EUROPA E MEDITERRANEO – LE SFIDE DELLA SINISTRA EUROPEA Bruno Amoroso e Domenico Rizzuti – Sinistra Euromediterranea

EUROPA E MEDITERRANEO – LE SFIDE DELLA SINISTRA EUROPEA

Bruno Amoroso e Domenico Rizzuti – Sinistra Euromediterranea

 

 

La riflessione sulle politiche mediterranee dell’Unione Europea deve comprendere sia la situazione nei paesi del Mediterraneo sia lo stato dell’arte nel processo europeo di integrazione. Il fatto che entrambi si trovino oggi in forte difficoltà conferma quanto da molti sostenuto da tempo, e cioè la forte interdipendenza esistente tra le due aree nessuna delle quali può pretendere primati rispetto all’altra o di raggiungere posizioni reali di sostenibilità in modo autonomo. Queste interdipendenze vennero, tra gli altri, illustrate e sottolineate già nel 1995, l’anno della Prima Conferenza di Barcellona sul Partenariato, nel Rapporto sul Mediterraneo del CNEL italiano. L’indiscutibile chiarezza del titolo: “Ripensare l’Europa per ripensare il Mediterraneo” era seguita da una analisi nella quale i temi centrali del problema venivano chiaramente individuati: il bisogno di una costruzione policentrica dell’Europa, i problemi dei sistemi produttivi agricoli e industriali mediterranei e dell’occupazione, la centralità della Palestina per la risoluzione dei conflitti nell’intera regione.

 

Le basi deboli della costruzione europea

 

Nel riprendere oggi questi temi ci limitiamo a due richiami di principio sull’Europa, per soffermarci poi in modo più dettagliato sulle politiche euromediterranee e l’evoluzione recente nei paesi del Mediterraneo. I problemi centrali delle politiche europee, sia rispetto agli obiettivi interni di coesione sociale dell’UE sia a quelli dei rapporti di cooperazione con le sue aree esterne, sono due:

Il primo è la persistente incapacità dell’UE e degli stati membri di acquisire il tema della complessità, e quindi della diversità delle società europee e mediterranee, come un valore e non un ostacolo. Diversità che va applicata anche all’economia tramite il riconoscimento dell’importanza del rapporto tra culture e colture, cioè tra culture e sistemi produttivi come base di ogni discorso vero e non retorico sulla sostenibilità. Ne consegue che il centro di ogni strategia economica deve essere la modernizzazione e crescita dei territori e delle comunità locali, le loro capacità di mettersi in rete di rapporti economici e sociali. Diversità che va applicata allo stesso modo alla varietà delle forme che sia pure entro valori condivisi – il rispetto della vita e del vivere insieme – assumono le forme istituzionali, sociali e politiche. L’acquisizione della complessità e diversità come valore faciliterebbe la comprensione e soluzione ai problemi che oggi dividono all’interno e tra loro gli stati membri, sia vecchi sia nuovi, con i rischi connessi di un collasso dell’intera costruzione europea. Soprattutto consentirebbe di riportare lo “scontro di civiltà” oggi in atto tra l’Occidente e il resto del mondo entro i confini del reciproco riconoscimento e del dialogo tra culture diverse e progetti diversi di modernità.

Il secondo riguarda l’esigenza della dismissione di un atteggiamento diffuso, sia nella Commissione Europea sia nei governi degli stati membri, di percepire e utilizzare il processo di integrazione come una camicia di forza dentro la quale costringere i popoli e le tradizioni europee, invece di un comodo soprabito a protezione delle specificità nazionali e comunitarie di ciascuna regione e agevole nel consentire iniziative e movimenti autonomi. Questa dismissione comporta una seria revisione degli accordi di Maastricht e di Lisbona, costruiti entrambi sul criterio dei “vincoli” e non delle “possibilità”, che costituiscono la causa maggiore dell’opposizione diffusa al procedere verso una Costituzione europea e verso forme di “approfondimento” della cooperazione sociale e politica in Europa.

 

Le politiche mediterranee: un bilancio

 

Le politiche mediterranee dell’UE sono l’esempio paradigmatico di quanto sin qui rilevato. È noto che il momento più alto raggiunto è stato quello degli Accordi di Barcellona del 1995, con l’impegno alla “partnership EU paesi mediterranei del sud. Un impegno che, in linea con la tradizione politica degli stati membri dell’UE, amplificava in modo retorico le possibilità esistenti con la dichiarazione di un progetto di “welfare condiviso tra nord e sud”, ma che nel contempo ne minava le possibilità di realizzazione limitando la partecipazione all’accordo ai paesi “costieri” della sponda sud, con esclusioni arbitrarie verso i paesi arabi e balcani. Quello che doveva essere il momento più alto dell’incontro storico tra la cultura araba e la cultura europea, per un impegno comune di dialogo interculturale e politico, fu trasformato in un sistema di concertazione tra l’Europa tutta, dalla Finlandia al Portogallo, con paesi mediterranei della sponda sud scelti su criteri di fedeltà all’Europa e opportunamente bilanciati in numero con stati civetta che rappresentano di fatto la proiezione europea in quell’area (Israele, Malta, Cipro, ecc.). Tuttavia il processo di Barcellona fu avviato con il sostegno sincero degli stati e dei movimenti politici e sociali dell’area.

Quale è stato il bilancio al momento della verifica venti anni dopo, alla Seconda conferenza di Barcellona del 2006? La modernizzazione  economica dei paesi mediterranei della sponda nord e sud del Mediterraneo non si è verificata manifestandosi al contrario situazioni di aggravamento degli equilibri sociali e politici. L’esplosione dei movimenti migratori ne rappresenta l’indicatore più evidente aggiungendo il fallimento di politiche coordinate di prevenzione e sostegno a questo fenomeno.

L’obiettivo del welfare condiviso ha mostrato la corda con una situazione che vede i differenziali di crescita nord sud, ed anche est sud accresciuti. Il miglioramento dei rapporti generali e quindi della sicurezza nei e tra paesi è solo misurabile con gli indici del suo peggioramento, al punto che alla Seconda conferenza di Lisbona del 2006 gli stati europei si sono trovati a discutere tra loro, nell’assenza rumorosa dei paesi del sud membri del partenariato, dei temi della (loro) sicurezza e del (loro)  “terrorismo”.

L’obiettivo della costruzione di un’area di pace si è trasformato nel suo contrario, con la crescente intrusione statunitense in quest’area sia in termini economici sia militari e con la partecipazione attiva o da spettatori passivi dei paesi europei. La divisione culturale tra nord e sud si è accresciuta a livelli che non consentono più di parlare di “rischio” dello scontro di civiltà, ma di uno scontro in atto e nelle forme più violente.

La scissione tra governi e società civile, sia nei paesi europei sia nei paesi mediterranei del sud, si è ingigantita a livelli mai registrati. Nei paesi europei i movimenti della società civile esprimono oggi le forme più vivaci di pensiero critico e alternativo ai processi di globalizzazione capitalistica e del pensiero unico neoliberale, mentre nei paesi del sud raggiungono un potenziale di consensi indiscutibile dappertutto e che li porta a mettere fuori gioco l’egemonia di forze politiche tradizionali e consolidate così come è avvenuto di recente in Palestina con Hamas (gennaio 2006) e in Libano con Hezbollah. Appare paradossale che questi eventi, che insieme alla crescente influenza dei Fratelli mussulmani in Egitto e con movimenti analoghi altrove esprimono il rafforzarsi irresistibile della società civile nei paesi arabi vengano letti in chiave negativa dall’Unione Europea rispetto ai propri obiettivi di “democratizzazione”, che continua invece ad appoggiarli a regimi autoritari a sud e in crisi di consenso ai nord. Appare strabico un atteggiamento che ripetutamente enfatizza il valore e ruolo della “società civile” nei vari paesi, ma poi non è in grado di riconoscerli al momento del loro manifestarsi. Nella Politica Mediterranea l’UE auspica il rafforzamento della società civile nei paesi del sud, ma poi ne limita l’inclusione a quelle organizzazioni riconosciute come tali dai governi nazionali. Limite culturale questo dell’Europa che si riflette anche nei movimenti della società civile del nord che continuano a privilegiare rapporti con movimenti di opposizione del sud che rappresentano al massimo una testimonianza storica di epoche passate (nazionalismo o movimenti socialisti e comunisti), oppure espressioni di un laicismo arabo spesso clone o riproduzione sbiadita di un laicismo illuministico fallimentare e frustrato (oltre che frustrante) dei e nei paesi europei.

 

Le politiche di vicinato e il ruolo della Sinistra Europea

 

L’UE non ha mai riconosciuto il fallimento delle proprie politiche e del processo di Barcellona, ma di fatto è andata oltre con l’introduzione unilaterale dal 2003 delle Politiche di Vicinato. Si tratta di una nuova cornice della politica estera dell’UE che supera il precedente approccio strategico di rapporti e sostegno alla costruzione di aree integrate intorno all’UE basate su accordi multilaterali e torna alla politica dei rapporti bilaterali, stabiliti in base a scelte unilaterali dell’UE. La dimensione strategica del rapporto EU Mediterraneo è abbandonata e anche in quest’area i rapporti vengono riportati a convenienze strategiche, caso per caso dell’UE verso singoli paesi.

Assumendo questa evoluzione come il dato da cui ripartire è nostro compito come Sinistra Euromediterranea valutarne gli impatti sulle politiche statali e sia i limiti sia i nuovi spazi che apre alla nostra analisi e azione. Le politiche di vicinato riaprono quindi la dimensione bilaterale e nostro compito è quella di impadronirsene per dare spazio a tutte quelle iniziative che rafforzano i rapporti bilaterali tra le organizzazioni e i movimenti della società civile e tutte quelle strutture economiche locali e regionali (imprese, cooperative, imprese sociali, reti di servizi, ecc.), oltre che istituzionali (scuole, università, associazioni culturali, ecc.).

Parte di questo processo deve essere una forte spinta all’innovazione di tutte quelle strutture economiche, sociali e culturali nate nel contesto europeo dell’altra economia (commercio equo, finanza etica e cooperazione internazionale) che nel Mediterraneo devono trovare lo spazio per innovarsi e legarsi a nuove realtà sociali e produttive.

Ma l’obiettivo della sinistra euromediterranea deve articolarsi dentro una visione geopolitica che spinga l’Europa e divenire uno dei poli della costruzione di una nuova triangolazione, opposta a quella della Triade, che dall’Europa, con i paesi Mediterranei, si colleghi al grande risveglio dell’Asia (Cina, Sud Est asiatico e India) e riporti così la stessa Europa a riscoprire e ricostruire le proprie economie dentro logiche di cooperazione continentale asiatica (il continente del quale l’Europa occupa una piccolissima parte) opposte a quelle della sua dipendenza atlantica.

 

Dentro questo nuovo quadro internazionale la sinistra euromediterranea ed europea possono tornare a svolgere un ruolo genuino di internazionalismo e di partecipazione ai processi di emancipazione in corso in America latina, in Africa e in Asia.

 

 

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