanale regionale L’operaio che, con Il lavoratore
di Trieste, sarà l’ultimo giornale comunista (diffuso da
Roma in giù) a venir soppresso il 25 luglio 1925.
Intanto nel Congresso di Federazione che sul finire
del 1924 si svolse a Pedace, nella campagna presilana,
Gullo aveva sostenuto le tesi di sinistra alternative
a quelle ordinoviste e gramsciane illustrate da
Umberto Terracini in rappresentanza della Direzione.
La Federazione cosentina, la più importante del
Mezzogiorno dopo quella napoletana, rimase schierata
con Bordiga quando il Comintern affidò a Gramsci
la segreteria del Pcd’I, sebbene la sua corrente fosse
in netta minoranza. Nella primavera del 1925, in vista
del Congresso di Lione, quella decisione provocò
una reazione clamorosa non adeguatamente soppesata,
ossia la costituzione del famoso Comitato d’Intesa
che, sorto nel Partito comunista per reclamare regole
di vita interna più liberali,maggiore autonomia dal
Comintern e un congresso rispettoso dei diritti di ciascun
gruppo, segnò invece la sconfitta e l’emarginazione
della sinistra messa sotto accusa per frazionismo.
Coi deputati Onorato Damen, Bruno Fortichiari
e Luigi Repossi e i dirigenti operai Mario Lanfranchi,
Carlo Venegoni e Mario Manfredi, Gullo era tra
i promotori del Comitato che, come per imprimatur,
ebbe la pronta adesione di Bordiga. Si levò però tra i
comunisti una reazione concentrica che coglieva la
necessità di costruire un partito coeso e un saldo rapporto
internazionale, corrispondente allo stato d’animo
dei militanti sottoposti a una estenuante oppressione.
Appaiati ai trockijsti, si ingiunse ai promotori
l’immediato scioglimento del Comitato, pena l’espulsione,
imposizione sostanzialmente subìta su consiglio
dello stesso Bordiga. Ma la dichiarazione relativa
allo scioglimento non portava la firma di Gullo,
bensì di La Camera, e si suppose un suo passo indietro,
un distacco dalla corrente che in realtà non ci fu.
La Camera ricopriva il ruolo di segretario federale,
nonché direttore del settimanale L’operaio, considerato
portavoce del gruppo intesista. Ma proclamando
l’estraneità della sinistra «ad ogni proposito
frazionistico che comunque attenti alla salda unità
del partito», la Federazione ribadiva l’esigenza d’una
chiarificazione in vista delCongresso esprimendo piena
solidarietà al Comitato d’Intesa. Una posizione
dunque non in contrasto con la componente bordighiana
sottoposta a una pressione irresistibile e che
al tempo stesso rifletteva la preoccupazione unitaria
di Gullo che non tutti avvertivano. Nel Comitato era
anzi forte la tendenza a esasperare le divergenze.
Molti suoi membri finirono subito fuori, mentre attento
al tema dell’unità Gullo s’avvicendò a La Camera
nella guida del partito senza il minimo screzio. Risulta
peraltro agli atti una informazione del Segretario
interregionale comunista Ennio Gnudi all’Esecutivo
centrale circa un successivo incontro avuto in Calabria
con Bordiga, Girone, Corrado e altri nel corso
del quale «l’intervento di Gullo dà un po’ di lume alla
radunata intesista, facendo vedere che il Comitato
d’Intesa non è affatto disciolto, ma vive e lavora
sott’acqua»7. Del resto, la coerenza di Gullo trovava
un riscontro, in filigrana, nella partecipazione di La
Camera, unico delegato calabrese, al congresso di Lione
e nel limpido rapporto intessuto con lui, che visse
in perfetta simbiosi con Bordiga sino alla fine.
Conclusa la vicenda del Comitato d’Intesa, e sospesa
al pari di ogni altra attività la pubblicazione
dell’ultimo giornale da lui diretto, la polizia sottopose
Gullo a un controllo implacabile, stendendo puntuali
quanto inutili rapporti sul suo conto fino all’emanazione
delle leggi eccezionali, contenenti nuovi e
più efficaci strumenti repressivi. Costretto a perquisizioni
domiciliari senza esito, fu immediatamente
assegnato al confino per quattro anni, a Nuoro, dove
poi si ammalò e la pena gli fu commutata in diffida.
7) Fulvio Mazza e Maria Tolone, Fausto Gullo, Cosenza,
Pellegrini editore, 1982, p. 53.
La stessa sorte, quella del confino, toccò l’anno dopo
aBordiga, che sarà graziato alla fine del 1929 per avere
esaltato Trockij e criticato Stalin, ragion per cui fu
espulso dal Partito comunista nel marzo del 1930. E
uguale sorte, il confino, toccò a Gramsci, che in armonia
con Bordiga tenne a Ustica i corsi di cultura differenziata
per il «gran numero di scolaresche» assegnate
a quella colonia.
Il Tribunale Speciale ormai lavorava a pieno ritmo
e chi non si dava alla macchia difficilmente sfuggiva
al carcere o al confino. Fu presto imbastito un processo
unico, il «processone», per i capi riconosciuti e gli
antifascisti irriducibili. Togliatti si era sottratto all’arresto,
in estate, entrando in clandestinità.Ma non così
Terracini, che lascerà il carcere tanti anni dopo, liberato
dagli Alleati. E Gramsci, già confinato a Ustica e
poi recluso a Milano e condannato a venti anni di carcere,
da dove uscirà già gravemente e irrimediabilmente
malato. Gullo aveva meditato l’espatrio, in
Francia, ma nelle sue condizioni – il suo passato e il
suo complicato rapporto coi vertici del partito – appariva
un vero salto nel buio. Dovette acconciarsi così ad
uno standard di vita compatibile col regime di libertà
vigilata che gli lasciava il fascismo.
La repressione, la durezza dello scontro interno
e l’offuscarsi della prospettiva politica rendevano anacronistiche
e vuote di senso le antiche dicotomie; mettevano
a dura prova i vincoli di appartenenza; impedivano
i rapporti umani. Mentre il partito, in difficoltà,
s’apprestava a una lunga resistenza cercando disperatamente
di non perdere contatto con la realtà,
tra lui e Bordiga non fu più possibile alcun rapporto.
Drasticamente impedita, la sua vita pubblica si
espresse nell’alta coscienzamorale, nell’attenzione costante
ai bisogni degli umili, nell’attività professionale
caratterizzata sul versante dei diritti civili e sociali:
cioè adempiendo, scrisse Amendola, a una funzione
di “rappresentanza legale” del Partito. E fuori dalle
impellenze distorcenti della lotta clandestina ebbe
tempo per riflettere col necessario distacco sulla sconfitta
e le condizioni necessarie per venirne fuori.
Anche Bordiga, dopo l’espulsione, era costretto
a un tenore di vita analogo. «Si mise a fabbricare
case», disse Longo, con durezza. E in realtà scontava
la tirannia fascista, non meno che l’ostracismo del
partito che più d’ogni altro aveva contribuito a fondare.
Essendo ingegnere ebbe un impatto pubblico ancor
più limitato rispetto a Gullo, e si dedicò allo studio
e all’approfondimento del pensieromarxista in un
isolamento più marcato e crudele.
Fu così che, attraversata la lunga notte, si ritrovarono
in un paese distrutto e dal futuro incerto con
opinioni divenute contrastanti, inconciliabili.La strada
s’era definitivamente separata. Bordiga si trovò a
ritessere una trama ormai fuori dal tempo che Trockij
stesso, pur continuando a stimarlo, aveva giudicato
improduttiva mentre; più fortunato e attento all’essenza
delle cose, Gullo era pronto ai compiti posti dall’ardua
vicenda nazionale, in perfetta sintonia col
partito. Caduto il fascismo diede infatti ilmeglio di sé
per risollevare l’Italia dall’abisso; riacquistare la dignità
e la libertà perdute; fondare lo Stato nuovo mediante
una trasformazione sociale e politica profonda.
Con Togliatti il Pci (questo il nuovo nome assunto
dal Pcd’I) realizzava la “svolta di Salerno”, metteva
radici la “via italiana al socialismo” e s’instaurava
tra i due un rapporto speciale.
La “svolta di Salerno”
Stalingrado infatti aveva portato l’Italia al redde rationem.
Gli scioperi alla Fiat del ’43 avevano segnalato
una presa di coscienza e un mutamento di clima.
Poi lo sbarco degli Alleati in Sicilia; la caduta del fascismo,
l’arresto diMussolini e la nomina di Badoglio
a capo del governo; l’8 settembre, l’armistizio. Devastata
e allo sbando l’Italia si trovò spezzata in due: il
Centro-Nord occupato dai tedeschi che preparava l’insurrezione
e la guerra partigiana; il Mezzogiorno liberato
dagli Alleati e sotto l’incerto potere del re, il
Regno del Sud.
Ma come avvenne che un uomo estraneo ai circuiti
decisivi, con alle spalle un lungo rapporto con
Bordiga e ormai dedito alla professione in una piccola
città di provincia si venne a trovare nel vortice della
grande storia e in circostanze turbinose vi svolgesse
compiti decisivi?
Giuseppe Pierino 68
69 laboratorio culturale
Nell’Italia liberata la questione dirimente era
quella del re che non voleva andarsene per nessuna ragione.
I partiti appena ricostituiti non erano disponibili
a partecipare a un governo unitario che emanasse da
lui e ponevano una pregiudiziale assai netta che teneva
insieme però, ambiguamente, chi a sinistra postulava
un mutamento istituzionale e chi, al contrario, prospettava
l’abdicazione del re, o almeno un ricorso all’istituto
della reggenza, o della luogotenenza, non per
abolire ma per salvare la monarchia. E tra questi spiccava
Benedetto Croce, la personalità più eminente e
ascoltata che in Puglia, dove si era trasferito per seguire
da vicino gli avvenimenti, tesseva la trama per indurre
Vittorio Emanuele a lasciare.
L’unità delle forze antifasciste era certamente essenziale,
ma la sinistra si stava infilando in un vicolo cieco,
più che per una discutibile scelta politica, per una ripulsamorale.
Osservando da una prospettiva più ampia
l’andamento del conflitto e la situazione che si era aperta
in Italia con l’arresto di Mussolini, Togliatti riteneva
che il riscatto, l’integrità e l’indipendenza nazionale dipendessero
da unamobilitazione straordinaria e da una
effettiva cobelligeranza contro i tedeschi che solo un governo
unitario poteva promuovere; che il protrarsi dello
stallo fosse esiziale, nonmigliorasse i rapporti con gli alleati
e occorresse pertanto rinviare a dopo, a guerra finita,
la decisione circa l’assetto istituzionale e ogni altra rilevante
questione politica economica sociale.
Ma nessun partito, neanche il Pci, era disposto a
transigere sulle dimissioni del re: Togliatti confidava a
Dimitrov il timore che i dirigenti del suo partito non capissero
l’importanza della questione e, di conseguenza,
non lavorassero per rimuovere gli ostacoli e renderla
possibile. In quei mesi del resto una posizione non dissimile
aveva l’establishment sovietico.AndrejVysinskij
che rappresentava l’Urss nel Comitato Consultivo Alleato
in Italia, pensava che «una forte pressione delle
masse popolari sarebbe stata sufficiente ad eliminare
dalla scena politica Vittorio Emanuele III e il luogotenente
». E cosi Bogomolov, altro rappresentante presso
i governi alleati. Dal carteggio con Dimitrov Giuseppe
Vacca ha tratto la convinzione che la svolta sia stata
pensata da Togliatti in autonomia e «inizialmente
quantomeno, in una dialettica con il vertice sovietico»8.
Stalin non s’era ancora espresso quando tra lo stesso
Vysinskij e Renato Prunas, nuovo segretario agli Esteri
di Badoglio, erano in corso contatti per la ripresa di
normali relazioni diplomatiche e il rimpatrio legale di
Togliatti in Italia.Ma la svolta stava ormaimaturando
e non sfuggiva a Togliatti, così perspicace, cosa veramente
pensasse Stalin.
Quando alla vigilia del suo rientro in Italia incontrò
Stalin alCremlino la linea era già definita. In un documento
di lavoro del 1° marzo 1944 firmato Ercoli in
cui si delineavano compiti e strategia dei comunisti italiani,
la pregiudiziale era presentata problematicamente,
lungo un percorso articolato e complesso.Ma l’originario
dispositivo, cancellato con un tratto di penna a seguito,
forse, d’una discussione, era stato di suo pugno
corretto: «In considerazione del fatto che la situazione
attuale – in cui esiste da una parte un governo che non
gode della necessaria autorità, e dall’altra un blocco di
sei partiti che non partecipano al governo – indebolisce
soltanto l’Italia e porta alla definitiva rovina del popolo,
i comunisti sono pronti perfino a partecipare ad un
governo senzal’abdicazionedel re,acondizione chequesto
governo sia attivo nel condurre la guerra per la cacciata
dei tedeschi dal Paese, che realizzi i sette punti
della Conferenza di Mosca e che lo stesso re accetti di
convocare dopo la guerra una Assemblea costituente
alla quale spetti la decisione finale sulla questione della
monarchia e del futuro regime del Paese»9.
Era esattamente quel che Togliatti cercava, una
linea che impegnava il Pci e delineava una scelta strategica
dell’Urss che, col riconoscimento del governo Badoglio,
conferiva all’Italia un altro status e apriva orizzonti
impensabili prima.
Se un dubbio restava a Togliatti non riguardava
perciò l’inderogabilità della scelta, bensì lo sbarramento
sollevato, cui non era estraneo il suo stesso partito,
e la sua consistenza reale che, da lontano, non riusciva
a valutare. Tuttavia l’intesa tra Togliatti e Stalin
8) Giuseppa Vacca, Togliatti sconosciuto, Roma, Editrice
l’Unità, 1994, p. 70.
9) Palmiro Togliatti, Tutti insieme contro i nazisti. Firmato Ercoli
[1 marzo 1944], a cura di Aldo Agosti, in l’Unità, 28 ottobre 1991.
Giuseppe Pierino 70
scuoteva i partiti richiamandoli alla realtà, e offriva a
Togliatti un decisivo aiuto per piegare le resistenze, riposizionare
il Pci e orientare l’intero quadro politico.
Alla fine di un lungo e tortuoso viaggio Togliatti
sbarcò aNapoli il 27marzo 1943. In una intervista aveva
anticipato i suoi obiettivi con circospezione, ma in
modo sufficientemente chiaro. Il gruppo dirigente l’accolse
con calore ma la città gli parve offrire «uno spettacolo
che chiamare apocalittico forse è poco». Il Consiglio
nazionale del Pci era stato convocato per il 29 e 30
marzo ma slittò d’un giorno per consentire a Ercoli-Togliatti
una serie di incontri diretti, personali, allo scopo
di chiarire, rassicurare, smussare le resistenze. Il passaggio
era più che incerto e il dibattito non venne verbalizzato
forse per non lasciarne traccia. Tuttavia alla
fine uno stringato ordine del giorno dava conto dell’unanime
approvazione della svolta, generalmente attribuita
al carisma e all’alone mitico di Togliatti.
Una specie di consegna impedì per lungo tempo
una giusta informazione.Ma trattandosi di uno straordinario
fatto storico, con la collaborazione di Renzo Lapiccirella
e Loris Gallico, che di Velio Spano era il cognato,
Maurizio Valenzi ricostruì, a posteriori, un verbale
della riunione sulla sorta di appunti, annotazioni
e testimonianze dei partecipanti che, pubblicato nel
1976 dalla rivista Studi storici, non ebbe sostanziali
obiezioni10. Nel dibattito era emersa in realtà una forte
opposizione e al termine della seconda giornata l’esito,
negativo, appariva scontato. A salvare la situazione
provvide Gullo, tra i pochissimi sostenitori della proposta,
che, intervenendo una seconda volta, disegnò il
quadro generale, alludendo con tatto all’orientamento
dell’Urss;mise l’accento sui rischi che gravavano sull’Italia
e sul partito in relazione alle diverse opzioni presenti;
si soffermò soprattutto sulla necessità della guerra
alla Germania strettamente legata alla formazione
di un governo democratico. Insomma, scosse l’assemblea
con un’argomentazione stringente chiamandola
alle sue responsabilità, convinse i compagni e sgombrò
il terreno all’ampia conclusione di Togliatti. Superato
lo scoglio, la “svolta” cominciava a prender corpo e a dischiudere
orizzonti impensabili.
Sull’Ordine proletario Gullo aveva dato voce anch’egli
al rigettomorale dellamonarchia, e segnatamente
dei Savoia.Ma alla caduta del fascismo, pensando alla
necessità d’un governo unitario, giàmetteva in conto l’eventualità
che non si potesse subordinare la caduta del
o la formazione di un governo di svolta alle dimissioni
del re. Un’intuizione conforme a quel che pensava Togliatti,
aMosca. Ne aveva parlato in un incontro ancora
clandestino, suscitando sorpresa e sconcerto tra i compagni.
Epoi, a distanza di qualchemese, nel corso di una
manifestazione conclusa da Aladino Bibolotti11. Non è
privo di significato altresì che a Cosenza avessero posizioni
analoghe due personalità di rilievo: Pietro Mancini
che ad aprile, presiedendo laDirezione del Psi, contribuì
a rovesciarne l’indirizzo; e l’avvocato Cesare Gabriele,
sottosegretario alle finanzenel successivo governoBonomi,
che, sul punto, fu l’unico a dissentire da Croce nella
riunione preparatoria del Congresso di Bari.
La svolta pensata da Togliatti ormai coinvolgeva
tutti. Si collocava nella prospettiva di una democrazia
progressiva ponendo l’accento non sulle scabrose questioni
sociali e politiche che «verranno risolti dal popolo,
domani, una volta liberata l’Italia»12, bensì sulla liberazione
del Paese e lo sradicamento del fascismo in
continuità con l’ideale risorgimentale, patriottico e democratico.
Uno dopo l’altro i partiti antifascisti e la stessaGiunta
esecutiva delCnl aderirono alla svolta inmaniera
più omeno convinta eBadoglio poté formare il governo,
a base politica, preannunciato sin dai primi giorni
d’ottobre del ’43.
Ametà aprile Velio Spano e Gullo effettuarono un
giro di ispezione e propaganda nella Sicilia percorsa da
una violenta campagna separatista e parteciparono, a
Messina, al primo congresso regionale del Pci. Ricorda
Macaluso che la discussione «fu una babele: sulla linea
politica, sulla riforma agraria, sulla ricostruzione»13.
10) Cfr. Verbale del primo Consiglio nazionale del Pci, a cura
di Maurizio Valenzi, in Studi storici, 1976, n. 1, p. 202.. Ulteriori,
importanti specificazioni a riguardo Valenzi le fornì in
Conversazione con Maurizio Valenzi, a cura di Giuseppe Masi, in
Mezzogiorno e Stato nell’opera di Fausto Gullo, Cosenza, Edizioni
orizzonti meridionali, 1998, p. 399.
11) TAA di Mario Alessio.
12) Palmiro Togliatti, Istruzioni alle organizzazioni di partito
nelle regioni occupate, in Id., Opere scelte, a cura di Gianpasquale
Santomassimo, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 331.
13) Emanuele Macaluso, 50 anni del Pci, Soveria Mannelli,
Rubbettino, 2003, pp. 37-38
71 laboratorio culturale
Ma sul crinale di quella che sarà la via italiana al socialismo,
Gullo ne riprese le fila con un intervento di
grande respiro la cui assonanza col discorso di Napoli
sui contenuti della svolta, ha scritto Caprara, non
era sfuggita a Togliatti14.
Gullo annotò nel diario che, sulla via del ritorno,
a Catanzaro, «il compagno Francesco Maruca mi
annuncia di aver poco prima saputo dalla radio lamia
nomina a ministro dell’Agricoltura e delle foreste. La
notizia mi arriva assolutamente inaspettata. E mi
colpisce sia per il fatto di trovarmi improvvisamente
ministro e sia perché mi viene assegnato il dicastero
dell’agricoltura che è in questo momento oltremodo
gravoso e il più difficile per dipendere da esso tutti i
servizi dell’alimentazione. Ad ogni modo sono orgoglioso
che il partito, nel partecipare al primo ministero
popolare di questa parte dell’Italia liberata dagli
eserciti hitleriani, abbia pensato ame,mentre vi erano
tanti compagni di me più meritevoli, eleggendomi
collega di Palmiro Togliatti che entra nel governo
come ministro senza portafoglio»15.
Ministro e Costituente
In quel secondo governo Badoglio erano entrati tre cosentini:
Gullo e Mancini, ministro senza portafoglio
e, alle finanze, il liberale Quinto Quintieri, proprietario
della Banca di Calabria. Nella seduta d’insediamento
Badoglio propose di indirizzare un proclama al
popolo contenente l’impegno, a guerra conclusa, di
eleggere una Camera che definisse l’ordinamento costituzionale.
Ma prontamente lo corresse Gullo: «non
si dovrà parlare di una Camera, bensì di Assemblea
Costituente potendo l’omissione di tale espressione,
di un così netto significato, far pensare legittimamente
ad una inspiegabile restrizione della volontà popolare
»16. Un’interruzione che dava un’impronta di serietà
e rigore al nuovo corso.
NelMinistero dell’Agricoltura Gullo profuse un
infaticabile impegno. Scrisse Paul Ginsborg nella sua
storia dell’Italia contemporanea che «lo scopo di Gullo
non era quello di smobilitare i contadini meridionalima
dimobilitarli, di incoraggiarli a intrecciare le
strategie familiari con l’azione collettiva, a superare
il fatalismo e l’isolamento. Fu questo che dette alla
sua legislazione un tocco di genialità». E soggiunse:
«in un momento tanto delicato per la costruzione dell’Italia
futura, fu questo in realtà il solo tentativo attuato
dagli esponenti governativi della sinistra di
avanzare sulla via delle riforme»17.
I suoi decreti, quella complessa legislazione
agraria elaborata sotto forma di provvedimenti minimali
e contingenti per contenerne l’allarme, furono
nondimeno al centro di aspre lotte sociali e politiche
perché rispondevano a bisogni primordiali: la proprietà
della terra, l’abolizione dei patti agrari iugulatori,
una più equa ripartizione del prodotto. E davano
una risposta alle necessità del momento: l’incremento
delle produzioni, l’ammasso e la distribuzione delle
derrate alimentari su cui fioriva ilmercato nero.Lemisure
più incisive riguardarono la revisione dei contratti
agrari, l’assegnazione delle terre incolte o mal coltivate
e, naturalmente, l’ammasso (i cosiddetti granai
del popolo) le cui norme fondamentali furono emanate
otto giorni dopo l’insediamento del governo.
Dai tempi dei Gracchi era forse la prima volta
che un ministro parteggiava apertamente per quella
società rurale tiranneggiata, sottomessa e misera
pensando di farne addirittura la chiave di volta d’un
più generale rinnovamento del Paese. Fu acclamato
perciò «ministro dei contadini» i quali stravedevano
per questo santo protettore giunto inaspettato. La
sua popolarità travalicò l’ambito della sinistra, ma la
nettezza e la radicalità degli obiettivi sollevarono presto
una violenta reazione di classe: latifondisti, proprietari
terrieri, ceti parassitari spalleggiati dalla
mafia, dal clero e dalla Dc che, nel clima di incipien-
14) Cfr. Massimo Caprara, L’ inchiostro verde di Togliatti,
Milano, Simonelli, 1996.
15) FaustoGullo,Diario, in Id., Scritti, a cura diRosanna Serpa
Gullo, Cosenza, Associazione culturale Luigi Gullo, 2004, p. 8.
16) Ivi, p. 9.
17) Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi,
Torino, Einaudi, 1990, p. 77.
te guerra fredda, si andava caratterizzando come perno
della conservazione e strumento di rottura del
fronte antifascista.
In controtendenza all’affermazione della Repubblica,
all’indomani del referendum tensioni crescenti
e divisioni presero infatti l’abbrivio dalla composizione
del II governoDeGasperi che registrava l’uscita
di Togliatti – sostituito alla Giustizia da Gullo a
sua volta surrogato da Segni all’Agricoltura – e diGiovanni
Gronchi, Manlio Brosio, Riccardo Lombardi,
Ugo La Malfa ed Emilio Lussu, tutte personalità di
rilievo, nonché la diretta assunzione da parte del presidente
del Consiglio deiMinisteri per gli Affari Esteri
(ad interim), per l’Africa Italiana e, soprattutto, degli
Interni, dal quale era estromesso Romita, inviso
alle destre e offerto in sacrificio per la vicenda referendaria.
Era il segnale di una sterzata d’una tendenza
divaricante che Togliatti intravide e criticò esplicitamente,
ma che forse non affrontò con la necessaria
determinazione per eccessiva prudenza o, magari,
considerandola fragile e di corto respiro.
Nel nuovo incarico Gullo profuse competenza,
cultura giuridica, sensibilità garantista nella fase attuativa
dell’amnistia che, interpretata capziosamente
da settori della magistratura, sollevava l’indignazione
dell’antifascismo. E s’impegnò soprattutto a
riorganizzare, rinnovare e qualificare l’Amministrazione.
Mise sotto accusa il Pg della Cassazione e avviò
la procedura di revoca per un comportamento che
riteneva irriguardoso, al limite del disconoscimento,
verso il nuovo capo dello Stato Enrico De Nicola. Ma
a seguito della definitiva rottura con la sinistra il nuovo
governo, centrista, archiviò il provvedimento, per
blandire l’elettorato monarchico in cerca d’un nuovo
approdo.
Dopo l’estromissione dei comunisti dal governo,
Gullo prese partemaggiormente ai lavori della Costituente.
Il suo primo intervento in sede di discussione
generale riguardò la famiglia, la disputa sulla sua natura,
l’eguaglianza fra i coniugi, i diritti naturali dell’uomo
e la famiglia di fatto. E di seguito affrontò la
questione regionale, cui era ostile, la seconda parte
della Costituzione (parlamento, presidente della Repubblica
e governo), magistratura e corte costituzionale
seguita personalmente in concomitanza alla redazione
del testo cui partecipò quale membro dell’apposito
Comitato.Malgrado l’assenza nella fase iniziale
e d’impostazione dei lavori lasciò un segno incancellabile
e pagine lungimiranti e ricche d’umanità,
dottrina e fiducia nell’uomo.
Da vice-presidente del Gruppo dei deputati –
presidente era Togliatti – divenne uno dei principali
leader parlamentari per profondità di pensiero, chiarezza
d’idee, forza polemica e abilità procedurale. Fu
tra i primi a schierarsi dalla parte delle donne, a patrocinare
la battaglia per il divorzio, a comprendere
la novità del ’68 e a simpatizzare col gruppo del Manifesto.
E fu sempre assai critico verso la Dc, il suo sistema
di potere, lo scarso senso dello Stato. Ritenne
perciò sbagliata e vana la ricerca di una stabile collaborazione
di governo, dissentendo dal partito su un
punto fondamentale della sua linea politica.
A un mese dalla morte nell’ottobre del 1974,
«con il rigore e il distacco dell’indagine e del giudizio
critico» che sembrava avesse suggerito egli stesso disponendo
funerali senza cerimonie, Alessandro Natta
rese omaggio al valore, all’intelligenza, all’alta ed
integra moralità, alla lunga battaglia civile e politica
diGullo, esaltato come uno degli uomini nuovi cui nella
catastrofe della guerra poterono cercare orientamento
e guida le masse popolari. «Molte volte, ascoltandolo,
ho pensato che Gullo anche dai banchi dell’opposizione,
anche nei momenti, e sono molti, della
denuncia, dell’attacco, della requisitoria più aperta e
spietata, continuava ad esser ministro», disse Natta
concludendo18. E il teatro gremito, quel popolo che a
Gullo aveva portato affetto senza limite, forse per la
prima volta ne percepì lo straordinario spessore.
18) Alessandro Natta, Il contributo di Fausto Gullo alla lotta
per la rinascita delMezzogiorno e per il rinnovamento democratico
dell’Italia, in Lotta calabrese, 1974, n. 4, pp. 11 e 23.
Giuseppe Pierino 72

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna