FIOM: Il Lavoro Prende la Parola: -Marco Revelli-Intervento

FIOM: Il Lavoro prende la parola - intervento di Marco Revelli-

Intanto “grazie” ai compagni della Fiom, per l’organizzazione di questo incontro, davvero opportuno e indispensabile oggi,. E per l’invito.

Scusatemi, ma vorrei iniziare questo intervento con un argomento che può sembrare estrinseco rispetto al tema centrale, ma che tale non è: il terremoto in Emilia. E non solo per un non rituale, e doveroso, segno di solidarietà. Ma anche per un aspetto più specifico. Che ci riguarda più direttamente:  dopo la prima scossa – quella del 20 maggio - pochi ci avevano fatto caso. E nessuno ne aveva tratto le conseguenze, ma su sette vittime quattro erano operai.

Uno si chiamava Gennaro Greco, era napoletano di origine e aveva  57 anni: il crollo lo ha sorpreso mentre stava pulendo il forno della fonderia in cui lavorava. Il secondo era Tarick Naouch, marocchino, 29 anni. E’ rimasto sotto le macerie di una fabbrica di polistirolo pochi giorni prima che la moglie lo raggiungesse. Gli altri due erano Nicolò Cavicchi e Leonardo Ansaloni, di 35 e 41 anni: Nicola avrebbe voluto andare al mare, ma visto il tempo brutto si era offerto di sostituire un compagno.

La scossa si è verificata alle 4,03 di una notte tra il sabato e la domenica. In un tempo doppiamente festivo. E quattro vittime su sette erano al lavoro! Questo ci dovrebbe dire in che condizione è ridotto oggi il lavoro: a quale grado zero della libertà e del controllo sulla propria vita. Così come ce lo dovrebbe suggerire il fatto che la maggior parte delle vittime della seconda ondata – dieci su diciassette! – fossero in fabbrica, nonostante il pericolo, la precarietà dei capannoni, la terra che tremava in continuazione.

 FIOM  IL Lavoro Prende la Parola- Intervento di Marco Revelli-

Ha dunque mille volte ragione la FIOM a sollevare il problema della “rappresentanza del lavoro”. O meglio: del drammatico vuoto di rappresentanza del lavoro. E a chiamare tutti ed ognuno ad assumersi le proprie responsabilità. Perché è ormai da tempo – da troppo tempo – che il lavoro non ha voce nello spazio politico. Per assenza di bocche capaci di farsi sentire. Soprattutto per assenza di orecchie capaci di ascoltare. Si paga, a caro prezzo, questo silenzio. E questa solitudine (di cui parlava Landini). In termini di diritti. Di visibilità sociale. Di civiltà, di democrazia. In termini di marginalità e umiliazione, individuale e collettiva. E anche in termini di reddito. Fino a qualche mese fa, l’unica documentazione disponibile – quella offerta dalla Bank of International Settlements -, ci parlava di una decina di punti percentuali di Pil globale transitati, in circa un quarto di secolo, tra l’inizio degli anni ’80 e al metà dello scorso decennio, dal lavoro al capitale. Dai salari ai profitti e alle rendite. Una grandezza che per il nostro Paese equivale a 120 miliardi di Euro. Ora Luciano Gallino, nel suo più recente libro, La lotta di classe dopo la lotta di classe, ci dice che lo scenario è assai peggiore: citando dati dell’OCSE – non sospettabili, dunque, di simpatie “di classe” -, documenta come lo spostamento, per l’Italia, sia di ben 15 punti percentuali: qualcosa come 220-250 miliardi di Euro, usciti ogni anno dalle buste paga dei lavoratori e trapassati nei bilanci delle imprese- “andati alle rendite e ai profitti”, dice Gallino.

Dov’era la “politica” mentre questo bradisismo si compiva? Dove i capi-partito qui presenti e ancora in Parlamento? Noi crediamo che una riflessione vada fatta, sui guasti che questa indifferenza prolungata della politica (di pressoché tutta la politica, per lo meno quella ammalata del virus maggioritario, e della retorica della “cultura di governo” ad ogni costo) ha prodotto non solo al mondo del lavoro, ma alla società tutta. Perché siamo convinti che all’origine della crisi (e in questo concordo molto con quanto ha detto or ora Mario Tronti) ci sia proprio quella sconfitta e quella umiliazione del mondo del lavoro: del suo potere d’acquisto, del suo ruolo sociale, della sua capacità di rivendicazione e di conflitto. Se di antipolitica si vuol parlare (e qui il consenso con Mario finisce), riflettiamo sull’operato di quanti, da posizioni di grande responsabilità istituzionale, hanno lavorato per estenuare i meccanismi della rappresentanza. E per divaricare (fino all’attuale incomunicabilità) non la “società civile” ma “il sociale” – quanto sopravvive nei territori della vocazione partecipativa che era stata dei movimenti novecenteschi a cominciare dal “movimento operaio” – dai luoghi e dai soggetti della rappresentanza, fino a renderli odiosi, o insopportabili, a settori sempre più ampi di popolazione. Né le cose sono migliorate per il lavoro (e anche per il suo rapporto con la politica) con la fine del governo Berlusconi. I 600.000 nuovi disoccupati di questo 2012 (una cifra impressionante!) sono tutti sul conto del “governo dei tecnici” e della loro politica di rigore a senso unico.

 

Non vogliamo riprodurre pregiudizi. E’ nel nostro stile l’apertura all’ascolto dell’altro – di chiunque altro -, nel rispetto ma anche nell’indisponibilità all’inganno e alla reticenza. Chiediamo, soprattutto in questa sede, chiarezza. Ebbene, ci sono alcuni “indicatori” chiari dell’atteggiamento attuale verso il lavoro, i suoi diritti, le sue legittime aspettative. Non massimi sistemi. Questioni immediate, che stanno nell’agenda politica di breve o media durata.

Una, macroscopica, è la questione dell’art. 18. Su questo noi di A.L.B.A. crediamo che non ci possano essere incertezze né compromessi. Abbiamo affermato, nella nostra Assemblea fondativa di Firenze che consideriamo la difesa integrale (integrale!) dello Statuto dei lavoratori una discriminante irrinunciabile. Aprire una falla sull’art. 18 significherebbe rinunciare non solo alla dignità delle organizzazioni che sul mondo del lavoro fondano la ragione del proprio impegno, ma aprire una falla nelle residue linee di difesa delle condizioni di lavoro in fabbrica, sul tema della difesa della salute, su quello della tutela dei diritti elementari, e in quella sottile (ormai) linea di confine che separa il lavoro libero dal lavoro servile.

Ho ascoltato con simpatia l’intervento dell’on. Bersani. Sull’art.18 mi pare che intendesse ridimensionare la portata della falla aperta nel sistema di garanzie. Che parlasse di un danno “collaterale”. E tutto sommato non irrimediabile. NO. Su questo punto il disaccordo è totale. Ho ancora nelle orecchie le parole di un sindacalista dell’Eternit di Casale Monferrato, dove si è consumata una tragedia di portata inimmaginabile: oltre 3.000 morti di amianto. Per una produzione che uccide. Quel sindacalista, nella sua testimonianza, raccontava che sebbene fosse scientificamente provata la mortalità dell’amianto fin dal 1962, in fabbrica non se ne poteva parlare. Chi sapeva non poteva informare i compagni di lavoro, per il rischio del licenziamento immediato. “Poi è venuto il 1970, e con lo Statuto dei lavoratori abbiamo preso coraggio…” Ecco. Chi oserà alzare la testa, in fabbrica, se si assottigliano le garanzie? Se basterà mascherare un licenziamento per discriminazione con ragioni economiche, per farsi fuori – al poco prezzo di qualche mensilità – i “rompiscatole”. Quelli che si battono per la difesa della salute, per le misure di sicurezza, contro le violazioni ai diritti più elementari?

E così pure per Pomigliano. Dove abbiamo visto con chiarezza la misura dell’arbitrio padronale, quando il rapporto di forze è tanto squilibrato da dare all’impresa un potere di vita o di morte sui propri lavoratori, e portare il ricatto all’estremo. Abbiamo visto il “massacro di diritti” del modello-Marchionne. Mi ha fatto piacere sentire il Segretario del Pd promettere una legge che rimuova l’obbrobrio dell’art.8 e garantisca la rappresentanza in fabbrica a chi in fabbrica c’è davvero. E questo non tanto perché – come diceva Bersani – occorre “unire” le diverse componenti del lavoro e del Paese (si vedrà se questo è possibile); ma in primo luogo perché occorre rimuovere la frattura, creata da quella pratica ricattatoria, tra uomini liberi e persone costrette in condizioni servili. Occorre ripristinare il concetto di cittadinanza! Perché a Pomigliano come a Mirafiori, si è tentato di imporre al lavoro una condizione “servile”, di tipo “feudale” (mascherata da iper-modernità), una rinuncia alla dignità che è negazione della condizione di “cittadino” e che è incompatibile con una democrazia industriale moderna.

In secondo luogo l’art. 81 della Costituzione (di cui ha parlato in modo magistrale Stefano Rodotà). Stentiamo ancora a capire come sia stato possibile che il Parlamento, con una maggioranza bulgara, abbia accettato l’introduzione in Costituzione dell’obbligo al pareggio di bilancio (in una forma che ne esclude la stessa possibilità di sottomissione a referendum confermativo). Come sia stato possibile che uomini e donne che si presuppone ragionevoli, abbiano accettato di costituzionalizzare l’abdicazione del nostro paese ad avere una politica economica autonoma.

Abbiano introdotto l’incredibile innovazione di una Costituzione abdicatoria (come è stata autorevolmente definita), destinata per proprio stesso dettato a vedersi dettare dall’esterno le linee fondamentali delle proprie politiche sociali, mettendo fuori legge in un sol colpo le teorie economiche di Keynes e le politiche sociali del New Deal di Franklin Delano Roosevelt… Bene. Che cosa intendono fare le forze politiche qui presenti per rimediare a questo clamoroso errore (per usare un eufemismo)? Per quanto ci riguarda avvieremo con il massimo delle nostre energie, tutte le iniziative utili a cancellare quell’obbrobrio. Vorremmo sapere su chi potremo contare.

E poi l’Europa. E’ ormai chiaro a tutti che “questa” Europa non va. Che nella sua attuale architettura e con la sua attuale egemonia politica ci porta a fondo. Non c’è fine del tunnel, se la dogmatica influente che caratterizza l’attuale assetto di potere dell’Unione non viene rovesciata. E’ possibile farlo, a tempi brevi? E’ possibile immaginare una strategia in esplicito conflitto e di esplicita alternativa agli equilibri attuali? Se lo si ritiene praticabile, si assumano fin d’ora le iniziative politiche conseguenti, in modo chiaro, trasparente, dichiarato. Chi sostiene il governo attuale dica che non condivide la subalternità europea al credo liberista e alle imposizioni recessive della Germania (la dogmatica del rigore di stampo teutonico). Indichi le alleanze che, sul piano continentale, possono portare a una svolta netta. Dichiari fin da ora su quale prospettiva di politica continentale intende proporsi al voto della prossima primavera. E quale opzione alternativa è disposto ad accettare nel caso di impossibilità di ottenere risultati su questa strada: pur escludendo un’uscita unilaterale (e con tutta evidenza disastrosa) dalla moneta unica, le soluzioni diverse da una pura e semplice resa a un modello rivelatosi strutturalmente fallimentare non mancano, da quella di uno scontro esplicito con la linea tedesca, a quello dell’identificazione di un’area monetaria sub-continentale e mediterranea ampia, a quella infine dell’Europa a due velocità… Non chiediamo soluzioni frettolose. Chiediamo che sia avviato un serio, esplicito dibattito pubblico sulle opzioni possibili e sulle scelte di ognuno. Invece dei bizantinismi sulle primarie di partito o di coalizione, diteci qualcosa di impegnativo sulle politiche e sui loro contenuti. Comunque, per quanto ci riguarda, noi di A.L.B.A. non potremo sostenere (o far parte di) nessuna coalizione che non rispetti queste discriminanti chiare,

 

Sappiano che il percorso di qui alla prossima scadenza elettorale sarà travagliato. E ricco di svolte ed imprevisti. Siamo convinti che sia in corso un processo di amplissime dimensioni di “scongelamento” – o forse meglio di “liquefazione” – dell’elettorato. Una rottura (in particolare a destra) e un lesionamento (sul centro-sinistra) dei consolidati contenitori politici ed elettorali. Crediamo che la geografia politica che avremo di fronte tra meno di un anno (non solo dopo le elezioni politiche, ma anche alla loro vigilia) sarà probabilmente diversa (forse anche molto diversa) da quella attuale. Per questo crediamo utile immaginare una sorta di road map, un percorso di riflessione e di monitoraggio, con appuntamenti e occasioni frequenti di confronto e di “verifica dei poteri” (e dei “doveri”).

Per quanto ci riguarda, proponiamo fin d’ora un momento di riflessione di massa sul tema del lavoro, della crisi e dell’Europa da tenersi, subito dopo le ferie, a Torino (e dove, se non lì, nell’ex capitale operaia oggi ferita), a cui invitiamo tutti i presenti a questo incontro romano, e in primo luogo la Fiom.

  

http://www.livestream.com/fiomnet/video?clipId=pla_d3e6c75d-1ca8-42e0-9ba0-78bf79058076

 

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