Grecia tra grande vittoria e incertezze —  Etienne Balibar, 29.1.2015 Sbilanciamo l'Europa. La vittoria di Tsipras è un segnale forte di rifiuto dell’arroganza di chi oggi governa l’Europa, incurante di ogni segnale che viene dai cittadini europei. E

Grecia tra grande vittoria e incertezze

Sbilanciamo l'Europa. La vittoria di Tsipras è un segnale forte di rifiuto dell’arroganza di chi oggi governa l’Europa, incurante di ogni segnale che viene dai cittadini europei. E in una situazione di emergenza umanitaria, le minacce di queste istituzioni non hanno prodotto sottomissione, ma ribellione

Alexis Tsipras 

La vit­to­ria di Syriza alle recenti ele­zioni par­la­men­tari in Gre­cia ha senza dub­bio una por­tata sto­rica. È la prima volta da quando le poli­ti­che di auste­rità sono diven­tate la regola in Europa che una forza popo­lare, radi­cata a sini­stra, soste­nuta da una mobi­li­ta­zione col­let­tiva ed orga­niz­zata in una forma demo­cra­tica, con­qui­sta la mag­gio­ranza nel pro­prio paese e si trova nella con­di­zione di rimet­tere in que­stione la gover­nance che domina l’Europa da quando ha imboc­cato la svolta «neo-liberale» (all’inizio degli anni 1990).

Que­sta rot­tura accade in un «pic­colo paese», ma da una parte la Gre­cia, a causa delle sof­fe­renze ecce­zio­nali che le hanno impo­sto Fmi, Bce e la Com­mis­sione euro­pea per ripor­tala «all’interno delle regole», è diven­tata un sim­bolo, la cui espe­rienza e le cui resi­stenze sono fonte d’ispirazione in altri paesi (com­prese, poten­zial­mente, la Fran­cia e l’Italia, ndr).

E d’altra parte l’Europa è un sistema politico-economico all’interno del quale tutti gli ele­menti sono soli­dali, nel senso mec­ca­nico ma anche morale del ter­mine, e di con­se­guenza ogni cam­bia­mento nei rap­porti di forze sul «fronte greco» influen­zerà l’insieme del sistema.

Appena il governo Tsi­pras sarà in grado di affron­tare le que­stioni di fondo per le quali è stato eletto, in par­ti­co­lare quella del debito, è tutto il pano­rama poli­tico euro­peo che cam­bierà, ed i con­flitti di fondo in que­sto modo emer­ge­ranno in modo chiaro. Da qui deri­ve­ranno gli osta­coli impor­tanti con i quali il governo Tsi­pras si dovrà scontrare.

Que­sti ultimi sono di natura sia interna che esterna. Dall’esterno, ci pos­siamo aspet­tare un niet sonoro da parte delle forze che oggi domi­nano la costru­zione euro­pea, soste­nute dal governo tede­sco e dalla Com­mis­sione di Bru­xel­les, ispi­rate non solo dall’ideologia ma anche dagli inte­ressi, ben inter­pre­tati, di tutti coloro i quali (a par­tire dal sistema ban­ca­rio) hanno bene­fi­ciato e con­ti­nuano a trarre bene­fi­cio dall’inflazione del debito greco. La que­stione è sem­pli­ce­mente quella di sapere chi, in ultima ana­lisi, por­terà il far­dello dei debiti non rim­bor­sa­bili, quelli che l’economista fran­cese Pierre-Noël Giraud chiama i “misti­gri” (ovvero gli attivi finan­ziari che non man­ten­gono la pro­messa di ren­dite future, ndr). E que­sto quando tutta una parte della comu­nità degli eco­no­mi­sti, da Sti­glitz a Pas­sa­ri­des (si veda la loro dichia­ra­zione nel Finan­cial Times alla vigi­lia delle ele­zioni) fino ai teo­rici dell’FMI, denun­ciano gli effetti disa­strosi delle poli­ti­che monetariste.

Da qui nasce la que­stione cru­ciale: fino a dove gli altri governi ed attori eco­no­mici sono dispo­sti a spin­gersi nel rico­no­scere gli errori pas­sati ed impri­mere un nuovo corso alla poli­tica euro­pea? A tutto que­sto si aggiun­gono senza dub­bio gli osta­coli interni: una parte con­si­de­re­vole della società greca ha con­ti­nuato a godere di pri­vi­legi e ad orga­niz­zare la cor­ru­zione; que­sta parte ha perso le ele­zioni ma non si riterrà tut­ta­via bat­tuta, e se ce ne sarà neces­sità farà ricorso alle pro­vo­ca­zioni della destra estrema.

Tra gli osta­coli interni ed esterni ci sono mol­te­plici legami, sui quali sarà impor­tante fare chia­rezza. Prendo un solo esem­pio: quello dell’evasione fiscale (stret­ta­mente legato alla que­stione del debito nazio­nale). Sap­piamo e si dice che i vari governi greci non sono mai “riu­sciti” a com­bat­terla, il che in realtà signi­fica: non ne ave­vano alcuna inten­zione. Ma il pro­blema si pone in tutt’Europa, come l’ha reso chiaro l’affaire del Lus­sem­burgo, lo scan­dolo Lux Leaks, che mina la legit­ti­mità del pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea (Junc­ker) e della Com­mis­sione stessa. Quindi, c’è una rete di osta­coli, ma que­sti vanno affron­tati sepa­ra­ta­mente.
È dun­que legit­timo affer­mare che la vit­to­ria di Syriza offre delle pro­spet­tive impor­tanti per i popoli d’Europa espo­sti al neo­li­be­ri­smo ed ai pro­cessi de de-democratizzazione che lo accom­pa­gnano (ciò che qual­che tempo fa, nel momento della “nomina” dei governi Monti e Papa­de­mos, avevo chia­mato una “rivo­lu­zione dall’alto” e che Jür­gen Haber­mas, da parte sua, ha chia­mato la costru­zione di un “ese­cu­tivo fede­rale post-democratico”). Sotto molti aspetti, que­sto risul­tato rove­scia — o neu­tra­lizza — gli effetti cata­stro­fici delle ultime ele­zioni euro­pee. Ma penso che si debba evi­tare di cedere ad una reto­rica trion­fa­li­sta, per­ché siamo all’inizio di un periodo dif­fi­cile. Dif­fi­cile per il popolo greco e la sua nuova lea­der­ship, in primo luogo, ma anche per tutti noi insieme a loro.

Resta il fatto che il pro­blema dell’austerità è comune a tutta l’Europa (e non riguarda solo l’Europa del Sud), e che l’esempio greco non può che fun­zio­nare come segno di spe­ranza di un rin­no­va­mento demo­cra­tico gene­rale. Avrà una riso­nanza soprat­tutto in paesi come la Fran­cia, dove delle forze di sini­stra erano state elette per inver­tire il corso neo-liberista impo­sto alla costru­zione euro­pea (ed in par­ti­co­lare inver­tire il dogma del pareg­gio di bilan­cio, al di fuori di ogni con­si­de­ra­zione eco­no­mica e sociale), e que­ste stesse forze si sono poi affret­tate a cam­biare casacca, sia per­ché ave­vano sot­to­va­lu­tato la durezza degli osta­coli da affron­tare ed “il corag­gio della verità” che sarebbe stato neces­sa­rio per farlo, sia per­ché al loro interno l’ideologia libe­rale e gli inte­ressi pri­vati erano in realtà pre­va­lenti anche se in modo non mani­fe­sto. Ma la situa­zione della Fran­cia ha delle forti ana­lo­gie con gli altri paesi: ha pro­dotto il “con­do­mi­nio” socialista-conservatore che oggi domina l’UE e che sarà scom­pa­gi­nato dalla situa­zione greca.

A que­sto si aggiunge un ele­mento fon­da­men­tale, che vediamo chia­ra­mente in Fran­cia ma che è valido anche altrove: la messa in discus­sione dei dogmi e dei rap­porti di forza non pro­viene, come era stato annun­ciato, dalla destra estrema, ma dalla sini­stra “radi­cale”. Pro­ba­bil­mente è qui che risiede la più grande spe­ranza per i popoli euro­pei, sia come popoli, sia in quanto popoli che sono — nella loro diver­sità — euro­pei, legati da una sto­ria e da un inte­resse comuni. È fon­da­men­tale che Syriza abbia fatto una cam­pa­gna non con­tro ma per l’Europa (ovvero con tutta evi­denza per un’altra Europa), ovvero con­tro il popu­li­smo ed il nazio­na­li­smo. È invece inquie­tante che, dal primo giorno, per com­pen­sare la man­canza di una mag­gio­ranza asso­luta (e forse anche per fare pres­sione sui suoi inter­lo­cu­tori di Bru­xel­les, di Fran­co­forte e di Ber­lino, e anche di Parigi e Roma), Ale­xis Tsi­pras abbia scelto di allearsi con un par­tito di estrema destra “sovra­ni­sta”, anche se non incline a posi­zioni fasciste.

L’esito degli eventi dipen­derà in misura essen­ziale, in que­ste con­di­zioni, dalla maniera in cui emer­ge­ranno, in Europa, dei movi­menti di soli­da­rietà e delle mani­fe­sta­zioni di soste­gno il più ampie pos­si­bile. Biso­gna far cono­scere le richie­ste della Gre­cia per quello che sono — evi­tando inu­tili esa­ge­ra­zioni. La sfida del momento non è quella di dare impulso ad una rivo­lu­zione anti­ca­pi­ta­li­sta o (o come ha appena detto la por­ta­voce della Linke in Ger­ma­nia) di dare il via ad una “pri­ma­versa rossa” in Europa. Non si tratta di “fare esplo­dere l’euro” (fatto di cui i Greci sareb­bero le prime vit­time). Si tratta invece di sta­bi­lire dei rap­porti di forza a par­tire da linee chiare.

Ci sono due Europe in con­cor­renza, che non hanno né gli stessi inte­ressi né la stessa con­ce­zione della demo­cra­zia. Biso­gna rin­for­zare l’Europa dei popoli a disca­pito dell’Europa delle ban­che, il che signi­fica anche che tutti i popoli devono essere mobi­li­tati: si sente par­lare soprat­tutto di quelli dell’Europa del Sud, e ne capi­sco il motivo, ma io vor­rei insi­stere sui popoli dell’Europa del Nord, in par­ti­co­lare i tede­schi, ai quali si deve poter spie­gare che l’argomento del “con­tri­buente” con la respon­sa­bi­lità del debito greco non fun­ziona (per­ché con­fonde una ristrut­tu­ra­zione con un default) — senza par­lare dell’argomento “morale” (il debito tede­sco è stato can­cel­lato del 70% nel 1953!). Delle voci che non sono senza auto­re­vo­lezza si alzano per for­tuna in que­sto senso (per esem­pio quella dell’ ex redat­tore capo Theo Som­mer sull’ultimo numero di Die Zeit, fino ad ora molto più nazio­na­li­sta). Ancora più che in pas­sato, si tratta ora di costruire una poli­tica demo­cra­tica euro­pea che attra­versi le frontiere.

 

 

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