Un giornale per combattere lo smarrimento della sinistra —  Enzo Scandurra, 5.11.2014

Mi riprendo il manifesto. Continuare a fare esistere questo giornale fa parte dei progetti di ricostruzione di possibili forme di vita collettiva di una vera sinistra e, dunque, non va fatto cadere l’appello, anzi il grido, di miriprendoilmanifesto

 Un giornale per combattere lo smarrimento della sinistra

—  Enzo Scandurra, 5.11.2014

Die­tro l’apparente insen­sa­tezza della poli­tica dei nostri rap­pre­sen­tanti, c’è un dise­gno auto­ri­ta­rio di por­tata sto­rica che prende via via più con­si­stenza. Esso si tra­ve­ste sotto il nome di “moder­ni­smo” e di “nuo­vi­smo” e si estende non solo alla sfera eco­no­mica (fare quello che dice l’Europa dei ban­chieri) ma a quella cul­tu­rale (la cul­tura “non se magna”) e per­fino scien­ti­fica (“a morte i cata­stro­fi­sti, viva gli Ogm”).

Una trama fatta di scelte, deci­sioni, leggi nefa­ste, pre­ce­duta e accom­pa­gnata da una ideo­lo­gia (altro che fine delle ideo­lo­gie!) com­po­sta di slo­gan con­diti del peg­gior senso comune e idee popu­li­sti­che che hanno modi­fi­cato i pen­sieri delle per­sone comuni e pro­dotto “nuovi tipi umani”. Biso­gna pur ammet­tere (ahimè!) che Renzi “non sarebbe mai arri­vato” se per anni la sini­stra non avesse col­le­zio­nato fal­li­menti e man­cato occa­sioni impor­tanti; se la sini­stra non avesse dato con­senso (la situa­zione rovi­nosa delle scuole e uni­ver­sità) alle lusin­ghe delle magni­fi­che sorti e pro­gres­sive del Mer­cato e dei suoi mira­co­losi effetti; se il sin­da­cato non fosse caduto per anni in letargo riti­ran­dosi nella trin­cea dei pri­vi­legi acqui­siti, se la classe diri­gente della sini­stra avesse avuto una minima curio­sità e atten­zione a leg­gere i fatti nuovi del mondo che chie­de­vano nuove let­ture e interpretazioni.

Del resto è facile inter­pre­tare il “suc­cesso” di Renzi con le parole che escono dalla bocca di tante per­sone comuni che dicono: «Basta chiac­chiere, basta sini­stra, basta cor­ru­zione, basta que­sta casta di pri­vi­le­giati chiusi nel Palazzo e che ci dovrebbe rap­pre­sen­tare, basta sin­da­cati che non ci difen­dono» e così via, una sorta di rosa­rio scio­ri­nato fino a diven­tare sen­ti­mento comune per molta parte della popo­la­zione italiana.

Tanto che in con­te­sti pub­blici come al mer­cato, al bar, a cena da amici che si sono per anni impe­gnati nella poli­tica, è impresa dispe­rata dimo­strare come le tante pro­messe ren­ziane non pro­dur­ranno alcun miglio­ra­mento delle con­di­zioni di vita; ma, per quanto incre­di­bile sia, non è impor­tante sapere che non ci sarà ripresa alcuna, che il futuro è minac­cioso, l’importante è cre­dere nelle pro­messe del gio­vane favo­loso: è l’ultima speranza.

«E voi che avete fatto fino ad oggi?» è la replica scon­tata degli one­sti che, pur non pro­vando sim­pa­tia per Renzi, hanno accu­mu­lato un ran­core feroce e pro­fondo per una sini­stra che ha tra­dito, che si è seduta dalla parte dei vin­ci­tori, che ha dia­lo­gato con essi dimen­ti­cando le pro­prie radici di classe, la lotta alle ingiu­sti­zie, le disu­gua­glianze, le sof­fe­renze di coloro che non ce la fanno a vivere in que­sto modo.

E così, tu che vor­re­sti spie­gare gli inganni di Renzi, che esi­ste una sini­stra che non è “quella roba lì”, fini­sci col tacere per­ché tu stesso non sei estra­neo in fondo a quel sen­ti­mento di acri­mo­nia e di ran­core per come le cose sareb­bero potute andare e non sono andate.

E se è indub­bio che la mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre a Roma ha riscosso uno straor­di­na­rio suc­cesso di par­te­ci­pa­zione, entu­sia­smi, volontà di cam­biare nono­stante tutto, tante per­sone, tanti com­pa­gni sono rima­sti a casa a chie­dersi: «D’accordo siamo ancora in molti a non voler mol­lare, ma cosa pos­siamo fare? Ho paura dell’ennesimo fal­li­mento che non riu­sci­rei più a sop­por­tare». I gio­vani, poi, nella stra­grande mag­gio­ranza dif­fi­dano dell’impegno poli­tico. Dopo tante epi­de­mie essi hanno svi­lup­pato que­gli anti­corpi che li “pro­teg­gono” dall’entusiasmo per la poli­tica, dalle pas­sioni poli­ti­che. Le loro pas­sioni, i loro entu­sia­smi sono ancora tutti pre­senti e ani­mano le loro esi­stenze ma non si rivol­gono più alla poli­tica, a quella “cosa male­detta” di cui è addi­rit­tura meglio non parlare.

Come dopo i ter­re­moti quando si resta sgo­menti di fronte non solo alle mace­rie che esso ha pro­dotto ma anche di fronte all’idea di rico­min­ciare a costruire sopra quelle mace­rie, così sen­tiamo tutti il peso per un impe­gno che tarda a mani­fe­starsi poi­ché man­cano i pro­getti poli­tici che ci con­sen­ti­reb­bero almeno di ini­ziare a imboc­carci le mani­che per spe­ri­men­tare forme nuove di vita collettiva.

Eppur sap­piamo che esse sono “die­tro l’angolo”, quasi a por­tata di mano, dif­fuse e pra­ti­cate nei ter­ri­tori come fiabe non rac­con­tate da nes­suno, scin­tille di un futuro che rimane ancora sospeso. Le scor­giamo a sprazzi in alcuni momenti della gior­nata, le vediamo nelle mani­fe­sta­zioni come il 25 otto­bre; di loro leg­giamo testi­mo­nianza sulle cro­na­che quotidiane.

Que­sto gior­nale – il mani­fe­sto — è un po’ come l’art. 18, una volta che fosse sman­tel­lato aumen­te­rebbe spa­ven­to­sa­mente il senso di smar­ri­mento delle coscienze nella già debole galas­sia della sinistra.

Con­ti­nuare a farlo esi­stere fa parte dei pro­getti di rico­stru­zione di pos­si­bili forme di vita col­let­tiva di una vera sini­stra e, dun­que, non va fatto cadere l’appello, anzi il grido, di: miri­pren­doil­ma­ni­fe­sto lan­ciato da Norma Ran­geri e dalla reda­zione del giornale.

Per adesso, almeno, cer­chiamo di man­te­nere le posi­zioni, che non è cosa da poco.

Per donare: http://miriprendoilmanifesto.it

 

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