Razionalità Occidentale o Ragione Mediterranea? Giampiero Marano

RAZIONALITA' OCCIDENTALE O RAGIONE MEDITERRANEA?

Scrive Bataille nel Limite dell'utile che il mondo è un «vortice di materia in esplosione». All’origine dell’universo e della vita umana, paragonabile allo «sfavillio delle stelle» e non indirizzata ad «altro fine che questo sfavillio», c’è un atto di misteriosa prodigalità, una dissipazione di energia che l’individuo moderno non può più comprendere, in quanto le sue azioni sono dettate esclusivamente da una «morale utilitaria» volta alla tutela di interessi particolari. Sintomo di una decadenza profonda che non è determinata dalla barbarie degli istinti ma dall’ipertrofia della ragione, l’ossessione per l’utile, cioè per la produzione e per la conservazione di beni, è un tratto tipico della società borghese sviluppatasi dopo la Riforma protestante. In opposizione al lusso e all’ostentazione della Chiesa cattolica, i protestanti esaltarono i valori della parsimonia e del risparmio, rescindendo lo stretto vincolo che metteva in rapporto il dispendio e la festa con il sacro (tant’è che, ricorda Bataille, i puritani inglesi cercarono perfino di sopprimere le celebrazioni natalizie): è proprio da questo momento che ha inizio la trasformazione del mondo in prodotto. In che senso? Benjamin Franklin espresse l’ideologia della modernità, l’attitudine a trasformare il mondo in merce, con la famosa "parabola della scrofa" nella quale Max Weber ravvisò un’espressione pressoché perfetta dello spirito capitalista. Il denaro, come la scrofa solitamente uccisa in occasione delle festività, non va finalizzato ad altro scopo che alla sua riproduzione: "immolare la scrofa", cioè arrestare irrazionalmente il processo di accumulazione, costituisce la massima forma di spreco poiché nega al proprietario la possibilità di disporre di una discendenza numerosa che si riproduca a sua volta, e all’infinito. All’utilitarismo e al razionalismo borghese Bataille contrappone l’antica prassi del dispendio improduttivo, di cui ravvisa un’applicazione esemplare presso gli Aztechi. Il sovrano azteco manifestava la sua "gloria" nel potlatch, ossia impiegando ritualmente le grandi ricchezze accumulate in commissioni di opere d’arte, in feste, in guerre ma anche nel gioco e in elargizioni a beneficio del popolo. Se per gli Europei l’attività commerciale è imperniata sul cardine dell’interesse, gli Aztechi non vendevano merci ma le scambiavano secondo il principio della reciprocità del dono: «il ’mercante’ era a tal punto l’uomo del dono che, non appena rientrato da una spedizione, la sua prima occupazione era quella di offrire un banchetto al quale invitava i suoi confratelli, che congedava colmi di presenti». Per Bataille non vale l’obiezione che le società antiche fossero basate sulla disuguaglianza mentre quelle moderne sono egualitarie: secondo Bataille, infatti, «la produzione industriale moderna eleva il livello medio senza attenuare la disuguaglianza tra le classi e, tutto sommato, pone rimedio solo casualmente al disagio sociale». Inoltre l’accumulazione capitalistica, creando masse di individui in costante competizione tra loro, distrugge proprio quei vincoli di solidarietà comunitaria che il dispendio improduttivo praticato dagli Aztechi rafforzava con la festa e il sacrificio: anche se il mondo del sacro, della festa e del dono appare perduto per sempre, secondo Bataille «ogni uomo dovrà vedere un giorno che i comportamenti utili non hanno di per sé alcun valore, che solo i comportamenti gloriosi arrecano luce alla vita, solo essi hanno saputo valorizzarla. La borghesia dovette svilire questo valore per sviluppare i propri affari».

Che le civiltà gloriose non esistano soltanto nell’idealizzazione degli utopisti e del pensiero filosofico ma rappresentino una realtà storicamente accertabile e ancora viva, almeno in alcune parti del pianeta, è dimostrato dalla Sfida di Minerva di Serge Latouche. La domanda da cui prende le mosse la ricerca di Latouche è sostanziale e non va letta come una semplice provocazione: «è veramente ragionevole il comportamento razionale dell’uomo moderno? E un sistema così basato sulla sfrenata competizione economica e tecnica, sotto il segno della ragione occidentale, corrisponde realmente a un modello di saggezza?». In questo interrogativo è contenuto il senso della "sfida" lanciata da Minerva, la dea della phronesis, del buon senso (in base al quale l’efficacia di un’azione dipende dalla capacità dell’uomo saggio di sottomettere il proprio volere al potenziale delle cose), a Prometeo, la razionalità occidentale maschilista, imperialista ed etnocentrica che, fondata sull’esprit de geometrie e sul calcolo degli interessi, si è imposta gradualmente in tutto il mondo a partire dal Seicento. Due furono le principali conseguenze del trionfo di Prometeo: l’espulsione della ragionevolezza non solo dalla sfera economica ma, evento di una gravità estrema, anche da quella sociale; la demitizzazione e l’eliminazione del trascendente e della tradizione, come osserva Latouche senza con ciò aderire a un punto di vista confessionale. Se la società del razionale è dominata dall’economia e dal lavoro, il mondo del ragionevole è fondamentalmente ozioso e contemplativo perché, a differenza di quella, conosce la distinzione tra mezzi e fini. Nella prospettiva del ragionevole il lavoro e la ricchezza non possono costituirsi come fini autonomi ma tutt’al più come mezzi: la razionalità, invece, è compiutamente autoreferenziale, simile a un ingranaggio che gira a vuoto su se stesso con ritmi frenetici. Per l'uomo ragionevole il significato dell’esistenza non coincide con la produzione e la ricchezza ma con un bene più elevato e difficilmente razionalizzabile, la contemplazione del bello. E se desta stupore il fatto che in Messico come in Africa o in Groenlandia il prezzo degli oggetti d’artigianato prodotti all’ingrosso è più alto di quello al dettaglio, va anche tenuto presente che in quelle regioni il compratore all’ingrosso paga in più la noia e il fastidio comportati da un lavoro ripetitivo. Un’altra manifestazione della "oziosità" caratteristica delle società non occidentali consiste nella palabre africana, assemblea che riunisce tutto il villaggio chiamandolo a deliberare su controversie interne alla comunità o su questioni di politica "estera" e che si protrae per ore fino a quando non si sia raggiunta l’unanimità sulla decisione da prendere. È importante sottolineare come nella palabre, che è stata definita «il luogo per eccellenza del politico», non conti tanto la coerenza e la razionalità dell’argomentazione ma l’abilità retorica e persuasiva, che dà luogo a vere e proprie performance spettacolari e gare di abilità tra i contendenti, solitamente considerate dagli spettatori occidentali un’inutile perdita di tempo. Le presunte certezze della scienza dovranno cedere a una "nuova retorica" - a un sapere, cioè, non più fondato sul calcolo e sulla dimostrazione razionale ma sulla verosimiglianza della doxa e sulla saggezza - nella cui genesi un ruolo decisivo spetterà all’arte come esperienza del dono; perché, scrive Latouche, «riscoprire il ragionevole è anche riscoprire che, sotto lo spesso strato d’inquinamento e di utilitarismo, il mondo e la vita si donano in un’immensa e totale gratuità».

           

                                                                                                                       Giampiero Marano

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