Diritto all'acqua, intervenga il Parlamento Ue

La Gran Bretagna ha chiesto la cancellazione del riferimento al diritto umano all'acqua nella bozza dell'Onu per il vertice Rio +20. Sulla risoluzione delle Nazioni Unite si sono astenuti 16 paesi dell'Unione europea. Ma Strasburgo ha votato diversamente, riconoscendo l'«oro blu» un bene comune
Gli Stati del mondo sono attualmente impegnati nei lavori preparatori del nuovo Vertice della Terra, detto «Rio +20», organizzato dall'Onu dal 20 al 22 giugno prossimo a Rio de Janeiro. Sono trascorsi venti anni dal primo Vertice della Terra che, sempre a Rio, marcò l'entrata delle problematiche dello «sviluppo sostenibile» nell'agenda politica mondiale. Alla ricerca drammatica di una reale soluzione negoziata e comune alla crisi economica ed ambientale attuale nel contesto degli imperativi dell'adattamento al cambio climatico e della lotta contro la povertà, i miliardi di esseri umani vittime delle devastazioni operate nel corso degli ultimi quaranta anni aspettano da «Rio +20» l'adozione di politiche e di soluzioni fortemente innovatrici all'altezza delle sfide e dei diritti delle generazioni future. Da qui l'importanza dei negoziati in corso a New York sul testo di base preparato dalle Nazioni Unite (dal titolo «Il futuro che vogliamo. Zero Draft»), in vista della risoluzione finale del Vertice.
Secondo le informazioni diffuse dal Consiglio dei Canadesi, un'organizzazione della società civile molto attiva nel mondo in particolare nella lotta contro la mercificazione dell'acqua e la privatizzazione dei servizi idrici, alcuni paesi dell'Unione europea hanno proposto di cancellare ogni riferimento al diritto umano all'acqua nel testo presentato dall'Onu. Il testo originale parla dell'importanza del diritto all'accesso universale all'acqua potabile buona ed ai servizi igienico-sanitari in quanto diritto umano essenziale alla piena soddisfazione del diritto alla vita e a tutti i diritti umani. Il Regno Unito, capofila dei paesi contrari al riconoscimento formale del diritto all'acqua, ha richiesto - appoggiato dalla presidenza danese - la cancellazione del riferimento al diritto umano all'acqua e di limitare il testo alla menzione generica e mistificatrice dell'importanza dell'accesso universale all'acqua ed ai servizi idrici e dell'impegno degli Stati di garantire tale accesso entro il 2030. È almeno da quarant'anni che i dirigenti del mondo, specie dei paesi che si sono opposti al diritto all'acqua, proclamano la loro volontà ed affermano «solennemente» il loro impegno in favore dell'accesso universale dell'acqua, dapprima entro il 1991 (obiettivo del Decennio internazionale delle Nazioni Unite per l'acqua 1981-1991), poi entro il 2000 (nell'ambito dell'obiettivo dello sradicamento della povertà assoluta nel mondo) ed ora entro il 2030.
Il tentativo di certi paesi dell'Unione europea di sabotare, attraverso manovre di corridoio nei circoli ristretti delle burocrazie intergovernative mondiali, la grande conquista civile e sociale ottenuta, in piena trasparenza, con il riconoscimento del diritto umano all'acqua potabile da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, non stupisce affatto. Ricordiamo che 16 paesi membri dell'Unione europea su 27 - la maggioranza quindi - si sono astenuti in occasione del voto sulla risoluzione dell'Onu. Nella pratica delle Nazioni Unite, l'astensione costituisce una forma mal celata di voto contrario. È imperativo impedire che detti paesi riescano a mutilare il diritto all'acqua nell'ambito di «Rio+20», un vertice della Terra che, al contrario, dovrà contribuire a far fare alla comunità internazionale un salto qualitativo d'importanza storica sul piano delle visioni, delle strategie e delle scelte relative al divenire, già nel 2050, di 9 miliardi di esseri umani e della vita sul Pianeta Terra.
Ora, la proposta di eliminare il riferimento al diritto umano all'acqua fa parte, nella concezione di molti paesi europei ed occidentali (Usa, Cnd, Australia, Nuova Zelanda), della tendenza a ridurre ogni forma di vita - e l'acqua è centrale per la vita - a merce, a risorsa economica che si vende e si compra. La mercificazione della vita è vista come una opportunità per promuovere una nuova fase di crescita dell'economia mondiale. Da qui la pressione esercitata da detti paesi in favore della monetizzazione della natura e dello sviluppo dell'economia verde, e della finanziarizzazione dei servizi ambientali su scala mondiale.
Questo tentativo è indegno di noi europei. La nostra storia è contrassegnata da lotte permanenti in favore dei diritti umani, sociali, civili, politici e culturali, per la giustizia, la libertà, l'uguaglianza e la fraternità. Ci sono voluti 62 anni di battaglie, dopo la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, affinché la comunità internazionale riconoscesse il diritto umano all'acqua. Non si può ora abdicare alla sua difesa perché alcuni paesi europei, animati da una visione del tutto mercantile della società e da una credenza cieca nella ricchezza basata sulla crescita di beni da consumare, pretendono di non tenerne conto.
Tra l'altro, nella sua recente risoluzione del 15 marzo sulle questioni dell'acqua, il Parlamento europeo «saluta il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite del diritto umano all'acqua potabile ed ai servizi igienico-sanitari». Certo, il Parlamento ha aperto una piccola breccia nella direzione del tentativo sopra denunciato allorché, nello stesso paragrafo, «dichiara che l'acqua è un bene comune e per questo non dovrebbe essere fonte di profitto e che l'accesso all'acqua dovrebbe (mia sottolineatura, ndr) essere un diritto fondamentale e universale».
Se «Rio+20» dovesse allinearsi sulle posizioni difese dagli Stati europei opposti al diritto umano all'acqua, l'intera comunità internazionale compirebbe un passo indietro notevole sul piano culturale, politico e sociale. C'è da sperare che altri Stati europei blocchino l'iniziativa del Regno Unito. È doveroso però domandare ai parlamentari europei di dire chiaramente quale è la loro posizione. Sono favorevoli alla soppressione del riferimento al diritto umano all'acqua nel testo Onu per Rio +20? Se sono contrari, cosa contano di fare? È evidente che una semplice interrogazione (orale o scritta) della Commissione non è sufficiente. La posta in gioco va al di là dell'episodio: ne va della credibilità del Parlamento europeo. Può il Parlamento accettare che gli interessi particolari di certi paesi membri dell'Ue riducano a carta straccia la volontà espressa dal Parlamento a nome ed in rappresentanza di 500 milioni di cittadini? In Italia il parlamento nazionale ha perso ogni credibilità politica perché, tra tanti altri fatti, ha accettato di non agire di fronte all'evidente comportamento illegale del governo italiano. Nove mesi dopo l'approvazione da parte di 27 milioni di cittadini del referendum abrogativo sull'acqua, il governo non ha dato alcun seguito ai risultati, anzi continua a comportarsi come se i cittadini non si fossero pronunciati. E poi non fa altro che blaterare sulla necessità di fare rispettare la legalità!
Può il Parlamento europeo tacere ed accettare che nel contesto di Rio +20 siano operate da parte di Stati dell'Ue azioni contrarie alle proprie risoluzioni? Nonostante i suoi limiti e le sue debolezze, il Parlamento europeo è e resta il solo bastione di salvaguardia e di speranza per il divenire della democrazia rappresentativa europea, contro le derive autocratiche ed oligarchiche attuali del Consiglio dei ministri e della Commissione europea. I parlamentari europei sanno che la loro legittimità ed il loro potere sono strettamente legati alla difesa ed alla promozione dei diritti umani e sociali, individuali e collettivi.
Voi parlamentari europei rappresentate la fierezza democratica e la grande cultura sociale ed umanista di 500 milioni di cittadini. Non rappresentate i mercati mondiali e nemmeno gli interessi finanziari della economia verde. In piedi, a nome di tutti noi, per la difesa del diritto all'acqua ed alla vita.

Riccardo Petrella con Anna Poydenot, François Lebecq, Emmanuel Petrella (ricercatori, Ierpe), Roberto Savio (presidente Ips), Alain Adriaens (ecologista), Marc Laimé (giornalista ), Patrizia Sentinelli (ex vice-Ministro alla cooperazione) (I), Roberto Musacchio (ex parlamentare europeo), Emmanuel Poilane (direttore Fondation France Libertés), François Plassard (professore universitario), Véronique Rigot (Cncd), Bernard Duterme (Cetri), Jean-Claude Oliva (Coordination Eau Ile de France), Py Suainbis (insegnante), Roberto Colombo (presidente Ianomi), Philippe Selstande (Ass. Next Planet), Gabriella Zanzanaini (Food and Water Watch), Jos Orenbuch (professore emerito), Rodrigues Olavarria (Fondation France Libertés), Maurizio Gubbiotti (Legambiente), Valentina Zuccher, Bruno Amoroso (professore emerito università di Roskilde), Alberto Lucarelli (assessore ai Beni comuni, Napoli), Luca Longhi (avvocato), Yolande Iliano (Religions for Peace), Jacques Perreux (consigliere regionale Ile de France), Francine Mestrum (Global Social Justice), Christian Roberti (Aefjn), Massimo Gatti (consigliere Ape), Dominique Nalpas (Stati Generali dell'Acqua di Bruxelles), Julie Coumont (Cne), Monastero del Bene Comune, Marco Job (Cevi)

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