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LA CRISI EUROPEA - Note a margine del default greco

di Pieluigi Sullo

Se le ragioni del dissesto sono note, manca invece una narrazione opposta a quelle di Monti e Papadimos

Domenica sera ho fatto una penitenza: ho ascoltato, grazie a RaiNews24, l'intero discorso del primo ministro (o primo banchiere) greco, Papademos. La mia impressione è di aver osservato una copia di Mario Monti: un po' meno alto, altrettanto ben pettinato e vestito in modo discretamente benestante, garbato nei toni, ha fatto un discorso con citazioni colte (abbastanza) e soprattutto ferreamente ancorato alla narrazione liberista del mondo. Dove tutto si riduce all'economia, cioè al Prodotto interno lordo, alla crescita, ai mercati, agli investimenti, alla concorrenza e alla competitività: tutte cose la cui salute garantirebbe automaticamente lavoro, diminuzione del debito, maggiori servizi sociali, energia e altri prodotti di base a minor costo, insomma la vita delle persone e delle famiglie. E dove il debito pubblico è rappresentato come una colpa collettiva, l'aver voluto vivere al di sopra dei propri mezzi, l'aver dolosamente ceduto alle lusinghe della corruzione e dell'evasione fiscale, al beneficio immeritato di salari superiori a quel che la capacità dell'economia greca di produrre esportazioni e di attrarre investimenti avrebbe consentito. In questa logica d'acciaio, che nessuna ruggine del dubbio può corrodere, la scelta - per i greci, cioè per i loro rappresentanti - era dunque, ha concluso Papademos, tra il male e il peggio.
Qui stava la principale differenza tra l'italiano ex commissario europeo alla concorrenza e il greco ex membro del board della Banca centrale europea: il primo può raccontare che le sue manovre hanno già quasi salvato l'Italia, e che si tratta ora di crescere; che l'Europa (la Germania) ha fiducia in noi, così come il presidente degli Stati uniti, e che - soprattutto - gli investitori sono sul punto di ricominciare a scommettere sul nostro paese (già, Alcide De Gasperi cercò la sua legittimazione, alla Casa bianca, Monti la cerca a Wall Street, i tempi cambiano). Siamo quasi fuori dai guai, ripete il presidente Napolitano ogni momento e ad ogni angolo. Basta applicare fino in fondo le regole della crescita - liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilità del lavoro - e necessariamente l'invocazione "cresci Italia" si materializzerà.
Il primo ministro greco, Papadimos, dice le stesse identiche cose (se faremo questi sacrifici, tra due anni riprenderemo a crescere del 2 o anche 3 per cento l'anno), ma lo fa in modo minaccioso e ultimativo - anche se i toni restano quelli di un seminario alla London school of economics - perché l'alternativa, afferma, è tra un duro sacrificio e una «disordinata bancarotta». Non so se l'interprete di RaiNews24 traducesse letteralmente, ma l'aggettivo «disordinata», ripetuto più volte da Papademos, fa riflettere. Disordinata, caotica, è stata fin qui la vita dei greci, intende, e questo non può che causare la bancarotta; "ordinato" è invece il fluire dei capitali secondo la loro natura, la ricerca di remunerazione, l'egoismo che necessariamente produce alla fine il benessere per tutti. Anzi, disordinata è la vita in generale, perché non rispetta i parametri, ignora gli spread e in ultima analisi, lasciata a se stessa, non è interessata al Pil.
Mi è già capitato di scrivere - quando il governo Monti era ai primi passi - che i tecnici sono in effetti quel che i francesi chiamano idiots savants: conoscono tutto del mondo astratto degli indici di borsa e del commercio di denaro, della crescita della produzione industriale e delle aspettative dei consumatori, e si tratta sempre di numeri e di percentuali, ma non sanno nulla, e non si curano, del magma meraviglioso e terribile, entusiasmante e deprimente, complicato e molteplice che è il vivere in società, il vivere e basta, dove contano i legami, gli affetti, il senso di sé.
Se per esempio Alcoa, multinazionale basata negli Usa dell'alluminio, decide di chiudere il suo stabilimento a Porto Vesme, Sardegna, i tecnici non hanno obiezioni da fare: è una decisione saldamente basata sulla misura della convenienza in una economia globalizzata. Ma come spiegherebbe la signora Fornero, ministra del lavoro e del welfare, l'operaio sull'orlo della disoccupazione che - come raccontava in una tv un sindaco del Sulcis Iglesiente - si presenta in comune con una pistola per obbligare il sindaco a trovargli un lavoro? La signora Fornero, versione femminile di Monti e di Papademos, direbbe «disordine», uno scarto folle dal binario della razionalità (economica). Al massimo, si chiederebbe come tamponare con qualche ammortizzatore sociale questo momentaneo urto, in attesa che la crescita economica guarisca la ferita.
Moltiplicate l'Alcoa per un intero paese, tagliate brutalmente stipendi, pensioni e posti di lavoro, distruggete i servizi pubblici, mettete in vendita tutto quel che uno stato può vendere, immaginate che il Sulcis Iglesiente sia grande quanto la Grecia, e otterrete l'effetto che Papademos, e sopra di lui la troika fatta di Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, stanno producendo in Grecia. Paese che può salvarsi, ci si immagina, vendendo le sue coste e le sue isole, mettendo all'asta la sua storia materializzata nei monumenti dell'antichità, trasformare il suo cibo gentile in fast food e i suoi abitanti in camerieri precari dell'unica industria che sembrerebbe poter crescere, il turismo. Amo la Grecia e amo i greci, appena posso vado a fare un giro da quelle parti, apprezzo - pur non conoscendo la lingua - l'orgoglio e allo stesso tempo la familiarità che i greci offrono ai visitatori, e mi sento a casa nei panorami e odori mediterranei, perciò trovo intollerabile l'umiliazione che stanno subendo, inclusa la menzogna sulle cause della loro situazione.
Nessuno dice che a rovinare la Grecia è stato principalmente l'aver aderito a una unione monetaria dalle regole feroci - che nemmeno Francia e Germania negli anni scorsi hanno potuto rispettare - e che debito pubblico ha subito il colpo di grazia dalle Olimpiadi del 2004: sono stato ad Atene, qualche anno dopo, e ho visto le decine di strutture sportive, vezzosamente costruite in riva al mare, abbandonate alle erbacce e alla desolazione e che stavano cadendo a pezzi. I governi di allora hanno voluto entrare dalla porta principale nel circolo dei paesi ricchi, per mezzo di una Grande Opera, e hanno procurato affari colossali ai costruttori e a se stessi. Ma in questo modo la Grecia ha offerto il collo alle scuri della speculazione finanziaria, quando questa ha deciso - finita l'orgia dei mutui subprime e incamerato le colossali cifre che gli stati hanno destinato al salvataggio delle banche - che la battuta di caccia più promettente era quella dei debiti sovrani europei, aggredibili perché l'Unione non è una entità politica e nemmeno militare (come gli Usa) e paradossalemnte non è neppure una entità economica coerente, bensì un groviglio di interessi (delle politiche nazionali, delle multinazionali, della finanza).
Ma se le cause del dissesto greco e di quello europeo, a volerle vedere, sono chiare, quel che manca è una parola, una narrazione, opposta a quella dei Monti e dei Papademos. Non c'è alternativa tra il male e il peggio, dice il primo ministro greco. E allo stesso tempo la crisi greca funziona da deterrente anche per noi. «Noi non siamo la Grecia», dice Napolitano per spaventare il piccolo cittadino: attento, se non fai il bravo arriva l'uomo nero. Cioè: ora sacrificati, domani sarai premiato. Sappiamo che non è andata così, in Grecia, dopo anni di "sacrifici" e quattro o cinque tosature (è il termine tecnico dei beneducati sadici che comandano l'Europa: haircut): il Pil precipita insieme ad occupazione e redditi. Eppure non sembra esistere un'alternativa. Uscire dall'euro? Anzi, distruggere del tutto l'euro? Puntare sull'inflazione di redivive monete nazionali e quindi sulle esportazioni? Nazionalizzare le banche? Imporre per legge di non delocalizzare le imprese e di tenerle aperte comunque, magari finanziandone le perdite con denaro pubblico, come pure è stato fatto in modo costante in passato, pur di mantenere l'occupazione esistente?
Ho l'impressione - potrei ovviamente sbagliare - che medicine distillate dal brodo di coltura dell'economia tradizionale non produrrebbero granché, ammesso sia possibile applicarle in un contesto globale dominato dagli enormi flussi di capitali virtuali - ma non per questo meno contundenti - della finanza. E allora cosa? Aspettare che il discorso dominante mostri tutta la sua stupida astrazione, e che le lacrime e sangue superino gli argini della tollerabilità, fino a provocare una deflagrazione sociale e istituzionale, un crollo dopo il quale bisognerà in un modo o nell'altro ricostruire? O favorire in ogni modo la diffusione di una economia - anzi di un modo di vita - svincolata dagli obblighi del mercato, de-monetarizzata, per così dire, regolata solo dai bisogni della società e garantita da una democrazia reale che, per essere locale e sparsa, non sarà per questo meno capace di cambiare il panorama?
Qualcosa bisognerà dire e dirsi, perché è certo che una molotov su una banca non è la via d'uscita, mentre è evidente - come dimostrano da ultime le primarie per il comune di Genova - che l'aspirazione a qualcosa di diverso è molto grande.
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
Last modified onSunday, 19 February 2012 14:00
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