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PRIMAVERA NAUFRAGA

ARTICOLO - Tommaso Di Francesco

ARTICOLO - Tommaso Di Francesco
Ancora vittime a mare. Di fronte alla Fortezza Europa, perdipiù in crisi, non si passa. Siamo in primavera, e a un anno dagli stravolgimenti del nord-Africa del 2011. Altri 10 morti ieri, sei somali e quattro eritrei affogati sulla rotta che dalla Libia conduce a Lampedusa. E lunedì altri 42, tra tunisini e libici, sono stati trovati nella notte sull'isola di Linosa. Solo due settimane fa gli uomini della Guardia costiera avevano visto 5 cadaveri su un gommone in avaria, soccorso al largo delle coste libiche. Qualche giorno dopo, i 52 superstiti hanno raccontato che altre 4 persone erano cadute in mare per un'onda anomala.
Dunque ancora fuggono nella disperazione. Più di un anno fa fuggivano da Gheddafi e dalle sue mire e ricatti, dai campi di concentramento costruiti per contenerli in Libia e impedire il loro arrivo in Italia, secondo il Trattato di Bengasi firmato nell'ottobre 2008 dall'ex raìs e da Berlusconi. Poi un anno fa fuggivano dalla guerra civile e dalla «caccia al nero» da parte degli insorti che li volevano, inesorabilmente perseguitare come presunti «mercenari africani» dell'ex leader libico. Ora, a sei mesi dall'uccisione di Gheddafi, fuggono, dopo i risultati del conflitto sanguinoso tra libici e della guerra della Nato motivata per «proteggere i civili». Risultati tragici. Perché la Libia è allo sbando, in preda alla violenza delle milizie armate fino ai denti che hanno cacciato il raìs, con il Cnt dimissionario, un premier prestanome, senza un governo e in procinto di improbabili elezioni. Non sono scaramucce, ma una nuova guerra intestina, con Bengasi che punta alla secessione della Cirenaica, mentre gli islamismi controllano il potere militare a Tripoli, dove ogni giorno si spara. E la crepa dell'instabilità libica, per diretta derivazione, si è allargata al Mali, in piena guerra civile, Ciad e Niger.
Così fuggono gli stessi libici. In migliaia ieri sono arrivati oltre il confine tunisino per ripararsi dalla battaglia in corso che ha fatto in pochi giorni 170 morti, a Sebha nel sud. Ma anche a sul confine libico-tunisino e a Zowara a ovest. E gli immigrati africani fuggono ancora una volta, come hanno denunciato Amnesty International, Human Right watch e un Rapporto delle Nazioni unite solo venti giorni fa, dalla «caccia al nero», lo sport preferito, che continua imperterrito, delle milizie ex-insorte.
Che fa il governo italiano, avamposto dell'Unione europea, di fronte a tutto questo? Riconosce, per cambiare almeno rotta, i due errori compiuti? Il primo, l'avere firmato con Gheddafi un patto disumano che prevedeva lo scambio scellerato: ammissione dei nostri crimini coloniali in cambio di investimenti per la super-litoranea, a patto che le autorità libiche fermassero l'immigrazione, anche costruendo campi di concentramento, e continuando a fornire petrolio a buon prezzo. Il secondo, la nostra partecipazione alla guerra di bombardamenti aerei, con tante vittime civili, e il sostegno agli insorti che ha portato a un approdo politico a Tripoli, se possibile più tragico del precedente.
No. Tutto il contrario. Si continua come, se non peggio di prima. Ieri la ministra degli interni Cancellieri è andata a Tripoli a definire, nelle more della conferma del Trattato firmato con Gheddafi, un «nuovo» accordo che prevede, oltre alla formazione della polizia locale in funzione antimigranti e la ripresa del pattugliamento delle motovedette, la partecipazione italiana a una «grande opera»: la ristrutturazione di un campo di concentramento «tecnico», il Centro di trattenimento di migranti a Kufra. La stessa struttura finita nel mirino delle Ong per violazione dei diritti umani sotto il regime di Gheddafi.
Sulla pelle dei migranti, vale la pena tenere a galla un governo «tecnico»?
 

1 comment

  • Maria Gabriella De Luca
    Maria Gabriella De Luca Friday, 06 April 2012 17:38 Comment Link Report

    In aperta violazione del principio di non refoulementi affermato dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra, a cui la Libia non ha mai aderito, i respingimenti che la Libia sta continuando a fare verso altri paesi verranno finanziati dal nostro Paese, adesso ci penseranno direttamente i libici "addestrati dagli italiani" a svolgere le stesse operazioni.
    Tra maggio 2009 e settembre 2010 oltre duemila migranti africani vennero intercettati nelle acque del Mediterraneo e respinti in Libia dalla marina e dalla polizia italiana; in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, infatti, le barche dei migranti venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze.
    Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e perché tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia.
    Adesso non sono più Maroni o Berlusconi a prendere accordi con la Libia, ma la vecchia ricetta ci viene propinata da un governo tecnico attraverso la Ministra dell’Interno Cancellieri. La cosa mostruosa e che la scelta tecnica non è negoziabile. Per cui continueranno i respingimenti per contrastare l’immigrazione irregolare e i “trafficanti di uomini” quello che non si prende in considerazione è che la quasi totalità dei migranti provenienti dalla Libia hanno diritto al riconoscimento di una forma di protezione internazionale e quindi tutto il diritto di entrare in Italia. In Libia la ministra Cancellieri conclude una intesa “per il contrasto dell’immigrazione clandestina”, nessuna parola viene spesa sui diritti dei migranti potenziali richiedenti asilo bloccati in Libia. Anche senza Gheddafi il Governo prosegue sulle orme di Berlusconi e Maroni, unica variante e che non saranno più i militari italiani a ricondurre i migranti a Tripoli, ma i libici debitamente addestrati, le navi non avranno più come vessillo la bandiera italiana ma quella libica, come dire faremo fare il lavoro sporco ad altri e questo con buona pace dei giudici di Strasburgo che hanno condannato l’Italia, il 23 febbraio scorso, con la sentenza sul caso Hirsi per il respingimento collettivo in Libia effettuato dalla nave Bovienzo della Guardia di Finanza il 6 maggio 2009. Intanto continuano ad aumentare i cadaveri dei migranti lungo la rotta per Lampedusa!

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