In ricordo di Mario Alcaro Peppe Pierino

In  ricordo di Mario Alcaro 

 Peppe Pierino

Se n’è andato, ora è un mese, in punta di piedi, soffrendo senza fare storie. Era, del resto, una persona  gentile tranquilla e mite, qualità non così usuali nel mondo d’oggi. Non voleva morire, ma l’irriducibilità del male non gli lasciava scampo. Era tuttavia contento per la “Storia del pensiero filosofico in Calabria” fresca di stampa, e pensava a uno studio, di gruppo, sul rapporto tra idea comunista e natura che gli frullava per la testa da qualche tempo.

 Io l’avevo conosciuto tardi. Non mi era mai capitato di incontrarlo negli anni di militanza nel PCI. Dopo Franco Piperno cui lo  legava un’antica complicità, penso che nell’impegno politico, diversamente dallo studio, sia stato il comunista più tormentato e irregolare di quella fioritura intellettuale che si  registrò  a Catanzaro,  nel dopoguerra,  grazie a maestri come Giovanni Mastroianni  o, nell’università, Eugenio Garin o la scuola di Galvano della Volpe. La formazione di sinistra, più propriamente  marxista, del gruppo era dunque ben radicata e solida. E ha resistito agli urti in virtù del suo impianto critico, non dogmatico, aperto al confronto.

Naturalmente sapevo di questo professore che si era formato a Messina e che era comunista, benché non pienamente osservante. Ma le strade, ripeto, si sono incrociate quando il PCI non c’era più, sepolto sotto le macerie del muro di Berlino, e un piccolo gruppo di noi aveva dato vita a “La città futura” per ragionare su ciò ch’era accaduto, non disperdere nell’acquiescenza generale  quella eredità e ripensarla, per quel stava in noi, nel contesto d’una riflessione ampia libera senza alcun tabù. Ci ha aiutati, allora, la generosità e la passione di numerosissimi intellettuali, dirigenti politici e sindacali illustri: da Rossanda a Derridà, J.L. Nancy, Latouche, Marc Augé, François Iulienne; da Augusto Graziani o Lunghini a Trentin, Camusso e Garavini; da Ingrao, Tortorella, Macaluso e Mancini ad Hosea Jaffe, Sastre, De Seta, Peroni, Barcellona, Tronti,  Berardinelli, Vila Matas, M. Imberty e tanti, tanti altri, a partire dalla nostra università, che ricordiamo tutti con gratitudine.

Ci incontrammo nel 1994, nel corso di un programma quanto mai impegnativo per una associazione priva di mezzi, in una città periferica e per di più - alla vigilia della svolta manciniana - priva di reali fermenti culturali.  Tenemmo all’inizio, nel salone dell’Assindustria, un ciclo di sei  lezioni su “Lavoro e non lavoro”, di cui non tutti percepivano il senso, che registrò una partecipazione piuttosto scarsa, ma di assoluta qualità. Prevalente era, infatti, la presenza di docenti universitari così che, da quel momento, anche chi non ci frequentava fu indotto a considerare non banali le nostre discussioni. Inoltre è cominciata allora una collaborazione sempre  più intensa con l’Università che si apriva alla Città e  più immediatamente  ne aiutava la ripresa. Mario si  era trovato nel ristretto gruppo organizzatore senza neppure  accorgersene e, nelle “strenne” natalizie – la discussione di libri per qualche ragione ritenuti interessanti - presentammo il suo saggio “L’essere inquieto. Misteri e prodigi della natura” che, in quel tempo di crisi delle ideologie proiettava la sua concezione materialista fin nel campo, rischioso, dei processi indecifrabili della natura. “Gli uomini, scriveva,  non riconoscono alcun debito. Credono che la conoscenza, il sapere, l’intelligenza siano stati loro, e solo loro, ad inventarli. E la natura glielo lascia credere”. Parole che riflettevano aspetti salienti  della sua personalità: la coscienza del limite, la misura, la disponibilità al dialogo. E riassumeva così il suo pensiero: “La natura non cessa di stupirci. E’ come se una luce l’attraversasse. Non è una luce che viene da noi, ma da territori lontani del cosmo. E’ in questa  luce che noi ci collochiamo; e grazie ad essa vediamo e sogniamo”.  La natura infatti è libertà, non solo caso o necessità, e non c’è alcuna ragione perché l’uomo, la sua idea del mondo e della organizzazione sociale, se ne debba separare col proposito di dominarla, piuttosto che cercarne l’armonia.                                                                                                                                                                                            

Poi altri due testi importanti: “John Dewey, scienza, prassi, democrazia” che, a conclusione di una ricerca ventennale a largo raggio sulla figura del pensatore americano, focalizzava – scrisse Aldo Visalberghi -  “lo stretto nesso fra visione scientifica del mondo e progresso del costume democratico” che, per Dewey, aveva ben altro spessore etico, e altri contenuti, che un insieme di regole o una forma di governo derivandone lo spirito pubblico, il riformismo sociale, la partecipazione e i diritti, la pace tra i popoli: ossia l’essenza dell’uomo. E subito dopo, l’altro, più fortunato saggio: “Sull’identità meridionale. Forme di una cultura mediterranea” che sulla scia aperta dal “Pensiero meridiano” di Franco Cassano, rovesciava l’idea che i guasti del sottosviluppo risalissero al retaggio storico e alla tradizione culturale, piuttosto che al ruolo  distorto, angusto delle classi dirigenti  e agli effetti perversi del mercato capitalistico che quella cultura avevano invece desertificata e dispersa. In definitiva una analisi stringente per porre al Mezzogiorno la necessità d’un recupero della cultura mediterranea, di una ricostruzione identitaria e di una coscienza di sé  indispensabile per una  rinascita effettiva.

La riflessione di Alcaro ha spaziato dunque in vari campi, che accantonava e immancabilmente riprendeva  con intima coerenza. Potrebbe dirsi che il suo è stato un unico, incessante lavoro che ha tenuto insieme ricerca della verità, ragione  ideale e passione politica. Egli non è stato perciò un comunista eretico e se così è parso, è solo a causa delle deformazioni subite negli anni da quei principi e da quel costume. Dubbi, irrequietezze e dissensi riguardavano, in realtà,  le concrete scelte politiche cui la teoria veniva piegata in maniera più o meno arbitraria. E neanche il suo “radicalismo” concerneva le idee, frutto di riflessioni pacate proposte in umiltà fin nella scrittura: pulita argomentata comprensibile a tutti. Poteva riscontrarsi, semmai, nel comportamento tenace, determinato, a volte insofferente di fronte a oscurità, manovre o cedimenti. L’impegno politico, cui non riusciva a sottrarsi come inseguisse Dewey, era in effetti la verifica sul campo di ipotesi e progetti di lavoro, con la tendenza inevitabile a una svalutazione dell’autonomia che è intrinseca alla stessa “pratica politica”.  In questo senso “Ora locale. Lettere dal sud” (sottotitolo che chiariva l’indirizzo non localistico e dialogante del giornale) segnava un avanzamento,  compendiando ricerca confronto lotta politica e, insieme, l’enucleazione di nuove forze, di una diversa prospettiva, di un  disegno politico alternativo. Cos’altro indicava, del resto, quel dibattito serrato, teso, alimentato dal “Quotidiano” dopo la famosa lettera di Bevilacqua sul “tappo” che soffocava la Calabria?  Fu in quel crogiolo di discussioni e iniziative che maturò “Progetto Calabrie”, un movimento finalizzato a bloccare la deriva della regione, capace d’aprirsi un varco celermente e che sollevò speranze subito deluse. 

In quell’avventura i nostri giudizi si divaricarono dall’inizio. Quando il disaccordo coinvolse l’intero gruppo e  i  contrasti esplosero, calò il ricatto: rischiar di mandare tutto all’aria o baciare il rospo, promuovendo un ceto politico miserabile. La situazione ci sfuggì di mano: Alcaro si dimise, Progetto Calabrie fu disarticolato, Ora Locale costretta a cessare la pubblicazione. Un prezzo davvero amaro per la più screditata esperienza regionale. Quanto a noi la rottura politica non si allargò, poi le incomprensioni si dileguarono e, sia pure in un contesto mutato, i rapporti ripresero senz’ombre. Seguimmo insieme l’attività dell’ARS, organizzammo il seminario sulla politica rifuso nel volume “Sotto traccia” e,  nel corso della malattia, mutuando l’idea da un vecchio progetto della Città Futura, Mario  ha coordinato la stesura di una opera esposta a   rischi di varia natura  come la “Storia” della filosofia in Calabria  che ricostruisce l’apporto dato nei secoli al pensiero umano  e alla modernità,  e le restituisce   un’immagine positiva largamente disconosciuta. 

In tempi così bui Mario ci ha lasciato un messaggio di ragionevole fiducia e serenità. Assai più che amico, è stato un compagno per tutti noi e ne ricorderemo, con nostalgia, l’intelligenza, la semplicità e il candore.

                                                                                                                                              Giuseppe Pierino

www.sinistraeuromediterranea.it

http://www.ilquotidianocalabria.it/

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