MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIO ORIENTE

Dalla nota congiunturale  luglio 2014 di Angelo Gennari

 

 

1.7.2014

 

(chiusura: 07:00)

 

 

 

 

 

Nota congiunturale 7-2014

 

di Angelo Gennari

 

 

 

ATTN: cliccando direttamente, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

 

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare lo/gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero , per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

 

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. 1

 

nel mondo in generale. 1

 

MEDITERRANEO  arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIO ORIENTE.. 2

 

● Lavori in corso: Sisi: stiamo costruendo un nuovo Egitto!   (vignetta) 3

 

● La linea tracciata sulla sabbia, che nessuno ha spostato più e i jihadisti vogliono ora cancellare    (mappa) 7

 

● Lo sbriciolamento dell’Iraq   (mappa) 12

 

● E, adesso? E’ questa, la nostra nuova Exit Strategy, Mr. President?   (vignetta) 14

 

● Vattene!!!   (vignetta) 15

 

nel resto dell’Africa.. 26

 

in America latina.. 27

 

CINA.... 30

 

● Quei mari la storia li  chiama “cinesi”, ma la titolarità ne è diversamente contestata da altri paesi (mappa) 32

 

nel resto dell’Asia. 33

 

EUROPA... 34

 

● Ma a quello lì con l’elmetto, non lo potremmo lasciare almeno senza dolce?  (vignetta) 41

 

STATI UNITI. 53

 

● Le eccezioni dell’eccezionalismo americano per il Medioriente   (vignetta) 53

 

● Chi è che davvero al mondo si ingozza di più di combustibili fossili?   (grafico) 55

 

FRANCIA... 62

 

GRAN BRETAGNA... 63

 

GIAPPONE... 64

 

 

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI

 

nel mondo in generale

 

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di luglio 2014 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza

 

• il 1° luglio si apre il semestre di turno di presidenza italiana del Consiglio europeo dei ministri;

 

• il 9, in Indonesia, elezioni presidenziali (primo turno);

 

• 13 luglio: finale a Rio de Janeiro, in Brasile, della finale dei mondiali di calcio;

 

• 19 luglio, scade l’accordo ad interim semestrale sottoscritto su nucleare e sanzioni tra Iran e P-5+1; il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che entro il 20 luglio bisognerà stavolta chiudere definitivamente l’accordo;

 

• nella seconda parte di luglio, elezioni legislative anticipate in Slovenia;

 

• nel corso di luglio, dopo le grottesche presidenziali, anche le elezioni legislative in Egitto.

 

●A Basilea, parla ora la Banca per i regolamenti internazionali― la BIS, che ha compiti quasi sconosciuti ma in realtà importanti come dicono di camera di compensazione delle transazioni tra gli istituti bancari centrali – è da sempre, ad esempio, l’unico istituto finanziario a collazionare e mettere insieme dalle principali Banche centrali del mondo che lo formano, a riuscire ad avere un’idea e rendere, un po’ confusamente è vero, conto dell’entità effettiva dei fondi a rischio, gli hedge funds che – quattro o cinque volte più del totale del PIL di tutti i paesi del globo messi insieme: cioè, per forza di cose, senza proprio niente di reale dietro – sono in buona parte all’origine della crisi che ancora non è ancoras affatto terminata a livello internazionale.

 

Avverte oggi il Rapporto annuale della BIS che tutta una serie di vecchie e nuove bolle speculative si è formata grazie al mercato non regolato che continua a esser lasciato, irresponsabilmente, del tutto libero prima ancora che il mondo abbia potuto davvero riprendersi dalla crisi. Lo deplora apertamente la BIS, ma senza indicare il che fare: cioe, regolamentare come era prima di Reagan il mercato internazionale: ma non osa osar tanto! (New York Times, 29.6.2014, J. Ewing, Central Bankers Issue Strong Warning on Asset Bubbles― I banchieri centrali avvertono con grane preoccupazione sul pericolo risorgente delle bolle speculative ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/30/business/international/central-bankers-issue-strong-warning-on-asset-bubbles.html).

 

Dice la Banca che sono troppi gli investitori, i grandi speculatori proprio – che ovviamente non chiama così perché, ipocritamente, non le compete dirlo con chiarezza: ma lo fa ben capire – alla ricerca (“disperata”, dice, ma vuol dire ingorda) di portare a casa rendite consistenti a fronte di tassi di interesse che invece al minimo, o quasi, rendono al minimo e perciò hanno fatto rialzare del tutto artificiosametrne i prezzi delle azioni anche e soprattutto di quelle dove “sotto il vestito niente”[1]: i fondi a rischio senza appunto considerarlo, il rischio... che oggi – questo è il messaggio chiaro – è ancora maggiore di ieri.

 

E spiega Claudio Bori, capo del dipartimento monetario e economico della Banca che ha stilato materialmente il Rapporto che c’è “un senso sul serio preoccupante di dejà vu”, di compulsione a ripetersi, “nell’insano fenomeno” (BIS/Bank for International Settlements/Banca per i Regolamenti Internazionali, Presentazione del General Manager Jaime Caruana, 29.6.2014, Uscire dal cono d’ombra della crisi:tre transizioni per l’economia mondiale ▬ http://www.bis.org/speeches/sp140629_it.pdf; e Introduzione al Rapporto,Claudio Borio, The financial cycle, the debt trap and secular stagnation― Il ciclo finanziario, la trappola del debito e la stagnazione secolare ▬ http://www.bis.org/events/agm2014/borio_pres.pdf; e, ancora, testo integrale dell’84° Rapporto annuale (1.4.2013- 31.3.2014), 29.6.2014 ▬ http://www.bis.org/publ/arpdf/ar2014e.pdf).          

 

●Assestando un gran brutto colpo all’Airbus, la Emirates Airlines di Dubai forse oggi la più ricca e presente in campo internazionale tra le grandi linee aeree ha ritirato l’ordine di 70 aeroplani A350 per 21,6 miliardi di $ a prezzo di listino – in realtà, scontati, un 3 miliardi di meno – che, al momento, costituisce la cancellazione più pesante subita dalla compagnia aerospaziale europea. L’A350, che trasporta 250-300 passeggeri, entrerà in servizio più tardi quest’anno ed è la risposta europea al Dreamliner 787, della Boeing di Seattle. Gli Emirates avevano ordinato gli A350 con consegna nel 2019 ma stanno adesso rivedendo la dotazione della loro flotta, anche alla luce del parco aerei dell’Alitalia che dovrebbe ormai incorporare.

 

L’anno scorso la compagnia di Dubai aveva ordinato altri 50 Superjumbo A380, aereo con un certo incremento di passeggeri trasportati rispetto al modello antecedente. Adesso, “il direttore commerciale di Airbus, John Leahy, ha cercato di minimizzare l'impatto della cancellazione del contratto Emirates dicendo che ‘la cancellazione non avrà impatto finanziario su Airbus, le consegne a Emirates erano previste tra il 2019 e il 2023’. Ma a Tolosa hanno accusato il colpo”, perché magari l’impatto non sarà quest’anno ma poi una ventina di miliardi di $ che vengono a mancare dagli ordinativi, al dunque, peseranno duro (Il Sole-24 Ore, 11.6.2014, G. Dragoni, Schiaffo ad Airbus, Emirates cancella ordine per 70 nuovi A350 ▬ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-11/schiaffo-ad-airbus-emirates-cancella-ordine-70-nuovi-a350-094807.shtml?uuid=ABZTZwPB).

 

●L’ultima invenzione tecnologico-organizzativa, la Uber, l’app che operando in 128 città e in 37 paesi del mondo sta sconvolgendo offerta e domanda sul trasporto pubblico e debitamente regolato da leggi nazionali e statuti municipali dei taxi – dicono i più a garanzia di utenti e lavoratori, dicono i meno ma, proprio a causa della regolazione, a costi qualche po’ superiori: scavalcando qualsiasi centralino e qualsiasi obbligo se non la garanzia che l’autista sia dotato di patente di guida col mettere direttamente in contatto il cliente col noleggiatore privato – ha messo insieme quasi di colpo un altro miliardo e 200 milioni di $ di capitale sociale, vale a dire di investimenti privati.

 

Portando, così, la quotazione di borsa a oltre 17 miliardi di $ con un servizio ai clienti che con la sua app su cellulare offre limousines, condivisione di percorsi e suddivisione di costi ai clienti, ha sollevato furibonde proteste e blocchi stradali e del traffico da parte dei tassisti in molti paesi europei (in Italia, soprattutto a Milano) di fronte a quella che, a ragione, definiscono una concorrenza sleale― stesso servizio a regole e condizioni obbliganti imposte ai taxi privati del servizio pubblico autorizzato dai comuni  e deregolamentazione totale per gli altri: i privati-privati  (The Economist, 13.6.2014, Taxis in London – Monopolists unite - You have nothing to lose except your tariffs!―  I taxi a Londra – Monopolisti unitevi - Non avete niente da perdere se non le vostre tariffe! ▬ http://www.economist.com/news/ britain/21604191-you-have-nothing-lose-your-fares-monopolists-unite).

 

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIO ORIENTE

 

●In Egitto, all’inizio della quarta settimana di giugno, arriva il segretario di Stato americano John Kerry che, preso atto del fallimento drammatico della politica del suo governo in tutto il Medioriente, si riscopre comunque allineato e coperto dietro il rais e golpista egiziano. Arriva e riparte subito con grande imbarazzo nei confronti del codazzo di giornalisti che, come sempre, ha al seguito.

 

Perché ha dovuto ricevere e incassare, in silenzio e in piena faccia, il gelido “la cosa non mi riguarda” del dittatore alla richiesta di trattare “con equanimità”, come dice lui quasi comicamente visto a chi si rivolge, i tre giornalisti di al-Jazeera-English, e altri tre per loro fortuna in absentia, a pene non solo assurde ma spropositatamente e volutamente (come lezione) squilibrate per aver detto cose sgradite al governo egiziano. Dall’incontro col generalissimo-feldmaresciallo fellone passano poche ore e, prima della sua partenza, le autorità egiziane fanno in modo che possa venire informato del verdetto del tribunale (Guardian, 23.6.2014. S. Tisdall, John Kerry snubbed by Egypt's heavy jail sentences for al-Jazeera journalists― John Kerry snobbato dalla pesante galera sentenziata in Egitto per i giornalisti di al-Jazeera ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/23/john-kerry-snubbed-egypt-sentences-al-jazeera).

 

Ma tant’é. Il buzzagro aveva appena finito di assicurare l’amico generale a correzione del borbottio con cui Obama s’era spinto – solo un  po’, mica troppo... – a deplorare il golpe, che l’America è comunque pronta a far ripartire lo storico rapporto strategico col Cairo, superando il congelamento del miliardo e 300 milioni di $ di aiuti militari annuali decretato l’anno scorso a cominciare dalla consegna urgente di alcuni decine di elicotteri Apaches che era stata stoppata per un valore di almeno 575 milioni di $ subito (Wall Street Journal, 22.6.2014, Jay Solomon, John Kerry Voices Strong Support for Egyptian President Sisi― John Kerry esprime forte sostegno al presidente egiziano Sisi ▬ http://online.wsj.com/ articles/john-kerry-arrives-in-egypt-on-unannounced-visit-1403426551).

 

In attesa di recarsi a Bagdad, al volo e anche in volo, il giorno dopo col sostegno dell’egiziano, subito ottenuto, a un cambio non traumatico ma effettivo della leadership di al-Maliki – che tanto poi è uno sci’ita... – si è fatta così totale la retromarcia statunitense sulla necessità di cui a Washington si è sempre ma solo chiacchierato di un’apertura necessaria del regime all’opposizione della Fratellanza che nei fatti, boicottandole con grande efficacia, ha dimostrato di essere sempre maggioranza anche in queste ultime elezioni presidenziali.

 

● Lavori in corso: Sisi: stiamo costruendo un nuovo Egitto!   (vignetta)

 

      

 

 

 

Fonte: KAL, The Economist, 27.6.2014

 

●In Libia, un aereo militare da caccia sotto il commando del gruppo ribelle del gen. Hifter ha bombardato, a Sidi Faray e nei pressi, entrambe a Bengasi, posizioni occupate dagli islamisti di Ansar al-Sharia e dal gruppo di militanti noto col nome di 17 febbraio (la data di inizio della rivoluzione anti-Gheddafi del 2011), secondo quanto riferito alla stampa da un’alta fonte militare del governo libico. Non c’è stato neanche un ferito dalle due bombe sganciate e che hanno distrutto un’officina di auto-riparazioni nel perimetro colpito, mentre gli scontri per le strade hanno fatto, essi, almeno una trentina di morti secondo un esponente dei jihadisti nel mirino (ABC News, 1.6.2014, Esam Mohamed, Libya: clashes, bombings leave eìght dead―Scontri a fuoco e bombardamenti lasciano sul campo otto morti ▬ http://abcnews.go.com/International/wireStory/jet-bombs-islamists-base-libyas-benghazi-23946346).

 

Tanto per aggiungere un po’ di confusione, il nuovo governo designato dal parlamento libico e presieduto da Ahmed Miitig ha annunciato il 2 giugno di essersi “regolarmente” insediato (l’avverbio è per lo meno strambo...) anche se il ministro della Difesa e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thani hanno fato sapere di respingere la loro rimozione...

 

Miitig ha anche reso noto di aver riunito il gabinetto per la prima volta dopo la sua discussa scelta di maggio (Ma’an News Agency, 4.6.2014, New Libyan Government takes office amid continuos fighting in the East― Il nuovo [ennesimo] governo libico entra in funzione nel mezzo degli scontri armati che continuano nell’Est del paese      ▬ http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=701871). E’ dal 2011, dalla cacciata e dal linciaggio di Gheddafi (propriamente, Mu’ammar Abū Minyar ’Abd al-Salām al-Qadhdhāfī) che la Libia resta, e in realtà affonda ogni mese un po’ di più, nel caos (Stratfor – Global Intelligence, 15.5.2014, video- transcript, Deteriorating Security in Libya― In Libia, una sicurezza in continuo deterioramento ▬ http://www.stratfor.com/ video/conversation-deteriorating-security-libya).

 

●Il governo libico – o quello che, in qualche modo, cerca oggi di farsi passare per tale – ha annunciato che riprenderà – o, più correttamente, che vuole riprendere – le esportazioni di greggio a Tobruk, all’estremità orientale del paese in Marmarica, a est anche della Cirenaica, quasi al confine con l’Egitto, dal terminal di al-Hurayqah, e lo ha comunicato il 21 giugno, attraverso un portavoce della NOC, la National Oil Corporation.

 

La prima spedizione, di 750.0000 barili, partirà da Mislah e dal giacimento di al-Sarir e la seconda dovrebbe seguire subito, il giorno dopo con il livello di produzione in grado di aumentare gradualmente, giorno per giorno, dicono nel comunicato diffuso dalla LANA (Libya News Agency, 21.6.2014, NOC to re-start shipping oil― La NOC ricomincerà a esportare petrolio greggio ▬ http://www.lana-news.ly/eng).

 

Anche ai confini occidentali della Libia, è quasi un anno che la produzione è stata rallentata da una miriade varietà di proteste che hanno tutte coinvolto, in un modo o in un altro,  i gruppi etnici Touareg o Toubou e le milizie etniche alle dipendenze degli influenti Consigli tribali di città come Zentan, sempre tendenzialmente ribelli o, al contrario, forze residue di sostenitori del vecchio regime di Gheddafi (Stratfor – Global Intelligence, 13.5.2014,Libya: Western Oil Production Restarting, but Underlying Challenges Remain― Nella Libia occidentale riparte la produzione di petrolio, ma restano tutte le difficoltà sottostanti ▬ http://www.stratfor.com/analysis/libya-western-oil-production-restarting-underlying-challenges-remain#xzz35 R DfRV).

 

●Adesso, il 25 giugno, nel mezzo di questo caos, elezioni parlamentari della nuova Casa dei rappresentanti per eleggerne 200 e si riunirà a Bengasi, in Cirenaica – ha deciso il governo  provvisorio – per “far sentire più incluse le popolazioni orientali di questo paese”. Con l’ONU che nella valutazione, soltanto personale però, del suo segretario generale “è un’importante passo avanti nella transizione della Libia verso una governance democratica stabile”.

 

Rispetto a questa speranza, per così dire di stabilizzazione democratica della Libia, emergono subito almeno due enormi problemi. La registrazione degli aventi diritto al voto è a oggi sì e no alla metà di quanto fosse prima del 2012 quando elessero il Congresso generale nazionale nel quale risultarono in maggioranza gli islamisti. Se si vota oggi cioè, la rappresentanza risulterà perfino minore di quanto sia stata in questo mandato parlamentare: certo, non “stabile”...

 

La seconda questione – quella decisiva, poi – è che, anche così, gli islamisti saranno probabilmente in mggioranza anche nella nuova Casa dei rappresentanti: non fosse altro perché sono loro i più attivi, politicamente coscienti e, anche, i più propensi ad andare a votare.        

 

In altri termini, cambierà poco, se al dunque si tratterà di elezioni minimamente libere e che la gente, non fatiscenti Commissioni elettorali,  considererà di fatto come valide. Ma, se sarà così, il generale Hifter, e i suoi seguaci “laici e secolari”, lui lo ha già detto, non saranno disposti a obbedire al nuovo parlamento e al nuovo governo: non se ne fideranno, in effetti. E saremo da capo, come dal golpe in Algeria del 1991: qui, se sono elezioni libere, danno la maggioranza democraticamente ai non democratici – sempre che poi gli altri, gli Hifter, i Sisi, lo siano: democratici! – e, se no, che elezioni sono?

 

Alla fine, si apprende che meno della metà degli elettori titolati a farlo perché presenti nelle liste del 2012,  come s’è detto già dimezzate,  hanno poi partecipato alle elezioni. Alcuni seggi sono  rimasti chiusi per ovvie ragioni di sicurezza mancante ma molti altri proprio per la totale assenza di votanti. A Bengasi gli scontri fuori e anche dentro i seggi hanno provocato una trentina di vittime, tra morti e feriti. Anche se il generale Hifter aveva dichiarato di sospendere ogni operazione nel giorno del voto, anche se con riserva: “per noi la democrazia è importante: ma la sicurezza lo è anche di più” (The Economist, 27.6.2014, Libya’s elections – Dismal democrats― Le elezioni in Libia – Democratici desolati ▬ http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21605948-few-libyans-put-much-faith-weeks-general-elec tion-dismal-democrats).

 

In definitiva, quando due mesi fa, a Tripoli, i politicanti del Consiglio e del Congresso decisero queste elezioni scommettevamo sul fatto che avrebbero tagliato corto con violenze e scontri e migliorato le prospettive di una riforma politica effettiva: o così dicevano. Ma la bassissima partecipazione al voto mina ora alla base ogni speranza di stabilizzazione possibile da questo risultato.

 

●Il 13 giugno, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico si intesta, in Tunisia, l’attacco, con quattro morti tra gli agenti di guardia, alla residenza del ministro degli Interni. E si tratta della prima rivendicazione del genere nel paese, per ora il più “tranquillo” tra quelli del Nord Africa mussulmano che parteciparono, anzi che per primo diede il via nel dicembre del 2010, ai moti della primavera araba (Stratfor, 13.6.2014, Al Qaeda claims attack on Minister’s home― Al Qaeda rivendica l’attacco alla casa del ministro ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/tunisia-al-qaeda-claims-attack-ministers-home).

 

●In Siria, la Commissione elettorale nazionale ha annunciato che il 95% degli oltre 200.000 connazionali registrati nelle liste elettorali ma, ad ogni titolo, residenti all’estero hanno votato presso 43 sedi diplomatiche del paese. E, al di là del fatto che la vittoria di Assad sembra certa, onestamente bisogna dar atto di almeno due novità, davvero nuove, nel voto di questo paese:

 

• che dove la gente ha votato all’estero – a Parigi, a Roma, a Londra, a Berlino... – ha votato in stragrande maggioranza per Bashar al-Assad: lo ha attestato – rodendosi il fegato patriottardo – il NYT (29.5.14, A. Barnard, Syrians in Lebanon Flood Polling Place, Choosing Assad Out of Fervor or Fear― In Libano, i siriani affollano i seggi, e scelgono Assad, per convinzione o per paura ▬ http://www.nytimes. com/2014/05/29/world/middleeast/syrian-exiles-in-lebanon-vote-in-advance-of-national-ballot.html?_r=0#)― sì, forse come male minore: ma, in fondo, in ogni elezione chiunque vota sempre per il male minore, no?;

 

• e che, stavolta, per la prima volta, oltre al nome del presidente uscente, le schede riportavano anche spazi e nomi di altri due candidati. Basta fare un paragone con quella vera e propria buffonata che è stato il voto nelle presidenziali in Egitto: partecipazione alta e vera alle urne, libertà di voto effettiva, ecc., ecc.― la riserva più pesante, e l’unica davvero documentata, avanzata contro la regolarità di queste elezioni dall’opposizione è stata che per votare bisognava identificarsi mostrando una carta di identità all’ingresso dei seggi... ma è proprio come da noi o, per dire, in Germania...

 

Certo, questo è solo il nostro punto di vista, esattamente opposto a quello che il fantomatico, perché letteralmente inesistente, G-8, sta esprimendo mentre scriviamo il 4 giugno a Bruxelles col taglia e cuci dal testo presentato all’incontro dalla Casa Bianca: a Damasco è stata solo una “farsa”...

 

●Scrive un’agenzia di stampa direttamente alimentata dal Pentagono – ma che a Washington conta, e anche molto, perché non sempre ma neanche troppo di rado mostra apertamente la sua indipendenza intellettuale con analisi e giudizi capaci di forte autonomia (NightWatch, 4.6.2014, The situation in Syria― http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000119.aspx) che la realtà è altra: “l’opposizione siriana e la sua lotta hanno fallito nel tentativo di mandare all’aria queste elezioni. Gli arabi di Siria hanno votato in modo del tutto evidente a favore di Assad invece di boicottare queste elezioni.

 

E, malgrado quel che hanno riportato i media monocordi d’occidente e non certo a caso, le elezioni hanno avuto luogo anche in aree pur disputate tra i due fronti, inclusi i distretti di Aleppo. Uno dei leaders dell’opposizione s’é lasciato andare a dire alla stampa di non capire perché i siriani votassero in così tanti per Assad invece di boicottare le elezioni, come lui si aspettava. Gli ha risposto chiaro uno di quegli elettori dicendo agli stessi reporters che aveva votato per il rais perché lui in qualche modo incarnava l’ordine e una speranza di tranquillità e quelli no. In altri termini: se questo minisondaggio fosse mai rappresentativo, l’elezione ha riflesso proprio il totale fallimento dell’opposizione nel farsi riconoscere come un’alternativa accettabile al governo ba’athista di Damasco.

 

In tre anni di lotta e di guerra feroce delle due parti, i gruppi ribelli a Damasco non sono riusciti a darsi una base di supporto vero, popolare. Tanti diplomatici americani hanno svilito le elezioni come insignificanti, una ‘farsa’ hanno detto – mantenendo un silenzio indecente, ma questo lo aggiungiamo noi, in questa Nota su quelle invece tenute in Egitto –... Ma queste sentenze così facilmente spocchiose costituiscono un disservizio sia nei confronti della verità che degli 11 milioni e 600 mila siriani che hanno votato”.

 

Ribadiamo: questo non lo dice Assad, non lo dicono i suoi sicofanti e i suoi sostenitori. Ma, in buona sostanza, lo dice il Pentagono. Che sembra, adesso, essere chiamato dal mezzo gnorri che appare speso il presidente a sostenere molto più attivamente, anche se sempre più disperatamente, quegli incapaci e truculenti “alleati”, laggiù...

 

In ogni caso, e in conclusione o quasi, tutto questo poi importa poco: le elezioni sono state lo sfoggio da parte di Bashar al-Assad del fatto che riesce sempre ed ancora a tenere il controllo di importanti città della Siria, a mantenere la lealtà del nocciolo duro dei suoi sostenitori e quella di gran parte delle sue minoranze etniche e religiose nonché di una parte niente affatto insignificante della stessa popolazione sunnita e a rendere spudoratamente palese il fallimento degli oppositori e dei loro sostenitori, soprattutto stranieri.

 

Questo, onestamente, è anche il nostro discutibile punto di vista. Ma, almeno noi una motivazione, una spiegazione in termini razionali tentiamo di darla: quelli del cosiddetto G-8 – Obama, Renzi, Cameron, Merkel... coi manutengoli dei media internazionali a rimorchio, a far loro da eco, lanciano solo anatemi... Alla fine, vedrete, fra tre, quattro anni, perfino il paludato NYT e – si parva licet... – il TG-7 di Mentana, arriveranno a dirci che il suffragio in Siria, almeno comparativamente, aveva una sua qualche validità (il comunicato dei G-8, senza dare alcuna motivazione, e redatto da giorni ben prima del voto, sentenzia spocchioso come abbiamo visto che è stata una “farsa”): e arriveranno anche a  riconoscere che sì, forse, Putin sull’Ucraina non aveva proprio, chi sa?, tutti i torti...

 

Come che sia, nella guerra georgiana del 2008, erano stati proprio gli avventuristi seguaci di Sa’akashvili, falsamente garantiti e anche fomentati dai bushotti al potere, a sparare per primi e non i russi a “aggredire”: anche se quando hanno risposto, poi, agli aggressori hanno fatto male davvero. E’ proprio come per le leggende inventate e scoperte dopo anni, anche se subito per chi voleva vederle visibili, coi precedenti di Libia, Iraq, Vietnam, ecc., ecc.: ai media ci vorrà molto tempo – senza il bollino di conformità dei rispettivi governi – prima per ammetterlo anche a se stessi e, poi, per riconoscerlo...

 

Al dunque, neanche in occasione di questo evanescente e impotente G-8, hanno saputo e potuto decidere niente insieme. Per ora nessuna nuova o più dura sanzione contro Mosca. È la conclusione ufficiale che attesta di una eclatante disparità di opinioni, al di là delle allisciate in televisione. I francesi vogliono fare la faccia feroce ma  non vogliono interrompere la vendita di armi ai russi, i tedeschi il flusso del gas, e gli italiani con loro,  e neanche i giapponesi sono per fare i duri con le gatte da pelare cinesi con cui si trovano di questi tempi a che fare, gli inglesi sono come i francesi assai incavolati ma guai a toccargli la City e a Obama soffiano sul collo gli interessi commerciali e sensati dei suoi businessmen...

 

●Sul campo, lo sviluppo forse più significativo è stato che adesso, dopo le elezioni presidenziali, e le controffensive dell’esercito regolare e degli Hezbollah, il Fronte jihadista degli estremisti di Al-Nusrah non riesce più a tenere il controllo della cittadina armena di Kassab nella regione alawita della provincia di Latakia. Una tenuta fondata anche sulla brutalità estrema di punizioni elargite con una serie di crocifissioni di cristiani armeni e l’imposizione selvaggia di esazioni e “protezione” forzata a tutta la popolazione islamica. E, questa, è una città importante costituendo di fatto l’unico transito consentito tra la provincia di Latakia e la Turchia.

 

E’ una perdita cruciale per Al-Nusrah perché il controllo di Kassab avrebbe costituito il secondo fronte loro necessario a alleviare la pressione delle truppe governative su Aleppo, all’est. La Siria continua ad accusare, con sostanziose evidenze, la Turchia di aver continuato a aiutare al-Qaeda  e al-Nusrah a prendersi Kassab a marzo mentre la Turchia ha denunciato che truppe regolari iraniane, oltre agli Hezbollah, hanno combattuto sul fronte del governo siriano. Per ora, sembra proprio che i siriani stiano assicurandosi che il cosiddetto califfato dell’ISIL―loStato Islamico dell’Iraq e del Levante (o ISIS― dell’Iraq e della Siria) non riesca a arrivare fino alle sponde del Mediterraneo.

 

Subito, intanto, e in polemica aperta con al-Qaeda e i suoi seguaci, i jihadisti dell’ISIL vanno avanti per conto loro e, anticipando i tempi, si ribattezzano –  se così, impropriamente e con una pronuncia quasi blasfema, si può dire – come vero e proprio califfato― cioè, uno Stato indipendente costituitosi nell’area da essi controllata di Iraq e Siria – poca cosa al momento, a dire il vero però – sotto la guida del nuovo auto-proclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi (una nomina che sfida apertamente l’autorità di al-Qaeda, esaspera inevitabilmente tutte le differenze teologiche, etniche, politiche, culturali e di fondo tra mussulmani.

 

“Globalmente, viene alla luce che la generazione più giovane della cominutà jihadista sembra spostarsi dalla parte dell’ISIL, sopratuto per la rapidità e la feroce brutale efficacia con cui raggiunge i propri dichiarati obiettivi” (sottolinea – avvertendo che vanno presi sul serio – Charles Lister, del Centro di ricerche della Brookings, di Doha nel Qatar, citato in Guardian, 30.6.2014, M. Tran e M. Weaver,Isis announces Islamic caliphate in area straddling Iraq and Syria― L’ISIL annuncia la creazione del califfato islamico nella zona a cavallo tra Iraq e Siria ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/30/isis-announces-islamic-caliphate-iraq-syria).

 

Subito prima, un po’ per disperazione, un po’ per speranza, tornando indietro rispetto a quanto già deciso rompendo proprio con al-Qaeda e l’ISIL, il 24 giugno al-Nusrah― il Fronte per la vittoria del popolo di Siria aveva annunciato di aderire pienamente all’obbedienza a chi vince, cioè proprio all’ISIL, nella composita e lasca coalizione dei jihadisti maggiormente estremisti. Ma, certo, adesso, dopo la proclamazione “avventata e fuori tempo”, dice al-Qaeda, del minicaliffato bisogna vedere cosa succede nei fatti e non nelle enunciazioni...

 

Lo fa rilevare l’Osservatorio siriano per i diritti umani – un istituto non precisamente neutrale ma spesso in sintonia più coi ribelli che col governo – valutando che si tratta di una “fusione” importante perché apre la strada a una presa di controllo da parte dell’ISIL e di al-Qaeda – che, in qualche modo, anche se ne riconosce il brand, ne costituisce una branca anarchicamente indisciplinata – di entrambi i lati del consine sito-iracheno, a Albu Kamal in Syria e Al-Qaim in Iraq (Yahoo News!, 25.6.2014, (AF.-P.), Qaeda merges with ISIL at Syria-Iraq border town: NGO― ONG siriana  informa della fusione tra Qaedaa/al-Nusrah  e ISIL in una località del confine tra Siria e Iraq ▬ https://nz.news.yahoo.com/a/-/world/24316641/qaeda-merges-with-isil-at-syria-iraq-border-town-ngo).

 

Però, non sarebbe neanche male cominciare a capire che l’attenzione, e la capacità di attrazione, oltre al fanatismo scatenato dalla cieca fede nella loro versione dell’Islam, all’ISIL viene anche e proprio dalla parola d’ordine radicata nella realtà storica di voler arrivare a cancellare con la forza i confini imposti con la forza nel 1916 dal colonialismo britannico e francese.

 

Quando l’accordo Sykes-Picot li tracciò sulla carta e sulla sabbia. Il vento della storia dovrebbe da tempo averli spazzato via ma, va detto, per responsabilità dei colonialismi che li tracciarono senza capire niente di etnie, religioni, sensitività di popoli e tribù ma, soprattutto, per colpa degli arabi asserviti alle “sette sorelle” dapprima e poi agli ex Stati colonialisti degli arabi e delle loro divisioni frontiere che durano ormai da cent’anni tra Iraq, Siria, Libano e Giordania. L’idea-forza di spazzare via Sykes-Picot così la riaccendono questi nel mondo arabo e rischiano di trascinare dalla loro non solo i visionari dell’Umma, la comunità senza confini tra i mussulmani del mondo, ma anche il sogno nasserita del nazionalismo pan-arabo per il futuro della regione...

 

● La linea tracciata sulla sabbia, che nessuno ha spostato più e i jihadisti vogliono ora cancellare    (mappa)

 

 :legenda dei diversi colori: la spartizione tra francesi e ing lesi

 

:  verde scuro,  diretto controllo francese;   verde chiaro, influenza francese  arancione, zona internazionale  nero,  diretto controllo britannico    grigio, influenza  inglese    

 

Fonte: Tarek Osman, 4.12.2013, Why border lines drawn with a ruler in WW1 still rock the Middle East― Perché i confini tracciati con la riga e la squadra nella prima guerra  mondiale ancora fanno ballare il Medioriente ▬  http://www.bbc.com/news/world-middle-east-25299553

 

●Intanto, l’Organismo delle Nazioni Unite per le Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), ha ufficialmente annunciato che il residuo 8% di componenti precursori e armi chimiche dichiarate della Repubblica Araba di Siria sono state ormai caricate sulla nave trasporto danese incaricata di portarsele via.

 

Con questa spedizione, tutte le armi chimiche che Assad aveva detto di far distruggere sono state rimosse dal territorio o distrutte. La Siria aveva una delle maggiori scorte conosciute (con eccezione ufficiosa di America e Russia― che dichiarano di tenerne ancora ma solo per studiarle e combatterle) e la distruzione di queste scorte (non di quelle che ovviamente, forse, hanno rubato e controllano i jihadisti) è stato un fatto importante, avendo tra l’altro disinnescato le smanie bombarole sulla Siria a tappeto che solleticavano Obama raggiungendo la soluzione voluta, e suggerita da Putin, in soli 9 mesi: assicurandosi, così, almeno che ai terroristi jihadisti non possano finire in mano altre armi chimiche o componenti di esse precursori (OPCW, 23.6.2014, Dichiarazione del Direttore generale, Ahmet Üzümcü ▬ http://www.opcw.org/news/article/announcement-to-media-on-last-consign ment-of-chemicals-leaving-syria).    

 

●Intanto, nella sempiterna vertenza interna – centrata sui diritti di sfruttamento del greggio – tra quello del Kurdistan e dell’Iraq, tra governo centrale e autorità di governo regionale, Massoud Barzani, presidente  del governo di Erbil ha adesso ufficialmente minacciato il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki di organizzare al più presto un vero e proprio referendum per proclamare l’indipendenza dei curdi dall’Iraq, se non si riesce a trovare un accordo “equo” nel negoziato con Bagdad (Avim― Center for Eurasian Studies/Istanbul, 2.6.2014, Furious KRG Threatens to Declare Independence― Un furioso Governo regionale curdo minaccia di proclamare l’indipendenza ▬ http://www.avim.org.tr/bulten/en/88253).   

 

Con una dichiarazione ufficiale il governo regionale del Kurdistan iracheno ha, infatti, chiesto che questo negoziato con Bagdad cominci subito. Le tensioni sono, infatti, salite alle stelle nelle ultime settimane per la dura opposizione – sul piano ufficiale e costituzionale in pratica insormontabile, su quello militare anche probabilmente – del governo di Bagdad alla decisione di Erbil di vendere, via la Turchia, il greggio del Kurdistan iracheno agli Stati Uniti e a Israele. Molti analisti americani – i più, forse – di cose curde e irachene – accademici, giornalisti, politiconi e spioni: ciarlatani che da anni non ne azzeccano una – dicono che Barzani, come ha fatto in passato, bluffa anche stavolta... Ma in Turchia e a Bagdad non sembrano affatto esserne tanto sicuri.

 

In effetti, oggi la minaccia maggiore che per Bagdad rimpicciolisce anche quella alla sovrana proprietà del greggio estratto sul suo territorio, anche nel Kurdistan iracheno, è che dipende anche dalla comprensione in qualche modo dei curdi e pure – un po’ contro natura per Erdoğan: ma sono troppo fanaticamente estremisti per lui i sunniti jihadisti dell’ISIL – e di un loro appoggio contro l’insurrezione sunnita. Per cui, anche una questione strategica come quella del petrolio esportato dal Kurdistan senza permesso legale, diventa ora quasi marginale.

 

Così, l’offensiva sunnita che assume subito le dimensioni della guerra civile totale e senza remissione alcuna ridimensiona un po’ tutta la strategia che Bagdad stava delineando come quella che voleva seguire per bloccare i curdi. Era proprio all’immediata vigilia dell’offensiva ribelle che stava, infatti, approntando una reazione molteplice: legale, commerciale, diplomatica e politica ma anche di pressioni militari, essendo intanto il governo regionale curdo riuscito a inviare con successo e non essendo Bagdad riuscita a bloccare le petroliere partite dal nord dell’Iraq verso l’Europa.

 

Erano, infatti, arrivati nel porto turco di Ceyhan il milione di barili di greggio caricati sulla petroliera United Emblem in arrivo dal nord dell’Iraq senza il permesso di Bagdad che aveva già  minacciato di portare le vertenza coi curdi in sede ONU e anche già denunciato formalmente in sede di arbitrato internazionale la Turchia per averlo consentito; mentre, nel frattempo, un’altra petroliera, la Minerva Antonia aveva portato a Trieste e pompato di lì attraverso il gasdotto transalpino a una raffineria tedesca, la Ruhr Oel di proprietà della BP inglese e della russa Rosneft  un altro carico di 41.000 tonnellate stimato a un valore di 31 milioni di $...

 

Anche Israele, oltre a Turchia e Stati Uniti, stanno comprando il greggio curdo così, di straforo e forzando la mano, e Bagdad aveva cominciato a stilare e rendere nota una lista di varie compagnie considerate pirata che violavano la legge irachena mettendo a rischio anche di drastica revisione diritti e rendite di tutte quelle (le grandi anzitutto, come Rosneft e BP, ma anche le singole piccole) comunque coinvolte nell’acquisto del petrolio curdo non autorizzato. L’ultima a entra nella blacklist irachena era stata l’austriaca Österreichische MineralOlverwaltung/ÖMW. Ma adesso, con l’attacco dell’ISIL anche le priorità per Bagdad, che di un appoggio curdo come, almeno, di una minore ingerenza turca ha drammaticamente bisogno, sono cambiate.

 

E all’inizio della terza settimana metà di giugno viene confermato che ormai il Kurdistan iracheno è riuscito a vendere – e a farsi pagare dopo averlo consegnato a destino – il carico di due petroliere , uno in Europa e l’altro in Israele (The Jerusalem Post, 20.6.2014, Israel receives first oil shipment from Iraqi Kurdistan― Israele riceve la prima spedizione di petrolio dal Kurdistan iracheno ▬ http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Israel-set-to-receive-oil-from-Iraqi-Kurdistan-360054).

 

E sono pronte a partire da Ceyhan, subito almeno altre due spedizioni di origine curda, adesso che al-Maliki dovrà alleggerire le tensioni su questo fronte privilegiando la ricerca di un’intesa sull’altro, così come dovrà chiedere – e non più cercare di imporre – ai paesi terzi un comportamento più corretto anche quando, proprio adesso, potrebbero profittare (almeno così credono) dell’alternativa aperta dalla crisi delle forniture che pervenivano via l’Ucraina (Lignet/Langley Intelligence Group Network [è la CIA che ha sede a Langley, in Virginia, alla periferia di Washington, sito on-line che analizza con qualche affidabilità ipotesi e notizie emergenti da una sistematica revisione di tutte le fonti riferibili in ogni modo ai servizi segreti], 12.6.2014, Kurds exporting more oil despite Bagdad’s protests― I curdi esportano più greggio malgrado le proteste irachene ▬ http://www.lignet.com/HotTopic.aspx# ixzz34kc7WEQB).

 

●Intanto, a Teheran arriva, tempestivo, il presidente del governo regionale autonomo del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, in visita che non era stata pubblicamente annunciata. E, adesso, viene anche annunciato che dopo l’Iran, Barzani andrà anche in visita ad Ankara per discutere coi turchi della situazione in Iraq: del petrolio curdo offerto e comprato dai turchi ma, anzitutto ormai dell’’ISIL, sul cui agire la Turchia, anche se molto critica dell’estremismo jihadista sunnita, ciurla ancora nel manico proprio in forza del comune sentimento sunnita (Shafaq News/Bagdad, 16.6.2014, Barzani heads to Iran and Turkey in unannounced visit― Barzani in visita non annunciata in Iran e in Turchia ▬ http://english.shafaaq.com/index.php/politics/10189-barzani-heads-to-iran-and-turkey-in-unannounced-visit).

 

●Sotto il persistere dell’attacco, che impone ormai preoccupazioni analoghe sia ai curdi che, in modo ancor più pressante, al governo centrale (l’offensiva sarebbe arrivata a Baquba, solo a una sessantina di Km. dalla capitale e attacchi di mortaio avrebbero interrotto la produzione nella principale raffineria del paese, a Baiji a sud di Mosul e circa 230 Km. a nord di Bagdad, portando anche all’evacuazione forzata del personale straniero) e si comincia ad intravvedere una via possibile di compromesso per un’intesa tra i due governi, quello centrale e quello autonomo regionale, sul contenzioso del gas.

 

Che, comunque, al momento, è l’unico vero vincitore degli ultimi sviluppi della guerra civile tra gli iracheni, sci’iti al governo e sunniti – jihadisti dell’ISIL, tribalisti e reduci di Saddam e del ba’ath –   in rivolta.

 

Un portavoce del governo autonomo curdo del nord dell’Iraq ha infatti avanzato, attraverso i media per ora, un’ipotesi che dovrà essere valutata a Bagdad di una fetta di reddito predefinita per l’autonomia curda del 25% della vendita di greggio estratto nel Kurdistan iracheno. La legge attualmente prevede per Erbil un 17% di quota fissa ed è questa percentuale che, sulla base dell’aumento della sua popolazione e della quantità di petrolio estratto e venduto, i curdi vorrebbero riconcordare in aumento (Stratfor, 17.6.2014, Iraq: Kurds Want Higher Share Of Oil Revenue― Iraq: i curdi chiedono una quota maggiore dei profitti del reddito petrolifero [della loro regione] ▬ http://www.stratfor.com/situat ion-report/iraq-kurds-want-higher-share-oil-revenue)...

 

Su questo si dovrà certo discutere. Ma già discuterne è un vittoria dei curdi... Intanto, la Turchia si farà carico di rispondere, dopola chiusura da parte dei ribeli sunniti iracheni (vedi qui subito dopo) della raffineria di Baiji nerl nord dell’Iraq  del bisgono di altre 4.000 tonnellate di petrolio raffinato al governo regionale curdo iracheno. Lo annunciano, il 27 giugno in Turchia, il ministro dell’Energia, Taner Yildiz, e il premier del governo regionale curdo, Nechirvan Barzani (Hürryet Daily News/Istanbul, 27.6.2014, Turkey to meet KRG’s fuel demand amid oil crisis― La Turchia farà fronte alla domanda di combustibile del GRC nel mezzo della crisi petrolifera ▬ http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-to-meet-krgs-fuel-demand-amid-oil-crisis-minister.aspx?pageID=238&nid=68364&NewsCatID=348).

 

La Turchia chiede, e continuerà a premere, sui due governi, quello curdo di Erbil e quello iracheno di Bagdad, perché risolvano le loro divergenze sul petrolio e la spartizione delle sue entrate in modo che il greggio del nord del paese possa venire esportato regolarmente via la Turchia.

 

●Nel frattempo, i ribelli sunniti, con  l’attacco più audace sferrato da quando se ne sono andati gli americani contro il governo centrale, hanno preso il controllo della seconda città dell’Iraq, Mosul, tra l’altro confinante con il Kurdistan iracheno ed essa stessa al centro di una regione che produce ed esporta larghe quantità di petrolio occupandone arsenali militari, banche, industrie, centri di comunicazione prigioni (sono stati “liberati” almeno 2.500 insorti sunniti e il palazzo del governatore (New York Times, 10.6.2014, Suadad al-Sahly, Karem Fahim e R. Gladstone, Sunni Militants Drive Iraqi Army Out of Mosul― I militanti sunniti cacciano via da Mosul l’esercito iracheno ― http://www.nytimescom/2014/06/11/ world/middleeast/militants-in-mosul.html?hpw&rref=world&_r=0).

 

E mentre, a Washington, il dipartimento di Stato con una dichiarazione di un anonimo portavoce dice che gli Usa sono “molto preoccupati”, il primo ministro Nouri al-Maliki, giustamente – lui davvero – preoccupatissimo, dichiara lo stato d’emergenza nazionale e chiede l’aiuto di tutti i governi amici senza menzionare specificamente gli Stati Uniti ma, almeno – miracolosamente per gli USA – neanche l’Iran che, ormai, è il suo maggiore alleato. Molti dei sunniti che hanno attaccato Mosul sono militanti tornati e scappati sconfitti dalla Siria di Assad che avevano aiutato a occupare come parte dell’ISIL, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, di obbedienza sostanzialmente al-Qaedista, anche se ormai allontanato dalla casa madre perché da essa giudicato troppo anarchico e troppo estremista.

 

Alcuni membri del parlamento di Bagdad provenienti dalla provincia di Mosul, discutendo coi giornalisti stranieri della situazione, hanno denunciato che le forze di sicurezza sono scappate in molti casi senza neanche sparare un colpo, “abbandonando armi e equipaggiamento che adesso sono sotto il controllo dei militanti islamisti”.

 

●Nei fatti,  ormai in questo paese si è ancora una volta passati da uno stato di insurrezione a quello di una vera e propria guerra civile. Qui, l’ISIL controlla ormai almeno tre grandi città dell’Iraq sunnita, Fallujah e Mosul, e ora anche Tikrit, città natale di Saddam Hussein dove è anche stato – tutti qui sanno benissimo dove tumulato, discretamente – dopo essere stato impiccato dai vincitori scii’ti. E l’ISIL ha cercato di prendersi anche altre città, fallendo al momento qua e là in alcune località ma prendendosi, pare, Samarra (BBC News, 11.6.2014, Suadad al-Salhy, Alan Cowell e R. Gladstone, Iraqi insurgents seize new city - Tikrit Falls; Battle at Samarra, 70 Miles North of the Capital― Gli insorti iracheni si prendono una nuova città – Cade Tikrit; battaglia a Samarra, a 110 km. a nord della capitale ▬ http://www.bbc.com/ news/world-middle-east-27800319). Lo scopo che l’organizzazione si prefigge è quello di creare un emirato islamico unito che tenga insieme sia Iraq che Siria sotto la massima disciplina della shari’a, nell’interpretazione più rigida della scuola wahabita.

 

Subito, intanto, è riuscita a costringere sia BP che ExxonMobil, i gestori dei campi petroliferi di Rumaila e West Qurna 1, a ritirare tutti gli addetti non iracheni che hanno sul luogo. Resta difficile credere che, in queste condizioni e dati i posti chiave che i tecnici stranieri ricoprono potranno continuare a essere mantenuti i livelli attuali di produzione dei due giacimenti che, al momento, contano per circa la metà di tutta la produzione in territorio propriamente iraecheno― non quello curdo cioè (Iraq Oil Report, 16.6.2014, Ali Abu Iraq, Iraq’s largest oil fields reduce staff― I maggiori giacimenti petroliferi riducono i loro addetti ▬ http://www.iraqoilreport.com/security/energy-sector/iraqs-largest-oil-fields-reduce-staff-12522).

 

E subito dopo tocca anche all’ENI ridurre “prudenzialmente” a Bassora, dove da anni sta cercando il petrolio per conto del governo iracheno, il suo personale non locale (come se in queste condizioni  il pericolo fosse, qui, solo per gli stranieri). E l’ambasciata italiana a Bagdad dimezza anch’essa il numero dei diplomatici― da quattro a due: la roccaforte blindata che da anni è l’ambasciata americana irachena ha più di 5.000 dipendenti... (RAI News, 20..6.2014, ENI in Iraq ▬ http://www.rainews. it/dl/rainews/articoli/ContentItem-c1f15d0e-6abe-4cd2-b56e-5e289f2a91f4.html?refresh_ce ).

 

L’ISIL, di fatto, è qualcosa di molto di più di un gruppo di insorti: è stata capace di darsi un’organizzazione efficace dimostrando di riuscire a conquistare e anche a “tenere” città e regioni intere del’Iraq. In pratica larga parte del nord-est di confine con la Siria. Con la forza delle armi e la disciplina che instaura, a botte di fede e di spada, brandite insieme secondo le antiche tradizioni medioevali di tutti, i mori come i crociati come i colonialisti europei in giro per il mondo almeno fino a tutto il Rinascimento, e anche oltre (la spartizione dell’America latina prima e dell’Africa poi, dall’inizio del XVI a quello del XX secolo) ma anche frammentando il territorio del paese e sottraendone una larga fetta al controllo di Bagdad.

 

E a tappe forzate ha subito cominciato a installare – per convinzione, con la violenza delle armi e della frusta e con la paura – quello che chiama, appunto, l’emirato unico di Iraq e Siria, un vero e proprio nuovo “califfato” che intende riesumare non uno Stato qualificato, come altri,  mussulmano o islamico ma proprio islamista, retto dalle interpretazioni più rigorose dell’antica e fondamentalista lettura della shar’ia― la legge o strada unica e voluta dall’Islam per reggere la società, quella dei khilāfa, i monarchi unici teocrati e successori legittimi del profeta (ma è proprio sulla relativa legittimità degli uni e degli altri che si basa poi lo scisma tra sunniti e sci’iti...).

 

Anche se accompagnato da come vengono pur nelle condizioni della guerra civile curati i bisogni popolari più elementari ma anche essenziali: sanità, un minimo di polizia e di giustizia impartita e vista impartire secondo regole e leggi comunque dichiarate e fatte applicare, un’essenziale quantità di servizi pubblici― tutte cose essenziali che mai il governo Maliki aveva fatto valere e che questo pese aveva “goduto” (un’erogazione regolare di acqua e elettricità ad esempio) solo ai tempi di Saddam Hussein (Guardian, 24.6.2014, Ian Black, M. Chulov e Spencer Ackerman,  Iraq crisis: answers to readers' questions about a nation on the brink― La crisi dell’Iraq: risposta alle domande dei lettorisu un paese che è è in bilico lì, sul bordo ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/24/iraq-crisis-experts-answers-isis-maliki-kurds).

 

Un volantino capillarmente diffuso ora a Mosul proclama che “ci siamo presi sule spalle il compito di riportare alla vita le glorie del califfato islamico, mettendo fine così all’oppressione dei nostri fratelli”, si capisce, i sunniti,  “tagliando la testa alla serpe scii’ta che ormai sta strangolando il popolo di Allah, l’umma, l’unità dei credent... e sradicando l’infestazione sci’ita radendo al suolo i loro blasfemi santuari politeisti di Karbala e di Najaf”. Di qui, dalla instaurazione del califfato unico siro-iracheno di obbedienza sunnita bisogna partire, per esportare la jihad poi in tutto il mondo― e si capisce perché allora, no?, magari rabbrividendo un po’ a questo punto anche in America c’è chi cominci a dire “per fortuna che Assad c’è!”.

 

Subito, il giorno dopo la cacciata delle truppe del regime dalla città, gli insorti jihadisti hanno proibito ogni riunione pubblica non autorizzata sotto pena di morte e, sotto pena della decapitazione pubblica ordinato a chiunque di rompere ogni contatto col governo di Bagdad e a ogni donna di “vestire modestamente e restare in casa”. Però, in ventiquattrore pare che i nuovi abbiano anche restaurato con una certa efficacia il funzionamento dell’acquedotto e un flusso continuo della corrente elettrica in tutta Mosul...    

 

● Lo sbriciolamento dell’Iraq   (mappa)

 

 

 

  

 

= ====== 50 miglia ========= 100 km.

 

  ● territorio della repubblica islamica dell’Iraq conquistato o sotto controllo dell’ISIL:  a nord di Bagdad dal 10.6.; in  grigio,  ●   al l’estremo nord-est, province dell’autonomia curda; all’estremo nord-ovest,● sotto il controllo dominante ma conteso dell’ISIL; il resto, in arancione scuro, ● sembra ancora ma non sempre restare (Tikrit, Sanmarra...) sotto il controllo del regime iracheno di Nouri al-Maliki.

 

Fonte: rapporti AFP/BBC

 

Ora anche una dichiarazione solenne dell’Associazione degli studiosi islamici di Iraq (Hayat Al-Ulama Al-Muslimin) formata per unificare i credenti sunniti sotto la propria unica bandiera incoraggia apertamente in termini religiosi l’ISIL a tenere sotto controllo e governare direttamente Mosul incoraggiando i giovani a ribellarsi contro il governo di Bagdad.

 

Esattamente al rovescio di quel che capita in Siria, dove la presa dell’ISIL sembra assai fragile e duramente combattuta e sconfitta, oltre che dal governo di Assad e dalle milizie degli Hezbollah libanesi anche da quasi tutti gli altri gruppi ribelli, qui in Iraq essa non solo è la forza dominante tra i ribelli, cui si potranno forse opporre con qualche efficacia i peshmerga― iguardiani della terra curda, se non faranno tout court anche loro la secessione – ma allora rischiando le ire della vicina Turchia – ma è riuscita con successo, per ora, a frantumare l’Iraq.

 

Che all’ultima ora poi effettivamente, di fronte alla possibilità sempre più concreta ormai di perdere il controllo di vaste aree dell’Iraq occidentale e settentrionale, col ministro degli Esteri Hoshyar Zebari annuncia di voler chiedere la cooperazione delle forze armate del Kurdistan per riprendersi il controllo delle aree ormai sotto il potere dell’ISIL (onislam, 11.6.2014, Iraqis flee Mosul after militants takeover― Dopo la conquista da parte dei militanti, gli iracheni scappano da Mosul ▬ http://www.onislam.net/english/news/ middle-east/473673-iraqis-flee-mosul-after-militants-takeover.html).

 

E, di fatto, già il 12 mattina arriva notizia che la città di Kirkuk, appena al di fuori della regione autonoma del Kurdistan e centro petrolifero di primaria importanza per l’Iraq stesso, è già difesa e in buona parte anche controllata dalle forze curde dopo che la guarnigione irachena l’ha abbandonata il giorno prima (e sarà ora duro, se per il governo centrale le cose andranno alla fine un po’ meglio, convincere gli agguerriti peshmerga e i curdi in generale a lasciare quella che da sempre considerano, con fondamenti storici non certo inventati, la loro vera capitale storica...

 

Nel frattempo, il prezzo del barile di greggio scatta di botto all’insù toccando in pochissime ore i $ 112 al barile, al massimo da marzo a oggi (Il Sole-24Ore, 12.6.2014, Crisi in Iraq, il prezzo del petrolio sale ai massimi. A Kirkuk i curdi respingono l'assalto jihadista ▬ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-12/iraq-ribelli-marciano-baghdad-e-minacciano-governo-pronti-droni-usa-105554.shtml?uuid=ABqrdGQB). E, subito,  naturalmente ripartono le speculazioni anche su quanto potrebbe incidere a catena questo rincaro sulle attese di inflazione e, dunque, a raffreddare quel po’ di ripresa che qua e là anche tante banche centrali stanno spingendosi a propiziare.

 

●E torniamo così ancora una volta a parlare della cosiddetta legge delle conseguenze impreviste (qui, l’appoggio americano agli insorti scii’ti contro i sunniti perché Saddam Hussein che avevano battuto era sunnita lui stesso, senza neanche accorgersi così, quasi, che avevano deciso loro di mandare gli scii’ti al governo, favorendo tra l’altro, e anche qui quasi per omissione, la vittoria strategica dell’Iran): una specie di inesorabile conseguenza contraria di scelte fatte con intenzioni opposte che sembra ormai schiacciare l’America dovunque e comunque si muova o non si muova, a destra o a sinistra, avanti o indietro... sempre, nel mondo complesso quasi portasse sfiga a se stessa e a chi ad essa si appoggia...

 

Torma prepotente alla mente la stranissima intervista in cui nel 2002 (ma se ne scrisse solo nel 2004, a invasione dell’Iraq già in atto e, anche allora, senza neanche identificare per nome e cognome l’intervistato, peraltro chiaramente individuato dicendo che era il più vicino consigliore di Bush), Karl Rove, prendeva per i fondelli l’intervistatore informandolo che “ormai, gente come te vive ‘in quella che noi chiamiamo una comunità basata sul reale’,  da lui definito lui come ‘gente come me che crede in soluzioni emergenti dal nostro stesso avveduto studio di quella che  è la realtà discernibile’. Io assentivo ma cercando di mormorare qualcosa sui princìpi del diritto internazionale e sulla necessità del pragmatismo... Ma lui  mi zittiva subito”.

 

No, ‘non è così che funziona, non più: il mondo non funziona più in questo modo. Noi ormai siamo un impero. Quando ci muoviamo, creiamo noi la nostra realtà. E voi continuate a studiarla quella realtà― anche voi con avvedutezza, e noi intanto agiremo di nuovo, creando nuove realtà, che voi vi metterete a studiare e andrà a finire così. Sianmo noi gli attori della storia... e a voi, a tutti voi, resterà solo la possibilità di studiare quel che noi facciamo’”(New York Times, 17.10.2004, Ron Suskind, Faith, Certainty and the Presidency of George W. Bush― Fede, certezze e la presidenza di George W. Bush ▬ http://www.nytimes.com/2004/10/17/magazine/17BUSH.html?_r=0).

 

Erano certi di pacificare tutto il Medioriente con una pace basata su bombe intelligenti, F-16 e  Stealth e se utile, magari, anche una missione militare di 200.000 soldati presenti a rotazione permanente; puntavano a metterci una guarnigione articolata soltanto in Iraq su almeno una quarantina di basi; erano certi che la gente li avrebbe salutati e baciati da liberatori; già dicevano di volerci costruire (e lo fecero) una mega-ambasciata capace di ospitare migliaia di dipendenti da cui poi governare (e qui, invece, hanno fallito) tutta la regione coi propri pro-consoli (così li chiamava);  di piegare la Siria e l’Iran alla potenza americana; e, a partire da lì, “prosciugando” una volta per sempre dai terroristi che l’infestavano la “palude mondiale” e creando una “Pax americana” globale  basata su una potenza militare che nessun altro al mondo, né qualsiasi altra combinazione di potenze al mondo,  sarebbe mai stata in grado di sfidare...

 

Eccola la radice di ogni male, l’ineluttabile tagliola  della legge delle conseguenze non previste (ma, a dire il vero non previste poi, a veder bene, forse solo da chi come Karl Rove – ma  non da lui solo – si faceva accecare dalla propria fasulla smania di onnipotenza. Per cui francamente viene più di un dubbio a leggere che adesso, Obama, personalmente ancora una volta, se ne esce con una delle frasi in assoluto più disgraziate cui i presidenti americani usano abbandonarsi custodendole lucide e pronte all’uso nella loro faretra (e che, quando decidono poi di utilizzare non più solo retoricamente e a fini di deterrenza ma, come hanno già fatto qui per due volte, da 9.973 km. di distanza o, come in Afganistan, da ben 11.134, diventano il prodromo disgraziato di guai seri).

 

Dice adesso, il presidente, dando retta al richiamo solito loro della foresta che “se i nostri interessi – già... quali? – fossero messi direttamente in pericolo, nessuna scelta è esclusa”. E in questa frasetta c’è tutto il risvolto strategico del disastro per al-Maliki e per gli americani...

 

● E, adesso? E’ questa, la nostra nuova Exit Strategy, Mr. President?   (vignetta)

 

 

 

Fonte: Khalil Bendib, 27.5.2014

 

E’, cioè, sarebbe oggi possibile anche un’altra invasione? o escludendo, come viene pure lasciato capire, truppe di terra – come le chiamano – una campagna di bombardamenti aerei? magari stavolta coi droni invece che coi vecchi B-52 e o i moderni B-2 Stealth? (White House, conferenza stampa col premier australiano Tony Abbott, 12.6.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/06/12/remarks-president-obama-and-prime-minister-abbott-australia-after-bilate).

 

E’ questa, infatti, ormai la richiesta manifestata in pubblico e senza più remore dal premier Maliki agli americani (Guardian, 18.6.2014, M. Weaver, T. MacCarthy e Raja Jalabi, Baghdad requests U.S. air strikes against sunni militants―Bagdad chiede agli americani di tornare a bombardare i militanti sunniti [intervenendo così dritto dritto nella guerra civile] ▬ http://www.theguardian.com/world/middle-east-live/2014/jun/18/iraq-crisis-maliki-sacks-officers-and-calls-for-national-unity-live-updates) – e proprio al presidente che s’era vantato, malgrado tante contraddittorie sue titubanze, di avere comunque tirato fuori l’America dalla disgraziata e sbagliata guerra dell’Iraq – anche se ormai alla possibilità di conquistare e arrivare a controllare un territorio senza sfangarselo a terra, metro per metro, ormai non ci crede nessuno, meno che mai, poi, i jihadisti.

 

E, ancora una volta, Barak Hossein Obama cede alla compulsione pavloviana del ripetere il già detto e già fatto, ri-pappagalleggiando forse per la quindicesima volta parlando di Siria, Afganistan, Iran, e più prudentemente anche di Cina e di Russia, di “non escludere nulla dalle opzioni che sono sul tavolo” e che deciderà dopo averle soppesate tutte... studiando tutte le opzioni che ha (scommettiamo che alla fine ripiegherà sull’arma più equivoca e niente affatto poi quella più efficace che ha a disposizione, i suoi amati droni.  418 dei quali, comunque, un numero ben più elevato di quello finora riconosciuto, sono stati abbattuti – o, come si dice nel gergo ufficiale, sono andati “perduti”: manco fossero temperatite qaulunque... – dal 2011 a oggi, nell’era del loro super-utilizzo voluto da Obama― 200 solo tra Iraq e Afganistan (Washington Post, 20.6.2014, Craig Whitlock, When drones fall from the skies― Quando i droni cascano giù dal cielo ▬ http://www.washingtonpost.com/sf/ investigative/2014/06/20/when-drones-fall-from-the-sky).

 

E adesso il presidente si mette davvero a studiarle, quelle opzioni... ma poi dice – quasi subito (White House, 19.6.2014, Dichiarazione sulla situazione in Iraq ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/ 06/19/remarks-president-situation-iraq) che no, i soldati americani non torneranno con lui presidente a combattere sul terreno in Iraq: che riceverà, certo, altri 300 consiglieri USA sul terreno – con funzioni programmaticamente non combattenti però (ritornello che si era sentito anche in Vietnam, però, all’inizio di quella guerra: c’è chi sostiene, senza neanche scherzare troppo che, nell’America del 2014, la traduzione della parola “Vietnam” in arabo corre il rischio di essere proprio “Iraq”...).  Anche se ora vuole affermare, il presidente americano, con forza che è necessario a Bagdad “un nuovo governo inclusivo” e che “tutti i leaders iracheni hanno il compito di elevarsi al di sopra delle loro divergenze e mettersi insieme”.

 

Poi si viene anche a sapere che, in ogni caso, agli Stati Uniti – per mettere insieme l’intelligence di cui hanno bisogno per arrivare a decidere sull’ISIL e la sua offensiva in Iraq – potranno servire anche “diverse settimane”, anche se il 25 giugno Iraq e USA hanno aperto un nuovo centro operativo congiunto di intelligence a Bagdad (MalayMailonline, 27.6.2014, US intelligences take time to gather data before any attacks on ISIL in Iraq― I servizi di intelligence prendono tempo per reperire datri prima di ogni attacco all’ISIL in Iraq ▬ http://m.themalaymailonline.com/world/article/us-intelligence-take-time-to-gather-data-before-any-attacks-on-isil-in-iraq). 

 

 Ma è proprio il tempo che non c’è più e la serietà dell’impegno americano che – comprensibilmente, sia chiaro dopo esserne appena uscito – non intende ri-infilarsi dentro la trappola. Qui la situazione sul campo resta dinamica e fluida (Stratfor – Global Intelligence, 26.6.2014, Iraq Update: Clashes Continue Across Sunni Areas― Aggiornamenti: gli scontri proseguono attraverso tutte le aree sunnite dell’Iraq ▬ http://www.stratfor.com/analysis/iraq-update-clashes-continue-across-sunni-areas#axzz35Y9t M6Ej).

 

● Vattene!!!   (vignetta)  

 

Gli USA inviano 300 consiglieri in Iraq

 

 

 

 

 

Fonte: : INYT, 6.6.2014, Patrick Chappatte

 

 (l’unico problema è che i frollocconi che, pare, oggi lo chiedono, lo chiedano insieme

 

ai jihadisti estremisti che crocifiggono cristiani e massacrano eretici sunniti a go-go...)

 

Come non è mai stato questo di al-Maliki, da tre mandati pieni – rispettoso, cioè, anche delle sensibilità dei sunniti che pur essi abitano questo disgraziato e antichissimo paese... e questo, va detto Osama dovrebbe per onestà ma non osa dirlo – pure se sono proprio e soprattutto americane (di Paul Bremer, di Dick Cheney, di chi lasciò loro man libera alla Casa Bianca e, in sostanza, dunque di Bush) le responsabilità di aver attizzato e esacerbato dall’inizio, diciamo a partire dal 2003, il settarismo cui risale la responsabilità di aver aiutato a esplodere la crisi attuale (vedi qui sotto, qualche pagina avanti, la ricostruzione di come nasce questa tragedia specifica all’interno della tragedia irachena: in Guardian, 18.6.2014, Najim Abe al-Jabour: v. link qui sotto).

 

Ma è vero che adesso, Washington va predicando un po’ meglio del solito, sembra anche con qualche effetto, per fortuna dell’Iraq stavolta, nel formarsi di una coalizione che tiene conto anche del parere di curdi e sunniti per cacciare via Maliki dal governo e cambiarlo: radicalmente (New York Times, 19.6.2014, A. J. Roubin e R. Nordland, Iraqi Factions Jockey to Oust Maliki, Citing U.S. Support― Le fazioni irachene, citando il sostegno americano, brigano per cacciare Maliki ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/20/world/ middleeast/maliki-iraq.html?hpw& rref =world &_r=0).

 

Ma non è che ormai sia troppo poco e troppo tardi, con l’offensiva dell’ISIL arrivata quasi alle porte? E col primo ministro che, in ogni caso, di cedere il posto a qualcun altro anche del suo stesso partito o coalizione ma più “accettabile” ai sunniti, non ne vuole in ogni modo sapere (dice che “ogni appello a un governo nazionale di emergenza sarebbe un golpe anticostituzionale e contro il processo politico democratico da parte di chi vuole buttare via la costituzione per far fuori la giovane democrazia che abbiamo instaurato – si fa per dire... – e  il senso del voto degli elettori”). Insomma, per chi non ci sta l’unico ricorso così diventa la prova di forza. Ma non è affatto detto, ormai, che lui sia in grado di vincerla... (Guardian, 25.6.2014, M. Tran,Iraqi prime minister rejects pleas for government of 'national salvation'― Il premier iracheno respinge ogni appello per un governo di ‘salvezza nazionale’ ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/25/iraqi-prime-minister-rejects-calls-salvation-government).

 

Pare che il povero John Kerry, avendo appena lasciato a Bagdad al-Maliki, mentre invocava a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno la buona volontà del presidente curdo, Masoud Barzani, quasi implorandolo a non perseguire uno Stato autonomo e a non rompere con Maliki ma a entrare, invece, nel suo governo, si sia sentito chiedere se era al corrente del fatto che Maliki rifiuta anche solo di parlarne e gli passa il ritaglio di un’agenzia di stampa che riferisce le sue parole. Una volta tanto lasciandolo letteralmente basito. Come ormai capita sempre più spesso a gli interdetti diplomatici americani (New York Times, 24.6.2014, M. R. Gordon, Kerry Implores Kurdish Leader to Join a Government and Not Break Away― Kerry implora il leader dei curdi a entrare in un governo di unità e a non rompere con Bagdad ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/25/world/middleeast/kerry-kurds-iraq.html).

 

E, subito, al rullo dei tamburi di Maliki, risponde il parlamento convocandosi il 1° luglio per eleggere il nuovo primo ministro, designato da al-Maliki, ma senza allargare di un metro la dimensione, la presa – etnica, religiosa e politica – della maggioranza di al-Maliki. Il vice presidente della Repubblica Khudeir al-Khuzaie ha detto che si lavorerà ad allargarla ma alle condizioni di quella relativa attuale― e se no che maggioranza è, anche se solo per ora appunto relativa? 92 deputati sui 328 del collegio parlamentare.

 

Secondo la Costituzione, tanto carao a al-Maliki, adesso il Majlis― il Parlamento deve eleggere un suo presidente e due vice e poi, entro un mese, scegliere un nuovo presidente della Repubblica che avrà 15 giorni per chiedere al blocco più numeroso di deputati – quelli di Maliki – di scegliere il premier e formare il nuovo governo. A quel punto il primo ministro designato – che sarà uno dei ministri attuali di Maliki, il più succubo a lui – ha 30 giorni per presentare il governo al Majlis dove, però, non avrà neanche allora la maggioranza (New York Times, 26.6.2014, R. Nordland,  E. Schmitt e Suadad Al-Salhy, Iraq parliament to meet in step to form new government― Il parlamento iracheno si riunisce per cominciare a formare il nuovo [si fa, ovviamente, per dire] governo ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/27/world/ middleeast/iraqi-parliament-to-meet-to-form-new-government.html?_r=0)... Sempre che, poi, riesca a arrivarci a quel giorno.

 

●C’è poi anche l’offerta, improvvisamente ma anche al momento giusto, avanzata a Maliki da Putin – di sostenerlo fino infondo “come sarà possibile e utile contro tutti i jihadismi estremisti e assassini” – che arriva anche ad incoraggiarne, con molta più riservatezza e attenzione alle suscettibilità anche soggettive di quanto mai lo siano stati e lo siano gli americani, la capacità sempre finora respinta, anche e soprattutto per responsabilità proprio di Maliki, di lavorare alla ricerca indispensabile di compromessi e mediazioni giuste. Esigenza di cui nelle parole di Putin c’è, per fortuna, l’eco: si spera abbastanza avvertibile perfino da al-Maliki.

 

E’ una dichiarazione di “interferenza” esplicitamente differenziata rispetto alla posizione degli USA, anche se in alcuni aspetti, di merito – la necessità di un’apertura interna all’opposizione sunnita non jihadista – è poi anche coincidente... Supportata, anche, dalla presenza nei ranghi delle forze armate irachene di una quarantina di elicotteri d’assalto russi Mi-28 NE, quelli che gli americani – che ne hanno una rispettosissima stima tecnica – chiamano “cacciatori della notte” venduti e in parte, quasi un terzo, “regalati” a Maliki l’anno scorso in un contratto complessivo anche di manutenzione per 4,3 miliardi di $. Una capacità di intervento aereo senza di cui dai cieli l’esercito iracheno non avrebbe possibilità di attaccare l’ISIL e le forze sue alleate sul campo.

 

In ogni caso, la dichiarazione e la decisione di Mosca di inviare, contestualmente all’immediato arrivo di esperti russi una decina di caccia Sukhoi SU-25 per rimpinguare le scorte dell’unica arma – quella aerea – che nell’immediato riesce a dare un vantaggio ai governativi contro i ribelli, sono suonate a Washington – lo hanno riconosciuto molti subito – come un implicito ma trasparente richiamo agli USA, dove un po’ di sana prudenza e moltissimi dubbi sulla capacità di sopravvivere della dirigenza che loro hanno lasciato in carica hanno bloccato da tempo ogni vendita o cessione di aerei militari al governo (NINA/National Iraqi News Agency/Bagdad, 29.6.2014, First portion of Russian fighters arrive to Iraq― I primi caccia russi arrivano in Iraq ▬ http://www.ninanews.com/english/News_Details.asp?ar95_VQ= HFELID).   

 

Sono anche arrivate notizie attentidibili che “l’Iran sarebbe anche pronto a ridare indietro all’Iraq almeno alcuni degli aerei militari che nel 1991” (New York Times, 28.1.1991, C. Hedges,WAR IN THE GULF: Battle Report; Iraq's Warplanes Continue To Seek Safe Haven in Iran― GUERRA DEL GOLFO - rapporto dal fronte: gli aerei da guerra iracheni continuano a trovare un santuario in Iran ▬ http://www.nytimes.com/1991/01/28/world/war-gulf-battle-report-iraq-s-warplanes-continue-seek-safe-haven-iran.html),  all’inizio della prima guerra dei Bush, quella del gen. Schwarzkopf che l’ONU – diciamo – dichiarò legale per “liberare” il Kuwait restituendolo – a proposito di liberazione! – alle tenere cure della dinastia al-Sabah, “Saddam Hussein fece volare a Teheran per sottrarli alla distruzione” dell’armata aerea dei B-52 “americana”.

 

Sono aerei che “includono 24 caccia Mirage F-1 e 80 caccia-reattori di fabbricazione russa” (New York Times, 29.6.2014, Rod Nordland, Iraq Says Russian Experts Have Arrived to Help Prepare Jets for Fighting― L’Iraq informa che gli sono [già] arrivati i tecnici russi per aiutare a mettere in linea di combattimento  i caccia già arrivati ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/30/world/middleeast/iraq.html).          

 

La dichiarazione di Putin è stata accompagnata, polemicamente ma anche utilmente, speriamo, dalla condizione – poi, certo, si vedrà... – che, al contrario di quanto scelsero di fare gli USA nel 2003 lì e, più sporadicamente, gli Stati che, nel cosiddetto Levante, hanno scelto adesso di mandare in campo loro truppe più meno regolari contro il governo siriano, in Iraq anche e perfino contro i jihadisti l’intervento aereo di paesi terzi dovrà essere autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Washington Post, 20.6.2014, (A.P.), Putin speaks to Iraqi PM, espresses support― Putin parla col premier irachenoe esprime il suo appoggio  [poi, a veder bene però, condizionato a un suo diverso comportamento all’interno e all’autorizzazione dell’ONU...]▬ http://www.washington post.com/world/europe/putin-speaks-to-iraqi-pm-express es-support/2014/06/20/97651afa-f897-11e3-af55-076a4c5 f20a0_story.html). 

 

Una parola sul punto. L’esito assolutamente disastroso della cosiddetta guerra al terrorismo l’ha adesso svelato e portato in primissimo piano proprio lo scoppio del bubbone di questa sua figliolanza mutante in tutto l’Iraq. Quel fine intenditore di politica e di equilibri internazionali che è il premier britannico David Cameron ha dichiarato il 18  giugno che l’ISIL, respinto anche da al-Qaeda per il suo eccessivo estremismo e settarismo, dopo anni di guerra al terrorismo, costituisce “la minaccia finora maggiore che la Gran Bretagna abbia mai dovuto combattere alla sua sicurezza”― insomma a sentire il cog**one, peggio di Hitler... I realtà, è la confessione che, prima di noi Blair ma anche noi poi, qui non ne abbiamo azzeccata una che è una.

 

E, oggi, dopo undici anni dall’invasione all’Iraq e dall’annientamento di Saddam Hussein, identificato sbagliando tutto come nucleo e fulcro della guerra al terrore, la Gran Bretagna è costretta (retoricamente si capisce solo retoricamente) a evocare la possibilità (se lo fa l’America, anche Londra, noblesse oblige – oddio, noblesse... – è tenuta a far eco) di dover tornare sul luogo della propria umiliazione strategica (neanche il mi-si-rizzi francese stavolta fa tanto), visto che le conseguenze del proprio frollocchismo si scatenano adesso in un paese già devastato dalla propria insipienza.

 

Nella realtà, l’ISIS costituisce la truppa d’assalto della rivolta arabo sunnita – appoggiata dagli ex ba’athisti e da altri gruppi della vecchia resistenza – contro il governo a guida sci’ita di Nouri al-Maliki. Ma tali sono le distorsioni quasi oscene della politica occidentale che gli USA e i loro compagni di viaggio sono di fatto alleati dell’ISIS e degli altri ribelli islamisti sunniti contro il regime di Assad e, invece, schierati a combattere gli stessi gruppi sunniti con lo shi’ita Maliki...

 

La presenza stessa degli americani e dei loro alleati NATO ha smantellato sistematicamente Stato e esercito iracheno e le infrastrutture stesse di quello Stato. E il settarismo sfrenato imposto dalla regola del divide et impera venne deliberatamente scatenato dal primo giorno dell’occupazione. Non solo venne forzato in tutta la vita pubblica la divisione religiosa e etnica voluta dal settarismo ma i comandi americani sul campo hanno sponsorizzato per anni le squadre della morte di stile salvadoregno messe in piedi dal regime per fiaccare ogni resistenza armata (Guardian, 6.3.2013, inchiesta di  Mona Mahmood, Maggie O’Kane e altri, From El Salvador to Iraq: Washington's man behind brutal police squads― Da El Salvador all’Iraq: l’uomo di Washington dietro agli squadroni della morte ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/mar/06/el-salvador-iraq-police-squads-washington?guni=Article:in%20 body%20link).

 

A questo punto – mentre diversi segnali sembrano mostrare che sarebbe già in realtà troppo tardi per Maliki una svolta capace di incidere sui nuovi equilibri/squilibri (a Baiji sembra, per esempio, che il 23 giugno la grande raffineria sia effettivamente ormai controllata dall’ISIL che avrebbe dato l’ordine a chi ci lavora di continuare a produrre sotto pena di morte e di consegnargli però tutta la produzione, ovviamente,sempre sotto pena di morte – sembra proprio che – forse e neanche è sicuro, poi – solo una netta rottura, forzata da uno almeno dei principali attori politici iracheni – dai suoi, cioè, se non personalmente da lui – dello schema del settarismo e della divisione etnica inculcato al paese negli ultimi dieci anni in modo sistematico dalle scelte sciagurate di Bush e di Blair può forse mettere l’alt alla frammentazione avanzante.

 

Certo, non è stato Bush a inventarsi il settarismo in Iraq. C’è sempre stato e Saddam, dalla parte sunnita allora al potere non c’era davvero andato leggero, né coi curdi né con gli sci’iti. Ma come ha fatto ben notare uno che conosce bene Iraq e Medioriente – un americano ovviamente (sono coloro che studiano più e meglio tutto, loro, ma poi su quasi tutto combinano i peggiori casini), un vecchio amico che lavora sempre, un po’ disperato, nel servizio diplomatico a Bagdad e di cui non sono perciò autorizzato a dirvi adesso il nome – “a noi americani piace tanto credere che la violenza settaria sia puramente e semplicemente la continuazione di un odio – di odi – antichi. Ma la verità è che abbiamo aggredito un paese etnicamente e religiosamente diverso e ne abbiamo distrutto noi il tessuto sociale” su cui comunque si basava e, comunque, per decenni di realtà statuale e secoli di convivenza complessa era sopravvissuto.

 

Il problema è sicuramente di più lungo periodo. Il mondo arabo tutto sta vivendo sotto la ricaduta caotica di un secolo di tentativi di controllarlo e di controllarne le risorse. La crisi, adesso, non potrebbe che peggiorare con altri interventi che continuassero a andare nello stesso senso. Il futuro dell’Iraq, o della Siria, o di qualsiasi altro paese di questa disgraziata regione non potranno disegnarlo e realizzarlo che gli iracheni, i siriani e, certo, non più altri – nessuno – da fuori. Non più, ormai (Guardian, 18.6.2014, S. Milne, More US bombs and drones will only escalate Iraq horror―Altre bombe e altri droni americani non farebbero che rilanciare l’orrore in Iraq ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jun/ 18/us-bombs-drones-escalate-iraq-arab-world-west).

 

In realtà non ci credono neanche gli americani all’efficacia di riprendere i loro bombardamenti – perché ormai è dimostrato che così non funziona mai in guerra: con una forte presenza aerea prepari un’avanzata e anche, magari, una vittoria; ma non la conquisti mai – e, infatti, il 12 giugno cominciano a ritirare il personale che ancora hanno alla base aerea di Balad, alla periferia di Bagdad, per il programma di assistenza e di vendita di equipaggiamento militare all’Iraq, come ha riferisce, per esempio, Al Arabiya (Stratfor, 13.6.2014, Iraq: U.S. Companies Evacuate Air Base North Of Baghdad― Iraq: le aziende americane evacuano la base aerea a nord di Bagdad ▬ http://www.stratfor.com/situation-report /iraq-us-companies-evacuate-air-base-north-baghdad).

 

Intanto l’America fa arrivare nel Golfo la portaerei nucleare USS George H. W. Bush (il padre, che però è ancora in vita anche lui: abitudine solo americana e veramente di pessimo gusto), da 103.000 tonnellate, che però aggiunge poco alla forza d’attacco aereo di cui dispongono già nell’area gli americani, ad esempio ma non esclusivamente nella grande base aerea di al-Udeid in Qatar.

 

●In Iran, la Guardia della Rivoluzione, il corpo militare di élite (Wall Stret Journal,  12.6.2014, Farnaz Fassihi, Iran Deploys Forces to Fight al Qaeda-Inspired Militants in Iraq― L’Iran invia sue truppe contro i militanti di ispirazione al-Qaedista in Iraq ▬ http://online.wsj.com/articles/iran-deploys-forces-to-fight-al-qaeda-inspired-militants-in-iraq-iranian-security-sources-1402592470), più vicino alla Guida suprema che alla presidenza della Repubblica, rende noto di aver disposto l’invio immediato in Iraq, su richiesta specifica di quel governo, per fermare l’avanzata dell’ISIL specialmente nella zona di Tikrit, di due suoi battaglioni di specialisti (in tutto sui 3-4.000 soldati).

 

E ufficiosamente, ma con un segnale di grande rilevanza politica, Teheran fa sapere a Washington che, stavolta e nelle specifiche condizioni date, non avrebbe obiezioni all’entrata di navi americane nel Golfo Persico (Guardian, 14.6.2014, Spencer Ackerman, US sends aircraft carrier to Persian Gulf as Obama considers air strikes in Iraq― Mentre Obama considera raids aerei in Iraq[contro i jihadisti sunniti], gli USA inviano una portaerei nel Golfo Persico ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/14/aircraft-carrier-iraq-isis-strike-persian-gulf).

 

Poi, il vice capo di stato maggiore delelForze armate iraniane, Masud Jazayen, annuncia che il suo paese è pronto a inviare al governo iracheno altri aiuti militari, compresi droni di sorveglianza e da caccia di produzione sua nazionale, oltre a quelli già consegnati, per aiutarlo a combattere contro i ribelli jihadisti sunniti (Stratfor, 28.6.2014, Iran Ready To Send Iraq Drones To Help Fight Rebels― L’Iran pronto a inviare i suoi droni per aiutare l’Iraq a combattere i ribelli ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-iran-ready-send-drones-help-fight-rebels#axzz361aXF1Iu).

 

Intanto è la Siria il primo paese straniero a intervenire direttamente in aiuto a Maliki contro l’ISIL, bombardando le truppe del nemico, che è anche il suo dichiarato, in territorio iracheno― lui ha specificato nelle vicinanze del confine di al-Qaim, ma anche di non averne avanzato richiesta specifica: però ringraziandoli pubblicamente, di cuore. Ma in Senato, a Washington, scatta immediato l’allarme per l’eventuale interesse al tema di Teheran.

 

Gente come il repubblicano McCain, autoproclamato esperto di cose militari soprattutto per essere stato prigioniero di guerra in Vietnam per cinque anni (1967-1973), e quello che perse la Casa Bianca contro Obama nel 2008, sente il bisogno di mettere in guardia l’Iran sull’ “inaccettabilità di intromissioni esterne nelle cose irachene”... Lui, capitan America come si autodipinge, che sproloquia di non intromettersi nelle cose dell’Iraq!!! Più serio, preoccupato sì ma anche meno superficiale, sembra per fortuna, stavolta l’atteggiarsi del governo e anche dell’opinione pubblica in generale.

 

Cominciano a venir fuori, anche se solo per ora ipoteticamente, accenni a qualche possibile sforzo congiunto di americani e iraniani per smorzare l’impeto forsennato dell’offensiva jihadista estremista contro il governo iracheno. Sarebbe la prima occasione del genere, inconfessabile e inconfessata, tanto in America che in Iran, ma estremamente utile agli americani da qundo condivisero cruciali spunti di intelligence contro i talebani nell’immediato dopo 11 settembre.

 

Quando poi, insulsamente, l’America di Bush pensò bene di lasciar cadere tutto nella presunzione sua di superpotente onnipotenza poi svelatasi del tutto vuota (New York Times, 13.6.2014, R. Gladstone, T. Erdbrink e M. R. Gordon, U.S. and Iran Hint at Joint Effort to Quell Iraq Insurgecy― USA e Iran accennano a uno sforzo congiunto [o, almeno, contemporaneo] per smorzare l’insurrezione in Iraq ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/17/ world/middleeast/us-and-iran-signaling-new-joint-effort-in-iraq-crisis.html?hp&_r=0&gwh=DE6D541E81A597296 9ED66C43495FF9D&gwt=pay&assetType=nyt_now).

 

In un discorso celebrativo della nascita del dodicesimo Imam (nel credo sci’ita, Muhammad al-Mahdi (869-941 d.C.) non morto, però, secondo la shi’ia, ma solo “occultato” da Allah che tornerà un giorno sulla terra a ristabilire la pace tra tutti i popoli) largamente dedicato a tematiche di ordine religioso, il presidente della Repubblica dell’Iran Rouhani, accennando all’Iraq e al pericolo che su quel popolo incombe per le atrocità cui, denuncia, regolarmente si abbandonano gli adepti dell’ISIL, ha proclamato “a nome del governo della Repubblica islamica dell’Iran che non tollereremo azioni violente e terroristiche di questo genere e che quindi, come abbiamo annunciato alle Nazioni Unite, resisteremo e respingeremo l’estremismo nella regione mediorientale e nel mondo”.

 

In effetti, stanno arrivando – ma, anche qui, per lo più incontrollate e incontrollabili: però, purtroppo, stavolta anche credibili – notizie e voci di esecuzioni in massa di centinaia di soldati sci’iti dell’esercito regolare trucidati a Mosul e poi a Tikrit il 12 giugno dopo la resa dai miliziani dell’ISIL. Alimenta queste informazioni, ancora da verificare, un portavoce dell’Ufficio iracheno delle Nazioni Unite per i diritti umani (Hürriyet/Istanbul, 13.6.2014, ISIL militants 'executed 1,700 Shiite soldiers', UN alarmed― L’ONU allarmata: esecuzione di 1.700 soldati sci’iti da parte di militanti dell’ISIL ▬ http://www. hurriyetdailynews.com/isil-militants-executed-1700-shiite-soldiers-un-alarmed.aspx?pageID=238&nID=67754& NewsCatID=352).

 

La conseguenza immediata è che, già il 26 giugno, centinaia e migliaia i rifugiati a scappare dalle aree dell’Iraq controllate ormai dai ribelli sunniti ammassandosi ai confini del Kurdistan iracheno e venendovi anche, almeno per l’immediato, accolti e aiutati. Secondo le notizie, si tratta soprattutto di turkmeni sci’ti in fuga dai villaggi vicini a Mosul (NBC News, 26.6.2014, Fleeing Iraqi families crowd Kurdish checkpoints― I confini col Kurdistan affollati da famiglie irachene in fuga ▬ http://www.nbcnews.com/news/world/ fleeing-iraqi-families-crowd-kurdish-checkpoints-n141356): e anche questo fattore, oltre alla dipendenza di Bagdad dalle forze di sicurezza curde, i peshmerga,aumenta la presa e il peso del governo di Erbil nei confronti di quello centrale che appare sommerso dai guai (Stratfor – Global Intelligence, 19.6.2014, Iraq's Kurds Could Find Leverage With Baghdad in Fighting Sunni Militants― I curdi dell’Iraq possono trovare maggior presa su Bagdad combattendo contro i militanti sunniti ▬ http://www.stratfor.com/analysis/iraqs-Kurds-could-find-levera ge-baghdad-fighting-sunni-militants#axzz35Y9tM6Ej).

 

Poi sembra – bisogna ancora prudentemente verificare anche le immagini, non le notizie e le voci soltanto: una serie di video di fonte islamica ma anti-jihadista, probabilmente messe in rete dagli Hezbollah libanesi; ma si tratta anche, avendolo loro stessi rivendicato e poi solo in parte smentito ma, ancora, reclamato a proprio vanto di video originariamente girati e volutamente diffusi secondo prassi terrorista verace proprio dall’ISIL (lo scopo del terrorismo, in fondo, è la pubblicità: è proprio terrorizzare).

 

Ed ecco qui, allora – avvertendo della durezza orripilante, del rigurgito morale irrefrenabile che queste immagini impongono a chi le osserva, come è opportuno fare – i links a questi video atroci che in rete è possibile già oggi, il 15 giugno, reperire on-line: (cfr. islamicinvitationturkey, 12.6.2014 ▬ http://www.islamicinvitationturkey.com/2014/06/12/video-shows-the-brutal-massacre-by-isil-in-iraqs-mosul)...

 

Il punto politico è che, naturalmente, il Supremo Consiglio nazionale di sicurezza della Repubblica dell’Iran ha, in effetti, deciso che non può essere consentito all’ISIL di distruggere il governo al-Maliki e di prendersi Bagdad. Sembra chiaro ormai che un intervento iraniano non solo è possibile ma probabile e che malgrado gli anatemi di brillocchi come il sen. McCain, l’America non farà neanche troppe obiezioni.

 

●E, poi, il 13 mattina arriva un appello pesante della massima autorità religiosa e morale dell’Iraq, personalmente rispettato anche da molti tra i sunniti meno fanatici, tale però più per autorevolezza che per rango o potere politico esercitato, tanto più importante perché rarissimo, del Grande Ayatollah Ali al-Sistani, che esprime la crescente angoscia della maggioranza sci’ita del paese a fronte di un movimento sunnita militante e ormai jihadista che, sgretolato e in via di frantumazione nella vicina Siria da parte di quel governo, qui e con queste ambizioni prova a risorgere: mettendo insieme anche i resti dei lealisti perinde ac cadaver di Saddam Hussein.

 

Ora dice l’appello dell’85enne al-Sistani – che ha sempre combattuto e resistito contro Saddam e poi ha sempre tenuto lontani da sé gli occupanti americani, considerati insieme parte liberatori e parte oppressori e invasori – “la responsabilità legale e nazionale di chiunque possa reggere un’arma e difendere il paese, i suoi cittadini e i nostri luoghi santi” è schiacciante e prevale su ogni altra considerazione. Chiunque, sottolinea con forza: non solo, cioè, gli sci’iti. Compresa quella che, solo per l’immediato oggi e domani sotto l’attacco dei jihadisti, chiaramente considera lui stesso – che pure è, più che il simbolo vivente, proprio l’anima degli  sci’iti iracheni – come la necessità di cambiare Maliki.

 

Con un premier, soggiunge, più “efficiente e capace” di dar vita a un governo allargato alla capacità di rappresentare il popolo tutto: come lo chiamano gli americani un governo “inclusivo” (Guardian, 20.6.2014, M. Chulov, Iraq's highest Shia cleric adds to pressure on Maliki over Isis insurgency― Il massimo leader religioso sci’ita aggiunge pressione su Maliki per l’insurrezione dell’ISIS ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/ jun/20/iraq-highest-shia-cleric-maliki-isis-insurgency-ayatollah-sistani).

 

Il fatto è che, però, con questa insorgenza hanno ripreso oggi fiato i veri sconfitti dall’invasione americana di dieci anni fa e della decisione USA del 2006-2007 di aiutare la maggioranza sci’ita con la formazione del governo al-Maliki anche incrementando, con quella che chiamarono la loro “impennata” militare l’intervento bellico a sconfiggere le resistenze allora forse ancora gestibili― allora, i sunniti erano in seconda fila ma addirittura anche dentro la maggioranza di governo (New York Times, 13.6.2014, Alissa J. Rubin, Suadad Al-Salhy e Rick Gladstone, Iraqi Shiite Cleric Issues Call to Arms Against Sunni Militants ― Il [massimo] leader religioso sci’ita fa appello a prendere le armi contro i militanti sunniti ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/14/world/middleeast/iraq.html?_r=0).

 

E oggi – nemesi? ironia della storia? – le forze esterne che possono forse – forse... – aiutare al-Maliki e il governo sci’ita a respingere gli al-Qaedisti che dalla Siria hanno adesso spostato l’assalto in Iraq insieme ora hanno gli stessi interessi, anche se non li confesseranno poi mai: americani e iraniani. Forse qui per ora sarà possibile però praticarle con maggior decisione di quanto possano farlo in Siria.

 

Lì, ormai perfino Obama è arrivato a capire – anche se ancora non molti tra i nesci che sono i suoi consigliori, e ancora lo illudono di trovare davvero qualche ribelle moderato tra gli anti-Assad – che è meglio appoggiare – se proprio si deve, il regime di Assad, duro ma in qualche modo razionale e sicuramente più equilibrato, contro quello fanatico dei jihadisti sunniti fautori del’emirato islamico globale... Lo accusano di tutto e del suo contrario in America, di restare vago e indeterminato quando articola le sue idee e contraddittorio sempre quando tenta di metterle in atto.

 

E hanno probabilmente ragione, ma forse non può ormai fare altrimenti, dato lo stato dell’America e oggi del suo comune sentire incapace di rinunciare alla propria presunta e sempiterna missione salvifica ma anche di riconoscere che non ce la fa più in ogni caso e dato lo stato delle sue supposte e reali alleanze e di quello dei suoi avversari.

 

●Trova subito, invece, un forte riscontro l’appello di al-Sistani, molto più che gli appelli del governo mollato da troppi dei suoi stessi soldati (in fondo il nome viene diretto dal “soldo” con cui nel Rinascimento  feudi e principati pagavano i mercenari... da cui dipendeva la loro sicurezza) con la presentazione di migliaia di volontari ai centri di reclutamento aperti subito in tutto il paese per respingere l’attacco dell’ISIL. Come di consueto per lui, poi, il Grande Ayatollah non si è rivolto solo agli arabi sci’iti ma, con la cacità anche di farsi ascoltare, a tutti i cittadini iracheni.

 

Così riscendono in massa per strada, sempre armati a punto anche essendosi nel frattempo messi volutamente da parte e sempre ben inquadrati, gli sciiti del cosiddetto “esercito del Madhi”del mullah al-Sadr, il fedelissimo al-Sistani considerato per anni il flagello sci’ita degli americani che s’era da qualche mese, di fatto e di fronte alla cieca chiusura di Maliki, ritirato a studiare teologia a Qom, in Iran; ma anche tanti sunniti non fanatici, cristiani, curdi e turcomanni che, in passato, già avevano seguito i suoi appelli e prestato attenzione alle sue indicazioni (Washington Post, 13.6.2014, Loveday Morris, Shiite cleric Sistani backs Iraqi government’s call for volunteers to fight advancing militants― Il leader sci’ita Sistani sostiene l’appello del governo iracheno ad opporsi con le armi all’avanzata dei jihadisti ▬ http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/volunteers-flock-to-defend-baghdad-as-insurgents-seize-more-ira qi-territory/2014/06/13/10d46f9c-f2c8-11e3-914c-1fbd0614e2d4_story.html).

 

●Ma arriva anche un’adesione importante al contrario, di stampo lealista, dal campo sunnita a al-Maliki: sheick – sceicco è un titolo unicamente onorifico, riconosciuto dalla vox populi come il capo di una famiglia, di una tribù o di un gruppo – Ahmed Abu Risha, guida della maggioranza sunnita della provincia di Anbar, annuncia di schierare col governo centrale le sue forze – che in buona misura appaiono nei fatti seguirlo – contro i militanti jihadisti. Ed è la prima di diverse indicazioni che cominciano a emergere del fatto che il sostegno a al-Maliki non è del tutto evaporato tra i sunniti che non vogliono tutti schierarsi sotto i fondamentalisti estremisti (Agenzia Bloomberg, 14.6.2014, Zaid Sabah ― Anti-al-Qaeda Sunni Group Backs Iraq’s Shiite Government― Gruppo sunnita anti al-Qaedista appoggia il governo iracheno sci’ita ▬ http://www.bloomberg.com/news/2014-06-14/head-of-sunni-anbar-awakening-council-pledges-support-to-maliki.html).

 

Subito la notizia appare bilanciata da quella pressoché simultanea che un altro sceicco  a capo di unìaltra tra le grandi tribù arabe dichiara il suo aperto sostegno ai rivoluzionai dell’ISIL. Si tratta di Ali Hatem al Suleiman al Dulaymi, che smorza appena l’appoggio invitandoli a non uccidere “indiscriminatamente” gli sci’iti. E’ un commento importante rivelando che i clan sunniti della tribù Dulaymi collaborano con i combattenti dell’ISIL, pur rifiutandone l’interpretazione rigida, univoca, dei dettati dell’Islam. Sembrano fiduciosi di riuscire a “moderarlo”, se e quando il governo al-Maliki deciderà di fare concessioni politiche ai sunniti.

 

Perché, spogliato degli eccessi estremisti feroci del jihadismo sunnita, questo scontro è una manifestazione della lotta a molti livelli e dimensioni tra le correnti islamiche per il controllo dell’Iraq e delle sue risorse, specie il petrolio. I sunniti hanno, in effetti, riaperto il dossier su chi alla fine dovrà governare il paese. Tra i sunniti molti non hanno rinunciato al progetto di riprendersi Bagdad e tornare a governare l’Iraq. Ma altri potrebbero mirare, più ragionevolmente, a moderare ler scelte irresponsabilmente settarie di al-Maliki e dei suoi, contando forse anche sulla ritrosia americana a dargli una mano così, a scatola chiusa.

 

E’ anche per evitare lo spettro di un crollo verticale del suo regime che, a Bagdad, Nouri al-Maliki ha licenziato in tronco quattro dei massimi generali al comando delle truppe regolari, addestrate dagli americani, che se la sono data a gambe di fronte all’assalto dell’ISIL a Mosul e altrove e ne ha mandato uno alla corte marziale. Ma è tipico della cecità che lo ha portato qui il rifiuto a cercare una qualche riconciliazione con i sunniti, non necessariamente poi proprio o solo con l’ISIL. Lasciando dichiarare a un suo portavoce che questa è una guerra e che, in guerra, non ci si riconcilia con il nemico...

 

Tutto considerato, a questo punto, si fa anche probabile, però, una controffensiva che dovrebbe poter fermare e costringere anche ad arretrare l’avanzata al-Qaeda/jihadista che in un primo momento era sembrata pressoché inarrestabile, non fosse altro per la forza del numero e delle armi pesanti in dotazione alle truppe regolari. A meno, però, di uno schierarsi aperto ed in massa delle tribù sunnite, per la disperazione cui l’intransigenza di Maliki le costringesse, dalla parte dell’ISIL.

 

Il 14 giugno, in effetti, le forse di sicurezza del regime iracheno dichiarano di aver fermato gli islamisti estremisti e aver ripreso il controllo delle cittadine di Ishaqi, al-Mutasim e Duluiyah, del Governatorato di Salah ad Din (Saladino, come lo chiamiamo noi: Tikrit, Samarra...) sottraendole all’ISIL: si tratta della regione del paese subito a nord di Bagdad. Anche nel governatorato di Diyala, a nord-est della capitale, le forze governative col sostegno di miliziani sci’iti ma anche di lealisti sunniti, si sono scontrate con gli aggressori ma non sono riuscite a respingerli nettamente  dovendo loro concedere la cattura dei villaggi di  Sansal, Al-Haruniyah e Nawfal,  a un’ottantina di Km. a nord-est di Bagdad.

 

In definitiva, notizie contraddittorie, tali anche per la necessità che le parti hanno di vantare e mentire sulle proprie conquiste e sconfitte. Ma, in sintesi, sembra ragionevole concludere che intorno al 20 di giugno l’ISIL sia stata fermata a un’ottantina di Km. a nord della capitale.

 

All’inizio di questo processo che ha portato adesso a una seconda guerra civile e allo sfaldarsi dell’Iraq, c’è insomma il 2003, i primi mesi dopo l’invasione americana, quando per “salvare” gli iracheni da Saddam l’America, Bush e, quell’incosciente del suo proconsole onnipotente in loco, Paul Bremer, a capo delle autorità dell’occupazione dissolsero da un giorno all’altro le istituzioni dello Stato iracheno, per primo l’esercito regolare, sbandandolo, e quelle del partito ba’ath dissolvendolo con una legislazione radicale e sistematica di de-ba’athificazione, lasciando il vuoto e anche peggio.

 

Non preoccupandosi affatto di lasciare senza alcuna adeguata rappresentanza nell’originale Consiglio transitorio di governo post-Saddam la rappresentanza sunnita (erano, e scelti dagli occupanti, solo cinque a rappresentarli a fronte del blocco di 13 sci’iti, 5 curdi e 1 turcomanno). E fu il segnale, subito chiarissimo per ogni iracheno della negazione di un futuro decente per chi tra di loro fosse sunnita. E fu anche l’inizio, nell’estate stessa del 2003, dell’appello alla resistenza anti-americana che poi, a inizio 2006, solo l’impennata di truppe americane combattenti seppe grazie alla superiorità schiacciante tecnologica – finché avvicinandosi le elezioni del 2008 Bush decise di mollare – domare (Guardian, 18.6.2014, Najim Abe al-Jabour, My Iraqi city is falling, but America's occupation unraveled all hope for unity― La mia comunità, l’Irag, sta crollando, ma è stata l’occupazione americana a dissolvere ogni speranza di unità ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jun/18/iraq-city-america-occupation-tal-afar-isis).

 

●I fatti sul terreno e gli spostamenti che provocano, spesso anche assai repentini, nelle diplomazia e nella politica di tutti gli Stati della regione, stanno preparando pur contraddittoriamente, anche nuovi allineamenti strategici imprevisti. Ne abbiamo già accennato: potenziali, con una rinnovata e rafforzata presenza di Russia e Iran, ma anche un possibile, cauto, quasi forzato ritorno anche dell’America ma, soprattutto, ormai forse, con la preparazione di fatto e nei fatti dell’idea di una concreta ripartizione dell’Iraq in tre Stati separati, diversi, forse se si potrà uscire così dalla nuova guerra civile qualche po’ federati: sunnita, sci’ita e curdo.

 

Un’idea lanciata otto anni fa dall’allora leader senatoriale dei democratici e oggi vice presidente USA, Joe Biden (USA Today, 1.5.2006, (A. P.), Biden: Split Iraq into 3 Different Regions ― Dividiamo l’Iraq in tre diverse regioni ▬ http://usatoday30.usatoday. com/news/washington/2006-05-01-biden-iraq_x.htm) ma lasciata forse troppo presto cadere sotto il fuoco incrociato degli iracheni e di Bush. Che, però, oggi sembra, di forza sua, pronta a risorgere.

 

Il Kurdistan iracheno era stato sempre di questa idea, si capisce (e anche l’Iran, ovviamente, che mai lo ha confessato ma potrebbe ragionevolmente mirare a incorporarsi l’Iraq sci’ita e senza più sunniti e curdi al suo interno). Ma sunniti e scii’ti iracheni – questi al potere, quelli sempre sicuri di ritornarci – contrari. Oggi la novità vera è che più a favore sembri essersi spostata la Turchia, una delle vere grandi potenze regionali che ormai avrebbe riconsiderato la propria storica ostilità a uno Stato indipendente dei curdi.

 

Perché il fatto nuovo è che il Kurdistan autonomo ha reso possibile qualche passo avanti, non ancora conclusivo certo, coi curdi di Turchia e è stato utile anche e proprio sul piano degli scambi economici (non solo, di straforo, il petrolio) a Istanbul. Il fatto è che solo l’Iran, insieme proprio a quel pezzo di Kurdistan che incarna un altro futuro possibile, è l’unico Stato della regione geo-politicamente stabile al sud e a sud-est della Turchia.

 

Che finora si era sempre opposta alla formazione di uno Stato indipendente dei curdi proprio perché ne temeva al contrario la minaccia possibile ma, nei fatti, ha verificato ormai in realtà da esso contrastata con efficacia sulla stabilità della regione curda della Turchia stessa. E ora, dopo l’incursione, l’offensiva, dell’ISIL contro Bagdad e l’opposizione quieta, solida, dei curdi all’imperversare del jihadismo estremista, anche le Turchia sembra, forse, disponibile a ripensarci. E la novità se si concretizza, è strategicamente molto più rivoluzionaria della creazione stessa di uno Stato sunnita in Iraq.

 

●Poi dopo quello già drammatico del 10 giugno, un secondo intervento del Grande Ayatolah sci’ita Ali al-Sistani – unico personaggio cui anche i ribelli sunniti raziocinanti prestino qualche attenzione – lancia un appello sempre più accorato a tutti i blocchi politici perché concordino subito, entro il 1° luglio, su un nuovo premier, su un presidente del parlamento ed un presidente della Repubblica prima che il Majlis si riconvochi, smentendo – eccezionalmente – la sua linea di intervento “quieto” e non publico dietro le quinte: solo la seconda volta dopo i suoi appelli del 2005 che mettevano già in guardia i politici sci’iti stessi della sua parte dal piegarsi troppo alle voglie egemoniche di Bush  e dalla soluzione da lui voluta basata solo sulla forza delle armi.

 

Il messaggio di Sistani è chiaro: l’insicurezza dell’Iraq è tale per cui il paese stavolta e ancroa una volta non si può permettere il solito periodo plurimensile di stallo politico (The News Daily/Bagdad, 27.6.2014, Iraq’s top cleric urges quick deal on new PM― Il massimo leader religioso iracheno fa appello a un rapido accordo sul nuovo premier [e su tutto il pacchetto dei capi del paese] ▬ http://www.the-news-daily.com/iraq-s-top-cleric-urges-quick-deal-on_197305).

 

●In Iran, il ministro degli Esteri Zarif ha reso noto di aver dovuto lasciar cadere l’invito che gli era stato fatto dai sauditi di partecipare a Jeddah al vertice dell’Organismo di Cooperazione dei paesi islamici. Il vertice coincide, infatti, con i negoziati su nucleare iraniano e sanzioni occidentali che i P-5+1 stanno per ingaggiare a Vienna. E ai quali Zarif, come capo-negoziatore della sua parte,  non può certo sottrarsi (FARS News Agency/Tehran, 2.6.2014, Iran Foreign Minister unable to attend Islamic Summit in Jeddah― Il ministro degli Esteri iraniano non sarà in grado di partecipare al vertice islamico di Jeddah ▬ http://english. farsnews.com/newstext.aspx?nn=13930312001186).

 

●Sempre a Teheran, addirittura il Grande Ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema della Rivoluzione e numero uno effettivo di quel regime, l’incarnazione stessa del suo antiamericanismo storico, parlando in piazza nel 25° anniversario della morte del fondatore, l’Ayatollah Khomeini, da un palco immenso dove troneggiava la scritta dal taglio quasi grillesco de “l’America ormai non può più fare nulla”, ha ripreso e rilanciato – con grande e palese soddisfazione senza mai nominarlo espressamente s’intende, il messaggio di Obama della settimana scorsa da West Point (White House, President Barak Obama, Inaugural Speech, West Point, 28.5.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/ 2014/05/28/remarks-president-united-states-military-academy-commencement-ceremony).

 

Diceva il presidente americano, inaugurando l’anno accademico della principale scuola superiore militare del paese, che l’America deve capire e imparare, ormai, ad adoperare altri mezzi per portare avanti i suoi obiettivi di politica internazionale. Perché, al fondo, la verità è che, per dirla come lui ha ricordato all’America, “solo perché noi abbiamo il miglior martello del mondo, non significa che poi ogni problema sia un chiodo”.... Anche questa efficacissima frase di Obama, naturalmente, Khamenei non l’ha citata. Ma ad essa si riferiva, scopertamente celebrando una mutazione di fatto – sperando sempre che non si illuda, poi – del comportamento americano rispetto al mondo e, per primo, rispetto al suo paese, all’Iran. Secondo lui, sintetizza bene nel suo titolo il NYT (New York Times, 4.6.20134, T. Erdbrink, Iran’s leader Says Obama Has Removed Military Option― Il leader dell’Iran afferma che Obama ha rimosso dal tavolo l’opzione militare ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/05/world/middleeast/ ayatollah-ali-khamenei-sees-change-in-west-point-speech.html).

 

●E adesso si apprende che l’amministrazione americana ha deciso di sospendere per sei mesi le sanzioni sul greggio iraniano, alla luce dell’impegno e dei passi in avanti che l’Iran ha cominciato a fare per arrivare – forse – a “fermare” il programma nucleare. Dove, sulla portata effettiva di quel verbo (fermare) resta molto, però, da chiarire:

 

• l’Iran continua, infatti, a dire che è disposto a fermare l’arricchimento dell’uranio – tenendosi alla lettera di quanto al pari di ogni altro paese gli impone il Trattato di non proliferazione – sotto la soglia che lo renderebbe agibile per farsi le armi nucleari―  che tanto, giura, di non volere...;

 

• ma gli americani e, dietro, gli altri del P5+1 (i cinque membri permanenti del CdS dell’ONU più, a latere, anche l’UE) continuano a sostenere che per soddisfarli deve anche fermare la fabbricazione di missili che nel Trattato non sono di per sé non sono però vietati e la stessa ricerca avanzata sul nucleare.

 

Con la crisi economica, sul mercato esistono al momento fonti diverse di greggio per grandi consumatori come India e Cina che consentono loro di ridurre la dipendenza dalle forniture di Teheran, ma gli Stati Uniti hanno comunque deciso di fermare per un periodo temporaneo ma non irrilevante le restrizioni che riescono nei fatti ad imporre, soprattutto col loro dominio ancora egemone della finanza mondiale. Ora, ha dichiarato il 4 giugno la Casa Bianca, sollevando le aspre critiche del governo israeliano, però “l’Iran sta effettivamente impegnandosi a rispondere alle preoccupazioni sul suo programma nucleare”.

 

    (NDTV - Press Trust of India/New Delhi , 5.6.2014,Barack Obama Suspends Iran Oil Sanctions for Six Months― Barack Obama sospende per un semestrele sanzioni contro l’Iran ▬ http://www.ndtv.com/article/world/barack-obama-suspends-iran-oil-sanctions-for-six-months-536215).

 

E pare che il presidente abbia anche deciso, finalmente, di mandare subito uno dei più esperti e maggiormente sensati tra i diplomatici di carriera americani, il sottosegretario di Stato William Burns, accompagnato – purtroppo: lei è una dottrinar-missionaria della scuola dell’interventismo “umanitario” e del dovere dell’America di predicare al mondo la buona educazione internazionale – la sottosegretaria di Stato per gli Affari politici Wendy Sherman, soprattutto amica personale di Obama, una specie di baby sitter politica, ad incontrare stavolta direttamente e faccia a faccia prima della ripresa formale del 16 luglio, a Vienna, coi negoziatori iraniani.

 

Poi subito dopo – informa uno di loro, Abbas Araqchi – questi si incontreranno a Roma coi corrispondenti negoziatori russi, tanto per non lasciarsi come unico riscontro diretto gli americani con i quali l’incontro – il primo faccia a faccia – non può essere rifiutato ma anche  per i negoziatori di Tehran è opportuno coprirsi le spalle dai loro fanatici intransigenti: i loro dottrinar-misssionari, quelli che col Grande satana a stelle e strisce non bisogna trattare (Guardian, 7.6.2014, (A.P.), US and Iran to hold direct talks in Geneva over nuclear programme― USA e Iran a colloquio diretto a Ginevra sul programma nucleare [e sulle sanzioni] ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/07/us-iran-direct-nuclear-talks-geneva).

 

●La visita del presidente iraniano Rouhani in Turchia ha portato alla firma di dieci accordi economici tra i due governi, sgretolando ancora di più la logica e le basi delle sanzioni americane e di quelle europee. Riguardano in particolare aree come turismo, investimenti in infrastrutture comunitarie, export di gas naturale e sviluppo economico. Ma impegnano turchi e iraniani anche ad accordi per il momento più di principio per standardizzare comunicazioni, sistemi postali dogane e migliorare la cooperazione sul tema dell’antiterrorismo internazionale (Agenzia IRNA/Teheran, 9.6.2014, Iran, Turkey sign 10 trade, economic agreements― Iran e Turchia firmano10 accordi commerciali e economici ▬ http://en.irna.ir/News.aspx?Nid=2717536).

 

●In Palestina, il presidente Mahmoud Abbas ha ricevuto il giuramento del nuovo governo unitario di Palestina come un passo verso il superamento della spaccatura che ha da sempre diviso Hamas da Fatah. Subito prima, Hamas aveva chiesto al presidente di cancellare la decisione annunciata di rimuovere dal gabinetto chi, già nominato da lui stesso tra gli esponenti di Hamas aveva il ruolo di ministro per il problema dei prigionieri: le migliaia di palestinesi che Israele tiene in galera, come dire, anche – e quasi sempre – preventivamente...Disputa dice poi Hamas, “risolta”prima del giuramento― anche se non spiega bene come; ma, pare, alla fine col rassegnarsi a cambiare o designato o designazione...

 

La disputa riassume in sé buona parte dei problemi con cui il nuovo/vecchio presidente del Consiglio, Rami Hamdallah – ex rettore dell’università di An-Najah di Nablus, linguista di fama internazionale, era già premier nel governo non unitario ma formatosolo di Fatah in Cisgiordania––  dovrà ormai fare i conti: “bilanciare – come riassume il NYT – il delicato equilibrio tra realtà politica palestinese e realtà della diplomazia internazionale”.

 

Avrà a che fare ora con la determinazione di Israele a far fallire l’esperimento del governo unitario, l’ostilità dichiarata – e pesante – dell’America, anche di quella di Obama e, in larga parte – a rimorchio come di consueto – dell’Unione europea e anche di non pochi tra i regimi islamici, in un misto curioso di conservatori e innovatori, o che tali essi stessi si reputano (New York Times, 2.6.2014, J. Rodoren e I. Kershen, Abbas Swears In a New Palestinian Government― Abbas accetta il giuramento del nuovo governo palestinese ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/03/world/middleeast/abbas-swears-in-a-new-palestinian-government. html?hp&_r=1#).

 

 

Ma anche e perfino agli israeliani non può essere ignoto che questo è precisamente quel che dicevano, anni fa, prima Begin, poi Shamir, poi lo stesso Rabin, di Arafat e dei “terroristi di Fatah”, con cui tutti finirono col firmare poi fior di accordi... Non sempre, è vero, effettivamente onorati, nei fatti, e precipuamente per loro responsabilità.

 

●Facendo precedere la visita al papa del presidente Shimon Peres per l’incontro di “preghiera comune” con Mahmud Abbas dall’ennesima sua provocazione mirata, il governo israeliano ha annunciato che farà costruire altre 1.500 abitazioni “solo per ebrei” a Gerusalemme est. “E’ soltanto l’appropriata reazione sionista al governo terrorista palestinese”, annuncia il ministro israeliano dell’Edilizia, Uri Ariel, che aggiunge essere poi, questo, “solo l’inizio della rappresaglia” (New York Times, 5.6.2014, I. Kershner e J. Rudoren, Israel Expands Settlements to Rebuke Palestinians― Israele, per vendicarsi dei palestinesi, aumenta le sue costruzioni coloniali ▬ http://www.nytimes.com/2014/ 6/06/world/middleeast/new-israeli-settlement-plans-draw-swift-condemnation.html).

 

L’incontro di domenica 8 giugno tra i due vecchi nemici acquisisce così, inevitabilmente, una dimensione anche tutta politica. A questo punto diventa anche evidente, però, che il pontefice cerca di posizionare la Santa Sede come tramite, forse addirittura mediatore, certo impossibile da dichiarare inviso per Israele ma sgradito a molti israeliani potenti epperò anche molto imbarazzati a rifiutarne la presenza lì, allo scacchiere della diplomazia e della politica internazionale.

 

Anche per la forza dirompente delle sue iniziative estemporanee, apparentemente improvvisate e per questo possenti come l’invito a pregare insieme arrivato del tutto inaspettato ai due nemici/ vicini, obbligati proprio perciò ad accettarlo. Lo sanno bene tutti, gli israeliani e i palestinesi e bene Abbas, lo sa Peres e lo sa pure Netanyahu. Sta cercando di surrogare con bel altra credibilità, papa Francesco, il fallimento del dialogo sponsorizzato dagli americani che, ancora una volta, si è dimostrato impotente a mediare davvero.

 

“Nessuno pensa naturalmente che lunedì mattina tra Israele e Palestina scoppierà la pace”. Lo scopo – ha detto Pierluigi Pizzaballa, il francescano Custode di Terra Santa che a Gerusalemme ha preparato questo incontro, “è quello di ricreare l’aspirazione, la possibilità del sogno―  di riaprire una porta rimasta chiusa da parecchio tempo” (New York Times, 6.6.2014, J. Yardley, Prayer Meeting Shows Pope’s Larger Vision― L’incontro di preghiera mostra la visione più vasta del papa ▬ http://www. nytimes.com/2014/06/07/world/pope-francis-prayer-meeting-with-israeli-and-palestinian-presidents-shows-larger-vision.html?ref=world& gwh=CDB3 24 D51B5DF38692F35EC12287FC 58&gwt=pay).

 

●Appena tornato, subito viene a scadenza in Israele il settennato della presidenza di Shimon Peres ed eleggono un vecchio esponente della destra tradizionale del Likud, personaggio faceto e gioviale, politicamente finora di poco rilievo, Reuven Rivlin: ma il primo capo dello Stato dopo Camp David fermamente contrario alla soluzione-chimera basata sui due Stati per i due popoli in lotta e molto osteggiato dal premier Netanyahu.

 

Che ha perso la battaglia sottotraccia ingaggiata contro di lui per ragioni anzitutto di antipatia personale ma anche perché gli avrebbe fatto comodo continuare a venir spalleggiato da un presidente senza potere come era Peres ma che, a livello internazionale, gli garantisse con un  atteggiamento più dialogante, qualche spazio di manovra in più. Il posto è, come si dice, largamente cerimoniale ma in occasioni cruciali in passato è anche stato influente (The Economist, 13.6.2014, Israel’s new president – A one-stater, at last― Il nuovo presidente di Isreele – E, alla fine, arriva un partigiano di  un  solo Stato[quello ebraico: in linea teorica anche Netanyahu è, infatti, alle sue condizioni caudine, favorevole all’idea dei 2 Stati per 2 popoli...] ▬ http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604224-israels-parliament-has-picked-head-state-buck-trends-past).

 

nel resto dell’Africa

 

●Con la nuova cosiddetta dichiarazione di Algeri, mediata dal governo algerino – e non da quello francese, come avrebbe preferito il regime di Bamako – viene ora reso noto che tre formazioni diverse di ribelli Touareg (popolo nomade di 5 milioni di abitanti) hanno firmato un accordo di pace fondato sull’impegno a rafforzare in Mali la riconciliazione attraverso il dialogo. Si tratta del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, dell’Alto consiglio per l’unità dell’Azawad e del Movimento arabo dell’Azawad (essendo questo il nome in lingua Touareg del Nord del Mali: 822.000 km2, oltre due volte e mezzo l’Italia e gran parte del Mali, densità 1,5 abitanti per km2, tutto una vallata ricca di alture desertiche del Sahel e del Sahara che molti secoli fa era il letto del fiume Niger).

 

Nella dichiarazione di Algeri i ribelli si sono ora impegnati a rispettare l’integrità territoriale e l’unità del Mali. I dettagli su come e da chi verrà nei fatti amministrato il Nord del paese sono al momento ignoti soprattutto per la riluttanza del governo nominalmente centrale a riconoscere nei fatti quelle che i Touareg chiamano le loro legittime richieste. Al momento della firma, in maggio avanzato, i ribelli controllavano tutti i principali agglomerati della regione settentrionale del Mali e avevano dunque, nei fatti, un posizione negoziale assai forte, avendo anche respinto con largo successo l’aiuto non richiesto e presto trasformato in attacco degli islamisti jihadisti anch’essi contrari al governo di Bamako.

 

●In Sudafrica, dopo cinque mesi di sciopero che hanno portato alla fame molte famiglie di operai, colpito alla radice il rating del credito estero del paese e del tutto bloccato anche la produzione dell’oligopolio dell’alluminio – Lonmin, Impala e Amplats – come sempre con relativa soddisfazione dei lavoratori che non riusciranno certo a recuperare i salari bruciati ma adesso concludono secondo tutti i sondaggi d’opinione condotti all’interno degli iscritti che ne è comunque valsa la pena, va a conclusione l’ “azione industriale” contro i padroni del’alluminio: gli scioperi qui, all’inglese, li chiamano così, anche quando sono ad oltranza (The Daily Maverick, 24.6.2014, Bheki C. Simelane, Thapelo Lekgowa e Greg Nicolson, Platinum strike no more: After losing R10.6 billion in wages, miners claim victory― Finisce lo sciopero del platino: anche perdendoci 10,6 miliardi di rands di salario i minatori rivendicano una loro vittoria ▬ http://www.dailymaverick.co.za/article/2014-06-23-platinum-strike-no-more-after-losing-r10.6-billion-in-wages-miners-claim-victory/%23.U6j26bGHPIU).

 

Alla fine, l’accordo che dura un triennio dovrebbe comportare aumenti salariali sui R 1.000 al mese di paga base per due anni (poi, +R950) alle due categorie di minatori meno pagati e poi R950. I lavoratori meglio pagati avranno un aumento percentuale dell’8% (e poi del 7,50) per i primi due anni. Contributi dei datori di lavoro al Fondo pensione, straordinari, ferie e premi di spostamento seguiranno il tasso d’aumento dell’inflazione. La diaria resterà ai livelli del 2013 che di fatto, consente un aumento di paga base effettiva. Sono assicurate ora, con la supervisione di commissioni di operai, le ispezioni sanitarie del cibo fornito nelle mense padronali e la riassunzione di qualche centinaio di lavoratori “essenziali” (non è chiaro, però, al momento chi lo determ

1.7.2014

(chiusura: 07:00)

 

 

Nota congiunturale 7-2014

di Angelo Gennari

 

ATTN: cliccando direttamente, si perviene alla voce voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti citate nel testo è stato inserito il link che può aprirle direttamente (nel cliccare, copiare o riprodurre un link per collegarsi, far attenzione a cancellare lo/gli spazi vuoti che – come ad esempio nella parola Mila no – restassero , per errore di trascrizione, tra lettere e/o segni di interpunzione e che, altrimenti, impedirebbero al testo di aprirsi)

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI. 1

nel mondo in generale. 1

MEDITERRANEO  arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIO ORIENTE.. 2

● Lavori in corso: Sisi: stiamo costruendo un nuovo Egitto!   (vignetta) 3

● La linea tracciata sulla sabbia, che nessuno ha spostato più e i jihadisti vogliono ora cancellare    (mappa) 7

● Lo sbriciolamento dell’Iraq   (mappa) 12

● E, adesso? E’ questa, la nostra nuova Exit Strategy, Mr. President?   (vignetta) 14

● Vattene!!!   (vignetta) 15

nel resto dell’Africa.. 26

in America latina.. 27

CINA.... 30

● Quei mari la storia li  chiama “cinesi”, ma la titolarità ne è diversamente contestata da altri paesi (mappa) 32

nel resto dell’Asia. 33

EUROPA... 34

● Ma a quello lì con l’elmetto, non lo potremmo lasciare almeno senza dolce?  (vignetta) 41

STATI UNITI. 53

● Le eccezioni dell’eccezionalismo americano per il Medioriente   (vignetta) 53

● Chi è che davvero al mondo si ingozza di più di combustibili fossili?   (grafico) 55

FRANCIA... 62

GRAN BRETAGNA... 63

GIAPPONE... 64

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è inevitabile, che si ripeta qua e là, anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevi…


TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI nel mondo in generale

●L’agenda politico-istituzional-economico globale del mese di luglio 2014 prevede, tra gli  appuntamenti  che sembrano di maggiore rilevanza

• il 1° luglio si apre il semestre di turno di presidenza italiana del Consiglio europeo dei ministri;

• il 9, in Indonesia, elezioni presidenziali (primo turno);

• 13 luglio: finale a Rio de Janeiro, in Brasile, della finale dei mondiali di calcio;

• 19 luglio, scade l’accordo ad interim semestrale sottoscritto su nucleare e sanzioni tra Iran e P-5+1; il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che entro il 20 luglio bisognerà stavolta chiudere definitivamente l’accordo;

• nella seconda parte di luglio, elezioni legislative anticipate in Slovenia;

• nel corso di luglio, dopo le grottesche presidenziali, anche le elezioni legislative in Egitto.

●A Basilea, parla ora la Banca per i regolamenti internazionali― la BIS, che ha compiti quasi sconosciuti ma in realtà importanti come dicono di camera di compensazione delle transazioni tra gli istituti bancari centrali – è da sempre, ad esempio, l’unico istituto finanziario a collazionare e mettere insieme dalle principali Banche centrali del mondo che lo formano, a riuscire ad avere un’idea e rendere, un po’ confusamente è vero, conto dell’entità effettiva dei fondi a rischio, gli hedge funds che – quattro o cinque volte più del totale del PIL di tutti i paesi del globo messi insieme: cioè, per forza di cose, senza proprio niente di reale dietro – sono in buona parte all’origine della crisi che ancora non è ancoras affatto terminata a livello internazionale.

Avverte oggi il Rapporto annuale della BIS che tutta una serie di vecchie e nuove bolle speculative si è formata grazie al mercato non regolato che continua a esser lasciato, irresponsabilmente, del tutto libero prima ancora che il mondo abbia potuto davvero riprendersi dalla crisi. Lo deplora apertamente la BIS, ma senza indicare il che fare: cioe, regolamentare come era prima di Reagan il mercato internazionale: ma non osa osar tanto! (New York Times, 29.6.2014, J. Ewing, Central Bankers Issue Strong Warning on Asset Bubbles― I banchieri centrali avvertono con grane preoccupazione sul pericolo risorgente delle bolle speculative ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/30/business/international/central-bankers-issue-strong-warning-on-asset-bubbles.html).

Dice la Banca che sono troppi gli investitori, i grandi speculatori proprio – che ovviamente non chiama così perché, ipocritamente, non le compete dirlo con chiarezza: ma lo fa ben capire – alla ricerca (“disperata”, dice, ma vuol dire ingorda) di portare a casa rendite consistenti a fronte di tassi di interesse che invece al minimo, o quasi, rendono al minimo e perciò hanno fatto rialzare del tutto artificiosametrne i prezzi delle azioni anche e soprattutto di quelle dove “sotto il vestito niente”[1]: i fondi a rischio senza appunto considerarlo, il rischio... che oggi – questo è il messaggio chiaro – è ancora maggiore di ieri.

E spiega Claudio Bori, capo del dipartimento monetario e economico della Banca che ha stilato materialmente il Rapporto che c’è “un senso sul serio preoccupante di dejà vu”, di compulsione a ripetersi, “nell’insano fenomeno” (BIS/Bank for International Settlements/Banca per i Regolamenti Internazionali, Presentazione del General Manager Jaime Caruana, 29.6.2014, Uscire dal cono d’ombra della crisi:tre transizioni per l’economia mondiale ▬ http://www.bis.org/speeches/sp140629_it.pdf; e Introduzione al Rapporto,Claudio Borio, The financial cycle, the debt trap and secular stagnation― Il ciclo finanziario, la trappola del debito e la stagnazione secolare ▬ http://www.bis.org/events/agm2014/borio_pres.pdf; e, ancora, testo integrale dell’84° Rapporto annuale (1.4.2013- 31.3.2014), 29.6.2014 ▬ http://www.bis.org/publ/arpdf/ar2014e.pdf).          

●Assestando un gran brutto colpo all’Airbus, la Emirates Airlines di Dubai forse oggi la più ricca e presente in campo internazionale tra le grandi linee aeree ha ritirato l’ordine di 70 aeroplani A350 per 21,6 miliardi di $ a prezzo di listino – in realtà, scontati, un 3 miliardi di meno – che, al momento, costituisce la cancellazione più pesante subita dalla compagnia aerospaziale europea. L’A350, che trasporta 250-300 passeggeri, entrerà in servizio più tardi quest’anno ed è la risposta europea al Dreamliner 787, della Boeing di Seattle. Gli Emirates avevano ordinato gli A350 con consegna nel 2019 ma stanno adesso rivedendo la dotazione della loro flotta, anche alla luce del parco aerei dell’Alitalia che dovrebbe ormai incorporare.

L’anno scorso la compagnia di Dubai aveva ordinato altri 50 Superjumbo A380, aereo con un certo incremento di passeggeri trasportati rispetto al modello antecedente. Adesso, “il direttore commerciale di Airbus, John Leahy, ha cercato di minimizzare l'impatto della cancellazione del contratto Emirates dicendo che ‘la cancellazione non avrà impatto finanziario su Airbus, le consegne a Emirates erano previste tra il 2019 e il 2023’. Ma a Tolosa hanno accusato il colpo”, perché magari l’impatto non sarà quest’anno ma poi una ventina di miliardi di $ che vengono a mancare dagli ordinativi, al dunque, peseranno duro (Il Sole-24 Ore, 11.6.2014, G. Dragoni, Schiaffo ad Airbus, Emirates cancella ordine per 70 nuovi A350 ▬ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-11/schiaffo-ad-airbus-emirates-cancella-ordine-70-nuovi-a350-094807.shtml?uuid=ABZTZwPB).

●L’ultima invenzione tecnologico-organizzativa, la Uber, l’app che operando in 128 città e in 37 paesi del mondo sta sconvolgendo offerta e domanda sul trasporto pubblico e debitamente regolato da leggi nazionali e statuti municipali dei taxi – dicono i più a garanzia di utenti e lavoratori, dicono i meno ma, proprio a causa della regolazione, a costi qualche po’ superiori: scavalcando qualsiasi centralino e qualsiasi obbligo se non la garanzia che l’autista sia dotato di patente di guida col mettere direttamente in contatto il cliente col noleggiatore privato – ha messo insieme quasi di colpo un altro miliardo e 200 milioni di $ di capitale sociale, vale a dire di investimenti privati.

Portando, così, la quotazione di borsa a oltre 17 miliardi di $ con un servizio ai clienti che con la sua app su cellulare offre limousines, condivisione di percorsi e suddivisione di costi ai clienti, ha sollevato furibonde proteste e blocchi stradali e del traffico da parte dei tassisti in molti paesi europei (in Italia, soprattutto a Milano) di fronte a quella che, a ragione, definiscono una concorrenza sleale― stesso servizio a regole e condizioni obbliganti imposte ai taxi privati del servizio pubblico autorizzato dai comuni  e deregolamentazione totale per gli altri: i privati-privati  (The Economist, 13.6.2014, Taxis in London – Monopolists unite - You have nothing to lose except your tariffs!―  I taxi a Londra – Monopolisti unitevi - Non avete niente da perdere se non le vostre tariffe! ▬ http://www.economist.com/news/ britain/21604191-you-have-nothing-lose-your-fares-monopolists-unite).

MEDITERRANEO arabo (tramonto, resistenza, crollo dei rais) e MEDIO ORIENTE

●In Egitto, all’inizio della quarta settimana di giugno, arriva il segretario di Stato americano John Kerry che, preso atto del fallimento drammatico della politica del suo governo in tutto il Medioriente, si riscopre comunque allineato e coperto dietro il rais e golpista egiziano. Arriva e riparte subito con grande imbarazzo nei confronti del codazzo di giornalisti che, come sempre, ha al seguito.

Perché ha dovuto ricevere e incassare, in silenzio e in piena faccia, il gelido “la cosa non mi riguarda” del dittatore alla richiesta di trattare “con equanimità”, come dice lui quasi comicamente visto a chi si rivolge, i tre giornalisti di al-Jazeera-English, e altri tre per loro fortuna in absentia, a pene non solo assurde ma spropositatamente e volutamente (come lezione) squilibrate per aver detto cose sgradite al governo egiziano. Dall’incontro col generalissimo-feldmaresciallo fellone passano poche ore e, prima della sua partenza, le autorità egiziane fanno in modo che possa venire informato del verdetto del tribunale (Guardian, 23.6.2014. S. Tisdall, John Kerry snubbed by Egypt's heavy jail sentences for al-Jazeera journalists― John Kerry snobbato dalla pesante galera sentenziata in Egitto per i giornalisti di al-Jazeera ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/23/john-kerry-snubbed-egypt-sentences-al-jazeera).

Ma tant’é. Il buzzagro aveva appena finito di assicurare l’amico generale a correzione del borbottio con cui Obama s’era spinto – solo un  po’, mica troppo... – a deplorare il golpe, che l’America è comunque pronta a far ripartire lo storico rapporto strategico col Cairo, superando il congelamento del miliardo e 300 milioni di $ di aiuti militari annuali decretato l’anno scorso a cominciare dalla consegna urgente di alcuni decine di elicotteri Apaches che era stata stoppata per un valore di almeno 575 milioni di $ subito (Wall Street Journal, 22.6.2014, Jay Solomon, John Kerry Voices Strong Support for Egyptian President Sisi― John Kerry esprime forte sostegno al presidente egiziano Sisi ▬ http://online.wsj.com/ articles/john-kerry-arrives-in-egypt-on-unannounced-visit-1403426551).

In attesa di recarsi a Bagdad, al volo e anche in volo, il giorno dopo col sostegno dell’egiziano, subito ottenuto, a un cambio non traumatico ma effettivo della leadership di al-Maliki – che tanto poi è uno sci’ita... – si è fatta così totale la retromarcia statunitense sulla necessità di cui a Washington si è sempre ma solo chiacchierato di un’apertura necessaria del regime all’opposizione della Fratellanza che nei fatti, boicottandole con grande efficacia, ha dimostrato di essere sempre maggioranza anche in queste ultime elezioni presidenziali.

● Lavori in corso: Sisi: stiamo costruendo un nuovo Egitto!   (vignetta)       

 

Fonte: KAL, The Economist, 27.6.2014

●In Libia, un aereo militare da caccia sotto il commando del gruppo ribelle del gen. Hifter ha bombardato, a Sidi Faray e nei pressi, entrambe a Bengasi, posizioni occupate dagli islamisti di Ansar al-Sharia e dal gruppo di militanti noto col nome di 17 febbraio (la data di inizio della rivoluzione anti-Gheddafi del 2011), secondo quanto riferito alla stampa da un’alta fonte militare del governo libico. Non c’è stato neanche un ferito dalle due bombe sganciate e che hanno distrutto un’officina di auto-riparazioni nel perimetro colpito, mentre gli scontri per le strade hanno fatto, essi, almeno una trentina di morti secondo un esponente dei jihadisti nel mirino (ABC News, 1.6.2014, Esam Mohamed, Libya: clashes, bombings leave eìght dead―Scontri a fuoco e bombardamenti lasciano sul campo otto morti ▬ http://abcnews.go.com/International/wireStory/jet-bombs-islamists-base-libyas-benghazi-23946346).

Tanto per aggiungere un po’ di confusione, il nuovo governo designato dal parlamento libico e presieduto da Ahmed Miitig ha annunciato il 2 giugno di essersi “regolarmente” insediato (l’avverbio è per lo meno strambo...) anche se il ministro della Difesa e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thani hanno fato sapere di respingere la loro rimozione...

Miitig ha anche reso noto di aver riunito il gabinetto per la prima volta dopo la sua discussa scelta di maggio (Ma’an News Agency, 4.6.2014, New Libyan Government takes office amid continuos fighting in the East― Il nuovo [ennesimo] governo libico entra in funzione nel mezzo degli scontri armati che continuano nell’Est del paese      ▬ http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=701871). E’ dal 2011, dalla cacciata e dal linciaggio di Gheddafi (propriamente, Mu’ammar Abū Minyar ’Abd al-Salām al-Qadhdhāfī) che la Libia resta, e in realtà affonda ogni mese un po’ di più, nel caos (Stratfor – Global Intelligence, 15.5.2014, video- transcript, Deteriorating Security in Libya― In Libia, una sicurezza in continuo deterioramento ▬ http://www.stratfor.com/ video/conversation-deteriorating-security-libya).

●Il governo libico – o quello che, in qualche modo, cerca oggi di farsi passare per tale – ha annunciato che riprenderà – o, più correttamente, che vuole riprendere – le esportazioni di greggio a Tobruk, all’estremità orientale del paese in Marmarica, a est anche della Cirenaica, quasi al confine con l’Egitto, dal terminal di al-Hurayqah, e lo ha comunicato il 21 giugno, attraverso un portavoce della NOC, la National Oil Corporation.

La prima spedizione, di 750.0000 barili, partirà da Mislah e dal giacimento di al-Sarir e la seconda dovrebbe seguire subito, il giorno dopo con il livello di produzione in grado di aumentare gradualmente, giorno per giorno, dicono nel comunicato diffuso dalla LANA (Libya News Agency, 21.6.2014, NOC to re-start shipping oil― La NOC ricomincerà a esportare petrolio greggio ▬ http://www.lana-news.ly/eng).

Anche ai confini occidentali della Libia, è quasi un anno che la produzione è stata rallentata da una miriade varietà di proteste che hanno tutte coinvolto, in un modo o in un altro,  i gruppi etnici Touareg o Toubou e le milizie etniche alle dipendenze degli influenti Consigli tribali di città come Zentan, sempre tendenzialmente ribelli o, al contrario, forze residue di sostenitori del vecchio regime di Gheddafi (Stratfor – Global Intelligence, 13.5.2014,Libya: Western Oil Production Restarting, but Underlying Challenges Remain― Nella Libia occidentale riparte la produzione di petrolio, ma restano tutte le difficoltà sottostanti ▬ http://www.stratfor.com/analysis/libya-western-oil-production-restarting-underlying-challenges-remain#xzz35 R DfRV).

●Adesso, il 25 giugno, nel mezzo di questo caos, elezioni parlamentari della nuova Casa dei rappresentanti per eleggerne 200 e si riunirà a Bengasi, in Cirenaica – ha deciso il governo  provvisorio – per “far sentire più incluse le popolazioni orientali di questo paese”. Con l’ONU che nella valutazione, soltanto personale però, del suo segretario generale “è un’importante passo avanti nella transizione della Libia verso una governance democratica stabile”.

Rispetto a questa speranza, per così dire di stabilizzazione democratica della Libia, emergono subito almeno due enormi problemi. La registrazione degli aventi diritto al voto è a oggi sì e no alla metà di quanto fosse prima del 2012 quando elessero il Congresso generale nazionale nel quale risultarono in maggioranza gli islamisti. Se si vota oggi cioè, la rappresentanza risulterà perfino minore di quanto sia stata in questo mandato parlamentare: certo, non “stabile”...

La seconda questione – quella decisiva, poi – è che, anche così, gli islamisti saranno probabilmente in mggioranza anche nella nuova Casa dei rappresentanti: non fosse altro perché sono loro i più attivi, politicamente coscienti e, anche, i più propensi ad andare a votare.        

In altri termini, cambierà poco, se al dunque si tratterà di elezioni minimamente libere e che la gente, non fatiscenti Commissioni elettorali,  considererà di fatto come valide. Ma, se sarà così, il generale Hifter, e i suoi seguaci “laici e secolari”, lui lo ha già detto, non saranno disposti a obbedire al nuovo parlamento e al nuovo governo: non se ne fideranno, in effetti. E saremo da capo, come dal golpe in Algeria del 1991: qui, se sono elezioni libere, danno la maggioranza democraticamente ai non democratici – sempre che poi gli altri, gli Hifter, i Sisi, lo siano: democratici! – e, se no, che elezioni sono?

Alla fine, si apprende che meno della metà degli elettori titolati a farlo perché presenti nelle liste del 2012,  come s’è detto già dimezzate,  hanno poi partecipato alle elezioni. Alcuni seggi sono  rimasti chiusi per ovvie ragioni di sicurezza mancante ma molti altri proprio per la totale assenza di votanti. A Bengasi gli scontri fuori e anche dentro i seggi hanno provocato una trentina di vittime, tra morti e feriti. Anche se il generale Hifter aveva dichiarato di sospendere ogni operazione nel giorno del voto, anche se con riserva: “per noi la democrazia è importante: ma la sicurezza lo è anche di più” (The Economist, 27.6.2014, Libya’s elections – Dismal democrats― Le elezioni in Libia – Democratici desolati ▬ http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21605948-few-libyans-put-much-faith-weeks-general-elec tion-dismal-democrats).

In definitiva, quando due mesi fa, a Tripoli, i politicanti del Consiglio e del Congresso decisero queste elezioni scommettevamo sul fatto che avrebbero tagliato corto con violenze e scontri e migliorato le prospettive di una riforma politica effettiva: o così dicevano. Ma la bassissima partecipazione al voto mina ora alla base ogni speranza di stabilizzazione possibile da questo risultato.

●Il 13 giugno, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico si intesta, in Tunisia, l’attacco, con quattro morti tra gli agenti di guardia, alla residenza del ministro degli Interni. E si tratta della prima rivendicazione del genere nel paese, per ora il più “tranquillo” tra quelli del Nord Africa mussulmano che parteciparono, anzi che per primo diede il via nel dicembre del 2010, ai moti della primavera araba (Stratfor, 13.6.2014, Al Qaeda claims attack on Minister’s home― Al Qaeda rivendica l’attacco alla casa del ministro ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/tunisia-al-qaeda-claims-attack-ministers-home).

●In Siria, la Commissione elettorale nazionale ha annunciato che il 95% degli oltre 200.000 connazionali registrati nelle liste elettorali ma, ad ogni titolo, residenti all’estero hanno votato presso 43 sedi diplomatiche del paese. E, al di là del fatto che la vittoria di Assad sembra certa, onestamente bisogna dar atto di almeno due novità, davvero nuove, nel voto di questo paese:

• che dove la gente ha votato all’estero – a Parigi, a Roma, a Londra, a Berlino... – ha votato in stragrande maggioranza per Bashar al-Assad: lo ha attestato – rodendosi il fegato patriottardo – il NYT (29.5.14, A. Barnard, Syrians in Lebanon Flood Polling Place, Choosing Assad Out of Fervor or Fear― In Libano, i siriani affollano i seggi, e scelgono Assad, per convinzione o per paura ▬ http://www.nytimes. com/2014/05/29/world/middleeast/syrian-exiles-in-lebanon-vote-in-advance-of-national-ballot.html?_r=0#)― sì, forse come male minore: ma, in fondo, in ogni elezione chiunque vota sempre per il male minore, no?;

• e che, stavolta, per la prima volta, oltre al nome del presidente uscente, le schede riportavano anche spazi e nomi di altri due candidati. Basta fare un paragone con quella vera e propria buffonata che è stato il voto nelle presidenziali in Egitto: partecipazione alta e vera alle urne, libertà di voto effettiva, ecc., ecc.― la riserva più pesante, e l’unica davvero documentata, avanzata contro la regolarità di queste elezioni dall’opposizione è stata che per votare bisognava identificarsi mostrando una carta di identità all’ingresso dei seggi... ma è proprio come da noi o, per dire, in Germania...

Certo, questo è solo il nostro punto di vista, esattamente opposto a quello che il fantomatico, perché letteralmente inesistente, G-8, sta esprimendo mentre scriviamo il 4 giugno a Bruxelles col taglia e cuci dal testo presentato all’incontro dalla Casa Bianca: a Damasco è stata solo una “farsa”...

●Scrive un’agenzia di stampa direttamente alimentata dal Pentagono – ma che a Washington conta, e anche molto, perché non sempre ma neanche troppo di rado mostra apertamente la sua indipendenza intellettuale con analisi e giudizi capaci di forte autonomia (NightWatch, 4.6.2014, The situation in Syria― http://www.kforcegov.com/Services/IS/NightWatch/NightWatch_14000119.aspx) che la realtà è altra: “l’opposizione siriana e la sua lotta hanno fallito nel tentativo di mandare all’aria queste elezioni. Gli arabi di Siria hanno votato in modo del tutto evidente a favore di Assad invece di boicottare queste elezioni.

E, malgrado quel che hanno riportato i media monocordi d’occidente e non certo a caso, le elezioni hanno avuto luogo anche in aree pur disputate tra i due fronti, inclusi i distretti di Aleppo. Uno dei leaders dell’opposizione s’é lasciato andare a dire alla stampa di non capire perché i siriani votassero in così tanti per Assad invece di boicottare le elezioni, come lui si aspettava. Gli ha risposto chiaro uno di quegli elettori dicendo agli stessi reporters che aveva votato per il rais perché lui in qualche modo incarnava l’ordine e una speranza di tranquillità e quelli no. In altri termini: se questo minisondaggio fosse mai rappresentativo, l’elezione ha riflesso proprio il totale fallimento dell’opposizione nel farsi riconoscere come un’alternativa accettabile al governo ba’athista di Damasco.

In tre anni di lotta e di guerra feroce delle due parti, i gruppi ribelli a Damasco non sono riusciti a darsi una base di supporto vero, popolare. Tanti diplomatici americani hanno svilito le elezioni come insignificanti, una ‘farsa’ hanno detto – mantenendo un silenzio indecente, ma questo lo aggiungiamo noi, in questa Nota su quelle invece tenute in Egitto –... Ma queste sentenze così facilmente spocchiose costituiscono un disservizio sia nei confronti della verità che degli 11 milioni e 600 mila siriani che hanno votato”.

Ribadiamo: questo non lo dice Assad, non lo dicono i suoi sicofanti e i suoi sostenitori. Ma, in buona sostanza, lo dice il Pentagono. Che sembra, adesso, essere chiamato dal mezzo gnorri che appare speso il presidente a sostenere molto più attivamente, anche se sempre più disperatamente, quegli incapaci e truculenti “alleati”, laggiù...

In ogni caso, e in conclusione o quasi, tutto questo poi importa poco: le elezioni sono state lo sfoggio da parte di Bashar al-Assad del fatto che riesce sempre ed ancora a tenere il controllo di importanti città della Siria, a mantenere la lealtà del nocciolo duro dei suoi sostenitori e quella di gran parte delle sue minoranze etniche e religiose nonché di una parte niente affatto insignificante della stessa popolazione sunnita e a rendere spudoratamente palese il fallimento degli oppositori e dei loro sostenitori, soprattutto stranieri.

Questo, onestamente, è anche il nostro discutibile punto di vista. Ma, almeno noi una motivazione, una spiegazione in termini razionali tentiamo di darla: quelli del cosiddetto G-8 – Obama, Renzi, Cameron, Merkel... coi manutengoli dei media internazionali a rimorchio, a far loro da eco, lanciano solo anatemi... Alla fine, vedrete, fra tre, quattro anni, perfino il paludato NYT e – si parva licet... – il TG-7 di Mentana, arriveranno a dirci che il suffragio in Siria, almeno comparativamente, aveva una sua qualche validità (il comunicato dei G-8, senza dare alcuna motivazione, e redatto da giorni ben prima del voto, sentenzia spocchioso come abbiamo visto che è stata una “farsa”): e arriveranno anche a  riconoscere che sì, forse, Putin sull’Ucraina non aveva proprio, chi sa?, tutti i torti...

Come che sia, nella guerra georgiana del 2008, erano stati proprio gli avventuristi seguaci di Sa’akashvili, falsamente garantiti e anche fomentati dai bushotti al potere, a sparare per primi e non i russi a “aggredire”: anche se quando hanno risposto, poi, agli aggressori hanno fatto male davvero. E’ proprio come per le leggende inventate e scoperte dopo anni, anche se subito per chi voleva vederle visibili, coi precedenti di Libia, Iraq, Vietnam, ecc., ecc.: ai media ci vorrà molto tempo – senza il bollino di conformità dei rispettivi governi – prima per ammetterlo anche a se stessi e, poi, per riconoscerlo...

Al dunque, neanche in occasione di questo evanescente e impotente G-8, hanno saputo e potuto decidere niente insieme. Per ora nessuna nuova o più dura sanzione contro Mosca. È la conclusione ufficiale che attesta di una eclatante disparità di opinioni, al di là delle allisciate in televisione. I francesi vogliono fare la faccia feroce ma  non vogliono interrompere la vendita di armi ai russi, i tedeschi il flusso del gas, e gli italiani con loro,  e neanche i giapponesi sono per fare i duri con le gatte da pelare cinesi con cui si trovano di questi tempi a che fare, gli inglesi sono come i francesi assai incavolati ma guai a toccargli la City e a Obama soffiano sul collo gli interessi commerciali e sensati dei suoi businessmen...

●Sul campo, lo sviluppo forse più significativo è stato che adesso, dopo le elezioni presidenziali, e le controffensive dell’esercito regolare e degli Hezbollah, il Fronte jihadista degli estremisti di Al-Nusrah non riesce più a tenere il controllo della cittadina armena di Kassab nella regione alawita della provincia di Latakia. Una tenuta fondata anche sulla brutalità estrema di punizioni elargite con una serie di crocifissioni di cristiani armeni e l’imposizione selvaggia di esazioni e “protezione” forzata a tutta la popolazione islamica. E, questa, è una città importante costituendo di fatto l’unico transito consentito tra la provincia di Latakia e la Turchia.

E’ una perdita cruciale per Al-Nusrah perché il controllo di Kassab avrebbe costituito il secondo fronte loro necessario a alleviare la pressione delle truppe governative su Aleppo, all’est. La Siria continua ad accusare, con sostanziose evidenze, la Turchia di aver continuato a aiutare al-Qaeda  e al-Nusrah a prendersi Kassab a marzo mentre la Turchia ha denunciato che truppe regolari iraniane, oltre agli Hezbollah, hanno combattuto sul fronte del governo siriano. Per ora, sembra proprio che i siriani stiano assicurandosi che il cosiddetto califfato dell’ISIL―loStato Islamico dell’Iraq e del Levante (o ISIS― dell’Iraq e della Siria) non riesca a arrivare fino alle sponde del Mediterraneo.

Subito, intanto, e in polemica aperta con al-Qaeda e i suoi seguaci, i jihadisti dell’ISIL vanno avanti per conto loro e, anticipando i tempi, si ribattezzano –  se così, impropriamente e con una pronuncia quasi blasfema, si può dire – come vero e proprio califfato― cioè, uno Stato indipendente costituitosi nell’area da essi controllata di Iraq e Siria – poca cosa al momento, a dire il vero però – sotto la guida del nuovo auto-proclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi (una nomina che sfida apertamente l’autorità di al-Qaeda, esaspera inevitabilmente tutte le differenze teologiche, etniche, politiche, culturali e di fondo tra mussulmani.

“Globalmente, viene alla luce che la generazione più giovane della cominutà jihadista sembra spostarsi dalla parte dell’ISIL, sopratuto per la rapidità e la feroce brutale efficacia con cui raggiunge i propri dichiarati obiettivi” (sottolinea – avvertendo che vanno presi sul serio – Charles Lister, del Centro di ricerche della Brookings, di Doha nel Qatar, citato in Guardian, 30.6.2014, M. Tran e M. Weaver,Isis announces Islamic caliphate in area straddling Iraq and Syria― L’ISIL annuncia la creazione del califfato islamico nella zona a cavallo tra Iraq e Siria ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/30/isis-announces-islamic-caliphate-iraq-syria).

Subito prima, un po’ per disperazione, un po’ per speranza, tornando indietro rispetto a quanto già deciso rompendo proprio con al-Qaeda e l’ISIL, il 24 giugno al-Nusrah― il Fronte per la vittoria del popolo di Siria aveva annunciato di aderire pienamente all’obbedienza a chi vince, cioè proprio all’ISIL, nella composita e lasca coalizione dei jihadisti maggiormente estremisti. Ma, certo, adesso, dopo la proclamazione “avventata e fuori tempo”, dice al-Qaeda, del minicaliffato bisogna vedere cosa succede nei fatti e non nelle enunciazioni...

Lo fa rilevare l’Osservatorio siriano per i diritti umani – un istituto non precisamente neutrale ma spesso in sintonia più coi ribelli che col governo – valutando che si tratta di una “fusione” importante perché apre la strada a una presa di controllo da parte dell’ISIL e di al-Qaeda – che, in qualche modo, anche se ne riconosce il brand, ne costituisce una branca anarchicamente indisciplinata – di entrambi i lati del consine sito-iracheno, a Albu Kamal in Syria e Al-Qaim in Iraq (Yahoo News!, 25.6.2014, (AF.-P.), Qaeda merges with ISIL at Syria-Iraq border town: NGO― ONG siriana  informa della fusione tra Qaedaa/al-Nusrah  e ISIL in una località del confine tra Siria e Iraq ▬ https://nz.news.yahoo.com/a/-/world/24316641/qaeda-merges-with-isil-at-syria-iraq-border-town-ngo).

Però, non sarebbe neanche male cominciare a capire che l’attenzione, e la capacità di attrazione, oltre al fanatismo scatenato dalla cieca fede nella loro versione dell’Islam, all’ISIL viene anche e proprio dalla parola d’ordine radicata nella realtà storica di voler arrivare a cancellare con la forza i confini imposti con la forza nel 1916 dal colonialismo britannico e francese.

Quando l’accordo Sykes-Picot li tracciò sulla carta e sulla sabbia. Il vento della storia dovrebbe da tempo averli spazzato via ma, va detto, per responsabilità dei colonialismi che li tracciarono senza capire niente di etnie, religioni, sensitività di popoli e tribù ma, soprattutto, per colpa degli arabi asserviti alle “sette sorelle” dapprima e poi agli ex Stati colonialisti degli arabi e delle loro divisioni frontiere che durano ormai da cent’anni tra Iraq, Siria, Libano e Giordania. L’idea-forza di spazzare via Sykes-Picot così la riaccendono questi nel mondo arabo e rischiano di trascinare dalla loro non solo i visionari dell’Umma, la comunità senza confini tra i mussulmani del mondo, ma anche il sogno nasserita del nazionalismo pan-arabo per il futuro della regione...

● La linea tracciata sulla sabbia, che nessuno ha spostato più e i jihadisti vogliono ora cancellare    (mappa)

 :legenda dei diversi colori: la spartizione tra francesi e ing lesi

:  verde scuro,  diretto controllo francese;   verde chiaro, influenza francese  arancione, zona internazionale  nero,  diretto controllo britannico    grigio, influenza  inglese    

Fonte: Tarek Osman, 4.12.2013, Why border lines drawn with a ruler in WW1 still rock the Middle East― Perché i confini tracciati con la riga e la squadra nella prima guerra  mondiale ancora fanno ballare il Medioriente ▬  http://www.bbc.com/news/world-middle-east-25299553

●Intanto, l’Organismo delle Nazioni Unite per le Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), ha ufficialmente annunciato che il residuo 8% di componenti precursori e armi chimiche dichiarate della Repubblica Araba di Siria sono state ormai caricate sulla nave trasporto danese incaricata di portarsele via.

Con questa spedizione, tutte le armi chimiche che Assad aveva detto di far distruggere sono state rimosse dal territorio o distrutte. La Siria aveva una delle maggiori scorte conosciute (con eccezione ufficiosa di America e Russia― che dichiarano di tenerne ancora ma solo per studiarle e combatterle) e la distruzione di queste scorte (non di quelle che ovviamente, forse, hanno rubato e controllano i jihadisti) è stato un fatto importante, avendo tra l’altro disinnescato le smanie bombarole sulla Siria a tappeto che solleticavano Obama raggiungendo la soluzione voluta, e suggerita da Putin, in soli 9 mesi: assicurandosi, così, almeno che ai terroristi jihadisti non possano finire in mano altre armi chimiche o componenti di esse precursori (OPCW, 23.6.2014, Dichiarazione del Direttore generale, Ahmet Üzümcü ▬ http://www.opcw.org/news/article/announcement-to-media-on-last-consign ment-of-chemicals-leaving-syria).    

●Intanto, nella sempiterna vertenza interna – centrata sui diritti di sfruttamento del greggio – tra quello del Kurdistan e dell’Iraq, tra governo centrale e autorità di governo regionale, Massoud Barzani, presidente  del governo di Erbil ha adesso ufficialmente minacciato il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki di organizzare al più presto un vero e proprio referendum per proclamare l’indipendenza dei curdi dall’Iraq, se non si riesce a trovare un accordo “equo” nel negoziato con Bagdad (Avim― Center for Eurasian Studies/Istanbul, 2.6.2014, Furious KRG Threatens to Declare Independence― Un furioso Governo regionale curdo minaccia di proclamare l’indipendenza ▬ http://www.avim.org.tr/bulten/en/88253).   

Con una dichiarazione ufficiale il governo regionale del Kurdistan iracheno ha, infatti, chiesto che questo negoziato con Bagdad cominci subito. Le tensioni sono, infatti, salite alle stelle nelle ultime settimane per la dura opposizione – sul piano ufficiale e costituzionale in pratica insormontabile, su quello militare anche probabilmente – del governo di Bagdad alla decisione di Erbil di vendere, via la Turchia, il greggio del Kurdistan iracheno agli Stati Uniti e a Israele. Molti analisti americani – i più, forse – di cose curde e irachene – accademici, giornalisti, politiconi e spioni: ciarlatani che da anni non ne azzeccano una – dicono che Barzani, come ha fatto in passato, bluffa anche stavolta... Ma in Turchia e a Bagdad non sembrano affatto esserne tanto sicuri.

In effetti, oggi la minaccia maggiore che per Bagdad rimpicciolisce anche quella alla sovrana proprietà del greggio estratto sul suo territorio, anche nel Kurdistan iracheno, è che dipende anche dalla comprensione in qualche modo dei curdi e pure – un po’ contro natura per Erdoğan: ma sono troppo fanaticamente estremisti per lui i sunniti jihadisti dell’ISIL – e di un loro appoggio contro l’insurrezione sunnita. Per cui, anche una questione strategica come quella del petrolio esportato dal Kurdistan senza permesso legale, diventa ora quasi marginale.

Così, l’offensiva sunnita che assume subito le dimensioni della guerra civile totale e senza remissione alcuna ridimensiona un po’ tutta la strategia che Bagdad stava delineando come quella che voleva seguire per bloccare i curdi. Era proprio all’immediata vigilia dell’offensiva ribelle che stava, infatti, approntando una reazione molteplice: legale, commerciale, diplomatica e politica ma anche di pressioni militari, essendo intanto il governo regionale curdo riuscito a inviare con successo e non essendo Bagdad riuscita a bloccare le petroliere partite dal nord dell’Iraq verso l’Europa.

Erano, infatti, arrivati nel porto turco di Ceyhan il milione di barili di greggio caricati sulla petroliera United Emblem in arrivo dal nord dell’Iraq senza il permesso di Bagdad che aveva già  minacciato di portare le vertenza coi curdi in sede ONU e anche già denunciato formalmente in sede di arbitrato internazionale la Turchia per averlo consentito; mentre, nel frattempo, un’altra petroliera, la Minerva Antonia aveva portato a Trieste e pompato di lì attraverso il gasdotto transalpino a una raffineria tedesca, la Ruhr Oel di proprietà della BP inglese e della russa Rosneft  un altro carico di 41.000 tonnellate stimato a un valore di 31 milioni di $...

Anche Israele, oltre a Turchia e Stati Uniti, stanno comprando il greggio curdo così, di straforo e forzando la mano, e Bagdad aveva cominciato a stilare e rendere nota una lista di varie compagnie considerate pirata che violavano la legge irachena mettendo a rischio anche di drastica revisione diritti e rendite di tutte quelle (le grandi anzitutto, come Rosneft e BP, ma anche le singole piccole) comunque coinvolte nell’acquisto del petrolio curdo non autorizzato. L’ultima a entra nella blacklist irachena era stata l’austriaca Österreichische MineralOlverwaltung/ÖMW. Ma adesso, con l’attacco dell’ISIL anche le priorità per Bagdad, che di un appoggio curdo come, almeno, di una minore ingerenza turca ha drammaticamente bisogno, sono cambiate.

E all’inizio della terza settimana metà di giugno viene confermato che ormai il Kurdistan iracheno è riuscito a vendere – e a farsi pagare dopo averlo consegnato a destino – il carico di due petroliere , uno in Europa e l’altro in Israele (The Jerusalem Post, 20.6.2014, Israel receives first oil shipment from Iraqi Kurdistan― Israele riceve la prima spedizione di petrolio dal Kurdistan iracheno ▬ http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/Israel-set-to-receive-oil-from-Iraqi-Kurdistan-360054).

E sono pronte a partire da Ceyhan, subito almeno altre due spedizioni di origine curda, adesso che al-Maliki dovrà alleggerire le tensioni su questo fronte privilegiando la ricerca di un’intesa sull’altro, così come dovrà chiedere – e non più cercare di imporre – ai paesi terzi un comportamento più corretto anche quando, proprio adesso, potrebbero profittare (almeno così credono) dell’alternativa aperta dalla crisi delle forniture che pervenivano via l’Ucraina (Lignet/Langley Intelligence Group Network [è la CIA che ha sede a Langley, in Virginia, alla periferia di Washington, sito on-line che analizza con qualche affidabilità ipotesi e notizie emergenti da una sistematica revisione di tutte le fonti riferibili in ogni modo ai servizi segreti], 12.6.2014, Kurds exporting more oil despite Bagdad’s protests― I curdi esportano più greggio malgrado le proteste irachene ▬ http://www.lignet.com/HotTopic.aspx# ixzz34kc7WEQB).

●Intanto, a Teheran arriva, tempestivo, il presidente del governo regionale autonomo del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, in visita che non era stata pubblicamente annunciata. E, adesso, viene anche annunciato che dopo l’Iran, Barzani andrà anche in visita ad Ankara per discutere coi turchi della situazione in Iraq: del petrolio curdo offerto e comprato dai turchi ma, anzitutto ormai dell’’ISIL, sul cui agire la Turchia, anche se molto critica dell’estremismo jihadista sunnita, ciurla ancora nel manico proprio in forza del comune sentimento sunnita (Shafaq News/Bagdad, 16.6.2014, Barzani heads to Iran and Turkey in unannounced visit― Barzani in visita non annunciata in Iran e in Turchia ▬ http://english.shafaaq.com/index.php/politics/10189-barzani-heads-to-iran-and-turkey-in-unannounced-visit).

●Sotto il persistere dell’attacco, che impone ormai preoccupazioni analoghe sia ai curdi che, in modo ancor più pressante, al governo centrale (l’offensiva sarebbe arrivata a Baquba, solo a una sessantina di Km. dalla capitale e attacchi di mortaio avrebbero interrotto la produzione nella principale raffineria del paese, a Baiji a sud di Mosul e circa 230 Km. a nord di Bagdad, portando anche all’evacuazione forzata del personale straniero) e si comincia ad intravvedere una via possibile di compromesso per un’intesa tra i due governi, quello centrale e quello autonomo regionale, sul contenzioso del gas.

Che, comunque, al momento, è l’unico vero vincitore degli ultimi sviluppi della guerra civile tra gli iracheni, sci’iti al governo e sunniti – jihadisti dell’ISIL, tribalisti e reduci di Saddam e del ba’ath –   in rivolta.

Un portavoce del governo autonomo curdo del nord dell’Iraq ha infatti avanzato, attraverso i media per ora, un’ipotesi che dovrà essere valutata a Bagdad di una fetta di reddito predefinita per l’autonomia curda del 25% della vendita di greggio estratto nel Kurdistan iracheno. La legge attualmente prevede per Erbil un 17% di quota fissa ed è questa percentuale che, sulla base dell’aumento della sua popolazione e della quantità di petrolio estratto e venduto, i curdi vorrebbero riconcordare in aumento (Stratfor, 17.6.2014, Iraq: Kurds Want Higher Share Of Oil Revenue― Iraq: i curdi chiedono una quota maggiore dei profitti del reddito petrolifero [della loro regione] ▬ http://www.stratfor.com/situat ion-report/iraq-kurds-want-higher-share-oil-revenue)...

Su questo si dovrà certo discutere. Ma già discuterne è un vittoria dei curdi... Intanto, la Turchia si farà carico di rispondere, dopola chiusura da parte dei ribeli sunniti iracheni (vedi qui subito dopo) della raffineria di Baiji nerl nord dell’Iraq  del bisgono di altre 4.000 tonnellate di petrolio raffinato al governo regionale curdo iracheno. Lo annunciano, il 27 giugno in Turchia, il ministro dell’Energia, Taner Yildiz, e il premier del governo regionale curdo, Nechirvan Barzani (Hürryet Daily News/Istanbul, 27.6.2014, Turkey to meet KRG’s fuel demand amid oil crisis― La Turchia farà fronte alla domanda di combustibile del GRC nel mezzo della crisi petrolifera ▬ http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-to-meet-krgs-fuel-demand-amid-oil-crisis-minister.aspx?pageID=238&nid=68364&NewsCatID=348).

La Turchia chiede, e continuerà a premere, sui due governi, quello curdo di Erbil e quello iracheno di Bagdad, perché risolvano le loro divergenze sul petrolio e la spartizione delle sue entrate in modo che il greggio del nord del paese possa venire esportato regolarmente via la Turchia.

●Nel frattempo, i ribelli sunniti, con  l’attacco più audace sferrato da quando se ne sono andati gli americani contro il governo centrale, hanno preso il controllo della seconda città dell’Iraq, Mosul, tra l’altro confinante con il Kurdistan iracheno ed essa stessa al centro di una regione che produce ed esporta larghe quantità di petrolio occupandone arsenali militari, banche, industrie, centri di comunicazione prigioni (sono stati “liberati” almeno 2.500 insorti sunniti e il palazzo del governatore (New York Times, 10.6.2014, Suadad al-Sahly, Karem Fahim e R. Gladstone, Sunni Militants Drive Iraqi Army Out of Mosul― I militanti sunniti cacciano via da Mosul l’esercito iracheno ― http://www.nytimescom/2014/06/11/ world/middleeast/militants-in-mosul.html?hpw&rref=world&_r=0).

E mentre, a Washington, il dipartimento di Stato con una dichiarazione di un anonimo portavoce dice che gli Usa sono “molto preoccupati”, il primo ministro Nouri al-Maliki, giustamente – lui davvero – preoccupatissimo, dichiara lo stato d’emergenza nazionale e chiede l’aiuto di tutti i governi amici senza menzionare specificamente gli Stati Uniti ma, almeno – miracolosamente per gli USA – neanche l’Iran che, ormai, è il suo maggiore alleato. Molti dei sunniti che hanno attaccato Mosul sono militanti tornati e scappati sconfitti dalla Siria di Assad che avevano aiutato a occupare come parte dell’ISIL, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, di obbedienza sostanzialmente al-Qaedista, anche se ormai allontanato dalla casa madre perché da essa giudicato troppo anarchico e troppo estremista.

Alcuni membri del parlamento di Bagdad provenienti dalla provincia di Mosul, discutendo coi giornalisti stranieri della situazione, hanno denunciato che le forze di sicurezza sono scappate in molti casi senza neanche sparare un colpo, “abbandonando armi e equipaggiamento che adesso sono sotto il controllo dei militanti islamisti”.

●Nei fatti,  ormai in questo paese si è ancora una volta passati da uno stato di insurrezione a quello di una vera e propria guerra civile. Qui, l’ISIL controlla ormai almeno tre grandi città dell’Iraq sunnita, Fallujah e Mosul, e ora anche Tikrit, città natale di Saddam Hussein dove è anche stato – tutti qui sanno benissimo dove tumulato, discretamente – dopo essere stato impiccato dai vincitori scii’ti. E l’ISIL ha cercato di prendersi anche altre città, fallendo al momento qua e là in alcune località ma prendendosi, pare, Samarra (BBC News, 11.6.2014, Suadad al-Salhy, Alan Cowell e R. Gladstone, Iraqi insurgents seize new city - Tikrit Falls; Battle at Samarra, 70 Miles North of the Capital― Gli insorti iracheni si prendono una nuova città – Cade Tikrit; battaglia a Samarra, a 110 km. a nord della capitale ▬ http://www.bbc.com/ news/world-middle-east-27800319). Lo scopo che l’organizzazione si prefigge è quello di creare un emirato islamico unito che tenga insieme sia Iraq che Siria sotto la massima disciplina della shari’a, nell’interpretazione più rigida della scuola wahabita.

Subito, intanto, è riuscita a costringere sia BP che ExxonMobil, i gestori dei campi petroliferi di Rumaila e West Qurna 1, a ritirare tutti gli addetti non iracheni che hanno sul luogo. Resta difficile credere che, in queste condizioni e dati i posti chiave che i tecnici stranieri ricoprono potranno continuare a essere mantenuti i livelli attuali di produzione dei due giacimenti che, al momento, contano per circa la metà di tutta la produzione in territorio propriamente iraecheno― non quello curdo cioè (Iraq Oil Report, 16.6.2014, Ali Abu Iraq, Iraq’s largest oil fields reduce staff― I maggiori giacimenti petroliferi riducono i loro addetti ▬ http://www.iraqoilreport.com/security/energy-sector/iraqs-largest-oil-fields-reduce-staff-12522).

E subito dopo tocca anche all’ENI ridurre “prudenzialmente” a Bassora, dove da anni sta cercando il petrolio per conto del governo iracheno, il suo personale non locale (come se in queste condizioni  il pericolo fosse, qui, solo per gli stranieri). E l’ambasciata italiana a Bagdad dimezza anch’essa il numero dei diplomatici― da quattro a due: la roccaforte blindata che da anni è l’ambasciata americana irachena ha più di 5.000 dipendenti... (RAI News, 20..6.2014, ENI in Iraq ▬ http://www.rainews. it/dl/rainews/articoli/ContentItem-c1f15d0e-6abe-4cd2-b56e-5e289f2a91f4.html?refresh_ce ).

L’ISIL, di fatto, è qualcosa di molto di più di un gruppo di insorti: è stata capace di darsi un’organizzazione efficace dimostrando di riuscire a conquistare e anche a “tenere” città e regioni intere del’Iraq. In pratica larga parte del nord-est di confine con la Siria. Con la forza delle armi e la disciplina che instaura, a botte di fede e di spada, brandite insieme secondo le antiche tradizioni medioevali di tutti, i mori come i crociati come i colonialisti europei in giro per il mondo almeno fino a tutto il Rinascimento, e anche oltre (la spartizione dell’America latina prima e dell’Africa poi, dall’inizio del XVI a quello del XX secolo) ma anche frammentando il territorio del paese e sottraendone una larga fetta al controllo di Bagdad.

E a tappe forzate ha subito cominciato a installare – per convinzione, con la violenza delle armi e della frusta e con la paura – quello che chiama, appunto, l’emirato unico di Iraq e Siria, un vero e proprio nuovo “califfato” che intende riesumare non uno Stato qualificato, come altri,  mussulmano o islamico ma proprio islamista, retto dalle interpretazioni più rigorose dell’antica e fondamentalista lettura della shar’ia― la legge o strada unica e voluta dall’Islam per reggere la società, quella dei khilāfa, i monarchi unici teocrati e successori legittimi del profeta (ma è proprio sulla relativa legittimità degli uni e degli altri che si basa poi lo scisma tra sunniti e sci’iti...).

Anche se accompagnato da come vengono pur nelle condizioni della guerra civile curati i bisogni popolari più elementari ma anche essenziali: sanità, un minimo di polizia e di giustizia impartita e vista impartire secondo regole e leggi comunque dichiarate e fatte applicare, un’essenziale quantità di servizi pubblici― tutte cose essenziali che mai il governo Maliki aveva fatto valere e che questo pese aveva “goduto” (un’erogazione regolare di acqua e elettricità ad esempio) solo ai tempi di Saddam Hussein (Guardian, 24.6.2014, Ian Black, M. Chulov e Spencer Ackerman,  Iraq crisis: answers to readers' questions about a nation on the brink― La crisi dell’Iraq: risposta alle domande dei lettorisu un paese che è è in bilico lì, sul bordo ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/24/iraq-crisis-experts-answers-isis-maliki-kurds).

Un volantino capillarmente diffuso ora a Mosul proclama che “ci siamo presi sule spalle il compito di riportare alla vita le glorie del califfato islamico, mettendo fine così all’oppressione dei nostri fratelli”, si capisce, i sunniti,  “tagliando la testa alla serpe scii’ta che ormai sta strangolando il popolo di Allah, l’umma, l’unità dei credent... e sradicando l’infestazione sci’ita radendo al suolo i loro blasfemi santuari politeisti di Karbala e di Najaf”. Di qui, dalla instaurazione del califfato unico siro-iracheno di obbedienza sunnita bisogna partire, per esportare la jihad poi in tutto il mondo― e si capisce perché allora, no?, magari rabbrividendo un po’ a questo punto anche in America c’è chi cominci a dire “per fortuna che Assad c’è!”.

Subito, il giorno dopo la cacciata delle truppe del regime dalla città, gli insorti jihadisti hanno proibito ogni riunione pubblica non autorizzata sotto pena di morte e, sotto pena della decapitazione pubblica ordinato a chiunque di rompere ogni contatto col governo di Bagdad e a ogni donna di “vestire modestamente e restare in casa”. Però, in ventiquattrore pare che i nuovi abbiano anche restaurato con una certa efficacia il funzionamento dell’acquedotto e un flusso continuo della corrente elettrica in tutta Mosul...    

● Lo sbriciolamento dell’Iraq   (mappa)  

  

= ====== 50 miglia ========= 100 km.

  ● territorio della repubblica islamica dell’Iraq conquistato o sotto controllo dell’ISIL:  a nord di Bagdad dal 10.6.; in  grigio,  ●   al l’estremo nord-est, province dell’autonomia curda; all’estremo nord-ovest,● sotto il controllo dominante ma conteso dell’ISIL; il resto, in arancione scuro, ● sembra ancora ma non sempre restare (Tikrit, Sanmarra...) sotto il controllo del regime iracheno di Nouri al-Maliki.

Fonte: rapporti AFP/BBC

Ora anche una dichiarazione solenne dell’Associazione degli studiosi islamici di Iraq (Hayat Al-Ulama Al-Muslimin) formata per unificare i credenti sunniti sotto la propria unica bandiera incoraggia apertamente in termini religiosi l’ISIL a tenere sotto controllo e governare direttamente Mosul incoraggiando i giovani a ribellarsi contro il governo di Bagdad.

Esattamente al rovescio di quel che capita in Siria, dove la presa dell’ISIL sembra assai fragile e duramente combattuta e sconfitta, oltre che dal governo di Assad e dalle milizie degli Hezbollah libanesi anche da quasi tutti gli altri gruppi ribelli, qui in Iraq essa non solo è la forza dominante tra i ribelli, cui si potranno forse opporre con qualche efficacia i peshmerga― iguardiani della terra curda, se non faranno tout court anche loro la secessione – ma allora rischiando le ire della vicina Turchia – ma è riuscita con successo, per ora, a frantumare l’Iraq.

Che all’ultima ora poi effettivamente, di fronte alla possibilità sempre più concreta ormai di perdere il controllo di vaste aree dell’Iraq occidentale e settentrionale, col ministro degli Esteri Hoshyar Zebari annuncia di voler chiedere la cooperazione delle forze armate del Kurdistan per riprendersi il controllo delle aree ormai sotto il potere dell’ISIL (onislam, 11.6.2014, Iraqis flee Mosul after militants takeover― Dopo la conquista da parte dei militanti, gli iracheni scappano da Mosul ▬ http://www.onislam.net/english/news/ middle-east/473673-iraqis-flee-mosul-after-militants-takeover.html).

E, di fatto, già il 12 mattina arriva notizia che la città di Kirkuk, appena al di fuori della regione autonoma del Kurdistan e centro petrolifero di primaria importanza per l’Iraq stesso, è già difesa e in buona parte anche controllata dalle forze curde dopo che la guarnigione irachena l’ha abbandonata il giorno prima (e sarà ora duro, se per il governo centrale le cose andranno alla fine un po’ meglio, convincere gli agguerriti peshmerga e i curdi in generale a lasciare quella che da sempre considerano, con fondamenti storici non certo inventati, la loro vera capitale storica...

Nel frattempo, il prezzo del barile di greggio scatta di botto all’insù toccando in pochissime ore i $ 112 al barile, al massimo da marzo a oggi (Il Sole-24Ore, 12.6.2014, Crisi in Iraq, il prezzo del petrolio sale ai massimi. A Kirkuk i curdi respingono l'assalto jihadista ▬ http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-06-12/iraq-ribelli-marciano-baghdad-e-minacciano-governo-pronti-droni-usa-105554.shtml?uuid=ABqrdGQB). E, subito,  naturalmente ripartono le speculazioni anche su quanto potrebbe incidere a catena questo rincaro sulle attese di inflazione e, dunque, a raffreddare quel po’ di ripresa che qua e là anche tante banche centrali stanno spingendosi a propiziare.

●E torniamo così ancora una volta a parlare della cosiddetta legge delle conseguenze impreviste (qui, l’appoggio americano agli insorti scii’ti contro i sunniti perché Saddam Hussein che avevano battuto era sunnita lui stesso, senza neanche accorgersi così, quasi, che avevano deciso loro di mandare gli scii’ti al governo, favorendo tra l’altro, e anche qui quasi per omissione, la vittoria strategica dell’Iran): una specie di inesorabile conseguenza contraria di scelte fatte con intenzioni opposte che sembra ormai schiacciare l’America dovunque e comunque si muova o non si muova, a destra o a sinistra, avanti o indietro... sempre, nel mondo complesso quasi portasse sfiga a se stessa e a chi ad essa si appoggia...

Torma prepotente alla mente la stranissima intervista in cui nel 2002 (ma se ne scrisse solo nel 2004, a invasione dell’Iraq già in atto e, anche allora, senza neanche identificare per nome e cognome l’intervistato, peraltro chiaramente individuato dicendo che era il più vicino consigliore di Bush), Karl Rove, prendeva per i fondelli l’intervistatore informandolo che “ormai, gente come te vive ‘in quella che noi chiamiamo una comunità basata sul reale’,  da lui definito lui come ‘gente come me che crede in soluzioni emergenti dal nostro stesso avveduto studio di quella che  è la realtà discernibile’. Io assentivo ma cercando di mormorare qualcosa sui princìpi del diritto internazionale e sulla necessità del pragmatismo... Ma lui  mi zittiva subito”.

No, ‘non è così che funziona, non più: il mondo non funziona più in questo modo. Noi ormai siamo un impero. Quando ci muoviamo, creiamo noi la nostra realtà. E voi continuate a studiarla quella realtà― anche voi con avvedutezza, e noi intanto agiremo di nuovo, creando nuove realtà, che voi vi metterete a studiare e andrà a finire così. Sianmo noi gli attori della storia... e a voi, a tutti voi, resterà solo la possibilità di studiare quel che noi facciamo’”(New York Times, 17.10.2004, Ron Suskind, Faith, Certainty and the Presidency of George W. Bush― Fede, certezze e la presidenza di George W. Bush ▬ http://www.nytimes.com/2004/10/17/magazine/17BUSH.html?_r=0).

Erano certi di pacificare tutto il Medioriente con una pace basata su bombe intelligenti, F-16 e  Stealth e se utile, magari, anche una missione militare di 200.000 soldati presenti a rotazione permanente; puntavano a metterci una guarnigione articolata soltanto in Iraq su almeno una quarantina di basi; erano certi che la gente li avrebbe salutati e baciati da liberatori; già dicevano di volerci costruire (e lo fecero) una mega-ambasciata capace di ospitare migliaia di dipendenti da cui poi governare (e qui, invece, hanno fallito) tutta la regione coi propri pro-consoli (così li chiamava);  di piegare la Siria e l’Iran alla potenza americana; e, a partire da lì, “prosciugando” una volta per sempre dai terroristi che l’infestavano la “palude mondiale” e creando una “Pax americana” globale  basata su una potenza militare che nessun altro al mondo, né qualsiasi altra combinazione di potenze al mondo,  sarebbe mai stata in grado di sfidare...

Eccola la radice di ogni male, l’ineluttabile tagliola  della legge delle conseguenze non previste (ma, a dire il vero non previste poi, a veder bene, forse solo da chi come Karl Rove – ma  non da lui solo – si faceva accecare dalla propria fasulla smania di onnipotenza. Per cui francamente viene più di un dubbio a leggere che adesso, Obama, personalmente ancora una volta, se ne esce con una delle frasi in assoluto più disgraziate cui i presidenti americani usano abbandonarsi custodendole lucide e pronte all’uso nella loro faretra (e che, quando decidono poi di utilizzare non più solo retoricamente e a fini di deterrenza ma, come hanno già fatto qui per due volte, da 9.973 km. di distanza o, come in Afganistan, da ben 11.134, diventano il prodromo disgraziato di guai seri).

Dice adesso, il presidente, dando retta al richiamo solito loro della foresta che “se i nostri interessi – già... quali? – fossero messi direttamente in pericolo, nessuna scelta è esclusa”. E in questa frasetta c’è tutto il risvolto strategico del disastro per al-Maliki e per gli americani...

● E, adesso? E’ questa, la nostra nuova Exit Strategy, Mr. President?   (vignetta)

 

Fonte: Khalil Bendib, 27.5.2014

E’, cioè, sarebbe oggi possibile anche un’altra invasione? o escludendo, come viene pure lasciato capire, truppe di terra – come le chiamano – una campagna di bombardamenti aerei? magari stavolta coi droni invece che coi vecchi B-52 e o i moderni B-2 Stealth? (White House, conferenza stampa col premier australiano Tony Abbott, 12.6.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/06/12/remarks-president-obama-and-prime-minister-abbott-australia-after-bilate).

E’ questa, infatti, ormai la richiesta manifestata in pubblico e senza più remore dal premier Maliki agli americani (Guardian, 18.6.2014, M. Weaver, T. MacCarthy e Raja Jalabi, Baghdad requests U.S. air strikes against sunni militants―Bagdad chiede agli americani di tornare a bombardare i militanti sunniti [intervenendo così dritto dritto nella guerra civile] ▬ http://www.theguardian.com/world/middle-east-live/2014/jun/18/iraq-crisis-maliki-sacks-officers-and-calls-for-national-unity-live-updates) – e proprio al presidente che s’era vantato, malgrado tante contraddittorie sue titubanze, di avere comunque tirato fuori l’America dalla disgraziata e sbagliata guerra dell’Iraq – anche se ormai alla possibilità di conquistare e arrivare a controllare un territorio senza sfangarselo a terra, metro per metro, ormai non ci crede nessuno, meno che mai, poi, i jihadisti.

E, ancora una volta, Barak Hossein Obama cede alla compulsione pavloviana del ripetere il già detto e già fatto, ri-pappagalleggiando forse per la quindicesima volta parlando di Siria, Afganistan, Iran, e più prudentemente anche di Cina e di Russia, di “non escludere nulla dalle opzioni che sono sul tavolo” e che deciderà dopo averle soppesate tutte... studiando tutte le opzioni che ha (scommettiamo che alla fine ripiegherà sull’arma più equivoca e niente affatto poi quella più efficace che ha a disposizione, i suoi amati droni.  418 dei quali, comunque, un numero ben più elevato di quello finora riconosciuto, sono stati abbattuti – o, come si dice nel gergo ufficiale, sono andati “perduti”: manco fossero temperatite qaulunque... – dal 2011 a oggi, nell’era del loro super-utilizzo voluto da Obama― 200 solo tra Iraq e Afganistan (Washington Post, 20.6.2014, Craig Whitlock, When drones fall from the skies― Quando i droni cascano giù dal cielo ▬ http://www.washingtonpost.com/sf/ investigative/2014/06/20/when-drones-fall-from-the-sky).

E adesso il presidente si mette davvero a studiarle, quelle opzioni... ma poi dice – quasi subito (White House, 19.6.2014, Dichiarazione sulla situazione in Iraq ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/ 06/19/remarks-president-situation-iraq) che no, i soldati americani non torneranno con lui presidente a combattere sul terreno in Iraq: che riceverà, certo, altri 300 consiglieri USA sul terreno – con funzioni programmaticamente non combattenti però (ritornello che si era sentito anche in Vietnam, però, all’inizio di quella guerra: c’è chi sostiene, senza neanche scherzare troppo che, nell’America del 2014, la traduzione della parola “Vietnam” in arabo corre il rischio di essere proprio “Iraq”...).  Anche se ora vuole affermare, il presidente americano, con forza che è necessario a Bagdad “un nuovo governo inclusivo” e che “tutti i leaders iracheni hanno il compito di elevarsi al di sopra delle loro divergenze e mettersi insieme”.

Poi si viene anche a sapere che, in ogni caso, agli Stati Uniti – per mettere insieme l’intelligence di cui hanno bisogno per arrivare a decidere sull’ISIL e la sua offensiva in Iraq – potranno servire anche “diverse settimane”, anche se il 25 giugno Iraq e USA hanno aperto un nuovo centro operativo congiunto di intelligence a Bagdad (MalayMailonline, 27.6.2014, US intelligences take time to gather data before any attacks on ISIL in Iraq― I servizi di intelligence prendono tempo per reperire datri prima di ogni attacco all’ISIL in Iraq ▬ http://m.themalaymailonline.com/world/article/us-intelligence-take-time-to-gather-data-before-any-attacks-on-isil-in-iraq). 

 Ma è proprio il tempo che non c’è più e la serietà dell’impegno americano che – comprensibilmente, sia chiaro dopo esserne appena uscito – non intende ri-infilarsi dentro la trappola. Qui la situazione sul campo resta dinamica e fluida (Stratfor – Global Intelligence, 26.6.2014, Iraq Update: Clashes Continue Across Sunni Areas― Aggiornamenti: gli scontri proseguono attraverso tutte le aree sunnite dell’Iraq ▬ http://www.stratfor.com/analysis/iraq-update-clashes-continue-across-sunni-areas#axzz35Y9t M6Ej).

● Vattene!!!   (vignetta)  

Gli USA inviano 300 consiglieri in Iraq

 

 

Fonte: : INYT, 6.6.2014, Patrick Chappatte

 (l’unico problema è che i frollocconi che, pare, oggi lo chiedono, lo chiedano insieme

ai jihadisti estremisti che crocifiggono cristiani e massacrano eretici sunniti a go-go...)

Come non è mai stato questo di al-Maliki, da tre mandati pieni – rispettoso, cioè, anche delle sensibilità dei sunniti che pur essi abitano questo disgraziato e antichissimo paese... e questo, va detto Osama dovrebbe per onestà ma non osa dirlo – pure se sono proprio e soprattutto americane (di Paul Bremer, di Dick Cheney, di chi lasciò loro man libera alla Casa Bianca e, in sostanza, dunque di Bush) le responsabilità di aver attizzato e esacerbato dall’inizio, diciamo a partire dal 2003, il settarismo cui risale la responsabilità di aver aiutato a esplodere la crisi attuale (vedi qui sotto, qualche pagina avanti, la ricostruzione di come nasce questa tragedia specifica all’interno della tragedia irachena: in Guardian, 18.6.2014, Najim Abe al-Jabour: v. link qui sotto).

Ma è vero che adesso, Washington va predicando un po’ meglio del solito, sembra anche con qualche effetto, per fortuna dell’Iraq stavolta, nel formarsi di una coalizione che tiene conto anche del parere di curdi e sunniti per cacciare via Maliki dal governo e cambiarlo: radicalmente (New York Times, 19.6.2014, A. J. Roubin e R. Nordland, Iraqi Factions Jockey to Oust Maliki, Citing U.S. Support― Le fazioni irachene, citando il sostegno americano, brigano per cacciare Maliki ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/20/world/ middleeast/maliki-iraq.html?hpw& rref =world &_r=0).

Ma non è che ormai sia troppo poco e troppo tardi, con l’offensiva dell’ISIL arrivata quasi alle porte? E col primo ministro che, in ogni caso, di cedere il posto a qualcun altro anche del suo stesso partito o coalizione ma più “accettabile” ai sunniti, non ne vuole in ogni modo sapere (dice che “ogni appello a un governo nazionale di emergenza sarebbe un golpe anticostituzionale e contro il processo politico democratico da parte di chi vuole buttare via la costituzione per far fuori la giovane democrazia che abbiamo instaurato – si fa per dire... – e  il senso del voto degli elettori”). Insomma, per chi non ci sta l’unico ricorso così diventa la prova di forza. Ma non è affatto detto, ormai, che lui sia in grado di vincerla... (Guardian, 25.6.2014, M. Tran,Iraqi prime minister rejects pleas for government of 'national salvation'― Il premier iracheno respinge ogni appello per un governo di ‘salvezza nazionale’ ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/25/iraqi-prime-minister-rejects-calls-salvation-government).

Pare che il povero John Kerry, avendo appena lasciato a Bagdad al-Maliki, mentre invocava a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno la buona volontà del presidente curdo, Masoud Barzani, quasi implorandolo a non perseguire uno Stato autonomo e a non rompere con Maliki ma a entrare, invece, nel suo governo, si sia sentito chiedere se era al corrente del fatto che Maliki rifiuta anche solo di parlarne e gli passa il ritaglio di un’agenzia di stampa che riferisce le sue parole. Una volta tanto lasciandolo letteralmente basito. Come ormai capita sempre più spesso a gli interdetti diplomatici americani (New York Times, 24.6.2014, M. R. Gordon, Kerry Implores Kurdish Leader to Join a Government and Not Break Away― Kerry implora il leader dei curdi a entrare in un governo di unità e a non rompere con Bagdad ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/25/world/middleeast/kerry-kurds-iraq.html).

E, subito, al rullo dei tamburi di Maliki, risponde il parlamento convocandosi il 1° luglio per eleggere il nuovo primo ministro, designato da al-Maliki, ma senza allargare di un metro la dimensione, la presa – etnica, religiosa e politica – della maggioranza di al-Maliki. Il vice presidente della Repubblica Khudeir al-Khuzaie ha detto che si lavorerà ad allargarla ma alle condizioni di quella relativa attuale― e se no che maggioranza è, anche se solo per ora appunto relativa? 92 deputati sui 328 del collegio parlamentare.

Secondo la Costituzione, tanto carao a al-Maliki, adesso il Majlis― il Parlamento deve eleggere un suo presidente e due vice e poi, entro un mese, scegliere un nuovo presidente della Repubblica che avrà 15 giorni per chiedere al blocco più numeroso di deputati – quelli di Maliki – di scegliere il premier e formare il nuovo governo. A quel punto il primo ministro designato – che sarà uno dei ministri attuali di Maliki, il più succubo a lui – ha 30 giorni per presentare il governo al Majlis dove, però, non avrà neanche allora la maggioranza (New York Times, 26.6.2014, R. Nordland,  E. Schmitt e Suadad Al-Salhy, Iraq parliament to meet in step to form new government― Il parlamento iracheno si riunisce per cominciare a formare il nuovo [si fa, ovviamente, per dire] governo ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/27/world/ middleeast/iraqi-parliament-to-meet-to-form-new-government.html?_r=0)... Sempre che, poi, riesca a arrivarci a quel giorno.

●C’è poi anche l’offerta, improvvisamente ma anche al momento giusto, avanzata a Maliki da Putin – di sostenerlo fino infondo “come sarà possibile e utile contro tutti i jihadismi estremisti e assassini” – che arriva anche ad incoraggiarne, con molta più riservatezza e attenzione alle suscettibilità anche soggettive di quanto mai lo siano stati e lo siano gli americani, la capacità sempre finora respinta, anche e soprattutto per responsabilità proprio di Maliki, di lavorare alla ricerca indispensabile di compromessi e mediazioni giuste. Esigenza di cui nelle parole di Putin c’è, per fortuna, l’eco: si spera abbastanza avvertibile perfino da al-Maliki.

E’ una dichiarazione di “interferenza” esplicitamente differenziata rispetto alla posizione degli USA, anche se in alcuni aspetti, di merito – la necessità di un’apertura interna all’opposizione sunnita non jihadista – è poi anche coincidente... Supportata, anche, dalla presenza nei ranghi delle forze armate irachene di una quarantina di elicotteri d’assalto russi Mi-28 NE, quelli che gli americani – che ne hanno una rispettosissima stima tecnica – chiamano “cacciatori della notte” venduti e in parte, quasi un terzo, “regalati” a Maliki l’anno scorso in un contratto complessivo anche di manutenzione per 4,3 miliardi di $. Una capacità di intervento aereo senza di cui dai cieli l’esercito iracheno non avrebbe possibilità di attaccare l’ISIL e le forze sue alleate sul campo.

In ogni caso, la dichiarazione e la decisione di Mosca di inviare, contestualmente all’immediato arrivo di esperti russi una decina di caccia Sukhoi SU-25 per rimpinguare le scorte dell’unica arma – quella aerea – che nell’immediato riesce a dare un vantaggio ai governativi contro i ribelli, sono suonate a Washington – lo hanno riconosciuto molti subito – come un implicito ma trasparente richiamo agli USA, dove un po’ di sana prudenza e moltissimi dubbi sulla capacità di sopravvivere della dirigenza che loro hanno lasciato in carica hanno bloccato da tempo ogni vendita o cessione di aerei militari al governo (NINA/National Iraqi News Agency/Bagdad, 29.6.2014, First portion of Russian fighters arrive to Iraq― I primi caccia russi arrivano in Iraq ▬ http://www.ninanews.com/english/News_Details.asp?ar95_VQ= HFELID).   

Sono anche arrivate notizie attentidibili che “l’Iran sarebbe anche pronto a ridare indietro all’Iraq almeno alcuni degli aerei militari che nel 1991” (New York Times, 28.1.1991, C. Hedges,WAR IN THE GULF: Battle Report; Iraq's Warplanes Continue To Seek Safe Haven in Iran― GUERRA DEL GOLFO - rapporto dal fronte: gli aerei da guerra iracheni continuano a trovare un santuario in Iran ▬ http://www.nytimes.com/1991/01/28/world/war-gulf-battle-report-iraq-s-warplanes-continue-seek-safe-haven-iran.html),  all’inizio della prima guerra dei Bush, quella del gen. Schwarzkopf che l’ONU – diciamo – dichiarò legale per “liberare” il Kuwait restituendolo – a proposito di liberazione! – alle tenere cure della dinastia al-Sabah, “Saddam Hussein fece volare a Teheran per sottrarli alla distruzione” dell’armata aerea dei B-52 “americana”.

Sono aerei che “includono 24 caccia Mirage F-1 e 80 caccia-reattori di fabbricazione russa” (New York Times, 29.6.2014, Rod Nordland, Iraq Says Russian Experts Have Arrived to Help Prepare Jets for Fighting― L’Iraq informa che gli sono [già] arrivati i tecnici russi per aiutare a mettere in linea di combattimento  i caccia già arrivati ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/30/world/middleeast/iraq.html).          

La dichiarazione di Putin è stata accompagnata, polemicamente ma anche utilmente, speriamo, dalla condizione – poi, certo, si vedrà... – che, al contrario di quanto scelsero di fare gli USA nel 2003 lì e, più sporadicamente, gli Stati che, nel cosiddetto Levante, hanno scelto adesso di mandare in campo loro truppe più meno regolari contro il governo siriano, in Iraq anche e perfino contro i jihadisti l’intervento aereo di paesi terzi dovrà essere autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Washington Post, 20.6.2014, (A.P.), Putin speaks to Iraqi PM, espresses support― Putin parla col premier irachenoe esprime il suo appoggio  [poi, a veder bene però, condizionato a un suo diverso comportamento all’interno e all’autorizzazione dell’ONU...]▬ http://www.washington post.com/world/europe/putin-speaks-to-iraqi-pm-express es-support/2014/06/20/97651afa-f897-11e3-af55-076a4c5 f20a0_story.html). 

Una parola sul punto. L’esito assolutamente disastroso della cosiddetta guerra al terrorismo l’ha adesso svelato e portato in primissimo piano proprio lo scoppio del bubbone di questa sua figliolanza mutante in tutto l’Iraq. Quel fine intenditore di politica e di equilibri internazionali che è il premier britannico David Cameron ha dichiarato il 18  giugno che l’ISIL, respinto anche da al-Qaeda per il suo eccessivo estremismo e settarismo, dopo anni di guerra al terrorismo, costituisce “la minaccia finora maggiore che la Gran Bretagna abbia mai dovuto combattere alla sua sicurezza”― insomma a sentire il cog**one, peggio di Hitler... I realtà, è la confessione che, prima di noi Blair ma anche noi poi, qui non ne abbiamo azzeccata una che è una.

E, oggi, dopo undici anni dall’invasione all’Iraq e dall’annientamento di Saddam Hussein, identificato sbagliando tutto come nucleo e fulcro della guerra al terrore, la Gran Bretagna è costretta (retoricamente si capisce solo retoricamente) a evocare la possibilità (se lo fa l’America, anche Londra, noblesse oblige – oddio, noblesse... – è tenuta a far eco) di dover tornare sul luogo della propria umiliazione strategica (neanche il mi-si-rizzi francese stavolta fa tanto), visto che le conseguenze del proprio frollocchismo si scatenano adesso in un paese già devastato dalla propria insipienza.

Nella realtà, l’ISIS costituisce la truppa d’assalto della rivolta arabo sunnita – appoggiata dagli ex ba’athisti e da altri gruppi della vecchia resistenza – contro il governo a guida sci’ita di Nouri al-Maliki. Ma tali sono le distorsioni quasi oscene della politica occidentale che gli USA e i loro compagni di viaggio sono di fatto alleati dell’ISIS e degli altri ribelli islamisti sunniti contro il regime di Assad e, invece, schierati a combattere gli stessi gruppi sunniti con lo shi’ita Maliki...

La presenza stessa degli americani e dei loro alleati NATO ha smantellato sistematicamente Stato e esercito iracheno e le infrastrutture stesse di quello Stato. E il settarismo sfrenato imposto dalla regola del divide et impera venne deliberatamente scatenato dal primo giorno dell’occupazione. Non solo venne forzato in tutta la vita pubblica la divisione religiosa e etnica voluta dal settarismo ma i comandi americani sul campo hanno sponsorizzato per anni le squadre della morte di stile salvadoregno messe in piedi dal regime per fiaccare ogni resistenza armata (Guardian, 6.3.2013, inchiesta di  Mona Mahmood, Maggie O’Kane e altri, From El Salvador to Iraq: Washington's man behind brutal police squads― Da El Salvador all’Iraq: l’uomo di Washington dietro agli squadroni della morte ▬ http://www.theguardian.com/world/2013/mar/06/el-salvador-iraq-police-squads-washington?guni=Article:in%20 body%20link).

A questo punto – mentre diversi segnali sembrano mostrare che sarebbe già in realtà troppo tardi per Maliki una svolta capace di incidere sui nuovi equilibri/squilibri (a Baiji sembra, per esempio, che il 23 giugno la grande raffineria sia effettivamente ormai controllata dall’ISIL che avrebbe dato l’ordine a chi ci lavora di continuare a produrre sotto pena di morte e di consegnargli però tutta la produzione, ovviamente,sempre sotto pena di morte – sembra proprio che – forse e neanche è sicuro, poi – solo una netta rottura, forzata da uno almeno dei principali attori politici iracheni – dai suoi, cioè, se non personalmente da lui – dello schema del settarismo e della divisione etnica inculcato al paese negli ultimi dieci anni in modo sistematico dalle scelte sciagurate di Bush e di Blair può forse mettere l’alt alla frammentazione avanzante.

Certo, non è stato Bush a inventarsi il settarismo in Iraq. C’è sempre stato e Saddam, dalla parte sunnita allora al potere non c’era davvero andato leggero, né coi curdi né con gli sci’iti. Ma come ha fatto ben notare uno che conosce bene Iraq e Medioriente – un americano ovviamente (sono coloro che studiano più e meglio tutto, loro, ma poi su quasi tutto combinano i peggiori casini), un vecchio amico che lavora sempre, un po’ disperato, nel servizio diplomatico a Bagdad e di cui non sono perciò autorizzato a dirvi adesso il nome – “a noi americani piace tanto credere che la violenza settaria sia puramente e semplicemente la continuazione di un odio – di odi – antichi. Ma la verità è che abbiamo aggredito un paese etnicamente e religiosamente diverso e ne abbiamo distrutto noi il tessuto sociale” su cui comunque si basava e, comunque, per decenni di realtà statuale e secoli di convivenza complessa era sopravvissuto.

Il problema è sicuramente di più lungo periodo. Il mondo arabo tutto sta vivendo sotto la ricaduta caotica di un secolo di tentativi di controllarlo e di controllarne le risorse. La crisi, adesso, non potrebbe che peggiorare con altri interventi che continuassero a andare nello stesso senso. Il futuro dell’Iraq, o della Siria, o di qualsiasi altro paese di questa disgraziata regione non potranno disegnarlo e realizzarlo che gli iracheni, i siriani e, certo, non più altri – nessuno – da fuori. Non più, ormai (Guardian, 18.6.2014, S. Milne, More US bombs and drones will only escalate Iraq horror―Altre bombe e altri droni americani non farebbero che rilanciare l’orrore in Iraq ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jun/ 18/us-bombs-drones-escalate-iraq-arab-world-west).

In realtà non ci credono neanche gli americani all’efficacia di riprendere i loro bombardamenti – perché ormai è dimostrato che così non funziona mai in guerra: con una forte presenza aerea prepari un’avanzata e anche, magari, una vittoria; ma non la conquisti mai – e, infatti, il 12 giugno cominciano a ritirare il personale che ancora hanno alla base aerea di Balad, alla periferia di Bagdad, per il programma di assistenza e di vendita di equipaggiamento militare all’Iraq, come ha riferisce, per esempio, Al Arabiya (Stratfor, 13.6.2014, Iraq: U.S. Companies Evacuate Air Base North Of Baghdad― Iraq: le aziende americane evacuano la base aerea a nord di Bagdad ▬ http://www.stratfor.com/situation-report /iraq-us-companies-evacuate-air-base-north-baghdad).

Intanto l’America fa arrivare nel Golfo la portaerei nucleare USS George H. W. Bush (il padre, che però è ancora in vita anche lui: abitudine solo americana e veramente di pessimo gusto), da 103.000 tonnellate, che però aggiunge poco alla forza d’attacco aereo di cui dispongono già nell’area gli americani, ad esempio ma non esclusivamente nella grande base aerea di al-Udeid in Qatar.

●In Iran, la Guardia della Rivoluzione, il corpo militare di élite (Wall Stret Journal,  12.6.2014, Farnaz Fassihi, Iran Deploys Forces to Fight al Qaeda-Inspired Militants in Iraq― L’Iran invia sue truppe contro i militanti di ispirazione al-Qaedista in Iraq ▬ http://online.wsj.com/articles/iran-deploys-forces-to-fight-al-qaeda-inspired-militants-in-iraq-iranian-security-sources-1402592470), più vicino alla Guida suprema che alla presidenza della Repubblica, rende noto di aver disposto l’invio immediato in Iraq, su richiesta specifica di quel governo, per fermare l’avanzata dell’ISIL specialmente nella zona di Tikrit, di due suoi battaglioni di specialisti (in tutto sui 3-4.000 soldati).

E ufficiosamente, ma con un segnale di grande rilevanza politica, Teheran fa sapere a Washington che, stavolta e nelle specifiche condizioni date, non avrebbe obiezioni all’entrata di navi americane nel Golfo Persico (Guardian, 14.6.2014, Spencer Ackerman, US sends aircraft carrier to Persian Gulf as Obama considers air strikes in Iraq― Mentre Obama considera raids aerei in Iraq[contro i jihadisti sunniti], gli USA inviano una portaerei nel Golfo Persico ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/14/aircraft-carrier-iraq-isis-strike-persian-gulf).

Poi, il vice capo di stato maggiore delelForze armate iraniane, Masud Jazayen, annuncia che il suo paese è pronto a inviare al governo iracheno altri aiuti militari, compresi droni di sorveglianza e da caccia di produzione sua nazionale, oltre a quelli già consegnati, per aiutarlo a combattere contro i ribelli jihadisti sunniti (Stratfor, 28.6.2014, Iran Ready To Send Iraq Drones To Help Fight Rebels― L’Iran pronto a inviare i suoi droni per aiutare l’Iraq a combattere i ribelli ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/iraq-iran-ready-send-drones-help-fight-rebels#axzz361aXF1Iu).

Intanto è la Siria il primo paese straniero a intervenire direttamente in aiuto a Maliki contro l’ISIL, bombardando le truppe del nemico, che è anche il suo dichiarato, in territorio iracheno― lui ha specificato nelle vicinanze del confine di al-Qaim, ma anche di non averne avanzato richiesta specifica: però ringraziandoli pubblicamente, di cuore. Ma in Senato, a Washington, scatta immediato l’allarme per l’eventuale interesse al tema di Teheran.

Gente come il repubblicano McCain, autoproclamato esperto di cose militari soprattutto per essere stato prigioniero di guerra in Vietnam per cinque anni (1967-1973), e quello che perse la Casa Bianca contro Obama nel 2008, sente il bisogno di mettere in guardia l’Iran sull’ “inaccettabilità di intromissioni esterne nelle cose irachene”... Lui, capitan America come si autodipinge, che sproloquia di non intromettersi nelle cose dell’Iraq!!! Più serio, preoccupato sì ma anche meno superficiale, sembra per fortuna, stavolta l’atteggiarsi del governo e anche dell’opinione pubblica in generale.

Cominciano a venir fuori, anche se solo per ora ipoteticamente, accenni a qualche possibile sforzo congiunto di americani e iraniani per smorzare l’impeto forsennato dell’offensiva jihadista estremista contro il governo iracheno. Sarebbe la prima occasione del genere, inconfessabile e inconfessata, tanto in America che in Iran, ma estremamente utile agli americani da qundo condivisero cruciali spunti di intelligence contro i talebani nell’immediato dopo 11 settembre.

Quando poi, insulsamente, l’America di Bush pensò bene di lasciar cadere tutto nella presunzione sua di superpotente onnipotenza poi svelatasi del tutto vuota (New York Times, 13.6.2014, R. Gladstone, T. Erdbrink e M. R. Gordon, U.S. and Iran Hint at Joint Effort to Quell Iraq Insurgecy― USA e Iran accennano a uno sforzo congiunto [o, almeno, contemporaneo] per smorzare l’insurrezione in Iraq ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/17/ world/middleeast/us-and-iran-signaling-new-joint-effort-in-iraq-crisis.html?hp&_r=0&gwh=DE6D541E81A597296 9ED66C43495FF9D&gwt=pay&assetType=nyt_now).

In un discorso celebrativo della nascita del dodicesimo Imam (nel credo sci’ita, Muhammad al-Mahdi (869-941 d.C.) non morto, però, secondo la shi’ia, ma solo “occultato” da Allah che tornerà un giorno sulla terra a ristabilire la pace tra tutti i popoli) largamente dedicato a tematiche di ordine religioso, il presidente della Repubblica dell’Iran Rouhani, accennando all’Iraq e al pericolo che su quel popolo incombe per le atrocità cui, denuncia, regolarmente si abbandonano gli adepti dell’ISIL, ha proclamato “a nome del governo della Repubblica islamica dell’Iran che non tollereremo azioni violente e terroristiche di questo genere e che quindi, come abbiamo annunciato alle Nazioni Unite, resisteremo e respingeremo l’estremismo nella regione mediorientale e nel mondo”.

In effetti, stanno arrivando – ma, anche qui, per lo più incontrollate e incontrollabili: però, purtroppo, stavolta anche credibili – notizie e voci di esecuzioni in massa di centinaia di soldati sci’iti dell’esercito regolare trucidati a Mosul e poi a Tikrit il 12 giugno dopo la resa dai miliziani dell’ISIL. Alimenta queste informazioni, ancora da verificare, un portavoce dell’Ufficio iracheno delle Nazioni Unite per i diritti umani (Hürriyet/Istanbul, 13.6.2014, ISIL militants 'executed 1,700 Shiite soldiers', UN alarmed― L’ONU allarmata: esecuzione di 1.700 soldati sci’iti da parte di militanti dell’ISIL ▬ http://www. hurriyetdailynews.com/isil-militants-executed-1700-shiite-soldiers-un-alarmed.aspx?pageID=238&nID=67754& NewsCatID=352).

La conseguenza immediata è che, già il 26 giugno, centinaia e migliaia i rifugiati a scappare dalle aree dell’Iraq controllate ormai dai ribelli sunniti ammassandosi ai confini del Kurdistan iracheno e venendovi anche, almeno per l’immediato, accolti e aiutati. Secondo le notizie, si tratta soprattutto di turkmeni sci’ti in fuga dai villaggi vicini a Mosul (NBC News, 26.6.2014, Fleeing Iraqi families crowd Kurdish checkpoints― I confini col Kurdistan affollati da famiglie irachene in fuga ▬ http://www.nbcnews.com/news/world/ fleeing-iraqi-families-crowd-kurdish-checkpoints-n141356): e anche questo fattore, oltre alla dipendenza di Bagdad dalle forze di sicurezza curde, i peshmerga,aumenta la presa e il peso del governo di Erbil nei confronti di quello centrale che appare sommerso dai guai (Stratfor – Global Intelligence, 19.6.2014, Iraq's Kurds Could Find Leverage With Baghdad in Fighting Sunni Militants― I curdi dell’Iraq possono trovare maggior presa su Bagdad combattendo contro i militanti sunniti ▬ http://www.stratfor.com/analysis/iraqs-Kurds-could-find-levera ge-baghdad-fighting-sunni-militants#axzz35Y9tM6Ej).

Poi sembra – bisogna ancora prudentemente verificare anche le immagini, non le notizie e le voci soltanto: una serie di video di fonte islamica ma anti-jihadista, probabilmente messe in rete dagli Hezbollah libanesi; ma si tratta anche, avendolo loro stessi rivendicato e poi solo in parte smentito ma, ancora, reclamato a proprio vanto di video originariamente girati e volutamente diffusi secondo prassi terrorista verace proprio dall’ISIL (lo scopo del terrorismo, in fondo, è la pubblicità: è proprio terrorizzare).

Ed ecco qui, allora – avvertendo della durezza orripilante, del rigurgito morale irrefrenabile che queste immagini impongono a chi le osserva, come è opportuno fare – i links a questi video atroci che in rete è possibile già oggi, il 15 giugno, reperire on-line: (cfr. islamicinvitationturkey, 12.6.2014 ▬ http://www.islamicinvitationturkey.com/2014/06/12/video-shows-the-brutal-massacre-by-isil-in-iraqs-mosul)...

Il punto politico è che, naturalmente, il Supremo Consiglio nazionale di sicurezza della Repubblica dell’Iran ha, in effetti, deciso che non può essere consentito all’ISIL di distruggere il governo al-Maliki e di prendersi Bagdad. Sembra chiaro ormai che un intervento iraniano non solo è possibile ma probabile e che malgrado gli anatemi di brillocchi come il sen. McCain, l’America non farà neanche troppe obiezioni.

●E, poi, il 13 mattina arriva un appello pesante della massima autorità religiosa e morale dell’Iraq, personalmente rispettato anche da molti tra i sunniti meno fanatici, tale però più per autorevolezza che per rango o potere politico esercitato, tanto più importante perché rarissimo, del Grande Ayatollah Ali al-Sistani, che esprime la crescente angoscia della maggioranza sci’ita del paese a fronte di un movimento sunnita militante e ormai jihadista che, sgretolato e in via di frantumazione nella vicina Siria da parte di quel governo, qui e con queste ambizioni prova a risorgere: mettendo insieme anche i resti dei lealisti perinde ac cadaver di Saddam Hussein.

Ora dice l’appello dell’85enne al-Sistani – che ha sempre combattuto e resistito contro Saddam e poi ha sempre tenuto lontani da sé gli occupanti americani, considerati insieme parte liberatori e parte oppressori e invasori – “la responsabilità legale e nazionale di chiunque possa reggere un’arma e difendere il paese, i suoi cittadini e i nostri luoghi santi” è schiacciante e prevale su ogni altra considerazione. Chiunque, sottolinea con forza: non solo, cioè, gli sci’iti. Compresa quella che, solo per l’immediato oggi e domani sotto l’attacco dei jihadisti, chiaramente considera lui stesso – che pure è, più che il simbolo vivente, proprio l’anima degli  sci’iti iracheni – come la necessità di cambiare Maliki.

Con un premier, soggiunge, più “efficiente e capace” di dar vita a un governo allargato alla capacità di rappresentare il popolo tutto: come lo chiamano gli americani un governo “inclusivo” (Guardian, 20.6.2014, M. Chulov, Iraq's highest Shia cleric adds to pressure on Maliki over Isis insurgency― Il massimo leader religioso sci’ita aggiunge pressione su Maliki per l’insurrezione dell’ISIS ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/ jun/20/iraq-highest-shia-cleric-maliki-isis-insurgency-ayatollah-sistani).

Il fatto è che, però, con questa insorgenza hanno ripreso oggi fiato i veri sconfitti dall’invasione americana di dieci anni fa e della decisione USA del 2006-2007 di aiutare la maggioranza sci’ita con la formazione del governo al-Maliki anche incrementando, con quella che chiamarono la loro “impennata” militare l’intervento bellico a sconfiggere le resistenze allora forse ancora gestibili― allora, i sunniti erano in seconda fila ma addirittura anche dentro la maggioranza di governo (New York Times, 13.6.2014, Alissa J. Rubin, Suadad Al-Salhy e Rick Gladstone, Iraqi Shiite Cleric Issues Call to Arms Against Sunni Militants ― Il [massimo] leader religioso sci’ita fa appello a prendere le armi contro i militanti sunniti ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/14/world/middleeast/iraq.html?_r=0).

E oggi – nemesi? ironia della storia? – le forze esterne che possono forse – forse... – aiutare al-Maliki e il governo sci’ita a respingere gli al-Qaedisti che dalla Siria hanno adesso spostato l’assalto in Iraq insieme ora hanno gli stessi interessi, anche se non li confesseranno poi mai: americani e iraniani. Forse qui per ora sarà possibile però praticarle con maggior decisione di quanto possano farlo in Siria.

Lì, ormai perfino Obama è arrivato a capire – anche se ancora non molti tra i nesci che sono i suoi consigliori, e ancora lo illudono di trovare davvero qualche ribelle moderato tra gli anti-Assad – che è meglio appoggiare – se proprio si deve, il regime di Assad, duro ma in qualche modo razionale e sicuramente più equilibrato, contro quello fanatico dei jihadisti sunniti fautori del’emirato islamico globale... Lo accusano di tutto e del suo contrario in America, di restare vago e indeterminato quando articola le sue idee e contraddittorio sempre quando tenta di metterle in atto.

E hanno probabilmente ragione, ma forse non può ormai fare altrimenti, dato lo stato dell’America e oggi del suo comune sentire incapace di rinunciare alla propria presunta e sempiterna missione salvifica ma anche di riconoscere che non ce la fa più in ogni caso e dato lo stato delle sue supposte e reali alleanze e di quello dei suoi avversari.

●Trova subito, invece, un forte riscontro l’appello di al-Sistani, molto più che gli appelli del governo mollato da troppi dei suoi stessi soldati (in fondo il nome viene diretto dal “soldo” con cui nel Rinascimento  feudi e principati pagavano i mercenari... da cui dipendeva la loro sicurezza) con la presentazione di migliaia di volontari ai centri di reclutamento aperti subito in tutto il paese per respingere l’attacco dell’ISIL. Come di consueto per lui, poi, il Grande Ayatollah non si è rivolto solo agli arabi sci’iti ma, con la cacità anche di farsi ascoltare, a tutti i cittadini iracheni.

Così riscendono in massa per strada, sempre armati a punto anche essendosi nel frattempo messi volutamente da parte e sempre ben inquadrati, gli sciiti del cosiddetto “esercito del Madhi”del mullah al-Sadr, il fedelissimo al-Sistani considerato per anni il flagello sci’ita degli americani che s’era da qualche mese, di fatto e di fronte alla cieca chiusura di Maliki, ritirato a studiare teologia a Qom, in Iran; ma anche tanti sunniti non fanatici, cristiani, curdi e turcomanni che, in passato, già avevano seguito i suoi appelli e prestato attenzione alle sue indicazioni (Washington Post, 13.6.2014, Loveday Morris, Shiite cleric Sistani backs Iraqi government’s call for volunteers to fight advancing militants― Il leader sci’ita Sistani sostiene l’appello del governo iracheno ad opporsi con le armi all’avanzata dei jihadisti ▬ http://www.washingtonpost.com/world/middle_east/volunteers-flock-to-defend-baghdad-as-insurgents-seize-more-ira qi-territory/2014/06/13/10d46f9c-f2c8-11e3-914c-1fbd0614e2d4_story.html).

●Ma arriva anche un’adesione importante al contrario, di stampo lealista, dal campo sunnita a al-Maliki: sheick – sceicco è un titolo unicamente onorifico, riconosciuto dalla vox populi come il capo di una famiglia, di una tribù o di un gruppo – Ahmed Abu Risha, guida della maggioranza sunnita della provincia di Anbar, annuncia di schierare col governo centrale le sue forze – che in buona misura appaiono nei fatti seguirlo – contro i militanti jihadisti. Ed è la prima di diverse indicazioni che cominciano a emergere del fatto che il sostegno a al-Maliki non è del tutto evaporato tra i sunniti che non vogliono tutti schierarsi sotto i fondamentalisti estremisti (Agenzia Bloomberg, 14.6.2014, Zaid Sabah ― Anti-al-Qaeda Sunni Group Backs Iraq’s Shiite Government― Gruppo sunnita anti al-Qaedista appoggia il governo iracheno sci’ita ▬ http://www.bloomberg.com/news/2014-06-14/head-of-sunni-anbar-awakening-council-pledges-support-to-maliki.html).

Subito la notizia appare bilanciata da quella pressoché simultanea che un altro sceicco  a capo di unìaltra tra le grandi tribù arabe dichiara il suo aperto sostegno ai rivoluzionai dell’ISIL. Si tratta di Ali Hatem al Suleiman al Dulaymi, che smorza appena l’appoggio invitandoli a non uccidere “indiscriminatamente” gli sci’iti. E’ un commento importante rivelando che i clan sunniti della tribù Dulaymi collaborano con i combattenti dell’ISIL, pur rifiutandone l’interpretazione rigida, univoca, dei dettati dell’Islam. Sembrano fiduciosi di riuscire a “moderarlo”, se e quando il governo al-Maliki deciderà di fare concessioni politiche ai sunniti.

Perché, spogliato degli eccessi estremisti feroci del jihadismo sunnita, questo scontro è una manifestazione della lotta a molti livelli e dimensioni tra le correnti islamiche per il controllo dell’Iraq e delle sue risorse, specie il petrolio. I sunniti hanno, in effetti, riaperto il dossier su chi alla fine dovrà governare il paese. Tra i sunniti molti non hanno rinunciato al progetto di riprendersi Bagdad e tornare a governare l’Iraq. Ma altri potrebbero mirare, più ragionevolmente, a moderare ler scelte irresponsabilmente settarie di al-Maliki e dei suoi, contando forse anche sulla ritrosia americana a dargli una mano così, a scatola chiusa.

E’ anche per evitare lo spettro di un crollo verticale del suo regime che, a Bagdad, Nouri al-Maliki ha licenziato in tronco quattro dei massimi generali al comando delle truppe regolari, addestrate dagli americani, che se la sono data a gambe di fronte all’assalto dell’ISIL a Mosul e altrove e ne ha mandato uno alla corte marziale. Ma è tipico della cecità che lo ha portato qui il rifiuto a cercare una qualche riconciliazione con i sunniti, non necessariamente poi proprio o solo con l’ISIL. Lasciando dichiarare a un suo portavoce che questa è una guerra e che, in guerra, non ci si riconcilia con il nemico...

Tutto considerato, a questo punto, si fa anche probabile, però, una controffensiva che dovrebbe poter fermare e costringere anche ad arretrare l’avanzata al-Qaeda/jihadista che in un primo momento era sembrata pressoché inarrestabile, non fosse altro per la forza del numero e delle armi pesanti in dotazione alle truppe regolari. A meno, però, di uno schierarsi aperto ed in massa delle tribù sunnite, per la disperazione cui l’intransigenza di Maliki le costringesse, dalla parte dell’ISIL.

Il 14 giugno, in effetti, le forse di sicurezza del regime iracheno dichiarano di aver fermato gli islamisti estremisti e aver ripreso il controllo delle cittadine di Ishaqi, al-Mutasim e Duluiyah, del Governatorato di Salah ad Din (Saladino, come lo chiamiamo noi: Tikrit, Samarra...) sottraendole all’ISIL: si tratta della regione del paese subito a nord di Bagdad. Anche nel governatorato di Diyala, a nord-est della capitale, le forze governative col sostegno di miliziani sci’iti ma anche di lealisti sunniti, si sono scontrate con gli aggressori ma non sono riuscite a respingerli nettamente  dovendo loro concedere la cattura dei villaggi di  Sansal, Al-Haruniyah e Nawfal,  a un’ottantina di Km. a nord-est di Bagdad.

In definitiva, notizie contraddittorie, tali anche per la necessità che le parti hanno di vantare e mentire sulle proprie conquiste e sconfitte. Ma, in sintesi, sembra ragionevole concludere che intorno al 20 di giugno l’ISIL sia stata fermata a un’ottantina di Km. a nord della capitale.

All’inizio di questo processo che ha portato adesso a una seconda guerra civile e allo sfaldarsi dell’Iraq, c’è insomma il 2003, i primi mesi dopo l’invasione americana, quando per “salvare” gli iracheni da Saddam l’America, Bush e, quell’incosciente del suo proconsole onnipotente in loco, Paul Bremer, a capo delle autorità dell’occupazione dissolsero da un giorno all’altro le istituzioni dello Stato iracheno, per primo l’esercito regolare, sbandandolo, e quelle del partito ba’ath dissolvendolo con una legislazione radicale e sistematica di de-ba’athificazione, lasciando il vuoto e anche peggio.

Non preoccupandosi affatto di lasciare senza alcuna adeguata rappresentanza nell’originale Consiglio transitorio di governo post-Saddam la rappresentanza sunnita (erano, e scelti dagli occupanti, solo cinque a rappresentarli a fronte del blocco di 13 sci’iti, 5 curdi e 1 turcomanno). E fu il segnale, subito chiarissimo per ogni iracheno della negazione di un futuro decente per chi tra di loro fosse sunnita. E fu anche l’inizio, nell’estate stessa del 2003, dell’appello alla resistenza anti-americana che poi, a inizio 2006, solo l’impennata di truppe americane combattenti seppe grazie alla superiorità schiacciante tecnologica – finché avvicinandosi le elezioni del 2008 Bush decise di mollare – domare (Guardian, 18.6.2014, Najim Abe al-Jabour, My Iraqi city is falling, but America's occupation unraveled all hope for unity― La mia comunità, l’Irag, sta crollando, ma è stata l’occupazione americana a dissolvere ogni speranza di unità ▬ http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/jun/18/iraq-city-america-occupation-tal-afar-isis).

●I fatti sul terreno e gli spostamenti che provocano, spesso anche assai repentini, nelle diplomazia e nella politica di tutti gli Stati della regione, stanno preparando pur contraddittoriamente, anche nuovi allineamenti strategici imprevisti. Ne abbiamo già accennato: potenziali, con una rinnovata e rafforzata presenza di Russia e Iran, ma anche un possibile, cauto, quasi forzato ritorno anche dell’America ma, soprattutto, ormai forse, con la preparazione di fatto e nei fatti dell’idea di una concreta ripartizione dell’Iraq in tre Stati separati, diversi, forse se si potrà uscire così dalla nuova guerra civile qualche po’ federati: sunnita, sci’ita e curdo.

Un’idea lanciata otto anni fa dall’allora leader senatoriale dei democratici e oggi vice presidente USA, Joe Biden (USA Today, 1.5.2006, (A. P.), Biden: Split Iraq into 3 Different Regions ― Dividiamo l’Iraq in tre diverse regioni ▬ http://usatoday30.usatoday. com/news/washington/2006-05-01-biden-iraq_x.htm) ma lasciata forse troppo presto cadere sotto il fuoco incrociato degli iracheni e di Bush. Che, però, oggi sembra, di forza sua, pronta a risorgere.

Il Kurdistan iracheno era stato sempre di questa idea, si capisce (e anche l’Iran, ovviamente, che mai lo ha confessato ma potrebbe ragionevolmente mirare a incorporarsi l’Iraq sci’ita e senza più sunniti e curdi al suo interno). Ma sunniti e scii’ti iracheni – questi al potere, quelli sempre sicuri di ritornarci – contrari. Oggi la novità vera è che più a favore sembri essersi spostata la Turchia, una delle vere grandi potenze regionali che ormai avrebbe riconsiderato la propria storica ostilità a uno Stato indipendente dei curdi.

Perché il fatto nuovo è che il Kurdistan autonomo ha reso possibile qualche passo avanti, non ancora conclusivo certo, coi curdi di Turchia e è stato utile anche e proprio sul piano degli scambi economici (non solo, di straforo, il petrolio) a Istanbul. Il fatto è che solo l’Iran, insieme proprio a quel pezzo di Kurdistan che incarna un altro futuro possibile, è l’unico Stato della regione geo-politicamente stabile al sud e a sud-est della Turchia.

Che finora si era sempre opposta alla formazione di uno Stato indipendente dei curdi proprio perché ne temeva al contrario la minaccia possibile ma, nei fatti, ha verificato ormai in realtà da esso contrastata con efficacia sulla stabilità della regione curda della Turchia stessa. E ora, dopo l’incursione, l’offensiva, dell’ISIL contro Bagdad e l’opposizione quieta, solida, dei curdi all’imperversare del jihadismo estremista, anche le Turchia sembra, forse, disponibile a ripensarci. E la novità se si concretizza, è strategicamente molto più rivoluzionaria della creazione stessa di uno Stato sunnita in Iraq.

●Poi dopo quello già drammatico del 10 giugno, un secondo intervento del Grande Ayatolah sci’ita Ali al-Sistani – unico personaggio cui anche i ribelli sunniti raziocinanti prestino qualche attenzione – lancia un appello sempre più accorato a tutti i blocchi politici perché concordino subito, entro il 1° luglio, su un nuovo premier, su un presidente del parlamento ed un presidente della Repubblica prima che il Majlis si riconvochi, smentendo – eccezionalmente – la sua linea di intervento “quieto” e non publico dietro le quinte: solo la seconda volta dopo i suoi appelli del 2005 che mettevano già in guardia i politici sci’iti stessi della sua parte dal piegarsi troppo alle voglie egemoniche di Bush  e dalla soluzione da lui voluta basata solo sulla forza delle armi.

Il messaggio di Sistani è chiaro: l’insicurezza dell’Iraq è tale per cui il paese stavolta e ancroa una volta non si può permettere il solito periodo plurimensile di stallo politico (The News Daily/Bagdad, 27.6.2014, Iraq’s top cleric urges quick deal on new PM― Il massimo leader religioso iracheno fa appello a un rapido accordo sul nuovo premier [e su tutto il pacchetto dei capi del paese] ▬ http://www.the-news-daily.com/iraq-s-top-cleric-urges-quick-deal-on_197305).

●In Iran, il ministro degli Esteri Zarif ha reso noto di aver dovuto lasciar cadere l’invito che gli era stato fatto dai sauditi di partecipare a Jeddah al vertice dell’Organismo di Cooperazione dei paesi islamici. Il vertice coincide, infatti, con i negoziati su nucleare iraniano e sanzioni occidentali che i P-5+1 stanno per ingaggiare a Vienna. E ai quali Zarif, come capo-negoziatore della sua parte,  non può certo sottrarsi (FARS News Agency/Tehran, 2.6.2014, Iran Foreign Minister unable to attend Islamic Summit in Jeddah― Il ministro degli Esteri iraniano non sarà in grado di partecipare al vertice islamico di Jeddah ▬ http://english. farsnews.com/newstext.aspx?nn=13930312001186).

●Sempre a Teheran, addirittura il Grande Ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema della Rivoluzione e numero uno effettivo di quel regime, l’incarnazione stessa del suo antiamericanismo storico, parlando in piazza nel 25° anniversario della morte del fondatore, l’Ayatollah Khomeini, da un palco immenso dove troneggiava la scritta dal taglio quasi grillesco de “l’America ormai non può più fare nulla”, ha ripreso e rilanciato – con grande e palese soddisfazione senza mai nominarlo espressamente s’intende, il messaggio di Obama della settimana scorsa da West Point (White House, President Barak Obama, Inaugural Speech, West Point, 28.5.2014 ▬ http://www.whitehouse.gov/the-press-office/ 2014/05/28/remarks-president-united-states-military-academy-commencement-ceremony).

Diceva il presidente americano, inaugurando l’anno accademico della principale scuola superiore militare del paese, che l’America deve capire e imparare, ormai, ad adoperare altri mezzi per portare avanti i suoi obiettivi di politica internazionale. Perché, al fondo, la verità è che, per dirla come lui ha ricordato all’America, “solo perché noi abbiamo il miglior martello del mondo, non significa che poi ogni problema sia un chiodo”.... Anche questa efficacissima frase di Obama, naturalmente, Khamenei non l’ha citata. Ma ad essa si riferiva, scopertamente celebrando una mutazione di fatto – sperando sempre che non si illuda, poi – del comportamento americano rispetto al mondo e, per primo, rispetto al suo paese, all’Iran. Secondo lui, sintetizza bene nel suo titolo il NYT (New York Times, 4.6.20134, T. Erdbrink, Iran’s leader Says Obama Has Removed Military Option― Il leader dell’Iran afferma che Obama ha rimosso dal tavolo l’opzione militare ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/05/world/middleeast/ ayatollah-ali-khamenei-sees-change-in-west-point-speech.html).

●E adesso si apprende che l’amministrazione americana ha deciso di sospendere per sei mesi le sanzioni sul greggio iraniano, alla luce dell’impegno e dei passi in avanti che l’Iran ha cominciato a fare per arrivare – forse – a “fermare” il programma nucleare. Dove, sulla portata effettiva di quel verbo (fermare) resta molto, però, da chiarire:

• l’Iran continua, infatti, a dire che è disposto a fermare l’arricchimento dell’uranio – tenendosi alla lettera di quanto al pari di ogni altro paese gli impone il Trattato di non proliferazione – sotto la soglia che lo renderebbe agibile per farsi le armi nucleari―  che tanto, giura, di non volere...;

• ma gli americani e, dietro, gli altri del P5+1 (i cinque membri permanenti del CdS dell’ONU più, a latere, anche l’UE) continuano a sostenere che per soddisfarli deve anche fermare la fabbricazione di missili che nel Trattato non sono di per sé non sono però vietati e la stessa ricerca avanzata sul nucleare.

Con la crisi economica, sul mercato esistono al momento fonti diverse di greggio per grandi consumatori come India e Cina che consentono loro di ridurre la dipendenza dalle forniture di Teheran, ma gli Stati Uniti hanno comunque deciso di fermare per un periodo temporaneo ma non irrilevante le restrizioni che riescono nei fatti ad imporre, soprattutto col loro dominio ancora egemone della finanza mondiale. Ora, ha dichiarato il 4 giugno la Casa Bianca, sollevando le aspre critiche del governo israeliano, però “l’Iran sta effettivamente impegnandosi a rispondere alle preoccupazioni sul suo programma nucleare”.

    (NDTV - Press Trust of India/New Delhi , 5.6.2014,Barack Obama Suspends Iran Oil Sanctions for Six Months― Barack Obama sospende per un semestrele sanzioni contro l’Iran ▬ http://www.ndtv.com/article/world/barack-obama-suspends-iran-oil-sanctions-for-six-months-536215).

E pare che il presidente abbia anche deciso, finalmente, di mandare subito uno dei più esperti e maggiormente sensati tra i diplomatici di carriera americani, il sottosegretario di Stato William Burns, accompagnato – purtroppo: lei è una dottrinar-missionaria della scuola dell’interventismo “umanitario” e del dovere dell’America di predicare al mondo la buona educazione internazionale – la sottosegretaria di Stato per gli Affari politici Wendy Sherman, soprattutto amica personale di Obama, una specie di baby sitter politica, ad incontrare stavolta direttamente e faccia a faccia prima della ripresa formale del 16 luglio, a Vienna, coi negoziatori iraniani.

Poi subito dopo – informa uno di loro, Abbas Araqchi – questi si incontreranno a Roma coi corrispondenti negoziatori russi, tanto per non lasciarsi come unico riscontro diretto gli americani con i quali l’incontro – il primo faccia a faccia – non può essere rifiutato ma anche  per i negoziatori di Tehran è opportuno coprirsi le spalle dai loro fanatici intransigenti: i loro dottrinar-misssionari, quelli che col Grande satana a stelle e strisce non bisogna trattare (Guardian, 7.6.2014, (A.P.), US and Iran to hold direct talks in Geneva over nuclear programme― USA e Iran a colloquio diretto a Ginevra sul programma nucleare [e sulle sanzioni] ▬ http://www.theguardian.com/world/2014/jun/07/us-iran-direct-nuclear-talks-geneva).

●La visita del presidente iraniano Rouhani in Turchia ha portato alla firma di dieci accordi economici tra i due governi, sgretolando ancora di più la logica e le basi delle sanzioni americane e di quelle europee. Riguardano in particolare aree come turismo, investimenti in infrastrutture comunitarie, export di gas naturale e sviluppo economico. Ma impegnano turchi e iraniani anche ad accordi per il momento più di principio per standardizzare comunicazioni, sistemi postali dogane e migliorare la cooperazione sul tema dell’antiterrorismo internazionale (Agenzia IRNA/Teheran, 9.6.2014, Iran, Turkey sign 10 trade, economic agreements― Iran e Turchia firmano10 accordi commerciali e economici ▬ http://en.irna.ir/News.aspx?Nid=2717536).

●In Palestina, il presidente Mahmoud Abbas ha ricevuto il giuramento del nuovo governo unitario di Palestina come un passo verso il superamento della spaccatura che ha da sempre diviso Hamas da Fatah. Subito prima, Hamas aveva chiesto al presidente di cancellare la decisione annunciata di rimuovere dal gabinetto chi, già nominato da lui stesso tra gli esponenti di Hamas aveva il ruolo di ministro per il problema dei prigionieri: le migliaia di palestinesi che Israele tiene in galera, come dire, anche – e quasi sempre – preventivamente...Disputa dice poi Hamas, “risolta”prima del giuramento― anche se non spiega bene come; ma, pare, alla fine col rassegnarsi a cambiare o designato o designazione...

La disputa riassume in sé buona parte dei problemi con cui il nuovo/vecchio presidente del Consiglio, Rami Hamdallah – ex rettore dell’università di An-Najah di Nablus, linguista di fama internazionale, era già premier nel governo non unitario ma formatosolo di Fatah in Cisgiordania––  dovrà ormai fare i conti: “bilanciare – come riassume il NYT – il delicato equilibrio tra realtà politica palestinese e realtà della diplomazia internazionale”.

Avrà a che fare ora con la determinazione di Israele a far fallire l’esperimento del governo unitario, l’ostilità dichiarata – e pesante – dell’America, anche di quella di Obama e, in larga parte – a rimorchio come di consueto – dell’Unione europea e anche di non pochi tra i regimi islamici, in un misto curioso di conservatori e innovatori, o che tali essi stessi si reputano (New York Times, 2.6.2014, J. Rodoren e I. Kershen, Abbas Swears In a New Palestinian Government― Abbas accetta il giuramento del nuovo governo palestinese ▬ http://www.nytimes.com/2014/06/03/world/middleeast/abbas-swears-in-a-new-palestinian-government. html?hp&_r=1#).

Ma anche e perfino agli israeliani non può essere ignoto che questo è precisamente quel che dicevano, anni fa, prima Begin, poi Shamir, poi lo stesso Rabin, di Arafat e dei “terroristi di Fatah”, con cui tutti finirono col firmare poi fior di accordi... Non sempre, è vero, effettivamente onorati, nei fatti, e precipuamente per loro responsabilità.

●Facendo precedere la visita al papa del presidente Shimon Peres per l’incontro di “preghiera comune” con Mahmud Abbas dall’ennesima sua provocazione mirata, il governo israeliano ha annunciato che farà costruire altre 1.500 abitazioni “solo per ebrei” a Gerusalemme est. “E’ soltanto l’appropriata reazione sionista al governo terrorista palestinese”, annuncia il ministro israeliano dell’Edilizia, Uri Ariel, che aggiunge essere poi, questo, “solo l’inizio della rappresaglia” (New York Times, 5.6.2014, I. Kershner e J. Rudoren, Israel Expands Settlements to Rebuke Palestinians― Israele, per vendicarsi dei palestinesi, aumenta le sue costruzioni coloniali ▬ http://www.nytimes.com/2014/ 6/06/world/middleeast/new-israeli-settlement-plans-draw-swift-condemnation.html).

L’incontro di domenica 8 giugno tra i due vecchi nemici acquisisce così, inevitabilmente, una dimensione anche tutta politica. A questo punto diventa anche evidente, però, che il pontefice cerca di posizionare la Santa Sede come tramite, forse addirittura mediatore, certo impossibile da dichiarare inviso per Israele ma sgradito a molti israeliani potenti epperò anche molto imbarazzati a rifiutarne la presenza lì, allo scacchiere della diplomazia e della politica internazionale.

Anche per la forza dirompente delle sue iniziative estemporanee, apparentemente improvvisate e per questo possenti come l’invito a pregare insieme arrivato del tutto inaspettato ai due nemici/ vicini, obbligati proprio perciò ad accettarlo. Lo sanno bene tutti, gli israeliani e i palestinesi e bene Abbas, lo sa Peres e lo sa pure Netanyahu. Sta cercando di surrogare con bel altra credibilità, papa Francesco, il fallimento del dialogo sponsorizzato dagli americani che, ancora una volta, si è dimostrato impotente a mediare davvero.

“Nessuno pensa naturalmente che lunedì mattina tra Israele e Palestina scoppierà la pace”. Lo scopo – ha detto Pierluigi Pizzaballa, il francescano Custode di Terra Santa che a Gerusalemme ha preparato questo incontro, “è quello di ricreare l’aspirazione, la possibilità del sogno―  di riaprire una porta rimasta chiusa da parecchio tempo” (New York Times, 6.6.2014, J. Yardley, Prayer Meeting Shows Pope’s Larger Vision― L’incontro di preghiera mostra la visione più vasta del papa ▬ http://www. nytimes.com/2014/06/07/world/pope-francis-prayer-meeting-with-israeli-and-palestinian-presidents-shows-larger-vision.html?ref=world& gwh=CDB3 24 D51B5DF38692F35EC12287FC 58&gwt=pay).

●Appena tornato, subito viene a scadenza in Israele il settennato della presidenza di Shimon Peres ed eleggono un vecchio esponente della destra tradizionale del Likud, personaggio faceto e gioviale, politicamente finora di poco rilievo, Reuven Rivlin: ma il primo capo dello Stato dopo Camp David fermamente contrario alla soluzione-chimera basata sui due Stati per i due popoli in lotta e molto osteggiato dal premier Netanyahu.

Che ha perso la battaglia sottotraccia ingaggiata contro di lui per ragioni anzitutto di antipatia personale ma anche perché gli avrebbe fatto comodo continuare a venir spalleggiato da un presidente senza potere come era Peres ma che, a livello internazionale, gli garantisse con un  atteggiamento più dialogante, qualche spazio di manovra in più. Il posto è, come si dice, largamente cerimoniale ma in occasioni cruciali in passato è anche stato influente (The Economist, 13.6.2014, Israel’s new president – A one-stater, at last― Il nuovo presidente di Isreele – E, alla fine, arriva un partigiano di  un  solo Stato[quello ebraico: in linea teorica anche Netanyahu è, infatti, alle sue condizioni caudine, favorevole all’idea dei 2 Stati per 2 popoli...] ▬ http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604224-israels-parliament-has-picked-head-state-buck-trends-past).

nel resto dell’Africa

●Con la nuova cosiddetta dichiarazione di Algeri, mediata dal governo algerino – e non da quello francese, come avrebbe preferito il regime di Bamako – viene ora reso noto che tre formazioni diverse di ribelli Touareg (popolo nomade di 5 milioni di abitanti) hanno firmato un accordo di pace fondato sull’impegno a rafforzare in Mali la riconciliazione attraverso il dialogo. Si tratta del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, dell’Alto consiglio per l’unità dell’Azawad e del Movimento arabo dell’Azawad (essendo questo il nome in lingua Touareg del Nord del Mali: 822.000 km2, oltre due volte e mezzo l’Italia e gran parte del Mali, densità 1,5 abitanti per km2, tutto una vallata ricca di alture desertiche del Sahel e del Sahara che molti secoli fa era il letto del fiume Niger).

Nella dichiarazione di Algeri i ribelli si sono ora impegnati a rispettare l’integrità territoriale e l’unità del Mali. I dettagli su come e da chi verrà nei fatti amministrato il Nord del paese sono al momento ignoti soprattutto per la riluttanza del governo nominalmente centrale a riconoscere nei fatti quelle che i Touareg chiamano le loro legittime richieste. Al momento della firma, in maggio avanzato, i ribelli controllavano tutti i principali agglomerati della regione settentrionale del Mali e avevano dunque, nei fatti, un posizione negoziale assai forte, avendo anche respinto con largo successo l’aiuto non richiesto e presto trasformato in attacco degli islamisti jihadisti anch’essi contrari al governo di Bamako.

●In Sudafrica, dopo cinque mesi di sciopero che hanno portato alla fame molte famiglie di operai, colpito alla radice il rating del credito estero del paese e del tutto bloccato anche la produzione dell’oligopolio dell’alluminio – Lonmin, Impala e Amplats – come sempre con relativa soddisfazione dei lavoratori che non riusciranno certo a recuperare i salari bruciati ma adesso concludono secondo tutti i sondaggi d’opinione condotti all’interno degli iscritti che ne è comunque valsa la pena, va a conclusione l’ “azione industriale” contro i padroni del’alluminio: gli scioperi qui, all’inglese, li chiamano così, anche quando sono ad oltranza (The Daily Maverick, 24.6.2014, Bheki C. Simelane, Thapelo Lekgowa e Greg Nicolson, Platinum strike no more: After losing R10.6 billion in wages, miners claim victory― Finisce lo sciopero del platino: anche perdendoci 10,6 miliardi di rands di salario i minatori rivendicano una loro vittoria ▬ http://www.dailymaverick.co.za/article/2014-06-23-platinum-strike-no-more-after-losing-r10.6-billion-in-wages-miners-claim-victory/%23.U6j26bGHPIU).

Alla fine, l’accordo che dura un triennio dovrebbe comportare aumenti salariali sui R 1.000 al mese di paga base per due anni (poi, +R950) alle due categorie di minatori meno pagati e poi R950. I lavoratori meglio pagati avranno un aumento percentuale dell’8% (e poi del 7,50) per i primi due anni. Contributi dei datori di lavoro al Fondo pensione, straordinari, ferie e premi di spostamento seguiranno il tasso d’aumento dell’inflazione. La diaria resterà ai livelli del 2013 che di fatto, consente un aumento di paga base effettiva. Sono assicurate ora, con la supervisione di commissioni di operai, le ispezioni sanitarie del cibo fornito nelle mense padronali e la riassunzione di qualche centinaio di lavoratori “essenziali” (non è chiaro, però, al momento chi lo determinerà) licenziati nel corso degli scioperi.

Secondo un sito web dell’oligopolio dei produttori, il conto del dare e dell’avere vede vincenti comunque stavolta gli operai. I padroni hanno perso una trentina di miliardi di Rand di entrate e i lavoratori sui 10 miliardi... (1 rand, circa 1/10 di $)  L’accordo, alla fine, è stato raggiunto con l’intervento di mediazione – non decisionale, però, ma importante spiega il sindacato AMCU, la Association of Mineworkers and Construction Uniondel Sudafrica – del nuovo ministro delle Risorse minerarie, Ngoako Ramatlhodi


[1] Un (bel) romanzo giallo di Paolo Pietroni (con lo pseudonimo di Marco Parma), pubblicato nel 1983 da Longanesi; e seguito dal (brutto) film omonimo (con doppio titolo: anche L’ultima sfilata) per la regia di Carlo Vanzina, del 2011.     

inerà) licenziati nel corso degli scioperi.

Secondo un sito web dell’oligopolio dei produttori, il conto del dare e dell’avere vede vincenti comunque stavolta gli operai. I padroni hanno perso una trentina di miliardi di Rand di entrate e i lavoratori sui 10 miliardi... (1 rand, circa 1/10 di $)  L’accordo, alla fine, è stato raggiunto con l’intervento di mediazione – non decisionale, però, ma importante spiega il sindacato AMCU, la Association of Mineworkers and Construction Uniondel Sudafrica – del nuovo ministro delle Risorse minerarie, Ngoako Ramatlhodi


[1] Un (bel) romanzo giallo di Paolo Pietroni (con lo pseudonimo di Marco Parma), pubblicato nel 1983 da Longanesi; e seguito dal (brutto) film omonimo (con doppio titolo: anche L’ultima sfilata) per la regia di Carlo Vanzina, del 2011.     

 

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