Una spietata radiografia della crisi dell’Italia di Alfonso Gianni

Una spietata radiografia della crisi dell’Italia

di Alfonso Gianni

 Il Rapporto annuale 2012 sulla situazione del Paese dell’Istat, presentato oggi nella sala della Lupa a Montecitorio, ci restituisce un’immagine cruda dello stato dell’Italia. Ovviamente il rapporto non contiene, né lo potrebbe, giudizi politici. Ma le cifre e le valutazioni statistiche che ci offre valgono più di accorate denunce, perché costituiscono un’analisi puntuale e spietata delle condizioni in cui versa il nostro paese nel pieno della crisi e forniscono un’infinità di elementi precisi per sottoporre a critica le politiche del governo italiano e della governance europea.

I ricercatori dell’Istat – che tra l’altro lamentano giustamente una carenza di fondi da parte del governo – sottolineano come le avvisaglie pur timide di ripresa affiorate nella prima parte del 2011 sono state rapidamente travolte nel corso dell’estate dal brusco peggioramento delle condizioni dei mercati finanziari cui le politiche messe in campo dal governo non hanno saputo porre alcun rimedio. Così, a partire dal terzo trimestre 2011, il prodotto ha ripreso a diminuire, accentuando la caduta nei primi mesi del 2012, il che ha naturalmente portato con sé l’incremento della disoccupazione, soprattutto nelle classi giovanili. L’indebitamento delle pubbliche amministrazioni è sceso, determinando un buon avanzo primario, inferiore solo a quello della Germania, ma ciò non è bastato a rallentare la crescita del rapporto debito/Pil, giunto al 120.1%, a causa della diminuzione del denominatore. In questo quadro e a causa di una dinamica retributiva in rallentamento, il reddito disponibile delle famiglie è diminuito per il quarto anno consecutivo. Siamo a livelli inferiori del 4% rispetto al 1992! Dal 2008 – anno in cui la crisi è sbarcata in Europa – la perdita di reddito è stata di 1.300 euro pro capite, mentre il risparmio famigliare si è ridotto dal 12,6% al 8,8%.

Il Rapporto getta anche uno sguardo accurato e di lungo periodo alla composizione dell’occupazione e della disoccupazione. Tra i diversi dati spiccano quelli che riguardano la precarietà e la flessibilità del rapporto di lavoro. L’occupazione dipendente è cresciuta in venti anni del 13,8% (il che dimostra che il mito del lavoro autonomo è un’invenzione propagandistica), ma gli assunti a tempo determinato sono cresciuti del 48,4%. A questi vanno aggiunti i 2,1 milioni di Neet, cioè  giovani che non hanno lavoro, né sono a scuola, né s’impegnano in percorsi formativi o di avviamento al lavoro. Vi è stato un incremento della occupazione femminile, ma nel segno della precarietà. Nel 2010 due terzi delle donne occupate  a part-time avrebbero voluto esserlo a tempo pieno, mentre sei anni prima tale aspirazione era condivisa solo da un terzo.

In questo quadro risultano peggiorati tutti i mali di lungo periodo della situazione italiana, come l’elevata povertà e il differenziale fra Nord e Sud del paese. Non solo. L’ambiente ha la peggio. Il Rapporto mette in luce come sia aumentato enormemente, particolarmente al Sud, il “consumo di suolo”, ovvero la cementificazione e tutte le cattive forme di urbanizzazione.

Quanto alle prospettive per il futuro il Rapporto è peggio che pessimista. Le previsioni sono di  un’ulteriore contrazione del Pil dell’1,5% per il 2012. Le misure assunte dal governo, compresa la famigerata costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, non fanno che aggravare la situazione. Infatti per rispettare il nuovo obbligo costituzionale – osservano i ricercatori Istat – dovremmo realizzare un avanzo primario (ossia una differenza positiva tra le entrate e le uscite su base annua al netto del pagamento degli interessi sul debito) pari all’8%, ovvero “un livello mai raggiunto nella storia italiana”. Come dire: mission impossible.

Secondo il Rapporto l’Italia ha completamente mancato tutte le occasioni che potevano derivare dal posizionamento internazionale del nostro paese. Se l’unica cosa che va bene sono le esportazioni in determinati settori legati al Made in Italy, va osservato che a differenza del passato “un’espansione delle esportazioni di merci attiva una quota sempre minore di produzione nazionale”. In altre parole una ripresa trainata dalle sole esportazioni è impossibile. Il tema del rilancio della domanda interna di consumi e di investimenti è dunque ineludibile.

Ma quale tipo di ripresa? Anche su questo punto il rapporto è tutt’altro che reticente. I ricercatori dell’Istat ci dicono che “il Paese non sembra avere colto le opportunità offerte dalla trasformazione in atto verso l’economia della conoscenza, con conseguente perdita di efficienza di sistema”. Il che è un modo solo più elegante per dire che con il declino economico del nostro paese non c’entrano nulla né l’articolo 18, né il costo del lavoro. E che questo declino è precedente alla crisi internazionale in atto e da questa è stato solo enormemente accentuato.

Serve dunque una politica economica per un nuovo modello di sviluppo e non il rigore di bilancio, come invece è contenuto nel fiscal compact che i parlamenti europei, fra cui il nostro, sono chiamati a ratificare entro la fine di giugno e a cui dovremo opporci con tutte le nostre forze. Proprio perché, come dice conclusivamente il Rapporto “i beni comuni e i beni immateriali sono altrettanto, e forse più, importanti di quelli materiali e individuali”. Ma per tutelarli e produrli ci vuole non meno ma più spesa pubblica e meglio qualificata.

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