Le scelte di Marchionne e il Governo "inesistente" Luciano Gallino

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Le scelte di Marchionne e il Governo "inesistente"

Luciano Gallino

(Prof. Emerito Università di Torino)

SENTITE le dichiarazioni di Marchionne, Passera ha detto che vuole «capirne le implicazioni». Dunque,

per lui, un dirigente che ha promesso 20 miliardi di investimento, ne ha effettuato uno, e poi dichiara che

degli altri 19 non se ne parla proprio, è stato poco chiaro.

Bisogna capire meglio cosa vuol dire. D'altra parte Passera ha assicurato all'ad che «non è pensabile

che la politica si sostituisca alle (sue) scelte imprenditoriali e di investimento». Quanto alla ministra

Fornero, ha fornito alcune date disponibili per incontrarlo.

«Non ho il potere di convocare l'amministratore delegato di una grande azienda», ha fatto sapere.

Però anche lei vuole «approfondire con Marchionne cosa ha in mente per i suoi piani di investimento per

l'occupazione». Dinanzi a una simile remissività dei ministri e dello stesso presidente del Consiglio, e alle

difficoltà che denunciano nel comprendere l'ad della Fiat, c'è da chiedersi se hanno capito, loro, il nocciolo

della questione: sono in gioco, entro pochi mesi, decine di migliaia di posti di lavoro. Se lo capissero, la

telefonata da fare sarebbe di questo tipo: «Dottor Marchionne, il governo considera gravissime le sue

dichiarazioni circa le produzioni Fiat in Italia. Pertanto la aspettiamo domattina alle 8 precise a palazzo

Chigi. Dovrà spiegarci con dati e cifre solide come la sua società intende operare nel prossimo futuro in

questo Paese. Il governo non tollererà informazioni ambigue né generiche espressioni di intenti».

A parte ministri che non capiscono e telefonate che non si faranno, Marchionne ha pure dei

sostenitori. C'è la crisi, essi rammentano, che comprime le vendite di auto. I salari lordi, tasse e contributi

inclusi, in Italia sono molto alti. La produttività dei nostri operai è scarsa. In realtà le cose non stanno così.

D'accordo che la crisi ha ridotto le vendite di auto in Europa di oltre un quarto, rispetto ai 16,8 milioni di

vetture del 2007. Ma ciò non spiega perché l'Italia, che ha nel gruppo Fiat l'unico produttore di autoveicoli,

sia ormai soltanto il settimo produttore europeo, dopo essere stata a lungo il secondo o il terzo. Nel 2011,

quella che fu una grande potenza automobilistica ha prodotto meno di 0,8 milioni di autoveicoli (vetture

più veicoli commerciali leggeri). La sola Polonia ha superato di parecchio tale cifra. Poi ci sono, a crescere, la

Repubblica Ceca, con 1,2 milioni di unità; il Regno Unito (1,5 milioni); la Francia (2,3); la Spagna (2,4); infine

la Germania, con 6,3 milioni in totale. Per questi Paesi sembra che la crisi sia un'altra cosa. Del pari

inconsistenti sono le altre affermazioni per cui in Italia non conviene produrre auto. Nello stesso settore, i

salari lordi dei lavoratori dell'auto sono più alti in Francia,e più alti ancora lo sono nel Regno Unito e in

Germania. Quanto alla produttività, basta accostare i dati in modo appropriato. Evitando - ad esempio - di

comparare stabilimenti esteri dove si lavora sei giorni la settimana tutti i mesi, tipo quello polacco di Tichy,

con Mirafiori, dove da anni si lavora qualche giorno al mese. Si scopre così che la produttività per ora

effettivamente lavorata in Italia è analoga a quella di molti impianti stranieri.

In tale quadro di ministri simili al cavaliere di Calvino, inesistenti per quanto attiene alla questione Fiat

(ma anche, duole dire, per altri casi recenti), e di commentatori sovente poco o male informati, spiccano le

critiche di un imprenditore, Diego Della Valle, alle due massime cariche di Fiat, l'Ad Marchionne e il

presidente Elkann. Ha detto, in soldoni, che la colpa di quello che sta accadendo alla società del Lingotto è

tutta loro. Pare difficile dargli torto. Se un'impresa si ritrova in basso nelle classifiche europee, dopo essere

stata per decenni in prima fila, chiunque mastichi un poco di questioni industriali e manageriali non può

fare a meno di pensare che il suo massimo dirigente, al governo di essa ormai dal lontano 2004, qualche

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responsabilità ce l'abbia. Siano queste da cercare nell'ambito delle competenze - Marchionne non è un

uomo dell'industria, viene dalla finanza - oppure di un disegno volto a trasferire il peso produttivo

dell'impresa verso altri lidi per i più diversi motivi.

Semmai si potrebbe obbiettare a Della Valle che al punto in cui siamo arrivati le critiche dovrebbero

venir rivolte in maggior misura agli azionisti, in primo luogo alla famiglia che controlla finanziariamente la

Fiat, più qualche altro grosso azionista che sta dalla sua parte, che non al dirigente di vertice. L'Ad in carica

potrebbe essere congedato anche domani. Ma questo non cambierebbe di per sé la posizione dei maggiori

azionisti, i quali ormai da lungo tempo mostrano, non con quello che dicono bensì con le scelte che

compiono, di considerare l'industria dell'auto come un intralcio alla loro ricerca di maggiori rendimenti per i

capitali di cui dispongono.

La Repubblica 16/09/2012 (Quei ministri usciti da un libro di Calvino)

http://www.cgil.it/rassegnastampa/articolo.aspx?ID=9141

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