L’Ue e il mito della crescita — Marco Bascetta, 3.7.2014

Una presidenza italiana che s'incammina con qualche accennata variazione di tono sul binario morto del mito di una crescita illusoria. Le altre strade sono state tutte ignorate(quella dell'ALTERNATIVA MEDITERRANEA in primis)dal nostro presidente illusionista Renzi, o confinate nel mito

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  L’Ue e il mito della crescita

Qual­cuno ha sen­tito in Europa la voce di que­sto paese? La pre­si­denza ate­niese ha forse intro­dotto nell’Unione un diverso angolo visuale? Se qual­cosa si è riu­sciti a per­ce­pire è il sus­surro ser­vile di un fra­gile governo oli­gar­chico, asser­vito alla ren­dita nazio­nale e sovranazionale.

Ma, si dirà, Renzi è di sini­stra, il Pd, forte del suo 40 per cento, non è certo la scre­di­tata Nuova demo­cra­zia greca e l’Italia non è un arci­pe­lago con pochi milioni di abi­tanti. Inu­tile illu­dersi: la pre­si­denza di turno dell’Unione, chiun­que si tro­vasse a occu­parla, non ha mai modi­fi­cato le regole del gioco, né intro­dotto par­ti­co­lari “sen­si­bi­lità”. E, in fondo, è giu­sto che sia così. Non è, infatti, un’ottica nazio­nale, un governo, e nem­meno un paese a poter pren­dere di petto le con­trad­di­zioni che attra­ver­sano il con­ti­nente e tutti gli stati che lo com­pon­gono. Sem­mai sarebbe dall’azione di una forza poli­tica della sini­stra (qua­lora di que­sto si trat­tasse, ma con­verrà for­te­mente dubi­tarne) capace di ripen­sarsi in una dimen­sione sovra­na­zio­nale che ci si potrebbe atten­dere qual­che cor­re­zione di rotta nelle poli­ti­che euro­pee. Non certo da una lea­der­ship di par­tito le cui con­ce­zioni eco­no­mi­che e sociali non si disco­stano di molto da quelle che domi­nano a Bru­xel­les. E, men che meno, dall’ inte­resse nazio­nale, nem­meno quello dei paesi mag­gior­mente col­piti dalla crisi.

Se il piano resta que­sto, come tutto indica che acca­drà, rimar­remo pri­gio­nieri di un mise­re­vole tira e molla sulla “fles­si­bi­lità” degli obbli­ghi euro­pei, sul prezzo di que­sto “pri­vi­le­gio” e su coloro che saranno chia­mati a pagarlo. Del resto, da quale inter­vento mira­co­loso dovrebbe discen­dere una equa redi­stri­bu­zione delle risorse tra i diversi paesi dell’Unione, quando la si osteg­gia nei sin­goli stati che la com­pon­gono e la si demo­nizza in coro nel nome della “competitività”?

E qui comin­cia il bagno mes­sia­nico nell’acqua di Lour­des della “cre­scita”, della ripresa, dell’espansione, o come altro la si voglia chia­mare. Con­ti­nuando a illu­dere gli stre­mati cit­ta­dini euro­pei che non le regole, bensì l’eccessivo rigore nell’imporle, è ciò che impe­di­sce la cre­scita, l’occupazione, il benes­sere. Ma cosa dia­volo è que­sta “cre­scita”? Nient’altro che quella pro­ie­zione fan­ta­sma­go­rica nella quale ren­dita finan­zia­ria e occu­pa­zione, pro­fitti e salari, pro­te­zione sociale e com­pe­ti­ti­vità, grandi patri­moni e pic­coli risparmi cre­scono armo­nio­sa­mente tutti insieme. E, per favore, non accu­sa­teci di pre­giu­di­zio ideo­lo­gico se que­sto sce­na­rio ci sem­bra del tutto estra­neo a qual­si­vo­glia dato di espe­rienza, com­presa quella dell’esemplare Germania.

Alla fine sem­brano addi­rit­tura più one­sti i fal­chi tede­schi e olan­desi con il loro ine­qui­vo­ca­bile «prima pagate, poi si vedrà!». E quando il capo­gruppo del Ppe Man­fred Weber dichiara peren­to­rio che «i debiti non creano futuro ma lo distrug­gono», come dar­gli torto? Salvo il non tra­scu­ra­bile par­ti­co­lare che parla da cre­di­tore e, dal punto di vista degli inde­bi­tati, se sull’assenza di futuro si può con­cor­dare, sui rimedi è dif­fi­cile farlo.

http://ilmanifesto.info/lue-e-il-mito-della-crescita/

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