LA DISMISSIONE DI CINECITTÀ. Un altro mondo scompare, è ora di ribellarsi Sandro Medici

LA DISMISSIONE DI CINECITTÀ
Un altro mondo scompare, è ora di ribellarsi
OPINIONI - Sandro Medici *

OPINIONI - Sandro Medici *
I leggendari stabilimenti cinematografici di Cinecittà stanno per essere definitivamente svuotati. È un processo di progressiva scarnificazione che va avanti da più di un decennio, e che sembra arrivato alle ultime (penultime) battute. In queste settimane sono stati liquidati due importantissimi segmenti produttivi, compromettendo irrimediabilmente la funzione operativa, lo stesso futuro industriale degli Studi. Una sessantina tra scenografi, falegnami, artigiani, operai vari, cioè il cuore della manifattura cinematografica, riconvertiti a mansioni di servizio e trasferiti nel parco tematico di Castel Romano; altre decine di maestranze tecniche di post-produzione (in sostanza il settore tecnologico che smonta e rimonta, doppia e sonorizza il girato) affittati ad altre società concorrenti.
Un dimagrimento sostanzioso che ha tutta l'aria di un'autentica dismissione. Cinecittà sta diventando una scatola vuota», ha commentato il responsabile cultura del Pd, Matteo Orfini.
Ovviamente, queste scelte si renderebbero necessarie a causa della (presunta) crisi del settore audiovisivo, che impone di avviare una ristrutturazione aziendale con riconversioni, esternalizzazioni, qualche licenziamento, una manciata di pre-pensionamenti, un po' di ammortizzatori sociali. Fino all'ormai imminente estinzione dell'intero ciclo produttivo. Così non se ne parla più e la facciamo finalmente finita con questa manfrina della fabbrica dei sogni, della Hollywood sul Tevere, del mitico Studio 5 di Fellini, degli sceicchi bianchi, delle ricotte pasoliniane, delle bighe di Ben Hur, dei gattoni di Cleopatra e della Vespa di Vacanze romane. Basta con tutta questa paccottiglia nostalgica che immalinconisce e deprime.
E dove si allestivano le scenografie più belle del mondo, dove si aggiravano attori e comparse, operatori e registi, centinaia e centinaia di autori e lavoratori del cinema, sotto gli splendidi pini a mangiucchiare l'agognato "cestino", dove si caricavano e scaricavano pannelli, attrezzature, microfoni, cineprese, si improvvisavano quinte ed esterni, in un'allegra caciara anglo-romanesca, ebbene, dove tutto questo fluiva e s'intrecciava, adesso tiriamo su un po' di edilizia, alberghi, palestre, parcheggi, qualche negozio. La chiamano valorizzazione immobiliare: è l'astutissima soluzione individuata dalla direzione aziendale per compensare le difficoltà economiche e raddrizzare i bilanci. «Sta scomparendo un mondo», va dicendo sconsolato Massimo Corridoni, rappresentante sindacale all'interno degli Studi.
Del resto, a Roma si fa così da sempre. E questo è il grande piano strategico per risollevare le sorti di Cinecittà. Dalle rutilanti promesse di riportare al passato splendore il cinema italiano, di rinnovare e sviluppare uno dei poli cinematografici più prestigiosi al mondo, a una modestissima progettazione urbanistica, o meglio, un'operazioncina da palazzinari.
Cinecittà è stata tra le prime privatizzazioni italiane. Il risultato è deludente assai, quasi fallimentare. E nessuno ne chiede conto a chi l'ha gestita in tutti questi anni. I privati avrebbero dovuto investire e rilanciare l'attività industriale, attrarre produzioni e finanziamenti, grandi registi e grandi interpreti. Salvo qualche eccezione (The Passion, Gangs of New York), le cose non sono andate così. Se ne dovrebbe trarre qualche conseguenza, quantomeno riflettere e ragionare sul perché ci si ritrovi in queste condizioni. No, non succede. Anzi, il tentativo è che neanche se ne parli, così da permettere ai gestori privati di realizzare i loro piani, che peraltro hanno già ottenuto il consenso del sindaco Alemanno e della presidente Polverini. Addirittura, si sussurra che anche il sedime immobiliare, ancora di proprietà pubblica, debba essere venduto: ovviamente a chi già gestisce gli stabilimenti.
Ciò che più colpisce in questa amara vicenda è che uno dei patrimoni più suggestivi e amati del nostro paese, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, testimonianza ancora viva dell'identità culturale italiana, venga trattato come un'aziendina da ristrutturare, il cui problema principale sembra essere quello contabile. Ma Cinecittà non è solo un luogo fisico, peraltro denso di fascino, è molto di più: è una morfologia incantata che si nutre dell'immaterialità della sua storia artistica e dell'immaginario cinematografico che ha prodotto. Cose che il mercato difficilmente è in grado di valorizzare. Ed è qui, in questo stridore che sbrigativamente si è ritenuto di conciliare vendendo e privatizzando, che nasce quella crisi che oggi si pensa di risolvere frazionando, spacchettando, edificando.
C'è di nuovo bisogno di ribellarsi a questo destino liquidatorio, bisognerebbe indignarsi per come l'azienda ritiene di comportarsi, tra reticenti connivenze e complicità diffuse. I lavoratori degli Studi chiedono a noi tutti di aiutarli: si battono per difendere il loro lavoro, ma soprattutto per non compromettere il futuro della nostra cultura. Non lasciamoli soli.
* presidente del X municipio
di Roma, che include Cinecittà
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