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Atene, lo spettro della dracma di Tonino Perna

Ormai non è più un esercizio accademico, ma esiste una buona probabilità che alla fine di questo stillicidio, che sta tenendo sulla graticola il popolo greco, Atene esca dall'euro. Con quali conseguenze per la Grecia e per l'Ue? Questa è una domanda ineludibile che merita una risposta approfondita. Secondo alcuni analisti la Grecia potrebbe tornare alla dracma con una svalutazione del 60%, per cui il cambio dracma-euro passerebbe da 340,75 dracme per un euro (cambio ufficiale prima dell'ingresso della Grecia nell'eurozona) a 500-600 dracme per un euro.
Questa forte svalutazione comporterebbe una altrettanto forte inflazione che potrebbe oscillare da un minimo del 30% annuo ad un massimo che è difficile da prevedere, in quanto l'inflazione è una brutta bestia che quando impazzisce è difficile da tenere a bada. Il ritorno alla dracma comporterebbe altresì una massiccia fuga di capitali in euro alla ricerca di paradisi fiscali o solo di depositi sicuri. Ne vediamo già le prime avvisaglie: negli ultimi due giorni i cittadini greci hanno ritirato dai loro depositi 1,2 miliardi di euro, qualcosa come 400mila euro al minuto. Dal gennaio 2010 ad oggi i depositi bancari dei cittadini greci si sono ridotti di circa un terzo, con una fuoriuscita di 70 miliardi di euro. Non è difficile immaginare cosa succederebbe se fosse solo annunciata l'uscita dell'euro. Non solo i grandi detentori di capitali, i ricchi greci che già detengono qualcosa come 280 miliardi di euro nelle omertose stanze delle banche svizzere, ma anche il ceto medio e chiunque abbia messo un euro da parte lo sottrarrebbe alla circolazione. È la legge di Gresham che torna all'opera: la moneta cattiva scaccia via quella buona. I turisti stranieri verrebbero presi d'assalto con proposte di cambio in nero nettamente vantaggiose per loro in modo da ottenere dollari, euro, o qualunque altra moneta forte. La corsa ad accaparrarsi euro o dollari vale anche per il governo all'indomani dall'uscita dall'euro. Infatti, non è certo con la dracma che i greci potrebbero continuare ad importare il petrolio, i mezzi di trasporto o i beni alimentari di cui sono fortemente deficitari. Spesso, di fronte alla crisi greca ed a quella di altri paesi del sud Europa si è ricorso al paragone con l'Argentina che, da quando si è sganciata dal dollaro e rifiutato di pagare i debiti esterni ed accettare i piani di austerity, ha fatto registrare tassi di crescita del Pil tra il 6 e l'8%. Ma la carta vincente che ha permesso la recovery argentina è stata la crescita spettacolare delle esportazioni di mais e grano verso un nuovo partner divenuto col tempo vitale: la Cina. Quattro miliardi di dollari l'anno in più che hanno permesso al paese di acquistare in valuta pregiata beni essenziali dall'estero, nel mentre ripartiva l'economia locale ed il mercato interno con l'importante contributo della spesa pubblica in pesos, sganciatosi dal dollaro. Il caso greco è molto diverso. Da quando è entrata nell'euro la Grecia ha visto crescere progressivamente il proprio deficit commerciale passando dai 9,8 miliardi del 2000 ai 17,8 miliardi del 2005 per arrivare alla cifra record di 52 miliardi nel 2008, pari a quasi il 20% del Pil. Le misure di austerity, facendo crollare la domanda hanno ridotto l'import, ma il deficit commerciale restava ancora oltre i 30 miliardi al 2011. Fino al 2008 il deficit delle partite correnti era compensato dai flussi di capitali provenienti dagli altri paesi comunitari, a partire dalla Germania, sia sotto forma di acquisto dei titoli di stato, sia come prestito alle banche greche. Poi, come sappiamo, questo flusso si è interrotto e per finanziare il disavanzo il governo greco è stato costretto a vendere titoli a tassi che sono arrivati alla cifra usuraia di oltre il 30%. Anche ritornando alla dracma e con una forte svalutazione la bilancia commerciale greca resterebbe in rosso perché la struttura produttiva è stata smantellata da tempo, nulla si è fatto per ridurre la dipendenza della Grecia dall'import di petrolio e gas, mezzi di trasporto, beni strumentali e persino prodotti base dell'agro-business. Ed è questa una questione fondamentale che accomuna la Grecia agli altri paesi del sud Europa. L'entrata nell'Eurozona ha significato per i paesi dell'Europa del sud (compresa l'Italia) la possibilità di accedere al denaro della Bce a tassi bassi e ad acquistare le materie prime dall'estero a prezzi contenuti grazie alla forza dell'euro. Ma, sul piano dell'economia reale, della struttura produttiva l'entrata nella moneta unica ha significato perdita di competitività ed una progressiva riduzione della propria base produttiva. Chi se ne è avvantaggiata è stata la Germania che ha trovato nei paesi dell'eurozona lo sbocco per oltre il 40% del suo export. Soprattutto, il suo avanzo commerciale è cresciuto passando da 75 miliardi del 2003 ai 144 miliardi del 2008. Nello stesso anno, con la caduta delle Borse e la crisi finanziaria in tutto l'occidente, la Germania ha modificato la sua strategia puntando a sostituire Usa e paesi dell'eurozona con i più prosperi mercati dei Brics. Nel solo biennio 2010-2011 il saldo commerciale con i paesi extraeuropei ha visto crescere il surplus da 2,5 a 12 miliardi di euro. Detto in altri termini: l'integrazione economica europea ha prodotto asimmetrie e squilibri crescenti. La Grecia ed i paesi dell'eurozona (soprattutto i paesi del sud Europa) hanno perso pezzi della loro struttura produttiva mentre i prodotti tedeschi (ma anche cinesi, turchi, ecc.) invadevano i loro mercati, provocando una crescita dei disavanzi commerciali divenuta insostenibile con la crisi dei flussi finanziari. Ma la storia non riporta indietro l'orologio, come si fa con l'ora legale, ritornando alle condizioni di partenza. Il ritorno alle monete nazionali dracma, peso, lira, escudo avrebbe effetti devastanti almeno nel breve-medio periodo: iperinflazione, fuga dei capitali all'estero, impoverimento ulteriore dei ceti medi e della classe operaia. Ed è proprio tenendo conto di tutte queste conseguenze che un partito di sinistra radicale come Syriza non vuole uscire dall'euro, ma rinegoziare le condizioni con cui rientrare dal debito. Stesse posizioni sono presenti, sia pure minoritarie, anche in Italia, Spagna e Portogallo. Tenere insieme, in un nuovo patto sociale, le popolazioni europee è la via d'uscita da Sinistra alla crisi epocale del vecchio continente. Dall'altra parte, c'è la questione della grande Germania che vede come "zavorra" per il suo sviluppo i paesi del sud Europa: rappresentano una quota decrescente del mercato mondiale dei suoi prodotti, e costano sempre di più! Ma deve stare attenta: se salta l'euro salta l'Unione Europea. Cioè salta la libera circolazione delle merci e della forza lavoro, con conseguenze pesantissime proprio sul territorio tedesco, che dovrebbe reggere al contempo svalutazioni monetarie dei vecchi partner e imponenti flussi migratori. Greci, spagnoli, portoghesi ed italiani ritornerebbero ad emigrare in Germania come negli anni '50 e '60, ma in condizioni diverse, trovandosi a competere con altri flussi migratori. La Germania sarebbe costretta ad alzare barriere doganali e bloccare la libera circolazione delle popolazioni europee. Sarebbe il disastro totale con il ritorno alla grande sulla scena politica europea delle forze della destra nazionalsocialista. Anche sul piano finanziario l'effetto domino del default della Grecia coinvolgerebbe Spagna, Portogallo ed Italia e si tradurrebbe in una perdita netta per la Deutsche Bundesbank di qualcosa come 600 miliardi di euro di crediti, verso le banche centrali dei paesi del sud Europa, che diverrebbero inesigibili. La Germania non può liberarsi facilmente del vincolo creato con i paesi del sud Europa, così come la Lega Nord non è riuscita a fare la secessione e sganciare il nord ricco e produttivo dal sud «parassita e sanguisuga». Questo dovrebbero capire i governi del sud Europa. Al ricatto della troika rispondere con uno schieramento compatto che metta al centro due questioni fondamentali: la ristrutturazione del debito pubblico e un riequilibrio territoriale (in termini di economia reale) tra nord e sud Europa all'insegna della riconversione ecologica e della sovranità monetaria,energetica ed alimentare. Altro che eurobond per finanziare grandi opere, altro che inno alla "crescita" sostenuta dalla spesa pubblica, un rigurgito postkeynesiano fuori luogo e tempo massimo. La crisi europea ha carattere inedito e richiede un pensiero politico ed economico innovativo ed adeguato alla complessità di questa crisi. Ma, richiede innanzitutto un rinnovato spirito solidale tra le popolazioni del sud Europa. A partire dai cugini greci, a cui dovremmo far sentire tutta la nostra solidarietà ed il nostro sostegno concreto.
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20 comments

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