Il grido di Gaza

Il grido di Gaza
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pales

La campagna sarà “lunga, graduale ed estesa”. Netanyahu non ha usato giri di parole. Nel 2008, l’ultima invasione israeliana della Striscia di Gaza fece 1.100 morti. Chiunque si mostri sorpreso dalla ferocia “difensiva” di Tel Aviv finge o sceglie di ignorare la storia di quella occupazione. A muoverla è ancora una volta il possesso della terra, nei giorni scorsi Robert Fisk lo ha ricordato agli smemorati. E l’assoluta rimozione della memoria, insieme alla necessità che il mondo non consideri umani i Palestinesi, è la chiave della strategia di guerra dello Stato “ebraico”. Uno Stato che cancella il 20 per cento dei suoi cittadini arabi e racconta di essersi fatto da sé rinnovando ogni giorno il suo mito autogeno. La stupefacente resistenza dei Palestinesi non è certo affidata ai razzi  

Potete legarmi mani e piedi
Togliermi il quaderno e le sigarette
Riempirmi la bocca di terra
La poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie lo sguardo e il ferro
la canterò nella cella della mia prigione
al bagno nella stalla sotto la sferza tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

Potete legarmi mani e piedi, Mahmud Darwish, uno dei maggiori poeti palestinesi i cui versi profumano di gelsomino e resistenza (segnalato da Rosaria Gasparro)

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Il senso dell’assedio

Dieci ore di pullmann nel deserto del Sinai e si arriva al valico di Rafah. Il cancello nero di ferro battuto si apre. E’ un giorno fortunato. Il primo impatto è desolante, macerie ovunque, poi arriva una innaturale pressione sul petto che soffoca il respiro: è il senso dell’assedio. Mahmud ha 17 anni, era alla disperata ricerca del suo migliore amico tra le macerie quando è arrivata la seconda bomba. Ha perso la vista e l’olfatto. Adesso non vuole più uscire di casa. È il progetto Gazzella, con i bambini e i ragazzi sopravvissuti ai bombardamenti. Pochi giorni a Gaza bastano a mettere in discussione completamente cosa abbiamo capito della guerra e della pace, della vita e della morte. Forse aveva ragione lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani, assassinato dal Mossad nel 1972, quando scriveva all’amico esiliato Mustafà: “Impariamo dalle gambe amputate di Nadia cos’è la vita”

Noi israeliani con le mani piene di sangue

142 cittadini israeliani / Scrivono alla famiglia del giovane palestinese arso vivo da un gruppo di coloni all’inizio del massacro. Sono tra le parole più lucide e coraggiose che abbiamo sentito fino ad ora. Dicono, a chi vuol sentire, che c’è una speranza

Orrore infinito e lavaggio della memoria

Robert Fisk – (21 luglio 2014) Carneficina senza fine a Gaza: supera quota 500 il numero delle vittime palestinesi nella Striscia dopo il massacro di Sajaya. Tutavia, come ricorda Robert Fisk, nella maggior parte dei servizi e delle inchieste di questi giorni “sembra che la storia sia cominciata solo ieri. Si chiama perdita di memoria istituzionale. Noi giornalisti sembra che ne soffriamo molto di più degli altri…”. “Lo storico Illan Pappe, israeliano – scrive ancora Fisk -, ha preso nota di come, il 28 dicembre 2006, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha riportato che 660 palestinesi sono stati uccisi solamente durante quell’anno, soprattutto a Gaza, compresi 141 bambini; e che dal 2000 le forze armate di Israele hanno ucciso almeno 4000 palestinesi con altri 20 mila feriti. Ma a stento c’è mai stato un solo accenno a tutto ciò in un qualsivoglia reportage del recente massacro Gaza… È tutto incentrato sul modo in cui gli eserciti e i governi vogliono che noi crediamo o dimentichiamo ciò che loro fanno”

Not in my name

Laura Fano “Io, come tanti ebrei del mondo, educati alla diversità, sono stanca di vedere le nostre origini, la nostra storia e la nostra sofferenza usate da uno stato criminale che uccide bambini, donne e civili…”

Sto per bruciare il mio passaporto

Mira Bar Hillel La clamorosa protesta di una giornalista israeliana esasperata

Se non vendessimo più armi a Israele

Bds Italia … e naturalmente a nessuno altro. Un appello che parla chiaro

Israele non vuole la pace

Moni Ovadia intervistato da Rainews (audio): “I palestinesi vivono in gabbia, in un inferno, sotto un assedio continuo. L’America e l’Europa si bevono la comunicazione imperante… Il padre di tutti i problemi resta l’occupazione di Gaza da parte di Israele, che ha uno degli eserciti più potenti del mondo… “

i palestinesi vivono in gabbia sotto un assedio continuo e l’America e l’Europa si bevono la comunicazione imperante: ‘Ci buttano i missili e noi abbiamo il dovere di difendere la nostra popolazione’. Ma non è così”. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Intervista-telefonica-Moni-Ovadia-6db16bfa-6182-4f71-baa0-be934d24bb30.html#sthash.v9nPFbG1.5QrFwDYZ.dpuf
Moni Ovadia: “Israele non vuole la pace”

Moni Ovadia denuncia la mancanza di informazione corretta su quanto sta accadendo in Medio Oriente e sottolinea le ragioni reali dell’invasione della Striscia di Gaza. “Israele non vuole la pace” denuncia l’intellettuale ebreo, “i palestinesi vivono in gabbia sotto un assedio continuo e l’America e l’Europa si bevono la comunicazione imperante: ‘Ci buttano i missili e noi abbiamo il dovere di difendere la nostra popolazione’. Ma non è così”. L’intervista di Carla Toffoletti

- See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Intervista-telefonica-Moni-Ovadia-6db16bfa-6182-4f71-baa0-be934d24bb30.html#sthash.v9nPFbG1.5QrFwDYZ.dpuf

Moni Ovadia: “Israele non vuole la pace”

Moni Ovadia denuncia la mancanza di informazione corretta su quanto sta accadendo in Medio Oriente e sottolinea le ragioni reali dell’invasione della Striscia di Gaza. “Israele non vuole la pace” denuncia l’intellettuale ebreo, “i palestinesi vivono in gabbia sotto un assedio continuo e l’America e l’Europa si bevono la comunicazione imperante: ‘Ci buttano i missili e noi abbiamo il dovere di difendere la nostra popolazione’. Ma non è così”. L’intervista di Carla Toffoletti

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Moni Ovadia: “Israele non vuole la pace”

Moni Ovadia denuncia la mancanza di informazione corretta su quanto sta accadendo in Medio Oriente e sottolinea le ragioni reali dell’invasione della Striscia di Gaza. “Israele non vuole la pace” denuncia l’intellettuale ebreo, “i palestinesi vivono in gabbia sotto un assedio continuo e l’America e l’Europa si bevono la comunicazione imperante: ‘Ci buttano i missili e noi abbiamo il dovere di difendere la nostra popolazione’. Ma non è così”. L’intervista di Carla Toffoletti

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Gaza, l’impotenza, la ripetitività

Nicola Perugini (lavoroculturale.org). Una risposta ai giornalisti “stanchi” di non trovare più cose “intelligenti” da dire sul “conflitto”

Ammazzare bambini sulla spiaggia di Gaza

Se i Palestinesi fossero umani

Santiago Alba Rico Riconoscere ai Palestinesi un “desiderio di vendetta” significherebbe ammetterne l’umanità. Israele non può farlo. La sua reazione all’aggressione nemica può invece essere “sproporzionata” proprio perché umana. Non si tratta solo di razzismo ma di calcolo politico: aprire il conflitto alla categoria della storia vuol dire mettere in discussione l’indipendenza e il carattere “ebraico” di uno Stato che, per definizione, è autogeno, s’è generato da sé. Ogni attacco palestinese è pertanto sempre il primo, apre tutte le risposte e si basa sul male, sull’antisemitismo dei suoi autori. Ammettere responsabilità precedenti, iniziali, potrebbe far diventare un’indagine di polizia un’indagine storica molto pericolosa. La maggior parte dei giornalisti e dei semplici cittadini occidentali considera normale che gli Israeliani abbiano un nome, un volto, dei sentimenti: sono “dei nostri”, sono esseri umani. I Palestinesi non devono averli, è quel che Israele più teme. Dovremmo far brillare al sole l’umanità dei Palestinesi, per senso della decenza ed empatia ma anche per precise ragioni politiche. Come forse aveva intuito Vittorio Arrigoni

Fuck Israel. Fuck Hamas

The Gaza Youth Breaks Out Manifesto

Sanzionare Israele dal basso

Dichiarazione del movimento poetico mondiale per la Palestina

Rivista di poesia Isla Nigra

Quella telefonata che annuncia la fine

La macabra sproporzione

Ascanio Celestini Continuiamo a parlare di conflitto come se fosse una guerra tra due eserciti che si fronteggiano e non una superpotenza che schiaccia gli abitanti di una terra sventrata”

A Gaza non c’è una guerra in corso…

… c’è una guerra contro Gaza. Una guerra che arruola prima di tutto i grandi media (Cecilia Dalla Negra | 15 luglio 2014)

Vi ricordate di Sabra e Chatila?

Robert Fisk Quello è un racconto che dovremmo far leggere ogni volta che il fantasma di Sharon e dei suoi epigoni scatena la ferocia di Israele. Sono parole diStefano Chiarini, scambiate con inusuale tono solenne nella stanza degli “esteri” dopo aver mandato in stampa, col solito imbarazzante ritardo, una pagina  mediorientale di un qualsiasi numero del manifesto di tanti anni fa. Quel racconto è il grande reportage che Robert Fisk, l’inviato di guerra più famoso del mondo, secondo il New York Times, scrisse nel 1982 dopo esser entrato, tra i primissimi, nel campo profughi di Sabra e Chatila. I falangisti libanesi avevano appena compiuto, sotto gli occhi dell’esercito regolare di Ariel Sharon, uno dei massacri più atroci della storia del Novecento. Chiarini s’impegnò molto perché non fosse dimenticato. Aveva ragione. Lo sconvolgente articolo di Fisk è inserito (alle pagine 397-402) nella versione italiana de Il martirio di una nazione, edito da Il Saggiatore. Lo pubblichiamo per ricordare quella gente di Palestina, il lavoro di Stefano, che in giorni come questi ci manca parecchio, e dopo aver letto l’ultimo articolo di Fisk (qui lo trovate in inglese e in spagnolo) nel quale sostiene, con la consueta lucidità, che l’offensiva di Tel Aviv serve a chiarire che un eventuale microscopico Stato-Bantustan di Palestina non potrebbe in ogni caso avere confini veri ma dovrebbe restare un’enclave del tutto interna a Israele. Le stragi di questi giorni non sono certo causate dai missili di Hamas né dalla minaccia islamica, la chiave è quella di sempre: il possesso della terra. In coda, una breve video intervista al reporter inglese (con sottotitoli in italiano) nella quale Fisk dice come e perché raccontare una guerra è assai diverso dal raccontare una partita di calcio

Giù le mani dalla Terrasanta

Anna Bruno Suona lo shofar, e non per l’adunanza intorno alla Torah, ma come raggelante segnale di battaglia. Perché è sceso nuovamente il buio in Terrasanta, la Terra simbolo dell’accoglienza e dell’armonia ritrovata. La confondiamo con la Torre di Babele, quando Dio confuse le lingue. Ma qui in Terrasanta, i popoli ebraico, musulmano e cristiano vivevano in pace, gomito a gomito, fino al XX secolo quando, nel 1967, fu occupata dallo Stato di Israele e nel 1980 il Parlamento israeliano approvò quella maledetta “legge fondamentale” che proclamava “Gerusalemme (…) capitale di Israele”…

Questa non è una guerra di autodifesa 

Gaza piange. L’Europa dov’è?

Alessandra Mecozzi I raid israeliani uccidono e massacrano senza sosta. Per la popolazione non è neanche possibile fuggire. E mentre l’Onu sembra paralizzata l’Ue e la sua presidenza italiana sono completamente assenti

Quando Israele si “comporta bene”

Noam Chomsky E’ importante capire come si vive a Gaza quando il comportamento di Israele è “moderato”: quando Israele “si comporta bene”, ogni settimana sono uccisi due bambini palestinesi, uno schema che va avanti da più di 14 anni. La causa è la criminale occupazione e i programmi di riduzione della vita palestinese alla mera sopravvivenza a Gaza, mentre i palestinesi sono confinati in angoli invivibili della West Bank e Israele si prende quel che vuole, il tutto in grossolana violazione della legge internazionale e di esplicite risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, per non parlare di una minima decenza. E continuerà fino a quando è appoggiato da Washington e tollerato dall’Europa

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Piombo impunito (15.01.2009)

Eduardo Galeano  Per giustificarsi, il terrorismo di stato fabbrica terroristi: semina odio e raccoglie pretesti. Tutto indica che questa macelleria di Gaza, che secondo gli autori vuole sconfiggere i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Salvate Saint Hilarion!

Amici della Mezzaluna Un appello dagli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, che si occupa del sostegno dell’infanzia e della diffusione della storia e della cultura palestinese in Italia. La violenza dell’aggressione israeliana nella Striscia di Gaza non colpisce solo la popolazione civile indifesa ma anche un patrimonio artistico e storico inestimabile, come il complesso archelogico che comprende i resti di Saint Hilarion, il più antico edificio cristiano in Palestina

Struzzi e coccodrilli. Parlano i cooperanti

Fuga da Gaza

Redattore sociale Ci hanno detto che non possiamo più restare e siamo stati costretti ad uscire da Gaza. I civili così rischiano di restare soli e con pochi aiuti. Il consolato italiano fa in modo che i cooperanti debbano lasciare la Striscia

Salvate Saint Hilarion!

Nena News

Per un aggiornamento quotidiano, puntuale, serio e appassionato sulle notizie dalla Palestina, potete consultare l’Agenzia Nena News

 

DA VEDERE

Gaza sotto attacco

Le foto del fotografo palestinese Shareef Sarhan per lavoroculturale.org. Scatti essenziali della vita che resiste alle macerie

SS

La guerra riguarda la morte, il più completo fallimento dello spirito umano. Non si può raccontare come una partita di calcio.

Intervista video a Robert Fisk a cura di Andrea Coccia per Aleph

http://comune-info.net/2014/07/grido-gaza/

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