Nota congiunturale 10-2012 di Angelo Gennari

1.10.2012

 

Angelo Gennari                

Nota congiunturale 10-2012

ATTN: cliccando direttamente, o con invio+CTRL, si perviene alla voce  voluta tra quelle dell’Indice;

per le fonti nel testo, invece del richiamo in Nota a fondo pagina, è stato inserito il link che dovrebbe aprirla

 

TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI.. 1

nel mondo... 1

● In generale…                                                                      (vignetta) 3

●Le grandi potenze nucleari castigano l’Iran: chi sa che non si metta mai a fare proprio come loro… (vignetta) 4

in Cina... 8

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais. 12

● Attacchi al profeta… contrattacchi alle ambasciate…(vignetta) 20

EUROPA.... 22

● MarioDraghula…                           ●Buoni del Tesoro: acquisto senza limiti? (2 vignette) 23

● Tagli, austerità…. Bé, una voce di bilancio che bisogna aumentare è… la polizia!  (vignetta) 26

STATI UNITI.. 44

● Chi sa, Obama potrebbe bastare anche stavolta,vista la stupidità dei repubblicani…forse6    (vignetta) 45

● La farsa della bomba a fumetti di Bibi Netanyahu: humor, sì; ma humor nero…(vignetta) 58

GERMANIA.... 59

FRANCIA... 60

GRAN BRETAGNA... 60

● Ma solo per noi sono un tantino ridicoli il nudo di Harry e le tette di Kate?E solo quelli?... (vignetta) 61

GIAPPONE.... 61

 

L’A. prega il lettore di tenere a mente che questa Nota viene scritta in progress, giorno per giorno, per aggiunte, sottrazioni e correzioni. Perciò è in333evitabile, che si ripeta qua e là, e anche – purtroppo – qualche incongruenza. L’alternativa sarebbe quella di redigere il testo tutto nell’ ultima settimana del mese alla fine del quale lo scritto viene messo in rete. Ma, per farlo, quella settimana dovrebbe essere composta di 30 giorni e di 48 ore al giorno… E questo scritto dovrebbe essere redatto non più solo da chi scrive ma da quattro o cinque redattori. Per  cui, abbiate pazienza… e, intanto, beccatevi questo e accontentatevene

 


TENDENZE CONGIUNTURALI INTERNAZIONALI  nel mondo

●L’agenda politico-istituzional-economica globale del mese di ottobre 2012 prevede

• il 3, il primo faccia a faccia tra Obama e Romney, da Denver, in Colorado;

• il 4, direttivo della BCE;

• il 7, elezioni presidenziali in Venezuela;

• l’8 e 9, incontri dell’Eurogruppo e dell’Ecofin;

• l’11, in USA, dibattito tra i candidati alla vice presidenza, Biden (dem.) e Ryan (rep. da Danville, in Kentucky; 

• 12-14,  Tokyo, conferenza annuale del FMI;

• il 14, in Lituania primo turno delle elezioni parlamentari;

• il 16, da Hempstead, NY, secondo dibattito tra i candidati alla presidenza; 

• il 18-19, Consiglio europeo;

• il 19-20, in Germania, convenzione del partito cristiano-sociale bavarese, CSU; 

• il 22, terzo dibattito presidenziale, da Boca Raton— la bocca  del sorcio, Florida;

• il 28, ballottaggio delle elezioni parlamentari in Lituania;

• sempre il 28, elezioni parlamentari anche in Ucraina;

• in ottobre, data ancora da definire, 18° congresso del partito comunista cinese;

• sempre in ottobre, ancora non specificate le date, elezioni municipali in Russia.

***

●Dovremo tornare a parlarne, forse per mesi, e lo rifaremo qui intanto nel merito nel capitolo sulla mondo arabo e sulla Libia, dell’assassinio dell’ambasciatore americano, l’ennesimo episodio dell’eterogenesi dei fini che sta affondando l’America e le sue politiche, per colpa della furia cieca scatenata da ciechi seminatori dell’odio religioso contro l’Islam e in nome di Cristo che ha dato poi il via a un mare di pazzia collettiva un po’ in tutto il mondo, ma intanto una considerazione ci pare utile avanzarla subito. Su come in USA hanno affrontato questa emergenza.

Questo è diventato in effetti un pianeta folle e fatto di tanti folli, dove un fanatico fabbrica un film odioso, pieno di insulti verso il fondatore di una delle grandi religioni del mondo e fanatici di un altro tipo, ma dello stessa fattura, sempre di fanatici religiosi si tratta, offesi a sangue come si sentono, gridano alla bestemmia e mettono a ferro e fuoco i quartieri di grandi città. Come avrebbero fatto da noi solo qualche decennio fa un gruppo di fanatici fondamentalisti nostrani se avessero pubblicamente bestemmiato Gesù Cristo e che, se potessero, farebbero ancora…

E, in questo clima impazzito, il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, Mitt Romney – che i suoi concittadini potrebbero anche arrivare ad eleggere – dà sfogo alla sua demagogia irresponsabile, parlando a ragione di una campagna presidenziale cui sta dando unilateralmente però proprio lui sul piano economico l’impronta di uno scontro di classe a favore dei ricchi.

Come ha sintetizzato un editoriale, una volta tanto decentemente arrabbiato, del NYT (New York Times, 18.9.2012, Mitt Romney, Class Warrior— Mitt Romney, guerriero di classe ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/19/ opinion/mitt-romney-class-warrior.html?ref=global-home) sta “incitando una sottile fetta degli americani più ricchi che non hanno il bisogno di alcune assistenza pubblica ma ne usufruiscono comunque contro chi in America lavora ed è più povero, contro gli anziani e i reduci e perfino contro una significativa porzione di classe media”: nella convinzione che il giornale spera – spera – si dimostri alla fine sbagliata di riuscire a trascinarli così dalla sua, invece che farseli rivoltare contro.

Ma Romney è così. E’ una specie di allucinato che va in Tv e – speriamo anche noi che la cosa basti a garantire che perda: ma purtroppo, in questo paese non è affatto sicuro… – continua a cacciarsi un piede in bocca – dicono così, qui, per chi fa goffamente inanella una figura di me**a dopo l’altra cercando perfino di sfruttare, stavolta, i cadaveri dei suoi compatrioti ammazzati a Bengasi per lucrarci sopra un po’ di voti[1].

Per questo arriva – ma forse, chi sa?, disgustando stavolta alcuni tra i suoi stessi fans… mica tutti – a chiamare quel film odioso e laido un’espressione dei “valori americani”. E il peggio è che forse non voleva neanche dire proprio così, ma questo ha detto… E questo è stato davvero l’episodio più rivelatore della campagna elettorale: perché se, anche dopo un’idiozia sesquipedale come questa, la gente qui lo dovesse eleggere allora vuol dire che se lo meritano tutti… e prima chi può farlo, lì in America e altrove, prende le massime distanze possibili da loro e da lui, meglio sarà per noi: certo, per quel che serve.

Il punto è che, se abusiamo della nostra libertà d’espressione, come se equivalesse a un inalienabile diritto soggettivo a offendere impunemente chi noi vogliamo, non solo provochiamo ma possiamo anche riuscire a convincere milioni persone in giro per il mondo a credere in una menzogna come se fosse la verità. Dopotutto, dicono i sondaggi Gallup, qui in America, un terzo dei repubblicani si dice convinto che il presidente degli Stati Uniti non sia neanche un cittadino americano...

Come, del resto, sull’altra sponda dell’opinione pubblica, un’incredibile percentuale, 1/7 di americani (oltre 43 milioni) e ben 1/4 dei giovani sotto i 24 anni, sono certi che l’11 settembre sia stato un complotto messo in piedi dall’Amministrazione Bush per scatenare le sue guerre (Daily Mail/Londra, 29.8.2011, A. Eriksen, One in seven believe U.S. government staged the 9/11 attacks in conspiracy— Un americano su sette crede che gli attacchi dell’11 settembre siano stati messi in piedi con un complotto [organizzato dallo stesso governo] ▬ http://www.dailymail.co.uk/news/ article-2031325/One-seven-believe-American-Government-staged-9-11-attacks-con spiracy.html).

D’altra parte – e questo è un fatto non una teoria del complotto – altissimi e potentissimi esponenti di quella che dopo un anno, dopo le elezioni che portarono Bush alla Casa Bianca per la prima volta, sarebbe stato il governo statunitense – in un paper che definire “profetico” è poco, scritto e diffuso un anno prima dell’“evento di ordine catastrofico” delle Torri gemelle, preconizzava come fosse essenziale rafforzare le difese militari degli Stati Uniti d'America ma che, purtroppo, “in assenza di qualche evento di ordine catastrofico – come una nuova Pearl Harbor [sottolineato da noi] – questo processo di trasformazione, anche se portasse a cambiamenti realmente rivoluzionari (quantitativi e qualitativi delle difese americane) sarà probabilmente cosa di lungo periodo”…

E’ letterale… che manco il profeta Isaia per chi ci crede, o il mago Otelma per chi crede a lui: ci vuole un “evento catastrofico come una nuova Pearl Harbour” (appunto, le Torri!!!) e, purtroppo, forse neanche basterà a svegliare l’America… (Report, Project for the New American Century, Rebuilding American Defenses― Rapporto del Progetto per il Nuovo Secolo Americano,  Ricostruire le difese americane, settembre 2000, p. 51 (il testo originale in http://www.newamericancentury.org/defensenationalsecurity2000.htm).

E, per lo meno a noi, riesce difficile vedere la differenza fra i fanatici che credono – perché di “fede” si tratta – al fatto che in verità Obama non è americano e che la sua elezione illegale, dunque, è il frutto di un altro “complotto”, magari diabolico, no?, e le masse islamiste convinte che dietro all’insulto al profeta ci sia proprio l’America… Stessa pazzia, in realtà…

Ma la verità, drammatica davvero, è che questo sentimento, lasciatecelo dire, schifoso – che i ricchi sono ricchi perché sono benedetti da Dio e i poveri sono poveri perché Lui, con la “l” maiuscola è ovvio, li ha puniti – non è solo di Romney. E’ tipica proprio ormai del suo partito, di una quantità grande comunque ed odiosa di americani che, come da noi i portieri e i camerieri che fanno il tifo per il Berlusca, la pensa come il capogruppo alla Camera della maggioranza repubblicana, Eric Cantor, deputato del 7° distretto della Virginia.

Quando nel messaggio che manda in giro sul suo Twitter per il Labor day – la Festa dei lavoratori: che qui non viene celebrata il 1° maggio (si capisce: troppo “rossa”…) ma il primo lunedì di settembre – scrive che “oggi noi celebriamo quanti prendono un rischio, lavorano duro, costruiscono un qualche business e si guadagnano il loro successo”. Celebrano questi qui, oggi, e chi lavora, costretto a vendere nella stragrande maggioranza dei casi a poco il suo lavoro, non conta niente: nel giorno che, pure, è dedicato a loro, al lavoro dipendente.

Contano solo i loro padroni. La speranza – ma è solo una speranza – è che, almeno al momento del voto, se ne ricordino. Che se ne ricordino, i tanti portieri, manovali, camerieri e contadini – tutti i lavoratori dipendenti che insieme sono tanti, tanti di più dei ricchi padroni delle moderne ferriere (Cantor on Labor day celebration, 3.9.2012 ▬ http://twitter.com/GOPLeader/status/242654833218293760 [per fortuna, o per grazia di Dio e dell’America, però – e è importante dirlo – le reazioni a questo schifo di Twit sono molto molto inca**te]).

● In generale…                                                                      (vignetta)

 

Fonte: Altan

●Il G-7 – che nei fatti non esiste più come tale: intanto perché non sono tutti più, e davvero, Grandi i sette paesi che una volta lo componevano, scavalcati come Canada, Italia, e anche forse Gran Bretagna e Francia sono stati – per quantità del PIL sciorinato: l’unico criterio di appartenenza al Club dei cosiddetti G-7 da Cina, India e Russia, almeno, e poi perché è stato in sostanza proprio sostituito, prima, dal G-8 (che comprendeva già la Russia, ma allora per ragioni solo geo-politiche, non ancora di PIL) e poi, in effetti e a tutti gli effetti reali, dal G-20 – ha pensato di emettere in modo del tutto inusuale, cioè senza neanche farsi precedere da un vertice cui tanto non avrebbe partecipato nessuno, una dichiarazione, almeno, un po’ strana…

Ha, infatti, rivolto un accorato appello ai paesi produttori ed esportatori di petrolio, l’OPEC, per aumentare produzione e flusso dell’export allo scopo di calmierarne il costo sul mercato che, dice il testo, si è e si sta esageratamente alzando da giugno (il Brent, la qualità di riferimento principe sul mercato, è salita sui $ 110 al barile) per le preoccupazioni sorte, spiega l’appello, intorno a un possibile intervento militare di Israele contro l’Iran con tutta la stura delle possibili ripercussioni – anche escludendo l’allargarsi della guerra – sul flusso del petrolio greggio e, dunque, il prezzo del barile (The Economist, 31.8.2012)…

Bisogna però, forse, essere ingenui per non capire che la soluzione più semplice e meno effimera per gli stessi mercati sarebbe, allora, quella di far smettere – e anche, allora sì, lanciando un appello sensato – le minacce di intervento militare e, con esse, i timori che quelle minacce provocano per l’approvvigionamento di petrolio e, quindi, anche il prezzo? Ingenuo, davvero?

●In realtà pare che stiano adesso come un po’ frenando i ritmi che sembravano accelerarsi dei tamburi di guerra. Ne sta cadenzando un po’ più lentamente il ritmo proprio l’ultimissimo Rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) delle Nazioni Unite che, dominata e controllata, com’è da sempre e ormai sempre più dall’apparato tecnico e dal peso politico statunitense, non ha potuto fornire neanche stavolta dall’esame dello stato del programma nucleare iraniano la molla – l’alibi, la scusa, come dicono qui il rational, la motivazione logica, razionale – per far scattare l’urgenza e l’attacco immediato.

Il rapporto ha mostrato che Teheran ha accelerato il progresso continuo e implacabile, col raddoppio grosso modo del numero di centrifughe installate nell’impianto di Fordow, scavato nel fianco di una montagna, pesantemente protetto e al centro delle cosiddette “preoccupazioni” israeliane e occidentali, ma anche sempre aperto alle ispezioni AIEA che ha verificato come le nuove centrifughe non siano state messe in azione.

Il numero di centrifughe che oggi producono uranio arricchito appena al di sotto del 20% (quello che può essere trasformato più agevolmente in materiale fissile atto alla costruzione di armi) a Fordow è rimasto costante (Cfr. per il testo integrale del Rapporto GOV/2012/37 presentato dal Direttore generale al Direttivo/Consiglio d’Amministrazione dell’AIEA, 30.8.2012, Implementation of NPT safeguards agreement on Security Council resolutions in the Islamic Republic of Iran ▬ Implementazione delle salvaguardie previste dall’accordo del programma di non proliferazione nucleare nella Repubblica islamica dell’Iran come specificate nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza [il nodo essendo che l’Iran accetta ed onora alla lettera gli accordi previsti e cui è impegnato dalla sua firma al trattato di non proliferazione ma respinge e a ragione l’interpretazione che il CdS dell’ONU ha teso a dare – con sfumature diverse e ambigue tra i suoi diversi componenti – allo stesso TNP]▬  http://www.guardian.co.uk/world/interactive/2012/sep/04/iaea-report-full-document).

E, anche se proprio l’AIEA riferisce che l’Iran ha finora prodotto quasi 190 kg. di uranio arricchito all’incirca del 20% (il livello di raffinazione fissato dal TNP che non fissa invece un tetto alla quantità, che invece avrebbero voluto imporre alcune delle risoluzioni del CdS)— il target che teoricamente è di per sé, ulteriormente arricchito, a produrre una testata da guerra, come la chiamano i tecnici, un’arma vera e propria cioè.

A metà settembre, l’Alta rappresentante della UE per gli affari internazionali (si chiama così… malgrado la crudezza della reale statura, naturalmente politica, del personaggio e del ruolo), lady Chatherine Ashton, incontra a Istanbul Saeed Jalili, il capo negoziatore nucleare iraniano— che non è cosa di per sé nuova; nuovo è che sia l’uno che l’altra stavolta, con lei rimbrottata al solito dai borbottanti falchetti di Washington e di Tel Aviv parlano di colloqui utili e costruttivi che potrebbero finalmente preparare il terreno a sviluppi e accordi positivi (You Tube, 14.9.2012, video, Joint conference in Istanbul of 5 +1 and Tehran representatives— Conferenza congiunta a Istanbul dei rappresentanti dei 5 + 1 e di Teheran ▬   http://www.youtube.com/watch?v=QqpklvDW4Xs).

●Le grandi potenze nucleari castigano l’Iran: chi sa che non si metta mai a fare proprio come loro… (vignetta)

“Chi non ha mai peccato, scagli la prima pietra”, Giov., 8:7

Fonte: K. Bendib   

L’AIEA, sempre in questo suo documento, certifica anche che 71, di questi 190 kg. di uranio arricchito appena al di sotto del 20% prodotti in totale sono stati usati per la costruzione di piatti o piastre di combustibile nucleare— fuel plates, che poi risultano molto più difficili da trasformare in uranio a gradazione utile per fabbricarsi armamenti[2].  

D’altra parte, questi stessi tecnici non possono non ricordare anche il fatto che Israele, al contrario dell’Iran, ha rifiutato di aderire al Trattato di non proliferazione. E, nella stima di tutti gli esperti, compresa la CIA (Tel Aviv non ha mai detto niente di ufficiale sul suo arsenale nucleare), possiede da 200 a 300 sue testate da guerra…

Infine, frena un qualche po’ i bollori bellici preventivi di Israele la forte riluttanza degli USA ad essere trascinati – come sentono che per loro sarebbe inevitabile…: la superpotenza! – in una guerra che non decidono essi stessi. E, stavolta, è addirittura l’estremissima destra di Israele –se non si trattasse di ebrei, di lui chiunque riconoscerebbe che si tratta di un parafascista[3] – il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, a premere sul primo ministro Netanyahu sottolineando che comunque i legami del paese ebraico con gli USA rimangono solidi.

Per cui sarebbe utile, comunque, moderare un po’ toni e contenuti  e perché pubblicamente moderi un po’ le sue rimostranze per non essere (ancora?) riuscito a trascinare “dietro la propria coda – come  dicono in America – un cane a stelle e strisce assai riluttante” (ArutzSheva/Israel’s National News, 13.9.2012, Ties with U.S. remain strong – Foreign Minister— I legami con gli USA restano forti – dice il ministro degli esteri ▬ http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/159959).

●In Etiopia, tra gli applausi nel salone da ballo di un albergo a cinque stelle di Addis Abeba, la sede dell’Organizzazione per l’Unità africana che ha mediato il negoziato, i presidenti del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, e del Sud Sudan, Salva Kiir, che un anno fa strappò l’indipendenza dal primo, hanno finalmente firmato un accordo di cooperazione e un accordo commerciale e concordato di creare una zona cuscinetto di sicurezza ai confini che condividono (dove entrambi i paesi ritireranno le loro truppe di dieci km. dalla frontiera). Non sono riusciti a concludere un’intesa vera e propria su un tracciato riconosciuto finalmente come confine comune e sullo status definitivo della regione confinaria dell’Abyei… ricca essa stessa di petrolio.

Gli accordi – che includono anche un’intesa finalmente precisa, scritta e firmata sulle tariffe che il Sud dovrà pagare al Nord per il transito del greggio in quel territorio – dovrebbero mettere fine, ma nessuno ancora sa su come andrà davvero a finire, al conflitto armato e sull’esportazione cruciale, per entrambi i paesi, del greggio che passando obbligatoriamente per il Nord nel tragitto dal Sud, senza sbocchi al mare, verso i porti del Mar Rosso (New York Times, 27.9.2012, Agenzia Associated Press (A.P.), Sudan, South Sudan Agree on Oil but not Border— Sudan e Sud Sudan si accordano sul flusso del greggio ma non sui confini ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2012/09/26/world/africa/ap-af-sudan-south-sudan.html?ref=global-home& moc.semityn.www).

● In Brasile, il costo dell’energia elettrica, ha annunciato la presidente Dilma Rousseff, diminuirà in media del 16,2% per i consumi privati e del 28% per la produzione industriale a cominciare dal 2013. La notizia, data personalmente alla stampa e che anticipa misure analoghe in diversi altri settori, sottolinea l’impegno del suo governo a rimuovere le difficoltà strutturali – e l’alto prezzo dell’energia certo è uno dei principali – che vanno rallentando il tasso di crescita.

Rousseff ha dichiarato la sua precisa intenzione di usare la decrescita dell’economia per rimuovere gli impedimenti strutturali che le fanno da ostacolo (MercoPress, 7.9.2012, Rousseff announces major shake-up of Brazilian costs beginning with lower power rates— Rousseff annuncia una drastica riorganizzazione della struttura dei costi a cominciare da quello dell’energia ▬ http://en.mercopress.com/2012/09/07/rousseff-announces-major-shake-up-of-brazilian-costs-beginning-with-lower-power-rates).

Il “come” verrà fatto non è proprio chiaro, ma la volontà politica è chiarissima. Parlando alla Tv nazionale per commemorare l’indipendenza del paese, la presidente ha detto che si comincerà dall’energia e che poi si continuerà e che verrà “chiesto” alle banche di abbassare il tasso che impongono ai prestiti concessi a imprese e privati.

In effetti, oggi l’industria paga una media di 330 reais (sui $ 162) per megawatt/ora, uno dei più alti nel mondo in via di sviluppo  (secondo l’OCSE il prezzo del megawatt/ora per l’industria in Italia è di € 200) e la volontà , dunque, si capisce bene. Come anche quella, annunciata lo stesso giorno dal regolatore nazionale dei trasporti che il costo del trasporto ferroviario verrà ridotto in media del 25%: la prima revisione al ribasso delle tariffe nel settore in quindici anni.

Negli anni recenti, anche l’apprezzamento del real rispetto al dollaro ha esacerbato quello che il presidente ha chiamato il “costo Brasile” che include altissime tariffe dell’energia, livelli di tasse  esorbitanti (per chi le deve pagare), una burocrazia asfissiante, un sistema giudiziario e  legale che non funziona e infrastrutture che lasciano molto a desiderare (insomma, da questo punto di vista, proprio come l’Italia). E, anche le banche, spiega Rousseff, devono imparare a far più soldi offrendo servizi e non, semplicemente e pigramente limitandosi a rincararli, specie sui margini che  offrono sulle carte di credito.

●In Venezuela, quest’anno, anno elettorale per il presidente, nuovi debiti e interventi del governo con spese specie in campo sociale (sussidi pubblici per contenere il costo delle derrate alimentari di più diffuso consumo popolare, finanziamento di programmi sanitari pubblici, ecc.) ha allargato il bilancio all’equivalente di 94,4 miliardi di $, con un aumento del 36% su quello approvato in parlamento.

Ma, ormai alla vigilia delle elezioni, è un po’ questo il buco dell’opposizione centrista e/o neo-liberal a Chávez: che ancora si illudono che i venezuelani, in larga parte ancora poverissimi, con Chávez se la prendano perché ha il bilancio in rosso! (El Universal, 19.9.2012, M. H. Armas, Presupuesto de 2012 supera la barrera de los Bs 400 millardos— Il bilancio del 2912 supera il tetto dei 400 miliardi di bolivares ▬ http://www.eluniversal.com/economia/120919/presupuesto-de-2012-supera-la-barrera-de-los-bs-400-millardos).

Sintetizzano al meglio realtà e contrastanti valori dello scontro poche righe di un osservatore della Reuters sul NYT (New York Times, 21.9.2012, Reuters, Insight: Chavez Plays Populist Card for Venezuela Election— Intuizione: Chávez gioca la carte del populismo nelle elezioni venezuelane ▬ http://www.nytimes.com/reuters/ 2012/09/21/world/americas/21reuters-venezuela-election-chavez.html?ref=global-home). Che, al contrario della titolazione, al solito di parte – e dalla solita parte, dei ricchi – del giornale, una volta tanto non è la solita corrispondenza da Caracas di uno dei loro corrispondenti d’origine latino-americana magari ma tutti sopracciò e embedded, totalmene inseriti coi reazionari del luogo perché di essi condividono profondamente visione della vita e Weltanschauung.

Descrive stavolta la Reuters l’irrimediabile spaccatura nella società venezuelana: per sentire quel che sente e dice el pueblo – racconta – “basta fermarsi a cogliere il senso di affetto, quasi a pelle e quasi romantico, nei sobborghi poveri e nelle aree rurali del paese dove la popolarità del presidente è al massimo. E contrastarla con l’odio profondo, nei confronti del presidente che governa dal 1999 che tuona nei club privati di golf, e negli altri bastioni dell’alta società dove il suo nomè suona come una parolaccia e i discorsi ruotano tutti su chi altri progetta di emigrare se Chávez vince un altro mandato di sei anni”.

Ma, ormai a una quindicina di giorni dalle elezioni, il verdetto dell’ettorato si fa chiaro: Datanalis, una delle società di sondaggio più note e rispettate del paese, ha verificato che 49 elettori su 100 intendono votare pr Chávez mentre per il candidato dell’opposizione unificata di centro-destra, Henrique Capriles, voterebbe il 39%: l’11% non ha espresso una preferenzasi (New YorkTimes, 25.9.2012, (A.P.), Venezuela Polls: Chavez Leading Rival by 10 Points— In Venezuela,i  sondaggi danno a Chávez un vantaggio di 10 punti ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2012/09/25/world/americas/ap-lt-venezuela-conflicting-polls.html?ref=global-home).

●La presidente dell’Argentina, Cristina Fernández, ha annunciato al paese che intende rifiutare “pressioni” e “minacce” come quelle che al paese sta rivolgendo il Fondo monetario internazionale che, con la direttrice generale Lagarde, pensando quasi di rivolgersi a un calciatore riottoso le aveva appena comunicato di essere pronto a mostrale il “cartellino rosso” se, entro il 17 dicembre, non avesse prodotto “statistiche affidabili” su crescita e inflazione oppure… alternativa, però, non specificata.

Fernández ha duramente ricordato che quella col Fondo, però, non è una partita di calcio, dove fra l’altro sicuramente l’Argentina sul Fondo sarebbe vincitrice. Come lo è già stata, tiene a ricordare “alla memoria labile della dirigenza del Fondo”: come e quanto sia stato “criminalmente sbagliato” dieci anni fa il trattamento che l’FMI riservò al suo paese, prima costringendolo a imporsi ricette di austerità che lo precipitarono nella bancarotta e, poi, condannandolo a quello che, disse, sarebbe stato l’inferno dell’isolamento finanziario internazionale.

E quanto, invece, avesse dimostrato di avere ragione il suo predecessore (e marito) Nestor Kirchner quando, nel 2001, mandò a farsi friggere il Fondo e tirò fuori, proprio sfidandone tutte le prescrizioni e gli ukase, l’Argentina riportandola alla crescita dalla catastrofe cui i suoi predecessori seguendone le ricette della saggezza economica convenzionale impartite da Washington, lo avevano condannato.

Non solo: “anche oggi, dopo che le sue ricette impartite al mondo ci hanno tutti affondati nel marasma finanziario e economico, neanche adesso il Fondo trova il coraggio, la decenza, di confessare di avere sbagliato tutto” (Mercopress/Montevideo, 26.9.2012, Argentina hits back at Lagarde: “this is not a football match and we are a sovereign nation”— L’Argentina replica duro a Lagarde: ‘questo non è un incontro di calcio e noi siamo un paese sovrano’ ▬ http://en.mercopress.com/2012/09/26/argentina-hits-back-at-lagarde-this-is-not-a-football-match-and-we-are-a-sovereign-nation?utm_source=feed&utm_medium=rss&utm_content=politics&utm_cam paign=rss).

●In India, si scatena una rivolta popolare, forte e di massa con dimostrazioni anche violente pubbliche, contro il governo di coalizione, che vede anche minacciare di uscire dalla formazione di governo un piccolo partito populista di sinistra, appena diciannove su 543 deputati, tutti provenienti dal Bengala che, però, abbandonando il governo di Manmohan Singh ne farebbe un governo di minoranza.

Dopo mesi di esitazioni Singh ha, infatti, anunciato di voler allentare le restrizioni legislative e normative che che bloccano o ostacolano l’entrata nel paese a imprese e aziende straniere. Una delle “riforme” di maggior impatto e più liberiste consentirebbe loro di allargarsi nel mercato della distribuzione al dettaglio su scala globale, espellendone decne di migliaia di piccoli negozi – è interessata, ad esempio, la multinazionale americana Walmart (10.390 centri di vendita nel mondo a fine agosto 2012, già presente come dovunque alle sue condizioni anche in India).

E naturalmente è una riforma fatta, come dicono osservatori del tutto favorevoli (The Economist, 21.9.2012, Sister sledgehammer: locked in a painful clash, the Congress government, or its welcome new economic reforms, could now fail — Sorella martello [chiamano così, i media, la signora Banerjee, leader del partito a Kalcata]: dentro uno scontro doloroso, il partito del Congresso o le sue nuove, e benvenute, riforme economiche, potrebbero adesso fallire ▬ http://www.economist.com/node/21563313), “per confortare gli investitori”: a “confortare” i piccoli dettaglianti e i loro dipendenti, non ci pensa nessuno neanche qui, se non le frange più populiste e meno politicamente affidabili del sistema politico istituzionale.    

in Cina

●E’ stata annunciata una seconda, e più vasta, asta di siti di ricerca di gas da estrarre dalle scisti bituminose le cui riserve rocciose sono in questo paese le più estese del mondo ma la cui industria estrattiva è qui solo ai primi passi. Per svilupparla, la Cina si rivolgerà così alla formazione di joint ventures chiedendo a partners stranieri di ogni paese di avanzare offerte. La condizione unica è che la quota di controllo resti cinese (The Economist. 14.9.2012).

●I media, non più totalitariamente controllati come erano tempo fa ma ancora globalmente non certo “liberi” – nel senso in cui da noi sono invece “liberi” di sparare le boiate che vogliono Il fatto, per dire, o più spesso e, in genere, più malignamente Libero – hanno da qualche tempo cominciato a riferire del misfatto di Wang Guoqiang, segretario del partito comunista della città di Fengcheng, ricco centro agricolo e commerciale di 1.300.000 abitanti e un PIL annuale oltre i 100 miliardi di yuan (quasi 16 miliardi di $) della provincia di Jangxhi, nel nord-est del paese che sarebbe scappato dal paese con un gruzzolo superiore ai 31 milioni di $.

E ormai si parla anche di un rapporto vecchio di un anno, ma fino ad ora segreto, della Banca centrale, di qualcosa come $ 120 miliardi di mazzette rubati in due decenni da funzionari del regime o suoi esponenti corrotti che poi se ne sono fuggiti dal paese. In questo paese, il partito amministra e applica a se stesso, al suo interno, le sue regole disciplinari, più dure – risulta ormai dimostrato (The Economist, 31.8.2012, Policing the party— Polizia del e all’interno del partito ▬ http://www.economist. com/node/21561895) – una volta che il potente sia caduto in disgrazia di quelle riservate al cittadino comune che contravviene la legge.

Isolamento completo, mesi di interrogatori senza difesa alcuna, punizioni che restano segrete al di fuori del partito ma sempre durissime e sottratte al sistema giuridico formale e – raramente – il riconoscimento dell’innocenza dell’accusato. E’ un sistema di doppio giudizio chiamato shuanggui, o della “doppia designazione”, di fatto riservato a chi è accusato di corruzione nella cosa pubblica. E’ una procedura che resta molto oscura anche in Cina e anche in un sistema giudiziario, esso stesso, comunque assai opaco. Ma che impone timore dentro e anche fuori del partito.

E adesso coinvolge lo stesso Bo Xilai, ex potentissimo membro dell’Ufficio politico del PCC che sembrava fino a qualche mese fa destinato ai massimi vertici, come prossimo membro del suo Ufficio permanente di presidenza ma ora affidato lui stesso alle tenere cure dello shuanggui, esautorato, emarginato e impelagato anche – forse marginalmente ma sicuramente – nello scandalo dell’omicidio perpetrato dalla moglie §§ per divergenze, evidentemente fatali, con un businessman inglese “amico” di famiglia e col quale aveva condotto, e/o lasciato condurre, affari equivoci.

Adesso, pare proprio che nel corso del processo al suo braccio destro, Wang Lijun (alla fine condannato a 15 anni di carcere), l’ex capo della polizia della città e della regione di Chongqing, accusato di aver tentato di coprire l’assassinio del socio/concorrente d’affari della moglie di lui, emerga notizia che in effetti Wang, pur tentando di aiutarla, avrebbe avvisato Bo Xilai delle malefatte della moglie. E che l’ex uomo al vertice del partito lo avrebbe duramente redarguito e minacciato, non è ancora chiaro, se per averlo avvisato o, addirittura, per averlo aiutato a coprire il delitto (The Economist, 21.9.2012)…

Proprio lui che, come vertice del potere – amministrativo e gestionale, come sindaco, e politico come capo del partito – di Chongqing, tra le più ricche città del paese, si era fatto una fama meritata anche e proprio con le inflessibili campagne anticorruzione che fin lì si era intestate. E, adesso, populisticamente – come sarebbe stato anche da noi a dirla come sta e ad essere onesti con noi stessi – sembra che ai cinesi la sua disgrazia non dispiaccia per niente (in fondo oltre che per l’omicidio di cui è stata accusata e riconosciuta colpevole, è ovvio che lui “non poteva non sapere” delle attività affaristiche della moglie).

●Nello scenario che ha disegnato e che vorrebbe tanto vedere realizzarsi la Clinton, la Cina ormai – grossa e potente com’è diventata – non può più essere “contenuta” come si tentò di fare con relativo successo negli anni ’50 del secolo scorso con la Russia, ma va comunque “imbrigliata”: come una specie di Gulliver gigante tenuto a freno sul posto da una moltitudine di lillipuziani, i paesi piccoli e medi del Pacifico, dal Vietnam all’Indonesia, alle Filippine, alla Malaysia, ecc.

Per questo è andata a predicare il suo vangelo in Indonesia a inizio settembre, precedendo la partecipazione al vertice di novembre, a Phnom Penh, dell’ASEAN, l’Associazione di 10 paesi del Sud Est asiatico sui cui punta per tessere la rete di imbrigliamento: tra tutti (in ordine di PIL: Indonesia, Tailandia, Filippine, Malaysia, Singapore, Vietnam, Myanmar, Cambogia, Brunei e Laos— $ 3.340 miliardi di cui l’Indonesia da sola la metà, e sì e no 1/4 di quello della Cina). In nome si capisce dei diritti umani.

Solo che di tutta la lista chi c’entra di meno, insieme alle Filippine, forse poi è proprio la Cina. E, poi, tra di loro non vanno affatto d’accordo. Clinton ha scordato, ad esempio, che, come nel racconto di Jonathan Swift sui Viaggi di Gulliver, lui e i lillipuziani trovano un accomodamento e poi saltò tutto per i conflitti interni ai piccoli alleati.

Proprio come quando l’ultima riunione dell’ASEAN a luglio aveva tentato e – sembrava agli osservatori americani – anche trovato un qualche accordo poi, quando Vietnam e Filippine che con la Cina hanno aperto il loro contenzioso territoriale vollero inserire nel comunicato finale la loro rivendicazione alle isole e alle rocce disabitate del Mar Cinese Meridionale, gli altri si opposero a cominciare dalla Cambogia che con la Cina ha legami bilaterali assai forti anche economici. E tutto saltò.

Clinton ora ci vuol riprovare al vertice di settembre della stessa ASEAN e nei giorni precedenti ha promesso ai paesi del Pacifico di “aiutarli a mantenere la sicurezza nella regione” – già…, ma come? – e ha fatto appello alla Cina perché “agisca in modo corretto e trasparente nel Pacifico”. Come se Filippine, Giappone, Vietnam e Filippine lo facessero, hanno subito replicato a tono da Pechino –mentre la signora continuava a sermoneggiare che “gli Stati Uniti vogliono che la Cina giuochi un ruolo positivo nel garantire la  libertà di navigazione e la sicurezza nei mari della regione…

   Noi vogliamo vederli contribuire allo sviluppo sostenibile dei popoli del Pacifico – ha insistito  Hillary Rodham Clinton – e impegnati a proteggere un ambiente ecologico prezioso, oltre che a perseguire un’azione economica che sia di beneficio ai popoli” (The Wall Street Journal, 2.9.2012, Isles spats backdrop for Clinton’s Asia trip— Lo scontro sulle isole sullo sfondo del viaggio in Asia di Clinton ▬ http://online.wsj. com/article/SB10000872396390444772804577623501767240374.html)…

Come se – hanno ribadito da Pechino – a predicare di un’economia sana e in crescita, potessero ancora credibilmente essere  coloro che hanno il debito estero più alto del mondo e da quattro anni hanno infettato e affondato nella recessione il resto del mondo (Guardian, 3.9.2012, S. Tisdall, Hillary Clinton’s visit won’t unite south-east Asia against China— La visita di Hillary Clinton non riuscirà a unire contro la Cina l’Asia sud-orientale [è semplicistico e ignora una miriade di altri problemi] ▬ http://www.guardian.co.uk/commentisfree/ 2012/sep/03/hillary-clinton-visit-south-east-asia-china).

Tutte le citazioni della reazione cinese duramente polemica appena riportate sono state rese pubbliche sulla stampa che, non tutta ma quasi, qui riflette la posizione ufficiale del governo (cioè, qui lo fa per conformità e perché deve: in America, dove succede praticamente lo stesso, tutti a lisciare il governo ma per servile conformismo culturale patriottardico: sembra ormai sempre di più il destino di grandi media che una volta si vantavano, a ragione, della loro indipendenza ma che, a partire dall’era di Bush, come NYT e CNN, si sono fatti da anni soffietto della propaganda governativa).

●Ma, poi, quando la Clinton dopo essere passata per l’Indonesia arriva a Pechino il 4 settembre, massima cordialità e anche un certo evidente calore nei suoi confronti da parte del suo omologo, il ministro degli Esteri, Yang  Jiechi (New York Times, 4.9.2012, S. Lee Myers e J. Perlez, A Harsh Reception for Clinton in China’s State Media, But Warm Welcomes— Per Clinton, dura accoglienza sui media di Stato cinesi, ma un caldo benvenuto personale ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/05/world/asia/a-harsh-reception-for-clinton-in-chinas-state-media.html): tanto da impressionare anche po’ la stampa americana, anche vagamente illudendola.

Però, certo, ai cinesi Clinton non sta simpatica. Addirittura brutale – non usualmente, specie da queste parti il commento irritato di un organo ufficiale, in inglese, del Governo (il Global Times del 4.9.2012, riportato tra virgolette dal NYT appena citato) che scrive del fatto che a molti cittadini cinesi la segretaria Clinton non piace proprio: e che “l’antipatia e il puntiglio che personalmente ella mette sempre in atto quando parla di cose cinesi non sono necessariamente negli interessi dei rapporti degli Stati Uniti con gli altri”.

A chiusura della visita, in conferenza stampa congiunta con Clinton e dopo averle cancellato all’ultimo momento l’appuntamento già fissato col nuovo numero uno del paese, il vice presidente Xi Jinping, con motivazioni ufficiali formalmente ineccepibili (lieve malore) per mantenere la cordialità formale, sempre sacra in Asia, dell’ospite verso chi è ospitato ma nettissimo segno di contrarietà esplicitato e inequivocabile verso la politica americana e come tale ben colto anche e proprio dalla stampa americana al seguito di lei (TIMEWorld, 5.9.2012, Hillary Clinton Visits Beijing, But China’s Likely Next Leader Is a No-Show—Hillary Clinton, visita Pechino ma il probabile prossimo presidente cinese cancella l’appuntamento che aveva ▬ http://world.time.com/2012/09/05/hillary-clinton-visits-beijing-but-chinas-likely-next-leader-is-a-no-show), il ministro degli Esteri Yang Jiechi mette tutti – ma tutti – i puntini sulle “i” per chiarire le basi del reciproco rapporto.

La Cina ha sempre mantenuto e mantiene una posizione chiara e coerente nella sua affermazione  di piena sovranità su tutte le isole del Mar Cinese Meridionale e sulle acque territoriali adiacenti: “non è un caso che quel mare si chiami, appunto, cinese e non altro; ed esistono testimonianze e documentazioni sia storiche che giurisprudenziali a sostenere questa sua posizione”. Se e dove vengano avanzate rivendicazioni diverse e/o sovrapposte, le vertenze vanno risolte direttamente tra i paesi in essa coinvolti “col dialogo e sulla base della storia della regione e del diritto internazionale”.

Ogni altro metodo per la Cina è inaccettabile e non è accettato: insomma: le offerte di mediazione degli americani vengono così fermissimamente respinte anche perché, poi, non vengono considerate affatto al di sopra delle parti (Agenzia Xinhua/Nuova Cina, 5.9.2012, § China’s position on South China Sea consistent, clear: PM— La posizione della Cina sul Mar Cinese Meridionale è coerente e chiara: il ministro degli Esteri  ▬ http://news.xinhuanet.com/english/china/2012-09/05/c_131829526.htm).

In altri termini, come concludono un po’ rassegnati i corrispondenti del NYT, —La Cina tiene duro sulle questioni chiave del suo contenzioso durante la visita della Clinton: ma non spiegano perché secondo loro avrebbe, invece, dovuto mollare… forse pensando – sperando? – che la Clinton avrebbe messo paura ai cinesi e, invece, scoprendo che la signora “arrivata a Pechino – sintetizza – per restringere le divergenze sul conflitto in Siria e sulle dispute nel Mar Cinese Meridionale” ha totalmente fallito la missione.

Come le avrebbe potuto e dovuto dire qualsiasi consigliere d’ambasciata di terza classe (New York Times, 5.9.2012, S. Lee Myers e J. Perlez, No Movement on Key Disputes as Clinton Meets With Chinese Leaders— ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/06/world/asia/no-movement-on-key-disputes-as-clinton-meets-with-chinese-leaders. html?ref=global-home). Anzi… nella conferenza stampa congiunta con Clinton, Yang è “arrivato addirittura ad aggiungere che gli Stati Uniti dovrebbero riconsiderare tutta la loro strategia asiatica alla luce delle tendenze di questa nostra era e, in generale, delle speranze dei paesi della regione”, come annotano i reporters del NYT, qualche po’ stupefatti: dell’ardire in sé? del consiglio che qualcuno nel mondo osa permettersi di dare a chi rappresenta niente-po-po-di-meno che gli Stati Uniti d’America!? Non è chiaro… Ma la meraviglia è evidente…

Certo, sarebbe importante che a Washington ci si rendesse conto che – esattamente come dalla guerra civile del 1861 in poi è per qualsiasi cittadino americano – qui in Cina, a partire dalla loro legge anti-secessione del 2005 parlare di cedere pezzi o territori della sovranità nazionale costituisce un reato penale che comporta almeno teoricamente un reato capitale. Nessun leader cinese può, dunque, neanche per ipotesi accedere mai a trattare con esponenti stranieri di una qualsiasi eventuale cessione territoriale… pena l’accusa di alto tradimento e la condanna alla pena capitale.

Così suona a vuoto la credibilità dell’ASEAN stessa, 10 paesi che messi insieme non arrivano a concordare una posizione comune tra loro e non possono quindi farla certo valere nei confronti del potente e ingombrante e riottoso vicino, le loro ragioni nel contenzioso territoriale. Lo lamenta Lee Hsien Loong, il presidente di Singapore, uno degli Stati in questione che da mesi sostiene come gli Stati Uniti, distratti da mille altri impegni, stiano perdendo la loro “presa” sugli affari dell’Asia sud-orientale e spera di pungolarli così – e lo dice – a garantire la loro attenzione (cfr. lo studio sul Wall Street Journal, 18.4.2007, di Yaroslav Trofimov e P. Beckett— Politics & Economics: Singapore Prime Minister urges US to bolster its ties in Asia Politica e economia: il primo ministro di Singapore preme sugli USA perché rafforzino i loro legami con l’Asia ▬ non accessibile se non per abbonamento).

Lui sarebbe, e non è certo una novità, per la soluzione che suggerisce la Clinton, che Cina e ASEAN nel suo insieme, magari con la “mediazione” di Washington, comincino a discutere di un codice di condotta su come comportarsi nel Mar Cinese Meridionale. Mentre, come è noto la posizione cinese è che le eventuali divergenze territoriali vengano risolte col negoziato bilaterale e nel rispetto del diritto internazionale tra tutti i paesi che hanno un contenzioso aperto nella questione (per la posizione della Cina, cfr. poco sopra, a §, l’Agenzia Xinhua/Nuova Cina, 5.9.2012).

Adesso, l’America ha presentato anche un’altra, l’ennesima denuncia all’Organizzazione Mondiale per il Commercio contro la Cina, stavolta per i sussidi illegali che ha elargito alla sua industria automobilistica. La notizia compare non casualmente nel corso di una visita di Obama in campagna elettorale negli Stati dell’auto americana, nel Midwest, e proprio in Ohio.

Dell’aiuto di Obama alla Chrysler di Marchionne, zitti e mosca: zitti, però, non stanno certo i cinesi che lo richiamano alla memoria di tutti e, per di più, in rappresaglia preparata da tempo presentano anche formale denuncia, sempre all’OMC, per le illegittime sovratariffe che l’America da tempo impone alle importazioni di merci e prodotti suoi nel paese. Ci vorranno mesi, e forse anni, per avviare a soluzione questo specifico contenzioso che, però, per quanto serio sia è meno acuto di quello che si svolge sulle acque del Mar Cinese Meridionale. D’altra parte, “qui in America la caccia alle streghe cinesi [che mangiano il lavoro americano: non la caccia dei padroni americani ai profitti più facili in Cina e nel Terzo mondo…] è sempre di moda in campagna elettorale”. (The Economist, 21.9.2012, Chasing the anti-China vote— Alla caccia del voto anti-cinese ▬ http://www.economist.com/node/21563310).

●L’8 novembre finalmente comincerà il 18° Congresso nazionale del PCC che marca il mutamento decennale di leadership al vertice del potere in questo paese. Al termine dovrebbe essere “eletto” – e nella sede del partito lo è: nel paese nessuno ha, ovviamente, avuto titolo a votare – l’Ufficio permanente di presidenza del partito, coi sette membri sui nove in carica che decadono per età o non rieleggibilità dopo due mandati, compreso il presidente della Repubblica popolare cinese e segretario generale del partito Xi Jinping e il suo, anch’egli nuovo, primo ministro, Li Kieqiang.

Se non fosse stato prima rimosso, poi espulso dal partito e, infine, mandato sotto processo per il suo eccessivo autocratismo e populismo e lo scandalo del delitto di sua moglie anche Bo Xilai (cfr. qui §§ sopra) sarebbe stato uno dei promossi dall’esecutivo nel Comitato permanente al massimo vertice della Cina ([su composizione, procedure e storia dei Congressi del PCC, questo naturalmente incluso], cfr. in http://en.wikipedia.org/wiki/ 18th_National_Congress_of_the_Communist_Party_of_China).

●Al Congresso, di certo non sarà all’ordine ufficiale del giorno, ma sicuramente è ormai nell’agenda delle preoccupazioni che si vanno facendo avanti tanto nel paese quanto nel partito, un problema nuovo che sempre più frequenti episodi di protesta e anche di rivolta nei confronti di un ordine costituito e finora accettato come normale sta portando prepotentemente all’attenzione: episodi come le recenti sommosse nella fabbriche della Foxconn (di proprietà taiwanese) nel nord del paese, dove vengono assemblati in condizioni di lavoro che spesso sfiorano il subumano molti prodotti elettronici incluso l’iPhone. Non si accontentano più, moltissimi cinesi, della crescita per quanto impetuosa, non si accontentano della ciotola di riso e neanche del condimento. Ormai, pretendono altro…

C’è che un tenore di vita medio, pure cresciuto del 400% in vent’anni, non basta più: per quanto sostenuta, decisiva e spettacolare da sé la crescita non ha prodotto – e di per sé, ormai è chiaro a tutti, qui – non condurrà il tipo di vita diciamo pure soddisfacente – prima materiale, certo, ma poi anche morale – che sono cruciali per una società davvero stabile e armoniosa— che poi è proprio lo slogan e il programma ufficiale del partito.

Scrive, su questo specifico tema, un accademico americano che con un team internazionale, anche di sociologi e ricercatori cinesi, ha condotto per anni una ricerca approfondita e vastissima (decine di migliaia di interviste e ripetute nel tempo a distanza) che il problema è stato nel tatto del passaggio dal socialismo collettivista e anche maoista al sistema attuale, economicamente ipercapitalistico, che il cambiamento ha buttato all’aria le poche salde certezze sociali garantite a tutti i cinesi. Questo ha reso quella società e gran parte dei cinesi molto più ricchi ma anche, nei fatti e nei numeri che la ricerca ha accertato non più “felici”.

Questo ricercatore ragiona in termini di grandi masse e delle verifiche che effettua su vasti campioni. Riconosce, naturalmente, che l’insoddisfazione è anche dovuta alla carenza di valori come libertà di espressione e di manifestazione che certo è molto diffusa, ma lui spiega in termini di società e non di élites in altra maniera da quella in occidente propagandisticamente consueta. 

E commenta l’A. “certo, non è che la Cina debba tornare al socialismo e alle serie inefficienze della pianificazione centralizzata. Ma è proprio la sua transizione al mercato ad aver fatto nascere preoccupazioni crescenti tra i cinesi della strada su questioni come il trovare e il tenersi un lavoro, la disponibilità di cure sanitarie affidabili e accessibili e la cura di assistenza che è necessaria a bambini e anziani.

   A suo credito va aggiunto che negli anni recenti il governo cinese ha fatto alcuni passi per estendere e migliorare protezione dell’occupazione, sistema di copertura delle pensioni e perfezionare il sistema di protezione sanitaria. Ma è proprio in sé quella che da noi si chiama la rete di sicurezza sociale che ha bisogno di sostanziali riparazioni.

   E vale la pena di far rilevare come, proprio quando la necessità evidente di una più solida rete di protezioni sociali è sotto attacco feroce negli Stati Uniti, sia il paese più ferventemente capitalista che ci sia oggi al mondo, la Cina, che senza neanche rendersene conto ha dimostrato l’importanza critica di una rete di sicurezza sociale per la felicità , o almeno per il benessere, di un popolo” (New York Times, 27.9.2012, Richard A. Easterlin, When Growth Outpaces Happiness— Quando la crescita dell’economia va oltre la felicità ▬ http://www.nytimes.com/2012/ 09/28/opinion/in-china-growth-outpaces-happiness.html?ref=global-home [l’A. insegna economia all’Università della California del Sud e ha reso conto della sua ricerca in un libro, Happiness, Growth and the Life Cycle— Felicità, crescita e ciclo di vita, pubblicato nel 2011 dalla Oxford University Press]).

Mediterraneo arabo: il tramonto, la resistenza e il crollo dei rais

●In Egitto, il presidente Mursi sta manovrando abilmente seguendo grosso modo l’ondata del grande tsunami che ha sconvolto la morta gora del mondo arabo, cercando con un certo successo di non antagonizzare gli Stati Uniti né l’Arabia saudita, appoggiando la rivolta sunnita in Siria ma opponendosi a qualsiasi invasione e interferenza straniera negli affari suoi, sostenendo il diritto dell’Iran a darsi una sua energia nucleare ma contrastandone le velleità eversive…

Il prof. Shadi Hamid, direttore di ricerca al Centro di Studi della Brookings a Doha, la capitale del Qatar, scrive che “Mursi sta facendo un gioco di alta prestidigitazione, cercando e trovando un delicato equilibrio col dare cose e impressioni diverse a interlocutori diversi, qualcosa che fa davvero impressione per qualcuno senza alcuna esperienza sulla scena mondiale”. Cosa certa è che se Mursi potrebbe diventare anche, a certe condizioni – aggiunge Hamid – anche e soprattutto di aiuto economico al Cairo ma nel rispetto formale e apertamente visibile della sovranità dell’Egitto, un alleato di re Abdullah.

Ma non sarà mai, è certo, un alleato tanto meno succubo poi, come con Mubarak sempre, degli Stati Uniti d’America (Brookings Inst.- Doha Research Center, 26.8.2012, S. Hamid, Brother President: The Islamist Agenda for Governing Egypt— Fratello Presidente: l’agenda islamista per governare l’Egitto ▬ http://www.brookings.edu/research/articles/2012/08/26-brother-president-hamid).

E, alla vigilia del suo primo viaggio in USA, dove parlerà all’Assemblea dell’ONU ma non incontrerà il presidente Obama, troppo timoroso di ricevere alla Casa Bianca in campagna elettorale il presidente democraticamente eletto ma pur sempre islamico del più grande paese mussulmano dell’Africa mediorientale: dopo oltre una settimana di attesa senza risposta alcuna, l’Egitto l’ha lasciata cadere, rendendo così chiaro ed esplicito quel che vuol dire “Mohammed Mursi – annota il NYT cui il presidente dà una lunga intervista – quando dice che gli Stati Uniti, se sperano di superare decenni di risentimenti accumulati, devono cambiare approccio verso il mondo arabo, mostrare maggiore rispetto per esso e per i suoi valori e darsi da fare per aiutare a costruire uno Stato palestinese”. Tutto il contrario, insomma, di quello che fanno.

Gli Stati Uniti non possono, non hanno proprio il diritto di, chiedere all’Egitto e a nessun altro paese “di vivere secondo i loro standards e le loro regole”. Sono state troppe le Amministrazioni americane che “una dopo l’altra, in buona sostanza, si sono comprate coi soldi dei contribuenti americani l’antipatia è anche l’odio dei popoli della regione” appoggiandone tutti i governi dittatoriali contro l’opposizione popolare e sostenendo Israele contro i palestinesi …

Quanto proprio al conflitto tra Israele e Palestina, gli americani “hanno poi una specialissima responsabilità” tutta loro, come cofirmatari e garanti degli accordi di Camp David del 1978. Quell’accordo chiedeva il ritiro delle truppe israeliane dalla Cisgiordania e da Gaza per dar luogo alla piena sovranità su quei territori dei palestinesi. E Israele, con gli USA, ne hanno fatta lettera morta (New York Times, 22.9.2012, D. D. Kirkpatrick e S. Erlanger, Egypt’s New Leader Spells Out Terms for U.S.-Arab Ties— Il nuovo leader dell ‘Egitto scandisce con chiarezza le condizioni per nuovi rapporti tra USA e arabi ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/23/world/middleeast/egyptian-leader-mohamed-morsi-spells-out-terms-for-us-arab-ties.html?ref=global-home).

Tra l’altro anche provocando – non lo dice proprio così, in positivo, Mursi, ma lo capiscono proprio tutti i lettori, forse stavolta americani compresi – il coagularsi inevitabilmente alla fine vincente, se non si cambia strada, del “fronte del rifiuto” che proprio il negarsi americano a prendere sul serio le proprie responsabilità ha consolidato in discesa. La novità è che adesso l’Egitto di Mursi, l’Egitto della Fratellanza mussulmana sempre finora parte integrante del “fronte” non aderisce più e non sponsorizza più il “fronte del rifiuto”, ma ne analizza e ne indica con precisione le cause da superare.

●Prima della fine del mese è stata concordata una visita ispettiva in Egitto di una delegazione del Fondo monetario che dovrà discutere la richiesta di un prestito di $ 4,8 miliardi che fa parte del pacchetto di richieste che il nuovo governo va avanzando anche in Europa, negli USA, dovunque, e anche e specie tra i ricchi paesi mediorientali, specie quelli del Golfo da cui ha ragione di attendersi – non per buon cuore ma per interesse e una certa qual lungimiranza – un aiuto.

D’altra parte, quasi tutto il mese di settembre è stato speso da Mursi a girare il mondo (dall’Iran alla Cina, e perfino a Roma) per presentare a chiunque voglia riceverlo le sue carte e l’opportunità che trattare e dare una mano, con rispetto e, appunto, lungimirante attenzione, al colosso arabo del continente africano presenta adesso per tutti (Stratfor, Global Intelligence, 30.9.2012, In Egypt, Morsi's Foreign Policy Revival— Per l’Egitto, con Morsi riprende vita la politica internazionale ▬ http://www.stratfor.com/analysis/ egypt-morsis-foreign-policy-revival).

Anche dalla Turchia arriva, e lo annuncia al Cairo il ministro delle Finanze, un impegno a aiutare l’economia egiziana: con $ 2 miliardi (Xinhua, 16.9.2012, Turkey to provide Egypt with 2 billion USD to help boost economy— La Turchia fornirà all’Egitto 2 miliardi di $ per aiutarne l’economia ▬ http://news.xinhuanet.com/english/ world/2012-09/16/c_123720359.htm) per puntellare le sue riserve di valuta estera e finanziare alcuni progetti di infrastruttura.

●Letture diverse anzi opposte, dello stesso fatto in Siria. E’ cominciato il richiamo e la mobilitazione delle riserve, indicazione sicura della pressione cui viene sottoposto l’esercito dalla guerra civile in corso da mesi e mesi; insomma, un segno di debolezza del regime, del suo prossimo disfacimento. Ma sembra anche normale che un paese sottoposto a un conflitto rimpiazzi le proprie perdite e il fatto di riuscire ancora a mobilitare le riserve per farlo non è affatto segno di malattia ormai in fase terminale.

Certo, parecchi tra i richiamati si sono dati alla macchia. Ma succede dovunque in conflitti che palesemente non godono del sostegno unanime della popolazione: è successo con decine di migliaia di reclute americane che, quando come negli USA c’era ancora la leva, come per la guerra del Vietnam, se ne andarono in Canada o in Messico per sfuggire alla naja[4] e alle risaie indocinesi. Insomma, secondo quest’altra interpretazione, non è tanto rilevante che non tutta la leva obbligatoria obbedisca subito, quanto che il regime di Assad abbia ancora riserve che finora non aveva ritenuto di dover mobilitare per niente.

●Il comandante (autonominatosi) dell’Esercito libero siriano, Riad al-Asaad, che combatte dalla Turchia dove risiede e da dove parla, annuncia per tutto l’ELS, cui nominalmente si rifanno i nemici del presidente al-Assad, che il gruppo sta per spostare i suoi comandi all’interno del paese: dove non si sa, quando non ancora, chi e quanti anche di meno. Ma la mossa dovrebbe servire a sottolineare che ormai al controllo del regime sfuggono alcune aree importanti intorno ad Aleppo e nella provincia di Irbid nel nord del paese.

E, in effetti, una delle condizioni importanti che in diritto internazionale vengono esatte a un gruppo, a una formazione ribelle, per riconoscergli la qualifica di “belligeranti” è proprio questa di dimostrare il controllo effettivo, reale, di un pezzo almeno di territorio. Controllo che qui proprio non c’è…

All’interno del paese, i gruppi di ribelli che effettivamente combattono contro le truppe di Assad si sono riorganizzati in “consigli militari” autonomi che rifiutano, di fatto e anche spesso nelle loro dichiarazioni, ogni subordinazione disciplinare nei confronti di quella che considerano solo una poco efficiente rappresentanza esterna (Reuters, 23.9.2012, M. Karouny e D. Evans, Free Syrian Army rebel leaders face challenges on home ground— I leaders ribelli dell’Esercito Libero Siriano sfidati direttamente al loro interno ▬ http://www.reuters.com/article/2012/09/23/us-syria-crisis-rebels-idUSBRE88M09Y20120923).

●Componenti di vari gruppi interni siriani di oppositori al governo di Assad hanno tenuto – e il regime ha loro consentito di tenere – un incontro pubblico a Damasco, accusato da gruppi di ribelli militanti (e militarizzato) di lanciare con lo stesso fatto di riunirsi liberamente un segnale sbagliato che da parte di Assad si cerchi una soluzione politica alla crisi.

La Conferenza per la salvezza della Siria, come si definisce, chiede il 23 settembre alle parti, tutte – lo dichiara Rajaa Nasser, uno dei principali organizzatori per conto del gruppo di coordinamento nazionale – “la cessazione del fuoco, dei bombardamenti, delle vendette e una tregua immediata” – la proposta che era stata già mesi fa prima di Kofi Annan e oggi dell’attuale inviato speciale dell’ONU in Siria, Lakhdar Brahimi ­– “che potrebbe aprire la strada all’inizio di un processo politico con garanzie di un cambio politico radicale nella conduzione del paese, la fine del regime attuale e una democrazia seria e genuina”.

Membri di questa opposizione interna, che si dichiara contro Assad e la repressione ma anche contro le strategie e le tattiche della guerra civile totale scatenata dai ribelli e che comprende decine di oppositori collettivamente ospiti per decenni sotto Assad e suo padre prima di lui delle patrie galere, hanno dichiarato di contare su Mosca e Pechino perché passi il loro messaggio— l’unico che, sottolineano, rispetti la volontà unanime del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ed è vero: la volontà di schiacciare e cacciare Assad ad ogni costo l’ONU non l’ha mai potuta esprimer unanimemente perché sempre si sono opposte, a interventi militari esterni, proprio Cina e Russia. E gli altri, anche roboando e tonitruando, dai francesi agli inglesi (le mosche cocchiere) agli americani (falchi sempre e da sempre, tutti) non hanno, alla fine osato farlo temendo, a sensata ragione, che ad avvantaggiarsene anche qui sarebbe stata alla fine al-Qaeda (Reuters, 23.9.2012, Damascus meeting calls for peaceful change in Syria— La conferenza [dell’opposizione] che si svolge a Damasco chiede un cambiamento pacifico in Siria ▬ http://www.reuters.com/article/2012/09/23/us-syria-crisis-meeting-idUSBRE88M0 6A20120923).

●Commentando in anticipo, il 18 settembre, durante un incontro con il presidente dell’Unione dei contadini, quello che “sperava e contava” fosse un esito positivo dell’incontro annunciato degli oppositori il primo ministro del governo di Assad, Wael Nader al-Halki, volto relativamente nuovo e giovane in carica da neanche un mese, ha dichiarato che “la crisi nel paese sta volgendo al termine”. E ha aggiunto che “per mettere fine alla violenza e trovare una soluzione pacifica che preservi la sicurezza e la stabilità della nazione, bisogna lavorare su tutti e quattro i livelli: di sicurezza, politico, sociale e economico” (Lettera43, 18.9.2012, Siria, il premier al-Halqi: “crisi volge al termine” ▬ http://www.lettera43.it/cronaca/siria-il-premier-al-halqi-crisi-volge-al-termine_4367564886.htm).

Il fatto, ha dichiarato il capo uscente degli osservatori dell’ONU sul terreno, il generale norvegese Robert Mood è che “il regime e le forze di opposizione sul campo hanno raggiunto una posizione di stallo che per sua natura favorisce sempre chi, difendendosi, difende l’assetto attualmente esistente” (vedi più avanti su ABC News, il riferimento alla sua citazione, sotto: Il capo degli osservatori [militari] dell’ONU è contrario al sostegno dato ai ribelli siriani).

E, citando senza nominarlo ma chiaramente il generale norvegese dei caschi blu, tra l’altro, torna a reiterare il proprio no molto pesante a interventi stranieri militari in Siria il presidente egiziano Mohammed Mursi dal podio dell’Assemblea generale dell’ONU (New York Times, 26.9.2012, Reuters, Egypt’s Morsi Opposes Foreign Intervention in Syria— L’egiziano Mursi si oppone a ogni intervento straniero in Siria ▬ http://www.nytimes.com/reuters/2012/09/26/world/europe/26reuters-un-assembly-syria-mursi.html?ref=global-home).

 “L’Egitto – scandisce – è impegnato a perseguire gli sforzi sinceri che ha già esercitato per mettere fine alla catastrofe in Siria, all’interno di un quadro arabo, regionale e internazionale. Un quadro, cioè, che preservi l’unità di questo nostro Stato fratello, coinvolga tutte le fazioni del popolo siriano senza discriminazioni di stampo razziale, religioso o settario e che risparmi alla Siria i pericoli di un intervento militare straniero a cui fermamente noi ci opponiamo”.  

●L’Iran, dicono fonti di informazione americane, ha ripreso a fornire aiuti militari alla Siria servendosi di un corridoio che passa per lo spazio aereo iracheno messo a disposizione di quelli di Teheran e di Damasco dal governo di Bagdad, sottolineando che in Iraq la volontà di Washington conta sempre di meno. In pratica ormai niente.

Come, tra parentesi, dimostra anche la condanna a morte inflitta, ora a inizio mese, da un tribunale speciale voluto dal premier, lo sciita al-Maliqi, contro il vice presidente della RepubBlica d’Iraq il sunnita Tariq al-Hashemi, accusato di aver guidato negli scorsi anni decine e centinaia di raids terroristici della minoranza sunnita contro la maggioranza. L’America s’era opposta anche  attivamente, poco convinta della genuinità dell’accusa, cercando una mediazione per quella che, a ragione, teme potrebbe anche diventare una nuova scintilla molto rischiosa per quel che resta della stabilità del paese.

Anche perché, comunque, al-Hashemi essendo da mesi in Turchia, in esilio dorato, al di fuori della possibilità che ha Maliki di catturarlo sembra davvero essersi trattato solo di una provocazione da parte del primo ministro (New York Times, 9.9.2012, Omar al-Jawoshy e M. Schwirtz, Death Sentence for Sunni on Day of Violence in Iraq— Condanna a morte per il [vice presidente] sunnita [dell’Iraq] in un giorno in cui si scatena la violenza nel paese [un’ottantina di vittime in diversi attentati settari: la giornata più cruenta per i civili da quando e ne sono andate le truppe americane] ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/10/world/middleeast/insurgents-carry-out-wave-of-attacks-acros s-iraq.html?_r=1& ref=global-home).

E’ da luglio che, per tornare al nodo principale del rapporto USA/Iran/Iraq funziona il ponte aereo, in pratica senza soluzione di continuità, e nella frustrazione profonda degli americani, l’Amministrazione è ormai stata costretta ad ammettere con se stessa anzitutto il suo fallimento. Qui a Washington insistono che stanno costruendo una partnership strategica con l’Iraq ma la verità è che anche se l’America è riuscita a far fuori Saddam e il suo regime, quello che lì ha messo in piedi è stato in realtà una vittoria strategica per l’Iran…

Neanche un mese fa, il segretario alla Difesa americano Leon E. Panetta, con l’usuale supponenza, lamentando che Teheran stia assumendo in Siria un ruolo importante a favore del governo di Assad, ha detto con tono di profondo scandalo che “secondo le indicazioni in nostro possesso, Teheran sta anche tentando di organizzare e formare una milizia che combatta in Siria dalla parte del regime”.

Mentre, se fosse contro, come tante altre milizie armate e finanziate da Arabia saudita, Qatar e dalla stessa America sarebbe, naturalmente, tutto OK (New York Times, 4.9.2012, M. R. Gordon, Iran Supplying Syrian Military via Iraqi Airspace— L’Iran sta rifornendo l’esercito siriano attraverso lo spazio aereo iracheno ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/05/world/middleeast/iran-supplying-syrian-military-via-iraq-airspace.html?_r=1&ref =global-home)…

E a una delegazione di senatori americani che sono andati a ammonirlo di come l’America potrebbe anche irritarsi “con gravi conseguenze per i reciproci rapporti” se la cosa continuasse, Maliki ha fatto rispondere con la domanda che il suo portavoce ha posto pubblicamente (quali conseguenze, di grazia… ormai; precisando che a loro, governo iracheno, risulta invece che i voli iraniani trasportano esclusivamente aiuti umanitari e sfidando il Washington, dice, a “provare” – non solo a dire – pubblicamente, se mai, che non è poi così (New York Times, 5.9.2012, (A.P.), US Senators Warn Iraq Over Iran Shipments to Syria— Alcuni senatori americani avvertono l’Iraq riguardo alle spedizioni iraniane alla Siria ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2012/09/05/world/middleeast/ap-ml-iraq-us.html?ref=global-home); e, in effetti, agli orecchi ipersensibili degli americani questa suona come una sfrontatezza che prova quanto ormai pesino poco, qui, i desiderata statunitensi…

●La Russia intanto torna alla carica e ripropone una sua iniziativa, a fianco di un’inutile conferenza sponsorizzata dall’Egitto con le altre potenze in qualche volte coinvolte direttamente nella regione alla crisi siriana, cioè Arabia saudita, Turchia e Iran. Condannata, comunque, all’inconcludenza—  vista l’abissale distanza di giudizio tra i partecipanti, dai quali poi dopo un iniziale assenso poco convinto, si sfila l’Arabia saudita adducendo una scusa stravagante – sta male il ministro degli Esteri: ma non era una riunione per soli ministri degli Esteri…

Il vice ministro degli Esteri, Mikhail Bogdanov, invece, parla di  una conferenza che potenzialmente invece miri a mettere intorno allo stesso tavolo “tutti gli attori” della crisi siriana: opposizione armata, cittadini che volutamente evitano di schierarsi e il regime in carica. “Stiamo riproponendo ai partners occidentali l’organizzazione di una conferenza come quella che si tenne a Taif ”, in Arabia saudita verso la fine del 1989 e da cui scaturì poi in effetti la base dell’accordo col quale venne bloccata la lunga guerra civile in atto allora in Libano.

Bogdanov asserisce anche che, secondo i russi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha ancora il sostegno di larga parte della popolazione, specie tra quanti temono l’alternativa posta sul campo dall’Esercito libero siriano. “Non è tanto un sostegno motivato, magari, dall’amore o dal rispetto per Assad, quanto dalla paura di chiunque si stia in quel modo candidando a succedergli” (The Daily Star/Beirut, 11.9.2012, Egypt hosts meeting of four nations in Syria while Ruissia pushes meeting among Syrians — L’Egitto ospita l’incontro tra quattro nazioni sulla Siria e la Russia offre invece l’incontro tra siriani ▬ http://www.dailystar.com.lb/ News/Middle-East/2012/Sep-11/187481-egypt-hosts-meeting-of-four-nations-in-syria-push.ashx#axzz26AU1o8HQ).

Qui sono direttamente gli USA, col dipartimento di Stato, che tornano subito a reiterare la loro ferma opposizione all’idea: la vedono solo come un salvafaccia per Assad, anche se ormai pure a Washington crescono i dubbi di essersi lasciati andare a pronostici troppo rosei sulla fine del regime baath’ista a Damasco, Malgrado ciò continuano a illudere i ribelli siriani che col loro appoggio finiranno per cacciarlo via a breve. E forse sarà così: ma il prezzo sarebbe di certo ancora più alto di quello che sta pagando oggi, e pagherà anche domani, la Siria. Questo mica è il regime personale e personalistico del col. Gheddafi…

●Intanto, proprio mentre il gen. norvegese Robert Mood che per l’ONU ha diretto fino a due mesi fa la missione dei caschi blu, dice come ormai sia venuta l’ora “per tutti i paesi che stanno alimentando la guerra con soldi e con armi di riconsiderare se davvero ciò avvicini o piuttosto allontani gli scontri armati e il dialogo” e che “bisogna proprio riflettere se invece la [cosiddetta] comunità internazionale non stia così prolungando le tremende sofferenze del popolo siriano”…, si viene a sapere che il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius dichiara alla Commissione esteri dell’Assemblea nazionale come, in effetti, la Francia non stia solo “finanziariamente e logisticamente aiutando” i ribelli a uscire dal paese per tornarci poi armati, ma anche ad “amministrare e gestire” le aree che controllano. Pur se, purtroppo, con esiti sempre caotici e anarchici…

E qui si tratta di ben altro e di più che la fornitura di armi. E’ la Francia – con le sembianze socialiste di oggi… – che, dopo la caduta del mandato coloniale nel 1946, cerca di tornare ad amministrare la Siria: con la connivenza e, anzi, su richiesta di forze siriane. Lezione che, nel Medioriente, non può passare ignorata a nessuno ma che a Parigi evidentemente non fa più effetto (KevinRudd.org, 12.9.2012, Agenzie ABC/AFP/BBC, UN observer chief warns against supporting Syrian rebels— Il capo degli osservatori [militari] dell’ONU è contrario al sostegno dato ai ribelli siriani ▬ http://www.kevin rudd.org/?p=5439).

●In Mali, il Mouvement National pour la Libération d’Azawad (MNLA), il gruppo militante di Tuareg del Nord che oltre un anno fa ha spodestato, con l’aiuto degli islamisti estremisti compresi quelli di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, il governo civile del paese in nome della propria rivendicazione di indipendenza, ci sta ripensando. Il fatto è che i Tuareg, i nomadi blu del Sahara che da sempre mischiano liberamente le loro tradizioni animiste ancestrali con l’Islam importato, ed imposto, dalle conquiste arabe nel Mediterraneo del Sud, non hanno poi apprezzato per niente i costumi della shari’a ingiunta loro in nome di Allah e dell’interpretazione wahabita estrema che alla legislazione islamica danno, forzosamente per tutti, i nuovi arrivati.

Adesso, l’MNLA sta quindi cercando di liberarsi dell’accordo visto che i nuovi alleati risultano anche peggiori dei vecchi governanti non-Tuareg del Mali. La loro “polizia dei costumi” ha condotto in piazza a Gao, un’ottantamila abitanti nel Nord del paese, l’amputazione della mano destra e del piede sinistro di cinque persone condannate per furto da un tribunale islamico applicando alla lettera la legge della shari’a.  

E stanno, quindi, trattando e concordando un accordo, spinti anche dalla prospettiva montante di un intervento anche esterno, di soldati stranieri, armati dai francesi magari ma di altri paesi africani per cauterizzare la piaga che per l’Africa del Nord tutta al-Qaeda rappresenta. In ogni caso, pensiamo e temiamo, a perderci saranno i Tuareg ([per una sintetica e completa documentazione su questa guerra sconosciuta e il contesto locale e internazionale in cui si inserisce], cfr. Paper.blog, 1.8.2012 – che descrive quel che sta ancora ma viene intravveduto già lì lì per succedere (implosione dell’alleanza Tuareg-islamisti – F. Dessì, Mali, un paese diviso tra rivolte tuareg, interessi internazionali e Al-qaeda ▬ http://it.paperblog.com/mali-un-paese-diviso-tra-rivolte-tuareg-interessi-internazionali-e-al-qaeda-1306503).

In Europa la parola stessa, Timbuctu, l’antica capitale del Nord, incarnava la visione di un posto lontano da tutto, lì ai margini della conoscenza nostra, centro di cultura e sapienza islamica africana, al centro di tutte la antiche rotte commerciali che legavano Africa e Nord Africa attraverso l’immensità del Sahara con Europa e Medioriente.

E questa è una zona già traversata da un’ondata senza precedenti di siccità e di fame che, ora, lo scoppio di una ferocissima guerra civile, tribale, etnica e religiosa fa il fulcro e la miccia di un’area di instabilità che coinvolge Algeria, Guinea, Costa d’Avorio, Niger, Mauritania, Nigeria e Burkina Faso: la metà dell’Africa nera.

Per questo, oltre che per il futuro della sua gente, il Mali e il suo destino contano molto e per molti.

●In Yemen, l’ennesima celebrazione – un’altra… sempre la stessa – del danno collaterale eretto a sistematico massacro degli innocenti da parte del sistema d’arma oggi più utilizzato dalle Forze armate americane, quello che per definizione, messo in azione via satellite da diecimila e più km. di distanza dall’obiettivo ne risparmia gli operatori, i soldati, ma ne ammazza spesso alla cieca, molto – troppo spesso – sbagliando anche bersaglio bersagli che non avrebbero dovuto essere proprio mai messi nel mirino: su soffiata “sbagliata” di intelligence (sic!), su spiata di qualche personale nemico, per incapacità o neghittosità dell’operatore, comunque.

Si tratta dell’uso dei drones— i fuchi di vespe e di api che servono solo a fecondare la femmina e poi crepano subito… Loro, però, non gli aerei ben riutilizzabili per far crepare gli altri, cosiddetti senza pilota o, più precisamente (avverbio tragicamente ironico qui… visto il tasso di “danni collaterali” connesso al loro uso) guidati a distanza…

Riferiscono fonti statunitensi, e anche del governo dello Yemen (Global News Headlines, 2.9.2012, Agenzia Reuters, Al Qaeda-linked militants killed in South Yemen— Militanti di al-Qaeda uccisi nel Sud Yemen ▬ http://glo balnewsblog.com/blog/2012/09/02/somalia-al-qaeda-linked-militants-killed-in-south-yemen) che l’attacco d’un drone  americano ha ucciso “cinque sospetti militanti islamisti collegati ad al-Qaeda” (badate bene a quei due qualificativi: “sospetti” e “collegati”…)  e ne ha feriti altri otto, in località Radaa a 150 km. dalla capitale Sana’a.

Si tratta, viene anche spiegato, della lotta continua di militari yemeniti e tribù locali, sostenuta dall’intelligence e dal sostegno del fuoco americano per respingere i gruppi di insorti che operano nel paese. Il problema è che hanno ancora “sbagliato”…

I morti, dicono subito le “tribù locali” erano gente loro, pastori, contadini e le loro famiglie: 13 morti e molti feriti nessuno dei quali realmente identificato poi, a cose fatte, come un militante estremista (CRI English.com, 3.9.2012, U.S. Drone kills 13 civilians in Yemen— Un aereo senza pilota amerciano ammazza 13 civili yemeniti ▬ http://english.cri.cn/6966/2012/09/03/191s720199.htm).

●In Libia, la “vendetta islamista” per un film deliberatamente pensato, prodotto e diffuso in America per offendere e ferire l’ipersensibilità dei mussulmani del mondo tutto (film prodotto, alla fine si è saputo, con la sponsorizzazione di fondamentalisti evangelici americani, di soldi anche israeliani e da registi e produttori di più che dubbia moralità professionale e personale, specializzati in film porno: hanno “fermato per chiarimenti”, non arrestato anche se veniva fuori da un anno di galera per truffa bancaria, tale Nakoula Basseley Nakoula, un copto-egiziano americano) che attaccava volgarmente la persona del profeta Maometto e che è perfettamente riuscito in quel che voleva, provocando un lancio di razzi contro il consolato americano a Bengasi e anche la morte, per asfissia da fumo, dell’ambasciatore degli Stati Uniti, Chris Stevens.

Al Cairo, e poi in quasi tutti i movimenti di protesta che hanno fatto seguito nei paesi a forte presenza mussulmana dovunque nel mondo, lo stesso tipo di proteste si era fortunatamente concluso, salvo una o due altre eccezioni, solo rogo della bandiera a stelle e strisce, mentre folle irate rispondevano all’affronto riversato nel trailer appositamente doppiato in arabo su YouTube del (pessimo, peraltro) film americano (trasmesso insieme al, costato sui 5 milioni di $ e finanziato da 100 donatori ebrei –), urlando che se loro “rivendicano il diritto alla libertà d’espressione, di insulto e di offesa, noi rivendichiamo quello alla libertà d’azione”.

Obama non può che reagire condannando anche la provocazione dei suoi fondamentalisti estremisti e la reazione inconsulta e assassina che la segue ma anche esponendosi, in campagna elettorale, alle proposte idiote di chi, come Romney, lo incita invece a rispondere in pratica… “difendendo il diritto ad esprimere i nostri valori” – dire quel che ci pare a chiunque ci pare, anche in e con un film d’odio e di insulti sanguinosi ai valori degli altri e a dispetto della loro sensibilità – e, magari, perché no?, bombardando il Cairo e Bengasi… così, viene fuori quasi automaticamente e implicitamente, ndo coio cojo. Obama si era, come dire, limitato a promettere che, “insieme al governo libico” – (sic!): quello attuale, di cui Stevens era stato uno dei maggiori sostenitori e fautori a Washington – avrebbe assicurato che “giustizia sarebbe stata fatta”, contro i colpevoli dell’assassinio (New York Times, 12.9.2012, A. Parker, Romney Criticizes Obama on Handling of Embassy Attack— Romney critica Obama sulla gestione dell’attacco all’Ambasciata ▬ http://thecaucus.blogs.nytimes.com/2012/09/12/romney-attacks-obama-on-handling-of-embassy-attacks/). Ma, secondo voi, si renderanno mai conto, questi benedetti americani che anche qui, come in Afganistan, in Iraq, in Vietnam, nell’ex Jugoslavia, in mille altri luoghi dimenticati del cosiddetto Terzo mondo, mettendo in moto – deliberatamente o anche solo pensando di approfittare, credevano a proprio favore, di circostanze casualmente create – fattori scatenanti del caos ancora una volta hanno attizzato un fuoco che non sono più in grado di estinguere. E che sta rischiando, anzi sta proprio degenerando in, un caos totale e incontrollato… o controllato, alla fine, proprio da quelli di al-Qaeda nel Maghreb Islamico… se alla fine l’Amministrazione americana stessa è costretta a riconoscere, dopo aver cercato di negarlo per giorni nascondendosi dietro al fumo della reazione spontanea all’offesa portata all’onore del profeta, che sì, forse, proprio di un attacco terrorista, e specificamente proprio montato da quelli di al-Qaeda, di un agguato vero e proprio, capillarmente e scrupolosamente preparato, “con grande professionalità”, dicono trattarsi   ([il 19 settembre, attesta Matthew G. Olsen, direttore del Centro di controterrorismo nazionale del governo americano alla Commissione senatoriale per la Sicurezza interna e gli Affari governativi, che “i nostri uomini – oltre all’ambasciatore sono morti nell’assalto altri tre americani – sono stati ammazzati proprio nel corso di quello che è stato sicuramente un attacco terroristico e non una manifestazione degenerata o anarchica” – deposizione di M. G. Olsen ▬ http://www.hsgac.senate.gov/hearings/homeland-threats-and-agency-responses). Comunque, si verifica subito una reazione importante, o che almeno tale appare al momento: una folla di cittadini a Bengasi, ma inquadrati e diretti risulta da polizia e truppe governative anche o che non ha gradito affatto l’ “intrusione” degli islamisti estremisti prima dimostra in massa contro la sede di Ansar al-Sharia, poi le dà l’assalto, la invade, la devasta, la incendia e provvede all’esecuzione a freddo, al linciaggio vero e proprio, dei non molti tra gli assediati che non riescono a fuggire (Haaretz/Tel Aviv, 22.9.2012, Killed, wounded as protest sweeps islamist militia out of Bengazi— Morti e feriti con la protesta che spazza via da Bengasi ▬ http://www.haaretz.com/news/middle-east/at-least-four-killed-dozens-wounded-as-protest-sweeps-islamist-militia-out-of-benghazi-1.466166). ●In realtà, si apprende quasi subito (perché con l’America di mezzo niente di quel che dovrebbe restare segreto mai davvero lo resta: e questo però è un pregio di questa società, credete, non un difetto però) che – l’assalto al consolato e le sue conseguenze sono state un “disastro” per la CIA e i servizi segreti americani. Coi ventiquattro americani che, en catastrophe, hanno dovuto ritirare da Bengasi, hanno dovuto, infatti smantellare, le loro “cellule di sorveglianza e di raccolta informazioni di cui la CIA aveva e ha un disperato bisogno in un momento di instabilità crescente nel paese nord-africano”. “E’ una perdita di intelligence catastrofica”, dice un esperto americano: che non sa cosa sia l’ironia quando neanche pensa come, a stare al risultato dell’attacco e ai suoi effetti letali, tutto sembra meno che la raccolta di intelligence, “capillare proprio rispetto agli assets di Ansar al-Sharia”  fosse stata poi, come dire, almeno fino a quel momento, minimamente efficace… ● Attacchi al profeta… contrattacchi alle ambasciate…        (vignetta)

Io insulto il vostro profeta per meglio lordare I’Islam!   E io insudicio l’Islam per difendere il nostro profeta!

                                 Video sporco                                                                   Estremisti           

                   Malvagi islamofobi deficienti                          Caos e violenza condizionata e controproducente     

 Colpo doppio!

Fonte: 18.9.2012, K. Bendib E la forte presenza americana, che anche il governo di Tripoli ha improvvisamente scoperto starsene inguattata a Bengasi solo quando hanno visto presentarsi tutti insieme per essere evacuati d’urgenza più di venti agenti segreti e “esperti a contratto” del dipartimento di Stato all’aeroporto di Bengasi-Benina, ha portato il vice primo ministro Mustafa Abushagour a dire ai media, piuttosto acidamente, di come la nuova Libia “non abbia obiezioni a che paesi amici raccolgano e condividano con essa l’intelligence. Ma che la sovranità del paese resta essenziale” (The Wall Street Journal, 21.9.2012, M. Cocker, A. Entous, J. Solomon e Siobhan Gorman, Miscues before Libya Assault— Equivoci prima dell’assalto in Libia ▬ http://online.wsj.com/article/SB10000872396390444165804578008411144721162.html). ●Descrive la situazione come adesso si può sviluppare, cioè molto peggio, il fatto clamoroso che mentre Ansar al-Sharia viene ridotta pericolosamente alla clandestinità, altre, tante, milizie altrettanto estremiste e fanatiche ma legate ai wahabiti sauditi o agli sceicchi del Golfo restano alla luce del sole. Insomma, di tutto si tratta meno che di una ripulita. E la descrive come segue, come invece si sta già sviluppando, la situazione reale di questo paese – che da Ragusa dista un po’ più di 400 km. – un osservatore che non è un menagramo né una Cassandra e che, certo, non è amico degli islamisti: “La Libia del dopo Gheddafi manca completamente di un’efficace leadership politica nazionale, di una costituzione, di istituzioni funzionali e, soprattutto, di sicurezza. Le elezioni parlamentari a livello nazionale sono, se va bene, previste tra un anno.    La divisione nel paese tra est e ovest resta problematica quanto e più di sempre. Una miriade di fazioni politiche si sbrana sui resti delle ossa del precedente regime e il simbolo di questa lotta è nei processi in arrivo [chi li tiene?, dove?, con quale autorità e autorevolezza?] al figlio di Gheddafi, Saif, e al suo capo dello spionaggio, Abdullah al-Senussi.    Ogni efficace controllo centrale, intanto, è largamente assente. E in questo vuoto sono intervenuti gruppi armati – politicamente, religiosamente, o finanziariamente ispirati importa poco – tutti lì a reclamare una loro sovranità settoriale su una moltitudine di feudi che, fino a quando s’è intromessa, la NATO, costituivano uno Stato unificato”(Guardian, 12.9.12, S. Tisdall, Libyan attack: it should have been clear deposing Gaddafi was the easy bit— L’attacco in Libia [e l’uccisione dell’Ambasciatore USA]: avrebbe dovuto sempre essere chiaro che deporre Gheddafi sarebbe stata la parte facile [dell’intervento in Libia] ▬ http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/sep/12/libyan-attack-fire-cannot-extinguish). Del resto, la dice molto lunga, no?, se – in una situazione come l’assalto al consolato americano di Bengasi, che è costato la vita all’ambasciatore, da parte della banda armata, estremista islamista e vicina ad al-Qaeda, di Ansar al-Shaa’ria— gli Ausiliari della Shaa’ria (come si chiamavano i seguaci del profeta a Medina nell’ultimo decennio della sua vita) – per dirla come aspramente nota il NYT “le autorità americane e libiche non si sono rivolte a nessuna forza militare o di polizia – perché non ce n’era proprio alcuna cui potersi rivolgere – ma al capo di un’altra milizia semi-autonoma coi suoi propri legami islamisti” (New York Times, 15.9.2012, D. D. Kirkpatrck, Suliman Ali Zway e Kareem Fahim, Attack by Fringe Group Highlights the Problem of Libya’s Militias— L’attacco di una frangia estremista mette in evidenza il problema delle milizie in Libia ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/16/world/middleeast/attack-by-fringe-group-highlights-the-problem-of-libya-militias.html?_r=1&ref=global-home).    

A noi, che invece un po’ Cassandra ci sentiamo, sembra proprio come una lapide… Così come il fatto che, ormai, a distanza di molti giorni nessuno abbia risposto a un’altra domanda, diciamo pure, tragicamente curiosa. Qualcuno non si sa se lo ha chiesto – ma farlo sarebbe importante… – ma bisognerebbe capire o no la misteriosa ragione per cui il numero uno dell’ambasciata in Libia, invece che starsene nella sua sede a Tripoli aveva deciso di andarsene a passare proprio quei giorni – annunciati già come bollenti per la provocazione in atto e le reazioni annunciate e già cominciate nella captale del ribellismo cirenaico estremista proprio nell’anniversario dell’11 settembre… – in una villetta di vecchia costruzione dei tempi dell’occupazione fascista dai muri neanche rinforzati di un consolato statunitense che, prima della rivolta anti Gheddafi a Bengasi, neanche esisteva? Perché?

●Intanto, mentre a Bengasi assaltavano l’Ambasciata americana, a Tripoli il Congresso nazionale, il parlamento, decideva che il prossimo primo ministro sarà Mustafa Abu Shagour, l’attuale vice primo ministro, che ha vinto per due voti il ballottaggio con il precedente uomo forte, primo ministro e responsabile esteri del Consiglio nazionale di transizione, Mahmoud Jibril,

Era colui che aveva tessuto per mesi, dopo essere stato al servizio di Gheddafi per anni e averlo mollato appena in tempo, la rete di alleati, alleanze e connivenze che aveva finito per annientare il rais. E parte così un’altra più che potenzialmente pericolosa frattura interna (Today’s Zaman/Istanbul, 12.9.2012, Reuters, Libyan Congress picks Abu Shagour as next PM— Il Congresso libico sceglie Abu Shagour come prossimo primo ministro ▬ http://www.todayszaman.com/news-292224-libyan-congress-pick-abu-shagour-as-next-pm. html).

Confermata dal fatto che il Congresso del popolo è stato costretto a spostare in avanti la data che aveva concesso al nuovo PM Abushagur[5] per formare il nuovo governo dal 28 settembre, che era stato pur dato come data assolutamente capestro, all’8 ottobre. Se non riuscirà a mettere insieme una compagine minimamente coerente e accettabile da tutte le fazioni, il Congresso ha già detto col portavoce Omar Hamaidan (Al Arabiya News, 27.9.2012, Libya’s Congress gives new PM ultimatum to name Govt— Il Congresso libico dà l’ultimatum al nuovo PM per nominare il nuovo governo ▬ http://english.alarabiya.net/ articles/2012/09/27/240407.html) – che sceglierà un altro premier.

Ma, finora, gli impegni presi qui da chiunque solennemente sono quanto mai, e sempre, ballerini: perché la divisione, la spaccatura, tra Tripolitania e Cirenaica, e il tentativo perennemente fallito di Tripoli di controllare Bengasi (Stratfor, Global Intelligence, 26.9.2012, Tripoli’s Attempts to Control Eastern Libya— Continuano i tentativi di Tripoli per controllare la Libia orientale ▬ http://www.stratfor.com/analysis/tripolis-attempts-control-eastern-libya) resta sempre rovente. 

E, poi, resta il problema di fondo che, in queste parti di mondo, riguarda in genere l’occidente e, in particolare, gli americani: che, come già in Iraq e in Afganistan, continuano a chiedersi perché li odino tanto quando, in fondo, se li bombardano lo fanno solo “per il loro bene”, e non riescono oggi neanche a capire, sinceramente – pare – accorati, come questi arabi qui se la prendano con loro quando, domandandolo dopo gli attacchi in Egitto e in Libia, si chiedono —Perché? perché proprio noi?: “ma come può gente che gli USA hanno tanto aiutato a liberarsi di dittature assassine trattarci così?”(aiutato: in Libia con le bombe a grappolo a tonnellate e lasciandoli così come li ha lasciati? e in Egitto, poi…) (USA Today, Why? Why us?— 12.9.2012 ▬ http://www.usatoday.com/news/ world/story/2012/09/12/after-attacks-in-egypt-and-libya-usa-asks-why/57770610/1).

Ma il problema è insolubile. Perché tanto non capiranno mai che il profeta c’entra, il fanatismo pure, l’estremismo anche… ma che ce’entrano soprattutto e proprio le bombe che, per decisione loro suprema, autonoma e insindacabile, si arrogano il diritto di fargli cadere in testa dall’aria a tonnellate ogni volta…

●In Sudan, intanto, il governo risponde con un no secco e senza possibilità alcuna di riconsiderazione, visti i pessimi rapporti con gli USA, all’annuncio che il governo americano invierà uno o due plotoni di marines a Khartoum in funzione antisommossa e per migliorare la situazione di sicurezza dell’ambasciata e si prende la replica immediata del ministro degli Esteri Ahmed Karti che dice un secco no grazie: il Sudan è “perfettamente in grado di garantire a tutti i suoi ospiti, specie se poi del corpo diplomatico, la protezione che, eventualmente, fosse necessaria”.

E, dunque no, a una richiesta che neanche poi è mai pervenuta al governo del Sudan (Guardian, 15.9.2012, Reuters, Sudan rejects US request to send more marines for embassy protection— Il Sudan respinge la richiesta di mandare più marines americani per proteggere l’ambasciata ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2012/ sep/15/sudan-us-request-marines-embassy?newsfeed=true).

Al contrario, il governo dello Yemen che viene “notificato” dall’ambasciata americana – anch’esso informato, cioè, di una decisione già presa – che sta arrivando a Sa’ana un platone aggiuntivo di marines inviati allo stesso scopo a causa dice – assai poco diplomaticamente, alla Reuters, un altro portavoce dell’Amministrazione da Washington – della “spaccatura tra esercito e forze di sicurezza nel paese”.

Immediatamente, scoppiano in strada nella capitale grandi proteste di massa, di studenti e di giovani, in specie, che chiedono l’espulsione dell’ambasciatore dal paese mentre un portavoce del presidente dello Yemen da poco in carica sostenuto dagli americani, Abd Rabboh Mansour Hadi, il vice dell’antico rais cacciato via, si affretta a specificare che l’accordo è stato “concesso” – cioè quando tanto se lo erano già preso – solo “per un periodo di tempo limitato e necessario allo scopo di proteggere la sede diplomatica degli Stati Uniti, garantendo che i marines non usciranno mai dal recinto dell’ambasciata”. Che è, comunque, un tantino difficile da garantire, poi, diciamo a prescindere… (The Times of India/Bangalore, 17.9.2012, Yemeni students hold anti-US rally, reject Marines— Gli studenti yemeniti manifestano contro gli USA, respingendo i marines ▬ http://timesofindia.indiatimes.com/world/middle-east/Yemeni-students-hold-anti-US-rally-reject-Marines/articleshow/16434188.cms).

EUROPA

●I mercati – cioè, chi sui mercati opera: vende, acquista, mete da parte e specula – aspettavano al varco stavolta la riunione in agenda a inizio settembre della BCE: volevano vedere atti concreti, non solo l’ennesima riproduzione di impegni e promesse. Il passaggio del cosiddetto lodo Monti – di  fatto, se non di diritto, vista la contrarietà feroce e vocale anche se non proprio ufficiale della Bundesbank ancora non superata, alla copertura BCE  sul tetto massimo degli spreads nell’eurozona – o, al minimo, il calo di un altro quarto di punto da 0,75 allo 0,50% del tasso di sconto…

● MarioDraghula…                           ●Buoni del Tesoro: acquisto senza limiti?          (2 vignette)

            Farò tutto il possibile per salvare l’euro…                               BCE :                                                 … ma ‘illimitato’ basta?

Fonte: BART, 20.8.2012                                                   Fonte: P. Chappatte, 11.9.2012, IHT

Lo stesso Mario Draghi, del resto, nella settimana precedente la riunione aveva scritto, e non casualmente di certo, che “quando i mercati sono frammentati e influenzati da paure irrazionali, possono essere necessaire anche misure eccezionali” di intervento. Esattamente quello che rifiutava la Bundesbank: secondo il cui presidente, e membro ex officio del direttivo della BCE stessa di cui è il maggior azionista, Jens Weidmann— che, a bocce ferme, lasciano fare ai mercati e ai mercanti  ci guadagna comunque: con lo spread attuale lui paga zero quel che noi di interesse paghiamo 5 o 6 volte tanto per farsi prestare denaro…

Ha detto Weidmann al più importante settimanale del paese “che questa politica si avvicina molto a finanziare gli Stati stampando moneta… così ci si può assuefare, però, proprio come a una droga” (Der Spiegel, 31.8.2012, Bundesbank-Chef Weidmann dachte an Rücktritt— Il capo della Bundesbank Weidmann ha pensato a dare le dimissioni ▬ http://www.spiegel.de/wirtschaft/unternehmen/bundesbank-chef-weidmann-soll-ueber-ruecktritt-nachgedacht-haben-a-853086.html).

●Ora, l’approccio di Draghi alla sessione della BCE e le resistenze che ha trovato si sono alla fine concretizzate in una serie di condizionamenti e di impegni non solo formali a far stringere la cinghia ai penitenti per poter accedere al più di tempo di cui hanno bisogno per redimersi. Insomma, al solito, neanche Draghi è riuscito a sconfiggere l’andazzo per cui c’è stata, insieme, apertura ma frenata comunque…

Come se non fosse poi questo il compito vero di una Banca centrale!... La verità essendo che, nella sostanza, lui vuole che resti la sua BuBa e non la BCE a scandire egoisticamente quanto e come e quando creare o non creare liquidità nel sistema economico complessivo che governa e non solo un suo pezzo, in fondo un 17° della BCE e, anche in termini di quota azionaria, il 18,9373% contro, ad esempio, il 12,4966 dell’Italia e il 14,2212 della Francia (European Central Bank/ECB website, Capital subscription al 28.12.2011 ▬ http://www.ecb.int/ecb/orga/capital/html/index.en.html).        

Gli schieramenti si annunciavano dunque chiari, grosso modo così come li descriveva il NYT, al solito pilatescamente, senza sbilanciarsi in valutazioni esplicite, se non appunto offuscate ma in realtà poi sbilanciate a favore dei monetaristi e dei libero-mercatisti (New York Times, 2.9.2012, J. Ewing, Stakes Are Higher for E.C.B. Chief Amid Restless Markets— Per il capo della BCE, con mercati in fermento, si alza la posta ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/03/business/global/03iht-ecb03.html?ref=global-home).

Quando, poi, e con convinzione e con forza, ora  anche l’OCSE, per bocca del segretario generale, José Ángel Gurría, dice nettissimo che “la BCE dovrebbe cominciare a comprare titoli del Tesoro degli Stati membri in maggiore difficoltà in misura non limitata a priori. Prima lo fa meglio è. Perché il segnale deve essere immediato e credibile… che i membri più agiati della famiglia stanno facendo il giusto e l’utile insieme: non lasciando ai cosiddetti mercati la libertà di  mettersi a dare spallate a coloro che si trovano oggi maggiormente a disagio”.

Perché serve anche a loro, se non vogliono perdere fette essenziali del loro mercato di esportazione (Guardian, 2.9.2012, J. Moulds, Eurozone crisis: thinktank urges ECB to resume bond rescue— Il pensatoio dell’OCSE preme sulla BCE per riprendere il riscatto dei titoli di Stati ▬ http://www.guardian.co.uk/business/2012/ sep/02/eurozone-crisis-thinktank-ecb-bond-rescue). Perché oltre che impossibile è ormai suicida chiedere di stringere ancora la cinghia a un paese che già oggi deve, ad esempio, ridurre come la Spagna in misura lacerante il deficit/PIL, tagliando ancora la spesa pubblica in misura che lo vede costretto a pagare, insieme, un insostenibile 7% di interessi sui propri decennali di Stato.

Tanto è vero che perfino un destro puro e duro come il primo ministro Mariano Rajoy sta dicendo seccamente i suoi no ponendo il suo governo e il paese in rotta di collisione con la BCE proprio su queste ricette perché dice, semplicemente, non possiamo reggerle (Guardian, 11.9.2012, S. Burgen, Mariano Rajoy Eurozone crisis: Spain refuses bailout terms— La Spagna, dice Mariano Rajoy, per la crisi dell’eurozona respinge i termini del salvataggio [che le sono imposti/proposti] ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2012/sep/11/eurozone-crisis-spain-refuses-bailout-terms).

Rajoy, più precisamente, sostenendo che è più importante ridurre drasticamente il deficit piuttosto che ricorrere al piano di salvataggio per creare posti di lavoro che è oggi la priorità – questo è un altro inchino alla solita saggezza convenzionale e fasulla, in realtà – annuncia che non ha nessuna intenzione di chiederlo esplicitamente alla BCE come il piano di Mario Draghi impone ad essa come a tutti gli altri ricorrenti… e si sta prospettando uno scontro davvero  di portata straordinaria.

In sostanza Rajoy dice, in diretta televisiva il 10 settembre, che se è costretto a mettersi ancora a tagliare preferisce, per così dire, tagliare lui direttamente piuttosto che cedere sovranità nazionale come è stata costretta a fare la Grecia…

Ma, poi, il 25 del mese – e dopo che era scoppiato lo scandalo dei 1.000 € a testa che lui e il suo entourage hanno consumati a spese dell’erario in champagne, vini di Bordeaux, Xeres e canapè al ritorno dalla finale del 1° luglio in Ucraina del campionato di calcio europeo (Spagna-Italia 4-0) sul volo di Stato dell’Ejército del Aire— l’Aviazione militare spagnola – la gente – gli spagnoli in massa che, come greci e anche ormai, portoghesi (cfr. sotto al prossimo §) e domani, non tanto in là poi noi italiani – ha intuito come le parole di Rajoy fossero solo un trucco per prendere tempo prima di sbracare e dire sì a qualsiasi cos gli ordinasse Bruxelles.

E sono scoppiati disordini durissimi e disperati contro ogni ulteriore recorte— taglio alle spese, alle pensioni e ai salari (ElMundo, 25.9.2012, ‘Quieren criminalizar la protesta’ de la rodeada al Congreso del 25-S—‘Vogliono criminalizzare la protesta’ del girotondo intorno alle Cortes del 25.S ▬ http://www.elmundo.es/blogs/elmundo/ latrinchera/2012/09/25/quieren-criminalizar-la-protesta.html).

●A proposito di Grecia, a luglio, per la prima volta dal maggio del 2010, come comunica la Banca centrale, il paese ha registrato un attivo di bilancia dei conti correnti per 838 milioni di € rispetto al buco di 880 milioni sempre a luglio del 2011 (Ekathimerini.com— Il quotidiano/Atene, 18.9.2012, Greek current account shows surplus for first time in two years— Per la prima volta da due anni il conto corrente della Grecia torna in attivo ▬ http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite2_1_18/09/2012_461787).

Ma la realtà – e sempre nei dati ufficiali, oggi col bollo di autenticità della troika – vede una contrazione della crescita del 6,2% nel secondo trimestre dell’anno e, per tutto il 2012, viaggia su una previsione del -7%, molto peggio – quasi il doppio – del -4,2 che solo pochi mesi fa raccontava la troika stessa (FMI, BCE e Commissione UE). La disoccupazione ha raggiunto il 23,6%.

Intorno al 20 settembre, poi, emergono le stime preliminari della troika stessa che, lo riferisce un fonte tedesca e, come tale, insieme affidabile e particolarmente sospetta, stima il buco del bilancio greco di fatto oltre il doppio di quanto prima valutato (Der Spiegel, 24.9.2012, C. Rickens, Finanzkrise in Griechenland - Der 31-Milliarden-Poker— La crisi finanziaria in Grecia - il bluff del poker [del salvataggio europeo]  da 31 miliardi di euro ▬ http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/griechenlands-defizit-hoeher-als-erwartet-hilfszahlung-gibts-trotzdem-a-857603.html).

E, in effetti questa notizia spiega e motiva in qualche modo di fatto, all’inizio dell’ultima decade del mese le indicazioni inaspettate che, contrariamente a ogni precedente impegno, dicono che il rapporto delle troika sulla situazione dei conti greci, indispensabile per poter consentire all’Europa di decidere se versare ad Atene la prossima rata del salvataggio, sarà poi pubblicato con ulteriori ritardi.

Ma non perché la Grecia lo abbia chiesto: anzi, siccome ha bisogno di quei soldi (la prossima rata del versamento già deciso la al cui concessone resta subordinata proprio a quel giudizio è di 31 miliardi di €… Ma perché invece la troika, dicono ora esponenti della UE, si sarebbe ufficialmente convinta che sia opportuno aspettare le elezioni presidenziali americane del 6 novembre prima di dare il proprio sì: “per non turbare comunque i mercati” (Ekathimerini.com, 21.9.2012, L. Baker,  Troika report on Greece may be delayed until after US elections, sources say— Fonti della Commissione dicono che il rapporto della troika sulla Grecia potrebbe venire ritardato fino a dopo le elezioni USA ▬ http://www.ekathimerini. com/4dcgi/_w_articles_wsite 1_1_21/09/2012_462503).

A noi sembra più credibile la rivelazione di Spiegel di questa storia dei mercati americani da non influenzare, anche perché allora che dire dei mercati europei e di quello greco, proprio in particolare, di come possono reagire a un’ulteriore dilazione di un’ulteriore, ennesima, decisione annunciata e rinviata…

Perché il versamento avrebbe dovuto essere effettuato entro i primi giorni di ottobre, prima della riunione dei ministri delle Finanze dell’8 che, proprio su quella base doveva giudicare se l’impegno della Grecia a gestire il proprio bilancio secondo l’austerità cui si era impegnato il governo avrebbe consentito di effettuare il pagamento dei 31 miliardi di € previsti. E adesso?

Anche questa novità, per i greci della strada, rafforza la già netta impressione che ormai non c’è più niente da fare per loro: per la gente normale che deve lavorare per mangiare e che se  lavora non può mangiare, sia restando nell’euro che andandosene, ormai, perché è tutto il tessuto economico, della vita del paese, che si va disfacendo. Oggi, se si andasse alle urne, in un paese che dovrà ancora sottoporsi a un’altra cura forzata di austerità cui il governo Samaras ha già dato il suo assenso, dicono tutti i sondaggi che la sinistra radicale vincerebbe.

E – pare – senza particolari problemi: ma per fare che, poi?; e che la destra neonazista troverebbe un pericoloso e forte riscontro di sì in un ambiente che, anche più dell’Italia, è permeato ed eroso dalla cultura, e dal brodo di coltura, di una burocrazia devastante e della mazzetta imperante (New York Times, 18.9.2012, L. Alderman, Euro or No, Economics of Everyday Greek Life Is Eroding— Euro o non euro, è la base economica della vita di ogni giorno dei greci che si sta sgretolando ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/19/business/ global/economics-of-everyday-greek-life-is-eroding-euro-or-no.html?ref =global-home).

●Intanto, il 25 settembre anche qui, come in Spagna e in Portogallo, scoppiano nuove sommosse di piazza. Di gente che fino a mesi fa lavorava e riusciva magari a “arrangiarsi” al nero, ma ora si vede letteralmente costretta a cercare rimasugli di latte, scatolette e formaggi nei bidoni della spazzatura, a vendersi sui banchetti per strada le scarpe vecchie e anche a elemosinare stendendo la mano sui marciapiedi… Pensionati senza più pensione, operai senza stipendio e sempre più ex classe media. Gente, cioè, che da perdere non ha più proprio niente.

Dicono titoli fasulli come quello del NYT (New York Times, 26.9.2012, (A.P.), Violence in Greece, Spain spooks markets— La violenza in Grecia e in Spagna spaventa i mercati ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2012/09/26/ world/asia/ap-world-markets.html?ref=global-home&moc.semityn.www), come poche altre volte tanto ipocriti poi visto che, subito, l’articolo deve passare a spiegare come, in realtà, dei feriti, magari dei morti, della miseria e della rabbia frustrate della masse lì in strada non gliene freghi proprio niente di niente, ai mercati.

Perché – spiega – “essi sono in realtà impauriti dal possibile riaccendersi delle preoccupazioni sulla capacità dell’Europa di far applicare le misure di cui c’è bisogno” – come da sempre vanno predicando i mercati e i loro serventi – “per fare i conti coi loro vasti debiti esteri”. E’questo e solo questo che li preoccupa. Non certo le bastonate, il gas lacrimogeno e la galera che toccano ai morti di fame che non si rassegnano. Né, tanto meno, questioni assurde e antistoriche – le chiama Marchionne così – come solidarietà, uguaglianza e democrazia…

E il punto nodale, che continua a sfuggire alla percezione di tecnocrati e banchieri ma anche, ancora, di parecchi governi e per fargli entrare il quale nella testa probabilmente ci vorrà qualche decina di morti per le strade di diverse capitali europee, è che vedono il mondo solo attraverso i loro occhiali non riuscendo a distinguere tra rischi finanziari e pericoli reali, del mondo reale: i disordini di piazza sempre più duri e violenti perché più disperati e senza sbocco apparente, la violenza scatenata non solo per le strade alla fine ma anche dentro le banche e le sedi del potere civile, ecc., ecc.

● Tagli, austerità…. Bé, una voce di bilancio che bisogna aumentare è… la polizia!  (vignetta)

 

    basta!

Fonte: IHT, 27.9.2012, P. Chappatte

               

●Come fa osservare Krugman, il fatto è che quanti andavano dicendo come con le misure annunciate dalla BCE, quelle pur apprezzabili e sostanziose, a modo loro, di Draghi – più austerità in cambio di garanzie serie “senza limiti predeterminati”!, dalla Banca centrale ai mercati – fosse tutto avviato già a soluzione e la gente avrebbe accettato adesso altri sacrifici in nome della promessa di un futuro in qualche modo migliore, “hanno semplicemente dimenticato che qui a essere coinvolta è la gente”: la gente normale. E in Spagna, in Grecia, in Portogallo e domattina ormai anche in Italia la gente va semplicemente dicendo che ormai “il limite è stato raggiunto”.

“Con la disoccupazione ormai ai livelli della Grande Depressione e con tanti impiegati e lavoratori di ex classe media ridotti ormai a frugare tra i rifiuti per rimediare qualcosa da mangiare, l’austerità si è spinta decisamente già troppo in là. E questo significa che alla fine non ci sarà probabilmente nessun accordo…La verità, però, e che ad avere ragione qui è chi protesta. Più austerità non serve più a nulla di utile e chi è irrazionale davvero qui sono i politici seri e i tecnocrati che chiedono alla gente di caricarsi di altri sacrifici”.

Qui, in America come in Europa, si sono dati in tanti, in troppi, al culto dell’austerità come a una specie di totem, di idolo del mercato da adorare ciecamente: stanno scommettendo – ma le risorse degli altri, della gente, mica solo le loro personali, anzi… – all’idea idiota e clamorosamente controproducente che si possa combattere un crollo dovuto a una deflazione rampante con misure ulteriori di  deflazione.

Che sia idiozia non lo dice più da solo, o quasi, Krugman, né più solo i Krugmans che odiano, motivando sempre scrupolosamente il perché, la saggezza economica convenzionale dominante. Oggi lo dice chiaro perfino quel monumento della ovvietà economica che è stato sempre il Fondo monetario stesso: non certo la politicastra sarkoziana francese che lo presiede, troppo vecchia e anchilosata di cervello per cambiare idea, ma chi ne dirige con qualche maggior competenza e voglia di innovare il pool di ricerche economiche, come il prof. Olivier Blanchard che firma nel luglio scorso il Rapporto del Fondo (New York Times, 18.7.2012, J. Ewing, I.M.F. warns of ‘sizable risk’ of deflation in Eurozone— Il F.M.I. mette in guardia contro i ‘rischi notevoli’ [e per le abitudini del soggetto che parla, ‘notevole’ è aggettivo addirittura equivalente a catastrofico…] di deflazione nell’eurozona ▬ http://www.nytimes.com/2012/07/19/ business/global/imf-warns-of-sizeable-risk-of-deflation-in-euro-zone.html?pagewanted=all&_r=0).

In Europa, poi, al centro, specie in Germania, politici e media sono andati dicendo alla gente che si tratta di uno scontro tra cicale e formiche, una specie di  racconto medievale del Timor Mortis, del peccato e delle sue conseguenze da cui si esce solo col rigore “morale” e il sacrificio e che il peccato sono i deficit e i debiti, non la disoccupazione di massa e la domanda repressa (New York Times, 27.9.2012, P. Krugman, Europe’s Austerity Madness— La follia europea dell’austerità ▬ http://www.nytimes.com /2012/09/28/opinion/krugman-europes-austerity-madness.html?_r=0).     

●Col Portogallo, la troika invece sembrava mostrarsi più comprensiva che con Atene: avevano deciso che gli sarebbe stato concesso più tempo per ridurre il proprio deficit di bilancio sul PIL. Nel 2012, sarebbe bastato arrivare al 5 invece che al 4,5% di deficit/PIL, visto che il paese stava subendo già il terzo anno di contrazione consecutiva dell’economia nazionale. Tale “pazienza”, si diceva, era motivata soprattutto dal riconoscimento che il sistema creditizio internazionale, le banche, elargivano alla puntualità con cui Lisbona stava pagando i suoi interessi sul debito… anche se, naturalmente, a spese della gente comune.

Che, poi, qui si andava “comportata” (finora…) più pazientemente di quanto abbiano fatto i greci, con meno dimostrazioni e meno rabbia sfogata in piazza: un apprezzamento delle buone maniere e della capacità di sopportazione niente affatto “economico”, di per sé; ma disciplina e sopportazione di stampo masochista che i signori della troika (un tantino sadici?) mostravano comunque di apprezzare molto (Stratfor, Global Intelligence, 15.3.2012, Special Series: European Economies At Risk–Portugal— Serie speciale: le economie a rischio–il Portogallo ▬ http://www.stratfor. com/analysis/ special-series-european-economies-risk-portugal).

Finora, però, perché poi all’improvviso, dopo che centinaia di migliaia di portoghesi sono scesi in piazza e hanno assediato, letteralmente, un incontro del Consiglio di Stato durato otto ore consecutive, il primo ministro Pedro Passos Coelho all’uscita fa marcia indietro annuncia che, contrariamente a come era cominciato, la decisione finale è adesso che il governo rinuncia ad aumentare dall’11 al 18% dei salari i contributi sociali.

Che, però, siccome il governo deve continuare a onorare gli impegni che ha preso in Europa e a pagare alle scadenze dovute il servizio del debito se non vuole rinunciare ai 78 miliardi di € del salvataggio, adesso dovrà cercare delle alternative per tagliare e integrare le entrate, comunque aumentandole.

Quindi, riaprirà il negoziato con datori di lavoro e sindacati (sì: l’odiata concertazione che Coelho denuncia proprio come fa Monti: lui, però, ha imparato che senza in ogni caso si resta bloccati—  ma certo, dopo essersi trovato assediato per otto ore da mezzo milione di cittadini, pacifici ma anche rumorosamente imcaz**ti sotto il “Palazzo Chigi” di Lisbona… Dovrà, dunque, trovare misure alternative per tagliare il bilancio nella misura che questi aumenti avrebbero coperto “in altro modo”— non sarà mica l’altrettanto odiata patrimoniale, eh? (Guardian, 24.9.2012, G. Wearden e N. Fletcher, Portugal confirms tax U-turn after austerity protests— In Portogallo, confermata la retromarcia dopo le proteste contro l’austerità ▬ http://www.guardian.co.uk/business/2012/sep/24/eurozone-crisis-france-greece-portugal-spain).

●Poi, alla sessione in agenda della BCE del 6 settembre, il presidente Mario Draghi ha in sostanza fatto approvare dalla BCE il suo piano anti-spread. C’è la condizione – ma in realtà non è nuova – che i paesi che ne usufruiranno dovranno impegnarsi a rispettare vincoli di bilancio effettivi e concordati, col solo voto contrario della rappresentanza nel direttivo della Bundesbank (non l’ha dichiarato: ma ha “lasciato indovinare a chi ascolta chi è che lo ha espresso”.

Poi lo conferma la stessa Bundesbank, chiarendo che il suo presidente “considera acquisti come questi una specie di finanziamento di spesa pubblica fatto stampando moneta”— che a rigore è anche vero, ma è un discorso di riconoscimento della propria impotenza: che fino a ieri tutti ritenevano del tutto impossibile. Ma Draghi che ha vinto non ha ancora vinto.

Solo che per riportarlo alla vecchia dimensione un po’ subordinata della BCE alla Bundesbank ormai non è più possibile come fa lui dicendo semplicemente di no ma, se mai, rilanciando: asserendo che, se è così, se si stampa carta moneta bisogna, subito, creare l’Europa federale. L’unico rimedio coerente con la sua stessa premessa: una vera e propria Banca centrale che risponda a una Europa soggetto pienamente politico…

Ma dire questo significherebbe riconoscere la resa… E l’opinione sulla questione in Germania è divisa. Dalla parte di Weidmann, e in sostanza contro l’ “acquiescenza” di Merkel, ci sono tutti i grandi quotidiani nazional-populisti che lamentano la scomparsa delle virtù, teutonicamnte e in origine luteranamente vissuta, della filosofia che tutto nella vita, ricchezza o miseria incluse, riflette a fondo la volontà divina del weberiano “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 6.9.2012, H. Steltzner, Die Rote Linie-EZB:Kennt Not kein Gebot?— La linea rossa-Ma alla BCE: non conoscono legge alcuna? ▬ http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/kommentar-die-rote-linie-11698694.html; e perfino un organo come il Süddeutsche Zeitung di Monaco di Baviera, di regola fautore delle cose europee, semplicisticamente deplora il fatto che La BCE si sia messa a premiare la cattiva gestione). 

Restano limiti e condizioni pesanti all’intervento della BCE: in pratica le garanzia sovrannazionale europea viene validata solo per chi la chiede e solo per i titoli di Stato a breve scadenza, a tre anni, con il bilanciamento di quella che Draghi ha chiamato la “sterilizzazione” degli acquisti di questi titoli a breve vendendone altri sul mercato, magari in dollari, con il conseguente rafforzamento dell’euro, l’appesantimento dell’export europeo e l’aumento cautelativo della stretta monetaria, il rialzo dei tassi di interesse: intanto, la BCE li ha lasciati dove erano anche stavolta… ma forse sarebbe stato chiedere un po’ troppo anche al coraggio di Draghi… e forse non era proprio possibile rifiutare almeno questo zuccherino a Jens Weidmann.

Ma è stato, comunque, importante che adesso, in un giorno soltanto, anzi in un pomeriggio, lo spread è calato da 404 a 370 punti (e dopo dieci giorni a 320, per poi naturalmente risalire intorno a quei 370) e solo per l’effetto annuncio… E forzando la mano alla BuBa e praticamente alla Merkel che di fato s’è divisa dal suo governatore, Mario Draghi ha dimostrato che è l’unico leader europeo oggi capace di agire e fare e cambiare le cose. In fondo, anche se ancora potenzialmente, facendo leva sulla clausola del Trattato che la fa formalmente indipendente dai governi: formalmente, perché al dunque tutti i governatori di tutte le banche centrali e anche quelli della BCE sono poi nominati dai governi stessi. Ma finché restano in carica, il potere di decidere anche da sé lo hanno davvero: e Draghi, adesso, lo ha dimostrato.

Sintetizza bene il senso e il contenuto della decisione il “catenaccio” messo lì a farlo sotto il titolo del NYT: “la Banca centrale europea ha dichiarato giovedì di aver concordato il lancio di un nuovo e potenzialmente illimitato programma di acquisto di titoli di Stato per abbattere i costi in cui incorrono i apesi in difficoltà che hanno bisogno di andare sui mercati” (1) New York Times, 6.9.2012, J. Ewing e M. Eddy, Central Bank to Snap Up Debt, Saying ‘Euro Is Irreversible’— La Banca centrale rastrellerà il debito [che però è un’ipersemplificazione sdegnosa di monetaristi che sono stati smentiti], affermando che l’euro è irreversibile’ ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/07/business/global/european-central-bank-leaves-interest-rates-unchan ged-at-0-75-percent.html?ref=global-home; 2) Intervento integrale [che stavolta vale la pena assolutamente di leggere: per ora è disponibile solo in inglese] al direttivo della BCE del presidente Mario Draghi, 6.9.2012, Francoforte ▬ http://www.ecb. int/press/pressconf/2012/html/is120906.en.html).

I mercati, lo abbiamo visto hanno subito reagito in concreto addirittura con entusiasmo, ma molti analisti hanno espresso riserve e dubbi. Draghi ha scartato, è sembrato anche con qualche sufficienza, domande come quella – fastidiosa – su che farà la BCE se la Spagna – impegnata a altri sacrifici “severi e effettivi” per accedere al programma di acquisti massicci dei suoi triennali da parte della Banca centrale – poi non li farà o, magari, non li potrà davvero onorare, nei fatti… Che farebbe in quelle circostanze la BCE, si metterebbe davvero a vendere i titoli spagnoli con forti perdite rispetto al prezzo di acquisto?

E tutto, naturalmente, resta legato a due o tre date cruciali: la prima è mercoledì 12 settembre quando, alla fine, a Karlsruhe, la Corte suprema tedesca ha detto di sì alla possibilità che il paese dia il suo contributo al Fondo europeo di salvataggio, l’ESM. Alla condizione però – perché da essa, al dunque, dipende la costituzionalità della misura, dice la Corte – che, se dovesse aumentare la quota parte dei 700 miliardi del Fondo, e dunque il 27% previsto da essa per la Germania, bisognerebbe ripassare per l’approvazione del Bundestag, del parlamento: quella del governo non basterebbe. Che sembra ragionevole e normale… ma ovviamente per tutti gli Stati membri, non solo per la RFT anche se altrettanto ovviamente la Corte di Karlsruhe solo per loro decide (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 12.9.2012, Verfassungsrichter erlauben ESM und Fiskalpakt unter Auflagen— Sotto condizioni, la Corte costituzionale dà il suo asssenso all’ESM e al fiscal pact ▬ http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/entscheidung-in-karlsruhe-verfassungsrichter-erlauben-esm-und-fiskalpakt-unter-auflagen-11887268.html).

La seconda è, lo stesso giorno, l’elezione del nuovo parlamento in Olanda che ha visto fallire l’offensiva apertamente anti-europea che voleva rovesciare la maggioranza (di centro-destra) attuale – e non sarebbe stata poi necessariamente una nuova maggioranza di sinistra – meno impegnata e molto meno convinta del tenere insieme l’eurozona. Ne escono al peggio davvero il partito estremista anti-islamico e anti-immigrati di Geert Wilders, il PVV, che non sarà più in grado di ricattare il governo, i Verdi e i cristiano-democratici che, fino a non troppo tempo fa erano il partito di larga maggioranza. Ma anche i socialisti di sinistra, ancora un mese fa, erano fiduciosi a prendere le redini di un governo anti-euro con motivazioni a metà tra il populismo e un sacrosanto risentimento sociale contro chi mira apertamente a smantellare lo stato sociale, hanno fallito (The Economist, 14.9.2012, Dutch surprise— La sorpresa olandese ▬  http://www.economist.com/node/21562989).

 

Riportando la notizia come subito è stata diffusa (Reuters, 13.9.2012, Elezioni Olanda, vince premier Rutte, sconfitti antieuropeisti ▬ http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE88C00120120913): “Il primo ministro liberale Mark Rutte ha vinto di misura le elezioni nei Paesi Bassi, che hanno comunque segnato la marginalizzazione delle forze antieuropeiste, spazzando via i timori di un’affermazione di frange radicali in uno dei membri del blocco che costituisce il ‘nocciolo duro’ della valuta unica.

   Con il 96% delle schede scrutinate, i liberali di centro-destra di Rutte hanno guadagnato 41 seggi alla Camera bassa, due in più rispetto ai socialisti di Diederik Samsom [molto meno favorevoli all’euro come tale e ai tagli che anche qui servono per restarci]. Rutte non ha ancora detto a quale altro partito chiederà di formare una coalizione di governo, ma realtà politica e aritmetica parlamentare suggerisce che i prescelti saranno i laburisti. Per il paese, secondo gli analisti, si profila, dunque, un governo di coalizione filo-europeo”.

Così stavolta gli olandesi, sorprendendo anche se stessi, hanno votato – invece che per un parlamento frastagliato e diviso, per quella che potrebbe anche essere una coalizione coesa e di stampo moderato-progressista tra liberali e laburisti: per quanto il termine suoni ovviamente, detto così e viste finora tutte le esperienze al contrario, contraddittorio.

Si vedrà presto: i primi promettono di continuare a mettere sulle spalle di tutti i contribuenti l’onere uguale per tutti anche qui dei sacrifici, per dire più IVA che IRPEF e i secondi vogliono invece – o almeno dicevano di volerli ridistribuiti in modo da riflettere meglio e di più il reddito effettivo dei cittadini: chi guadagna di più di più di più deve fare, in proporzione, sacrifici… Bé, non è un tema proprio nuovo, no?

E la terza sono i  molti giorni in cui nel prossimo futuro ogni Corte costituzionale di un qualsiasi paese dell’eurozona, ogni suo parlamento, ogni suo scombiccherato governo potrà rovesciare il tavolo e rimettere, o no, tutto in questione (all’inizio della settimana cruciale di cui stiamo parlando, non avevano ancora ratificato il passaggio tre dei 17 paesi dell’euro: Germania, Estonia e, anche, Italia: che, come spesso le capita, visti i tempi estenuati ed estenuanti dei suoi lavori parlamentari, sarà probabilmente anche l’ultimo).

Ma soprattutto – e chi ha cuore non l’euro in sé ma quel che potenzialmente esso può dare a tutti noi se, anche in progress ma continuativamente ciascuno di noi rinuncia alle meschine pseudo-sovranità che si illudesse ancora di avere per cercare insieme la sovranità che ormai può essere solo se diventa per tutti europea – ricordiamoci che alla fine e, al dunque, sono e saranno sempre i popoli che col loro voto – non solo sulla carta – dovranno dire di volerla davvero, l’Europa.

●Cogliendo anche il buon momento e la buona stampa di cui va godendo la BCE, la Commissione  europea ha svelato – anche se ancora con grande cautela una sua proposta di vera unione bancaria per tutta l’eurozona che darebbe alla Banca centrale europea nuovi effettivi poteri di supervisione. Nelle intenzioni, se finiranno con l’adottarlo, il progetto potrebbe mirare a consentire alle banche che si trovano in difficoltà di rientrare dei loro crediti di accedere direttamente ai fondi di salvataggio europei invece di vedersi costrette a passare dai fondi sovrani, così alleggerendo la pressione dei debiti sugli Stati membri.

●Quasi in contemporanea, e riprendendo l’appello che Angela Merkel ha da qualche mese lanciato a moltiplicare la forza e la coerenza, l’integrazione ormai necessaria e maggiore “per andare avanti” nell’Unione europea e non solo in politica finanziaria e economica, undici ministri degli esteri dell’Unione europea, che escludono dall’invito e niente affatto per caso quello del Regno Unito, si sono riuniti ad approfondire insieme il tema: stavolta, appunto, però tous azimuts: dall’economia alla politica estera e di difesa.

E’ il Gruppo sul Futuro dell’Europa che si è già riunito più volte, co-presieduto appunto dal tedesco  Westerwelle e dal collega polacco, Sikorski. Riprende il dibattito, e in qualche modo anche l’esempio della BCE e il discorso, mai prima tanto chiaro, del presidente della Commissione Barroso al parlamento europeo di una futura, prossima, “federazione di Stati-nazione”, se dalla crisi vuole davvero uscire in avanti: nel merito, naturalmente, sono proposte moderate, ma costituiscono una novità reale e, visto il clamore sollevato tra i governi maggiormente euroscettici, importante.

(1) New York Times, 17.9.2012. R. Sikorski e G. Westerwelle, A New Vision of Europe— Una nuova visione di Europa ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/18/opinion/a-new-vision-of-europe.html?_r=0); 2) The Economist, 21.9.2012 [che sul futuro dell’Europa ha proprio le idee tipiche della pubblica opinione media del suo paese: euroscettiche e eurofobiche, ma come puro mercato comune va anche bene; per carità, però, assolutamente proprio niente di più!], SimEuropa—Simulazione Europa spiega, a sottotitolo, molto preoccupato che Some fantasies for the future of Europe may cause more problems than they resolve— Alcune fantasie sul fututo dell’Europa potrebbero provocare più problemi di quanti ne risolverebbero ▬ http://www.economist. com/node/21563345).

Si tratta di dieci paesi sui 17 dell’eurozona Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Portogallo e Spagna— più la Danimarca che non ne fa parte e è euroscettica ma ha insistito per esserci e che firmano insieme il rapporto finale anche superando alcune remore “nazionali”… Mancano, dei 17, per loro scelta Cipro, Estonia, Finlandia, Irlanda, Malta, Slovacchia e Slovenia— e la Grecia che ha altro a cui pensare oggi (cfr., per il testo integrale del rapporto del Gruppo Westerwelle, 17.9.2012 ▬ http://www.auswaertiges-amt.de/cae/servlet/contentblob/626338/publicationFile/171852/12 0918-Abschlussbericht-Zukunftsgruppe.pdf).

●Ma, sul tema generale – su questo quesito di fondo che riguarda il futuro prossimo venturo dell’Europa che ci sta tutti asfissiando, e di cui si cominciano a preoccupare anche – e era ora, pur osando e scavando ancora assai poco – addirittura un po’di ministro degli Esteri, un’ultima considerazione all’attenzione proprio di questi nostri interlocutori: devono far attenzione, visto che almeno loro il problema lo sentono, che il tema ora sollevato tra sovranità da una parte e declino economico in atto dall’altra, sottolinea che ormai se non riprende una crescita dell’economia questi – loro – l’Europa l’andranno presto a seppellire…

●Questo mese di settembre vede, in definitiva, ergersi a protagonista assoluta, capace come di forzare la mano a tutti – agli Stati, alla Commissione stessa e ad autorità terze come la stessa Corte tedesca – la Banca centrale che non solo va esercitando i suoi muscoli ma li va rafforzando— tanta e tale ormai è l’evidenza che in Europa essa, al dunque, è l’unica istituzione/autorità capace di muoversi. E se, come quasi sempre succede nell’Unione, le idee nuove – questa dì poteri di supervisione e decisionali reali su tutte le banche – ci metterà mesi a passare, alla fine, laboriosamente, qualcosa di più integrato ne verrà fuori.

Ma, e soprattutto, l’eurozona oggi ha una Banca centrale disposta ad essere, finalmente, quel che i negatori dell’ortodossia monetarista da tempo le andavano chiedendo da tempo: un vero prestatore di ultima istanza. Però, senza dietro una vera forza propulsiva e integrante di politica come tale globalmente europea, basterà? C’è molto che può ancora andar male. Se un paese dell’eurozona non mantiene la promessa di riforme cui si è impegnato, che fa la Banca centrale? smette davvero, come dice, di comprare i suoi titoli di Stato?

Ma, se lo fa, è come per l’austerità. Invece di aiutare affossa e, qui, sospendere l’acquisto di bonds spagnoli o italiani, per dire, precipiterebbe sui mercati proprio quel panico che dovrebbe preoccuparsi di prevenire e comunque frenare o impedire. D’altra parte, se non lo fa, ammassa su di sé debiti in potenza davvero non più pagabili. E’ il dilemma che a modo suo – cioè,  non facendo niente – voleva evitare il presidente della Bundesbank, Weidmann (The Economist, 14.9.2012, The euro crisis; game change?— La crisi dell’euro: cambio di gioco? ▬ http://www.economist.com/node/21562915)…

●Intanto, a Madrid, il governo ha annunciato un altro ripulisti del sistema bancario (la terza riforma quest’anno… che stavolta, però, sembra più seria, imposta dalle condizioni dell’Unione europea per continuare a aiutare le rate del salvataggio, per quasi € 100 miliardi promessi al governo spagnolo) formulando anche il piano di creare una cosiddetta bad bank per ospitarvi il numero elevato di prestiti bidone del mercato edilizio ormai praticamente irredimibili e che seminano con mozziconi di edifici incompleti larga parte del panorama spagnolo.

Aiutando a sterilizzare così – spera – il resto del sistema. Ma subito, il governo fornirà anche un prestito ponte di € 4,5 miliardi sotto forma di titoli di stato alla Bankia, un istituto nazionalizzato particolarmente nei guai e che ha già sperimentato serie difficoltà a onorare i crediti dei propri depositanti. Lo chiamano prestito ponte perché servirà a tenere aperti gli sportelli e a far funzionare la banca finché non arriverà la prossima rata del salvataggio (The Economist, 31.8.2012, Spanish Banking Reform – Nada es gratis— La riforma bancaria in Spagna – non c’è niente di gratuito ▬ http://www.economist. com/blogs/schumpeter/2012/09/spanish-banking-reform

E poi – e soprattutto: e questa, almeno da parte nostra, è la vera riserva – il piano di Draghi sembra dar per scontato che Spagna e Italia – il caso Grecia resta sempre a parte: già praticamente pregiudicato – devono tagliare i loro bilanci ancora e ancora di più e più presto, secondo le condizioni loro imposte dal salva-spread, per ridurre i tassi di interesse e pagare così il servizio sul debito accumulato. Insomma: quella di Draghi, che poi resta sostanzialmente anche quella di Monti, rimane la piena ortodossia anti-keynesiana di sempre…

Anche loro preferiscono, infatti,  intervenire con strumenti al massimo monetari che non sono certo i più idonei, ma sicuramente i più ossequienti alla volontà dei mercati di essere lasciati liberi di fare quello che vogliono. Sarebbero certo più efficaci anche nel breve periodo ma molto più intrusivi strumenti come la programmazione, la redistribuzione del reddito, la politica fiscale e le politiche settoriali direttamente e miratamente rivolte a stimolare la produzione.

In più a complicare qualsiasi soluzione ci si mettono pure evasione fiscale e fuga dei capitali non a caso a livelli record proprio nei paesi maggiormente inguaiati. La BCE forse non ha competenze dirette in materia, ma qualcosa bisognerà pure che qualcuno faccia per estirpare proprio dai tre paesi più inguaiati d’Europa – Grecia, Italia e Spagna – la peste bubbonica dell’evasione fiscale. Un sito specializzato su questioni finanziarie europee annota e segnala, con forte scandalo specie in Germania, infatti, che soltanto nel secondo trimestre del 2012 il totale della fuga di capitali dalla Spagna è stato uguale a € 220 miliardi, quasi il 50% del PIL.

E si può ben capire che i tedeschi, e non solo, non vogliano come dire? neanche lontanamente sembrare di farsene carico loro se gli spagnoli, o i greci e gli italiani continuano a non sapere o non voler controllare e reprimere, anche con la galera, la loro evasione fiscale e quant’altro (Financial News, 8.9.2012, M. Foster, Capital outflow: the drain on Spain— Fuga dei capitali: il drenaggio della Spagna ▬ http://www.efinancialnews.com/story/2012-09-07/capital-flight-spain-draghi-intervention?mod=blogheadlines-home).

Ma, tornando alla cura di Draghi, fa osservare con qualche scetticismo un altro analista di scuola diversa, vicino a quella in cui abbiamo più fiducia anche noi (Guardian, 6.9.2012, L. Elliott, Mario Draghi rescue plan with more misery at its core will not save euro— Il piano di salvataggio di Mario Draghi, che al centro  mette ancora più sacrifici, non salverà l’euro ▬ http://www.guardian.co.uk/business/2012/sep/06/mario-draghi-rescue-plan-euro) – “la ragione per cui gli investitori pretendono tassi di interesse più alti per prestare soldi all’Italia e alla Spagna è la preoccupazione che nutrono per l’impatto della recessione su finanze pubbliche e sistema bancario. Per cui un piano di salvataggio che metta al suo centro – come fa ancora questo di Draghi e della BCE – altre misure di distruzione della domanda farà poi più male che bene.

   In sintesi, “Draghi ha comprato ancora un po’ di tempo per l’Europa… Lo ha fatto incorrendo nell’ira della Bundesbank e sa adesso sicuramente che se fallisce alla BCE resterà poco da fare. E fallirà, con ogni probabilità, perché avere successo qui significherebbe molto di più che levare un mezzo punto percentuale al rendimento dei titoli italiani o spagnoli. Significherebbe risolvere i problemi di crescita e di competitività dei paesi più deboli dell’eurozona e convincere l’opinione pubblica europea tutta sempre più alienata che l’Europa ha da offrirle di più di un sacrificio senza mai fine”.

Chi scrive è convinto che a Draghi dobbiamo se non altro – e non è certo poco – il riconoscimento di essersi posto sulle spalle da solo il carico di tutto il disegno europeo. Ha risposto in maniera  audace e anche innovativa – Weidmann, a rigore, non ha tutti i torti quando lamenta la forzatura che Draghi ha fatto alla lettera dei Trattati – vista l’assenza di una risposta politica dell’Unione come tale.

Ma è anche chiaro che

• 1) il potere economico sul continente si è spostato dai governi alla Banca centrale; e

• 2) i politici e i politicanti non sono capaci, non sono più capaci, di spiegare e far capire agli europei tutti perché l’euro deve restare.

   E allora ci pensa lui, che da mesi predica come l’euro continuerà a essere la moneta unica del’eurozona a qualsiasi costo. Questo lo ha fatto chiaramente capire, anche se pure lui non è stato in grado di spiegare sempre e a tutti razionalmente il perché.

Tutto il disegno alla fine si riduce alla garanzia che i paesi in lotta per trovare sui mercati finanziamenti adeguati troveranno l’aiuto della BCE: dietro a tutti loro ci sarà adesso – dice Draghi ai mercati – la madre di tutte le controfirme di garanzia, la madre di tutte le carte di credito “senza limiti” di spesa. Se alla fine nessuno chiederà di vederla – o saranno in pochi – tutto bene… Se no, arriveremo tutti al redde rationem.

●Tutti, perché anche in Germania vengono fuori, per ora senza nomi e cognomi,  notizie di liquidità in sofferenza per alcuni istituti di credito e si viene adesso sapere che, pure in Francia, ad esempio, il ministero delle Finanze si è precipitato a salvare il Crédit Immobilier de France, una piccola banca specializzata nel fornire credito a proprietari di casa a basso reddito. Si tratta di fornire subito alla banca € 5 miliardi, per permetterle di continuare a operare anche se pochi credono che a quella cifra ci si potrà poi fermare (The Economist, 7.9.2012).

●Intanto, Francia e Germania hanno deciso di provare a rilanciare la tassa europea sulle transazioni finanziarie anche se riducendone in partenza la portata, e quindi l’efficacia, vista l’ostilità di molti altri paesi, anche nell’eurozona stessa non solo nella UE allargata. Cominciando da un cosiddetto nocciolo duro di chi alla fine, poi, ci starà. I ministri delle Finanze dei due paesi hanno inviato, adesso, una lettera alla Commissione richiedendole di mettere formalmente all’o.d.g. del prossimo Vertice la richiesta non più solo di discutere ma di arrivare a decidere sulla proposta per poter dare così luogo, appunto tra chi ci sta (devono essere almeno un terzo degli Stati dell’Unione, cioè almeno nove), al meccanismo della cosiddetta cooperazione rafforzata (Agence France-Presse (A.F.-P), 29.9.2012, France, Germany revive EU financial transaction tax plan— Francia e Germania rilanciano il piano di tassazione europea sulle transazioni finanziarie ▬ http://www.afp.com/en/news/topstories/france-germany-revive-eu-financial-transaction-tax-plan).

●E perfino la ultravirtuosa Finlandia vede adesso la sua economia contrarsi nel secondo trimestre dell’1,1%. E era stato finora uno dei paesi dell’eurozona maggiormente, come dicono, performanti ma la crisi ha cominciato anche qui a pesare sull’export che qui pesa per il 40% sula formazione del PIL. A luglio, la Valitsi ministerinsä, la ministra delle Finanze, Jutta Urpilainen, aveva detto che il paese “non si sarebbe impiccato all’euro a ogni costo”. Lasciando intuire, salvo rimangiarsi se non altro per prudenza e parzialmente il linguaggio usato – ma non proprio il senso politico della dichiarazione stessa – che,  secondo lei. non sarebbe poi stata necessariamente la Grecia il primo paese a uscire dall’euro (The Economist, 7.9.2012)…

●Poi dati e previsioni peggiorano ancora, a ritmo davvero incalzante. L’Ufficio centrale di statistica riferisce che il tasso di disoccupazione ad agosto si attesta al 7,3%, +0,7 punti su un anno fa. E quello di disoccupazione tra i giovani da 15 a 24 anni è quasi al doppio, al 13,5% il più elevato tra tutti gli scaglioni di età. In agosto, così, i disoccupati registrati ufficialmente come tali sono stati 177.000, 22.000 in più del mese prima.

Secondo il ministero del Lavoro, però, che tiene queste stime esso stesso, i disoccupati che di fatto cercavano lavoro ad agosto sono stati 235.000. In questa stima, sicuramente più realistica, il numero maggiore è imputabile a una più concretamente corretta, anche se non del tutto documentabile, definizione di disoccupazione— include, infatti, anche i disoccupati che non si curano neanche registrarsi (Helsingin Sanomat— Messaggi da Helsinki, quotidiano, 27.9.2012, Forecasts say eurozone debt crisis increasingly overshadows Finnish economy— Le previsioni dicono che la crisi del debito dell’eurozona getta ombre crescenti sull’economia finlandese ▬ http://www.hs.fi/english/article/Forecasts+say+eurozone+debt+crisis+increasingly+oversha dows+Finnish+economy/1329104844958).

L’Istituto di ricerca sull’economia finlandese ( ) attesta ora di prevedere per quest’anno un aumento del PIL di appena lo 0,5% e, per il 2013, non più dell’1%: “export e consumi privati evolvono più lentamente di quanto ci aspettassimo: è la ragione per cui il PIL salirà fiaccamente e per mantenersi anche solo a questi livelli sarà indispensabile che la fase acuta dell’eurocrisi si risolva nei mesi a venire”. A fine ano, pronostica l’ETLA, la disoccupazione salirà al 7,7-7,8% e l’anno prossimo supererà l’8%. Qui il lato demografico a livello nazionale interverrà a contenere la crescita (Elinkeinoelämän Tutkimuslaitos-ETLA, 26.9.2012, Maailmantalouden Käänne Lykkäytyy – Suomen Kasvu Jää Tänä Vuonna 0.5 Prosenttiin— La ripresa economica rallentata – In Finlandia la crescita del PIL resta allo 0,5% ▬ http://www.etla.fi/eng/index.php).

●E, in effetti, il ministro più euroscettico del Gabinetto finnico, non a caso qui proprio il ministro per gli Affari europei, Alexander Stubb, tiene polemicamente a specificare che lui non crede per niente che sia utile e tanto meno necessario cambiare i Trattati europei e che, quindi, non è affatto d’accordo neanche col presidente della Commissione Barroso, né coi ministri degli Esteri che INn 11 per ora su 17 ne vanno discutendo nel Gruppo sul Futuro della UE.

Cioè sul fatto che, per far muovere in avanti l’Unione, ormai sia necessario anche e proprio cambiare i Trattati. Perché farlo, dice di temere il governo di Helsinki, potrebbe innescare il meccanismo del referendum in diversi paesi e aumentare quindi l’incertezza. Sono proprio i cambiamenti in atto, e quelli in previsione nell’eurozona, a causare in questo paese un grande disagio e la rivalutazione della propria posizione.

Intanto, questo è il paese dell’euro che, unico, ha deciso di cominciare a farlo imponendo come condizione al suo assenso, cioè alla sua partecipazione al Fondo di salvataggio per la Spagna (come già nel 2011 anche per la Grecia), l’accantonamento da parte di Madrid – che s’è dovuta piegare il 17 luglio – una specie di deposito collaterale, come in un banco dei pegni, che se non pagherà nel modo e nel tempo dovuto verrà sequestrato dal creditore. E c’è anche chi, forse anche qui con qualche eccessiva leggerezza sempre da dentro l’eurozona, si domanda se e a che serve a questo punto avere in casa un paese come la Finlandia che si comporta come uno strozzino qualsiasi.

Helsinki aveva aderito alla moneta unica dopo una forte recessione negli anni ’90 e aveva introdotto l’euro come moneta di conto già nel 1999. Al tempo cercava legami più stretti col nocciolo duro dell’Europa unita per prendere meglio, anche, le sue distanze dalla Russia. Il paese da cui viene in origine e che sempre lo ha condizionato e nella storia moderna, con la sua stessa presenza, in qualche modo suggestionato, limitato e vincolato.

Lamenta ora, Helsinki, che nello scorso decennio l’eurozona sia fondamentalmente cambiata ritrovandosi legata anche, e sempre di più, a un pezzo d’Europa, quella mediterranea, con la quale non sente di avere quasi niente in comune; e poi si sente sempre non tanto ignorata ma emarginata, isolata e in minoranza, perciò quasi costretta a dare il suo assenso anche se e quando non vorrebbe darlo e di star andando come inesorabilmente verso strutture nuove.

Nuove e con maggiore integrazione (nella quale non crede) e l’erosione alla propria piccola ma gelosamente custodita sovranità nazionale(di cui è estremamente geloso): senza arrivare a capire, perché dell’Europa ha, sempre e solo, avuto un concetto da bottegaio operoso, che anche e proprio, dal suo punto di vista, a causa del paese gigante col quale ha al suo confine orientale comunque a che fare, solo una sovranità più forte perché più europea lo aiuterebbe allo scopo (Stratfor, Global Intelligence, 18.7.2012, Finland Re-evaluates Its Eurozone Membership— La Finlandia rivaluta la sua stessa adesione all’eurozona ▬ http://www.stratfor.com/analysis/finland-re-evaluates-its-eurozone-membership).

A questo punto, la Finlandia sta ancora valutando la possibilità reale di essere il primo paese e l’unico a uscire finora volontariamente dall’euro. Ma sa bene che dovrebbe far fronte, in questo caso, a pesanti sfide anche sul piano economico e finanziario: perché, presa a sé, la Finlandia proprio sul piano economico e finanziario è quasi niente…

In conclusione va dato atto a Draghi almeno di averci provato e di essere riuscito ad acquetare, per il momento almeno, gli squali dei mercati. E anche il fatto che nel nuovo scudo anti-spread la BCE sia ora equiparata agli altri creditori, attesta di una fiducia forte del Consiglio direttivo della Banca centrale – certo, forse meno della Bundesbank: che però ormai è ridimensionata – che altre ristrutturazioni del debito come quella greca non saranno ormai più necessarie. 

Quanto la cosa dura, però, nessuno lo sa… E soprattutto nessuno ancora capisce se alla fine, visto che l’unica ricetta a funzionare, c.v.d., è quella keynesiana, chi ancora la rifiuta e si prostra slinguante al dogma monetarista e neo-liberista e non si rassegna, va cacciato via a pedate… che sia politico o tecnico. E d’urgenza…        

●Intanto, la Direzione dell’Energia della Commissione europea ha aperto un’altra procedura di infrazione – o più precisamente ancora – un’inchiesta ma quanto mai velleitaria contro Gazprom, il monopolio russo del gas, accusato di… monopolio, appunto, di dumping, per la situazione di quei paesi dell’Europa centro-orientale dove l’import di gas naturale è per almeno 2/3 in mano appunto a Gazprom.

L’inchiesta è focalizzata sulla consuetudine da parte della compagnia russa di legare i prezzi del carburante gas naturale a quelli del carburante greggio petrolifero— una policy che garantisce la fornitura nel tempo ma la rende anche speso più cara di quanto lo sarebbe comprare il gas sul mercato aperto. La risposta di Gazprom è, 1., che legare prezzi a fornitura è pratica comune in qualsiasi business, solo che quando il monopolio è privato al sistema va bene; e, 2., che magari così forse il gas può costare un poco di più ma garantisce anche sempre la continuità della fornitura che sul mercato aperto non è mai garantita.

Mosca ha subito criticato la Commissione accusandola di aver lanciato la sua azione anti-trust artificiosamente e provocatoriamente solo per ragioni politiche, visto poi che al dunque, non sarebbe – non è – in grado neanche solo di suggerire niente di alternativamente efficace alle forniture del gas russo a nessuno dei paesi cui la Commissione pretende di interessarsi: in pratica tutti i paesi dell’Europa centro-orientale: Bulgaria, Repubblica ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia (The Economist, 7.9.2012).

In effetti, la legislazione comunitaria sulla concorrenza prevede in caso di condanna anti-trust una multa fino al 10% del fatturato annuo di chi la violi… ma qui si tratta di un contenzioso che è andato avanti per anni e anni e affonda nel contrasto tra liberismo e monopolio di Stato. E che solo dopo anni, nel 2007, ha raggiunto lo stadio di una vera e propria inchiesta anche se mai, al dunque, conclusa su niente.

Dicevamo che di velleitarismo puro – e perciò del tutto controproducente per la credibilità stessa di chi a vuoto lo ostenta – si tratta:

• 1) perché Gazprom, in quanto russa non è soggetta alla legislazione comunitaria. E, comunque, volendo imporgliela, bisognerebbe avere la possibilità di farlo almeno di fatto se non di diritto: possibilità che proprio non c’è…

• 2) perché sono Lettonia, Estonia, Lituania ma anche Polonia, Slovacchia e Cechia a importare quel gas su propria richiesta e scelta e perché, tutto considerato, ancora conviene loro, proprio da Gazprom…

• 3) e perché, infine, quegli stessi paesi dell’Unione – i più fieramente anti-russi che hanno spinto la Commissione a darsi una regolamentazione antimonopolistica tanto intransigente in linea di pretesa e di principio quanto di fatto impotente (il cosiddetto terzo pacchetto dell’Energia), adesso prima di vederla applicata, o anche solo davvero tentata, le chiedono quali garanzie sia in grado di offrire – nessuna – di fornire fonti alternative e a prezzi convenienti… e, nei fatti, mordendosi dalla rabbia le dita per la propria incapacità di contare qualcosa, adesso si oppongono (ITAR-TASS New Agency, 5.9.2012, Gazprom might face 10 bn euro fine in European Commision anti-dumping inquiry— Gazprom potrebbe –potrebbe… – dover far fronte a una multa da 10 mdi di euro nell’inchiesta anti-dumping della Commissione europea ▬ http://www.itar-tass.com/en/c32/511595.html).

Tra l’altro, dopo che Gazprom, da parte sua e per i suoi ovvi interessi denuncia che l’inchiesta voluta dalla Commissione europea è il puro e semplice tentativo di influenzare i prezzi del gas naturale al ribasso e di influire artificialmente sulla sorte di quelli che sono e devono restare negoziati commerciali tra contraenti sovrani… per evitare così di intervenire invece aiutando con sussidi adeguati i membri di una comunità o di un’associazione di Stati che da soli non ce la possono fare altrimenti a pagare.

Insomma, suggerisce senza dirlo Gazprom, se volete aiutare qualcuno fatelo ma in modo aperto e chiaro: come faceva ieri – non lo dice certo, ma è vero – la defunta Unione sovietica quando aiutava con prezzi artificiosamente tenuti bassi ma a proprie spese non a spese di terzi e per ragioni dichiaratamente politiche (l’aiuto ai paesi fratelli, ecc., ecc.) chi voleva aiutare (Stratfor, 11.9.2012, Russia: Antitrust Probe Meant To Influence Gas Prices - Gazprom— La Russia:l’inchiesta anti-trust punta a influire sui prezzi del gas ▬ http://www.stratfor.com/situation-report/russia-antitrust-probe-meant-influence-gas-prices-gazprom).

E, adesso, arriva un decreto esecutivo di Putin che impone a ogni azienda russa che faccia affari con enti e Unioni di Stati stranieri (uno è Gazprom, naturalmente, e l’altro è l’UE, ovviamente, anche nel decreto non vengono mai nominate…) proibisce la trasmissione di dati e informazioni all’estero da parte dei russi senza l’approvazione dell’esecutivo.

Ma – per esempio a noi e sembra fortunatamente non solo – appare a questo punto davvero incredibile che a Bruxelles non fosse venuto in mente a nessuno di quelli della Direzione Energia, né a nessuno degli strateghi che riempiono gli uffici della Commissione antit-trust – quella che, è vero, quando era capeggiata da Monti aveva rotto le reni alla Microsoft: che, però, pur essendo un gigante non era uno Stato-gigante – la Russia – che, invece, uno Stato-gigante lo è – li avrebbe mandati a quel loro strano paese dei balocchi e che in Europa, semplicemente, alla fine per la terza volta dopo altri due tentativi falliti ne avrebbero, per forza, dovuto prender atto?

Perché poi, in mano a Gazprom, c’è sempre la carta dell’accelerazione della diversificazione dell’export verso l’Asia e della riduzione della propensione al mercato europeo, se mai dovesse continuare ad insistere… – e, poi va ribadito, velleitariamente perché oggi in Europa, e anche da noi non nel Centro o nell’Est ma proprio in Europa occidentale, nessuno se lo può davvero permettere – su un’inchiesta impossibile (New York Times, 11.9.2012, A. E Kramer, Putin Impedes European Inquiry of State Fuel Supplier— Putin impedisce l’inchiesta europea sulle forniture dei combustibili di Stato [che non sono, però, della o sotto la giuristi<ioen della Unione europea] ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/12/world/europe/russia-impedes-inquiry-of-fuel-supplier-gazprom.html?ref=global).

●E la Russia sa, sapeva, ha sempre saputo benissimo come lo sapeva bene la UE che Bruxelles non potrà risolvere a modo suo – cioè imponendo l’inchiesta – proprio un bel niente perché emerge subito e fa sapere, stranamente stranito e sorpreso, un attivissimo deputato lettone del parlamento europeo, Krišjānis Kariņš – uomo di destra e ex cittadino statunitense – che aveva fatto pressione sulla Commissione perché l’inchiesta venisse ripresa, in realtà l’unico grande paese dell’Unione che per lo meno a parole si dice nettamente a favore dell’inchiesta è la Polonia.

Ogni altro paese aderente di qualche peso è contrario a consentire alla UE di valutare ed esercitare poi qualche potere sui rapporti bilaterali di ogni Stato con Gazprom. Come, appunto, volevasi dimostrare (EurActiv, 12.9.2012, Large countries oppose EU-Gazprom deals scrutiny— I grandi paesi dell’Unione sono contro l’inchiesta UE sugli accordi  di Gazprom ▬ http://www.euractiv.com/energy/largest-eu-countries-oppose-gazp-news-514739).

La Russia è anche ben avvertita di un altro fatto concreto, che diversi dei suoi maggiori clienti europei (Francia, Olanda, Italia stessa, Polonia) stanno cercando di dotarsi di infrastrutture di stoccaggio di gas liquefatto al largo delle loro coste (Agenzia Stratfor, 26.1.2012, LNG’s Expanding Role in Europe— Il ruolo in espansione in Europa [dei depositi off-shore] di gas naturale liquefatto ▬ http://www.stratfor.com/analysis/lngs-expanding-role-europe).

E poi, e soprattutto, sapendo dell’oggettivo ridursi dell’import dal resto d’Europa – al solito, per la crisi… – Gazprom si sta preparando, appunto, a diversificare aumentando l’export di gas verso molti tra i paesi della regione dell’Asia-Pacifico (Russia&India  Report, 4.9.2012, Russia intends to compensate for lower gas supplies with growing gas supplies to APR— La Russia vuole compensare le forniture di gas in calo aumentando quelle nell’Asia-Pacifico  ▬ http://indrus.in/articles/2012/09/04/russia_intends_to_compensate_for_ lower_gas_export_supplies_with_grow_17395.html).

●E’ da anni, poi, che anche nel Baltico, sulla collocazione migliore di un grande deposito offshore di LNG vanno litigando le tre repubbliche ex sovietiche – Lituania, Estonia e Lettonia – con la Finlandia che è anch’essa molto interessata al progetto. Una compagnia specializzata, danese, di studi prospettici e costruzioni ha ora condotto un cosiddetto studio di fattibilità per conto del governo estone (Ramboll Oil & Gas A/S, LNG Terminal in Estonia, Muuga -Tallinn— Terminal LNG in Estonia, a Muuga - Tallinn ▬ http://www.ramboll-oilgas.com/projects/viewproject?projectid=2E0DFC1D-4093-4C7C-8F7E-074 30702D65B) scoprendo dice al committente, ma contrastato dagli altri, che collocare il deposito LNG a Tallinn, in Estonia… costerebbe un terzo meno che in qualsiasi altro luogo nella regione.

Il problema, però, non è poi solo quello di raggiungere un accordo sulla dislocazione dell’impianto ma anche di finanziarselo una volta chiarito che la solita velleitaria Direzione dell’Energia della UE chiacchiera e chiacchiera e poi niente può fare: di concreto, di pratico (Baltic Business News, 6.9.2012, Ramboll: Tallinn the cheapest option for a LNG terminal— Ramboll: Tallinn è l’opzione più a buon mercato ▬ http://www.balticbusinessnews.com/article/2012/9/6/ramboll-tallinn-the-cheapest-option-for-a-lng-terminal).

●Problema analogo, di assenza di infrastrutture, lo hanno anche in Asia, come fanno notare proprio i russi. E’ vero, dice Gazprom, che la maggior parte dei paesi della regione non sono in grado di importare gas naturale che in forma liquida, via marittima, per la mancanza di infrastrutture ma la Russia è pronta a costruire le installazioni di stoccaggio lì necessarie per lo stivaggio e a studiare joint ventures per il trasporto eventuale via terra, con gasdotti appropriati.

La cosa non è affatto gradita alle compagnie americane del petrolio e del gas, che anche qui parlano di possibile eccessiva dipendenza dalle forniture russe, ma Gazprom e la nipponica Itochu & Japan Petroleum Exploration, che denuncia apertamente la mancanza di alternative fattibili rispetto a quelle offerta hic et nunc dai russi, firmeranno adesso apposito accordo. Lo fanno poi addirittura scavalcando la compagnia nipponica direttamente tra loro Gazprom (il presidente, Aleksei Miller) e governo di Tokyo (Ichiro Takahara, Direttore generale dell’Agenzia nipponica per le Risorse naturali e l’Energia e alto esponente del ministero del Commercio), a latere dell’incontro dell’APEC, tenuto per la prima volta in Russia, a Vladivostok firmando in quella sede, e in presenza del presidente russo e del premier giapponese, l’accordo formale per la costruzione di un terminal-deposito LNG da $ 13 miliardi.

Ed è, nota acidulo il NYT, riflettendo il giudizio vagamente scandalizzato di Washington, si tratta di una collaborazione/affiatamento a suo modo quasi fuori mercato (ohibò!) tra un governo e un monopolio di Stato che “spingerà le ambizioni del Cremlino a moltiplicare affari e legami commerciali in tutto l’Estremo Oriente”. Ancora da definire il prezzo finale del gas ma l’accordo è già una vittoria di dimensione strategica per i russi e la loro politica di diversificazione degli sbocchi e preoccupa molto le grandi compagnie americane.

La segretaria di Stato americana Clinton ha speso nell’occasione parole calorose per lodare finalmente l’entrata della Russia, uno dei 21 paesi dell’APEC, nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (come se il ritardo non fosse stato dovuto finora proprio al veto americano…) ma ha anche colto l’occasione per “ammonire” (parola sua) Russia e Cina – e anche, implicitamente, diversi altri Stati della regione del Pacifico – sul peccato mortale perpetrato nel mantenere in vita grandi monopoli di Stato e la gestione di fondi di investimento sovrani di proprietà diretta dello Stato stesso (anche se poi, sono proprio quei fondi sovrani di Stato a tenere a galla l’economia degli USA, magari comprandone i Bonds...

Così, in quella sede, i moniti della levigatissima signora tirata a lucido, come sempre, dall’estetista al seguito pagata dal dipartimento di Stato, non sono stati ripresi neanche da governi totalmente allineati e coperti agli USA come quello di Papua Nuova Guinea o Taiwan, che hanno preferito essi stessi cortesemente ignorarli, con un’altra figura di tolla che sarebbe stato meglio, comunque, evitare agli Stati Uniti d’America (New York Times, 8.9.2012, D. M. Herszenhorn, Russia and Japan in Agreement on Natural Gas Deal— Russia e Giappone concordano sulla vendita di gas naturale ▬ http://www.nytimes. com/2012/09/09/world/europe/russia-and-japan-move-forward-on-natural-gas-deal.html).

●Intanto Mosca ha formalizzato, informa il ministro delle Finanze di Cipro, Vassos Shiarly, la decisione di  concedere all’isola un credito di 5 miliardi di € che quel governo  spera sia in grado di rendere sostenibile in termini di rifinanziamento il debito estero del paese. L’esposizione delle banche cipriote al debito greco è infatti molto elevata e l’isola da sé non ha più accesso ai mercati finanziari internazionali. Si tratta del secondo accordo di credito che la Russia dà a Nicosia in un anno e lo farà consultandosi con il Fondo monetario internazionale (Agenzia Bloomberg, 5.9.2012, S. Orphanides, Cyprus debt to be sustainable after bank aid, says Shiarly— Il debito di Cipro tornerà a essere sostenibile con l’arrivo dell’aiuto alle banche, dcuie Shiarly ▬ http://www.bloomberg.com/news/2012-09-05/cyprus-debt-to-be-sustainable- after-bank-aid-shiarly-says-1-.html).

●La Banca centrale di Russia ha venduto il suo 7,6% di quota azionaria della Sberbank, il maggiore istituto di credito del paese, con offerta pubblica di vendita aperta contemporaneamente alle borse di Mosca e di Londra. E’ stata la maggiore vendita di beni della Repubblica federativa russa nel programma in atto da 18 mesi di privatizzazioni, per $ 5,2 miliardi: che, però, non intacca la quota maggioritaria di azioni, il 50 + 1% che resta in mano allo Stato. Ma è un fatto che non sembra per niente, come si attendevano in molti, scoraggiare gli acquirenti privati che comportano subito il totale dell’offerta di vendita (The Economist, 21.9.2012).       

●Nel 2004 l’Unione europea aveva accolto a braccia aperte la piccola Slovenia, dandole un posto d’onore per i suoi fondamentali tra i nuovi arrivati dell’Est europeo e tre anni dopo aveva lasciato che, praticamente senza condizioni, entrasse anche a bandiere piegate nell’euro. Ora proprio la piccola Repubblica alpina, che comincia ad oriente subito dopo  Trieste, rischia di diventare il primo paese dell’Europa ex comunista a doversi rivolgere per un vero e proprio salvataggio economico alle tenere cure imposte e gestite direttamente da Bruxelles e dalla troika.

Lubiana è azzoppata, come tanti altri, da una pesante recessione e più di altri ha fior di banche sull’orlo del fallimento, bastonata ogni giorno poi dallo spread. Prima dell’accesso all’Unione aveva vissuto su anni di speculazione galleggiando, fino a quando è scoppiata, sulla bolla speculativa edilizia. Ora il portafoglio delle banche slovene è appesantito da 6 miliardi di € di debiti non più redimibili: il 12% e più del totale depositi. L’edilizia è paralizzata. Il PIL si contrarrà quest’anno dell’1%, scendendo a meno di 35 miliardi e mezzo di € e i costi di finanziamento del debito sono schizzati alle stelle con decennali piazzati, quando va bene, oltre il 6% di rendimento.

La Slovenia, ancora negli anni della Jugoslavia unitaria, aveva sviluppato un’economia relativamente aperta al mercato – l’agricoltura non è mai stata collettivizzata e il commercio estero, specie con Austria e Italia, è sempre stato forte – negoziando una transizione liscia e un facile accesso all’Unione, con banche che, essendo largamente sfuggite all’impatto del contagio tossico degli assets subprime americane, hanno commesso l’errore fondamentale di sottostimare la crisi del debito ma soprattutto della domanda e della crescita che ha colpito un po’ tutta l’Europa e li ha colpita subito, con ferocia, col rientro accelerato dei soldi tedeschi e austriaci e francesi e, molto meno, italiani che avevano massicciamente investito nella bolla edilizia.

E adesso è dura (New York Times, 14.9.2012, Slovenia Encounters Debt Trouble and May Need Bailout— La Slovenia si scontra coi guai del debito e può avere bisogno del salvataggio ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/15/business/ global/slovenia-runs-into-debt-trouble.html?_r=1&pagewanted=all&gwh=4D40F6B8A9FF06AF5ED6C69733CD86B4

●Antal Rogán, capogruppo del partito Fidesz, populista di destra che ha la maggioranza assoluta in Ungheria, ha dichiarato che purtroppo avrà ragione l’Europa che riuscirà a piegare il governo magiaro di Viktor Orbán a ridursi il bilancio per limitarne il deficit e poter accedere al programma di assistenza finanziaria della UE (Budapest non è nell’eurozona ma aderisce all’Unione) e del FMI.

Il governo aveva già dovuto rimangiarsi – rinviando il voto per salvarsi la faccia – la riforma della Magyar Nemzeti Bank, la Banca centrale, che voleva sottoporre al suo controllo diretto violando però, così, le normative dell’Unione e chinandosi (malgrado la sua straforte maggioranza parlamentare) alla minaccia di Bruxelles di congelare altrimenti ogni aiuto e, intanto, la quota parte magiara dei Fondi europei di coesione.

Ha ragione il governo ungherese: si tratta di una chiara prevaricazione del potere sovrano del parlamento magiaro. Ma visto che chiunque in Europa acceda a quelli o altri fondi deve conformarsi a regole comuni, e che comunque di chiederli non glielo ha ordinato il dottore, per stare nel club ha dovuto accettarne le regole (Stratfor, Global Intelligence, 6.6.2012, EU pushes a hard line on Hungary— La linea dura della UE sull’Ungheria ▬ http://www.stratfor.com/analysis/eu-pushes-hard-line-hungary).

In conclusione: la sfida del governo sicuramente più solido dell’Unione (col 52% dei voti ha un premio di maggioranza che gli dà oltre i 2/3 dei seggi), l’ha vinta a mani basse per ora la Commissione cui il tentativo inconsulto di rivolta di Orbán alle regole comunitarie ha fatto davvero comodo (Portfolio.hu, 5.9.2012, Hungary will likely need to adjust 2013 budget due to IMF – Rogán— L’Ungheria dovrà probabilmente riaggiustare il bilancio 2013 per colpa del FMI [ma in realtà anche, e come, dell’UE], avverte Rogán ▬ http://m.portfolio.hu/en/cikkek.tdp?k=2&i=24792).

E, adesso, subito, il  governo deve rimangiarsi tutti gli impegni solenni a tener duro contro l’Europa e le sue esigenze di rigore con cui aveva stravinto le elezioni l’impegno a non licenziare nell’impiego pubblico: saranno, invece, migliaia gli statali a doversene andare a casa e anche gli aumenti nel pubblico impiego sono scomparsi, con l’impegno anzi a congelare per altri tre anni almeno. Naturalmente, la colpa è della Commissione che ha subordinato gli aiuti a Budapest al taglio del deficit di bilancio: non di chi ha spergiurato, irresponsabilmente il falso e poi non ha avuto neanche gli zebedei per tenerne conto (Magyar Hírlap [Gazzetta magiara, organo del partito socialista, 14.9.2012, Szajlai Csaba, Leépítések várhatók a közszférában— Pesanti i licenziamenti previsti nel settore pubblico ▬ http://www.magyarhirlap.hu/gazdasag/leepitesek_varhatok_a_kozszferaban_.html).

●La Lettonia, comprensibilmente vista l’aria che tira, continua a rimandare la decisione di aderire all’euro e adesso parla di inizio 2013 forse, dopo la pubblicazione del rapporto di convergenza che i servizi della Commissione dedicheranno alla radiografia dei conti (finanziari, al solito, molto più che economici) del paese. Lo annuncia, adesso, il premier Valdis Dombrovskis in televisione (The Baltic Course, 5.9.2012, N. Kolyako, PM: Latvia to take decision on joining eurozone at the beginning of 2013— Il premier dice che la Lettonia deciderà dell’adesione all’eurozona [poi, certo, ma questo non lo dice, bisogna vedere se gli altri ci stanno: come, del resto, per tutti i nuovi che volessero aderirvi…] a inizio 2013 ▬ http://www.baltic-course.com/eng/analyti cs/?doc=62378).

Tutti i paesi dell’Unione che stanno fuori dell’eurozona, vanno del resto riconsiderando le loro intenzioni. Ma sono anche costretti, ormai, a rivalutare il fatto che la stretta anche politica e di integrazione più forte che proprio la crisi sta imponendo all’eurozona, li porterà – se restano fuori – a contare, all’interno, sempre di meno…

E’ il problema che si va ponendo proprio l’Ungheria dove adesso il ministro dell’Economia, Gyorgy Matolcsy, scrive che non bisognerà neanche considerare l’adesione del paese all’euro prima di un altro ventennio visto che l’eurozona è in crisi perché, secondo lui, ha cercato di fare troppo e troppo in fretta. Però è anche preoccupato, e lo dice, perché nell’eurozona invece sta prevalendo l’opinione che i guai siano nati anche e proprio per non aver fatto abbastanza e abbastanza rapidamente (Reuters, 30.8.2012, Hungary shelves euro entry for two decades: minister— L’Ungheria accantona l’adesione all’euro per altri due decenni: dice il ministro ▬ http://www.reuters.com/article/2012/08/30/us-hungary-euro-idUSBRE87T0AC20120830).

●Sempre il PM della Lettonia, Dombrovskis, insieme a quello dell’Estonia, Andrus Ansip, annunciano che sono impegnati ormai a sostenere il progetto di creazione di un reattore nucleare per la produzione di energia in Lituania. L’Estonia sta tentando da tempo di diversificare le fonti del suo approvvigionamento di energia visto che anche il tentativo di estrarre petrolio dalle scisti bituminose è risultato troppo costoso per le emissioni di carbonio che comporta. Adesso tenteranno anche questa strada (Bloomberg, 20.9.2012, Milda Seputyte, Estonia, Latvia Premiers ‘Committed’ to Baltic Nuclear Plant— I premiers di Estonia e Lettonia ‘si impegnano’ alla costruzione del reattore nucleare baltico [in Lituania] ▬ http://www.bloomberg.com/news/2012-09-20/estonia-latvia-premiers-committed-to-baltic-nuclear-plant.html).      

Era una discussione che andava ormai avanti da anni e ognuno dei tre paesi baltici, da anni, rivendicava la preferibilità, “tecnica” naturalmente, del proprio territorio per il progetto. Ma ora sembra che l’unica ragione per cui è stata alla fine, tra di loro, scelta la Lituania è che dei tre paesi è l’unico che anche se vicinissimo, non ha un confine coi russi…

Ma nessuno dei tre, e tanto meno i tre insieme, danno – perché proprio non lo sanno – neanche l’idea di chi e di come si finanzierebbe il progetto: che, se fosse portato a termine, certo, a parte ogni considerazione di rischio, sarebbe risolutivo, o quasi, per l’approvvigionamento di energia dei paesi baltici. Ma che, se spera ancora di essere finanziato dall’Unione europea è sempre e solo pura illusione…

●In Ucraina, condanna confermata della Corte suprema dopo l’appello presentato da Yulia Timoshenko, ex prima ministra, contro i sette anni di galera che i tribunali le hanno inferto per i reati di corruzione e abuso di ufficio: condanna su cui si è arenato il rapporto tra il paese e l’Unione europea e condanna che, anche se di per sé, sembra sostenibile risulta effettivamente puzzare molto di vendetta del suo eterno rivale e ora presidente della Repubblica, Viktor Yanukovich.

L’accusa riguarda specificamente un contratto, costoso ma sostanzialmente obbligato (da Mosca non arrivava più – e in pieno inverno: 20-30° sottozero, qui… – il gas), che la signora aveva firmato nel 2009 per conto del suo paese con l’allora primo ministro e ora, di nuovo, presidente russo Vladimir Putin che, naturalmente adesso, l’ha sostenuta, senza successo ma anche con qualche imbarazzo per Yanukovich, più vicino a Mosca di quanto lei, anti-russa per professione quasi, mai sicuramente sia stata (The Economist, 31.8.2012).

Ora, il primo ministro ucraino, Nikolai Azarov, ha dichiarato che UE, Russia e Ucraina dovrebbero, insieme, formare un consorzio che modernizzi e gestisca il sistema di trasporto della rete di gas naturale (del tutto obsoleta) che oggi esiste in Ucraina. La sua stima del costo ammonta a oltre € 4,5 miliardi. L’unica cosa che non spiega, anche lui, è quale sarebbe mai la convenienza a spendere tanto non solo per l’Ucraina ma per le altre due entità che egli chiama a sottoscrivere all’impegno.

(Prime Business News Agency, 10.9.2012, Kiev estimates gas transport system update at 4.5 bln euros— Kiev valuta che l’ammodernamento del sistema di trasporto ucraino del gas naturale costerebbe € 4,5 miliardi [nel merito, il contenzioso di Kiev con la Russia è sempre relativo proprio al costo del contratto stipulato nel 2009 tra il primo ministro Putin e la prima ministra Timoshenko che le sta costando adesso la prigione e di cui l’Ucraina vorrebbe adesso liberarsi] ▬ http://www.1prime.biz/news/_Kiev_estimates_gas_transport_system_update_at_45_bln_euros/0/%7BC420A209-AEB 6-41B6-BC78-1B4E561A541E%7D.uif)

Quasi a dare più forza sul piano del braccio di ferro alla sua debolissima posizione negoziale – e, però, rischiando moltissimo – l’Ucraina annuncia che intende tagliare l’import 2013 del gas naturale da Gazprom da 27 a 24,5 miliardi di m3. E annuncia, anche, che vorrebbe proporre ai russi un “leggero” ritocco alla posizione sua negoziale.

Gazprom, senza troppo insistere – almeno per ora – sul fatto, ricorda però puntigliosamente che anche l’ammontare del flusso del suo gas verso Kiev non è modificabile unilateralmente. Pena, come il contratto prevede, sonorissime multe o, addirittura, l’interruzione del flusso, Adesso che, poi, arriva l’inverno. Cosa che neanche i russi hanno bisogno qui di ricordare agli ucraini, ma che il portavoce dell’ente russo sembra proprio fare (1) The Moscow Times, 13.9.2012, Reuters, Ukraine to Decrease Gas Imports— L’Ucraina diminuirà le importazioni di gas ▬ http://www.themoscowtimes.com/business/article/ukraine-to-decrease-gas-imports/468104.html); 2) Stratfor, Global Intelligence, 30.8.2012, Ukraine, Russia: Compromise on the Horizon?— Ucraina e Russia: compromesso all’orizzonte? ▬ http://www.stratfor.com/analysis/ukraine-russia-compromise-horizon).

A latere dell’incontro sul Mar Nero, dove s’è incontrato col presidente Putin, l’ucraino presidente Yanukovich ha lasciato trapelare che l’annuncio del suo paese è una posizione negoziale di partenza e accennato al fatto che, subito dopo le elezioni parlamentari di fine ottobre in Ucraina, sarà trovato il compromesso necessario coi russi— e, forse, ma questo lui s’è ben guardato dal dirlo potrà avviarsi a soluzione in modo soddisfacente per tutti anche la questione del carcere della Timoshenko…

●In Georgia, la NATO – su richiesta insistente e con soddisfazione anche troppo evidente ed evidenziata del governo georgiano: un po’ troppo gridata ai quattro venti per non suscitare qualche problema coi russi – ha deciso di tenere esercitazioni militari con 11 paesi dell’alleanza su 30: ed è significativo che la grande maggioranza degli alleati abbia deciso di rispondere che non ci vuole essere all’invito improvviso ricevuto da Tbilisi e dal quartier generale dell’Alleanza a partecipare all’esercitazione del Centro di coordinamento e di risposta a disastri euro-atlantiche.

La tensione è andata in effetti aumentando adesso all’avvicinarsi delle elezioni in Georgia del prossimo 1° ottobre, con le esercitazioni militari che i russi hanno appena finito di tenere in Abkazia, che – proprio come il Kosovo dalla Serbia – ha appena proclamato di secedere dalla Georgia, lo stesso giorno in cui Mosca ha annunciato anche l’intenzione di aprire un suo ufficio consolare nell’altra repubblica secessionista da Tbilisi dell’Ossetia del Nord.

Questa volta il presidente Saak’ashvili lascerà, pare, il posto (la Costituzione gli impedisce di ripresentarsi per la terza volta) che, col golpe soft popular-populista che i suoi PR di Manhattan gli avevano fatto passare per quasi di “velluto” (dietro lauto pagamento di patrioti georgian-americani: alla fine, la fattura della MSM ai finanziatori del neo inventato leader georgiano, documentata dal fisco americano, arrivò ai 10 milioni di $), aveva strappato nel 2003 a Eduard Shevarnadze, l’ultimo ministro degli Esteri della Russia di Gorbachev, poi regolarmente eletto due volte egli stesso presidente della Georgia.

Shevarnadze, allora, preferì andarsene piuttosto che rischiare un bagno di sangue resistendo al putsch, come avrebbe potuto, anche se oggi ci sta ripensando e confessa che sbagliò lasciando senza colpo ferire il potere a colui che, già allora, sapeva sarebbe stato un autocrate (Radio The Voice of Russia, 2.7.2012, Former Georgian President sorry for handing power over to Saakashvili— L’ex presidente georgiano si rammarica per aver consegnato il potere a Saakashvili ▬ http://english.ruvr.ru/2012_07_02/79957995), incapace di risolvere i problemi economici del paese (l’80% dei giovani tra i 20 e i 24 anni è disoccupato e non studia neanche) e espertissimo, invece, nel provocare tensioni e scontri inevitabilmente in perdita coi paesi vicini alla ricerca di chimere (che, poi, non gli danno neanche mai retta, come la NATO, la UE)

Il fatto che poi adesso – a pochi mesi dalle elezioni parlamentari che per la prima volta sembrano ora in grado di sfidarne seriamente, malgrado imbrogli e prevaricazioni, il potere – il presidente abbia nominato a nuovo premier un duro tra i suoi più fedeli famigli, il ministro degli Interni e della sicurezza – della polizia di Stato e di quella segreta, Vano Merabishvili, uno che Shevarnadze conosce bene e denuncia come feroce anche se efficiente despota che non si cura di leggi e regole ma impone sempre le sue decisioni senza ricerca di alcun consenso, significa secondo tutti gli osservatori onesti che egli è adesso votato a presiedere per conto del presidente al periodo,  sicuramente poco tranquillo, del post-elezioni (Institute for War and Peace Reporting/IWPR, 13.7.2012, Nana Kurashvili, Heavyweight premier for Georgia— Un peso massimo è il premier della Georgia ▬ http://iwpr.net/report-news/heavyweight-premier-georgia).

E, in effetti, la presidenza di Saak’ashvili è stata tutta segnata dalla guerra che, illuso dalle chiacchiere di un non meglio specificato “sostegno” fattegli avventurosamente da Bush, volle aprire contro la Russia nell’agosto del 2008, cadendo anche probabilmente nella trappola apertagli da Putin (che su invito del governo al potere in Ossetia del Sud aveva mandato sue “truppe di garanzia” nell’area che la Georgia rivendicava) e che lo vide inevitabilmente subire, dopo aver iniziato lui l’offensiva, una temporanea invasione dalla controffensiva dei russi, costretto al ritiro e praticamente alla resa.

Tentò poi, di rifarsi chiedendo l’entrata nella UE (bloccata sostanzialmente da Germania e Francia: non con chi ha un contenzioso territoriale aperto, come è il suo caso, “sia pure con Malta”, come dice il Trattato di Roma… ma poi in realtà con la Russia) e nella NATO stessa e dovendosi perciò contentare di aprire “buone” relazioni ma da fuori con esse e di continuare a vivere all’ombra del suo conflitto perenne con Mosca.

Molto, quindi, dipenderà ora da chi sarà il successore alla presidenza: Vano Merabishvili, ministro degli Interni di Saa’kashvili che dovrebbe continuare la sua linea “confrontazionale” con Mosca o il leader dell’opposizione più o meno unita, l’editore Bidzina Ivanishvili: ma anche questi, in realtà, nel clima fortemente anti-russo che c’è nel paese, difficilmente cambierebbe poi molto a breve termine la politica estera apertamente filo-occidentale, anche se impotente e frustrata, del governo di Tbilisi e i russi, Putin, lo sanno benissimo (Stratfor, Global Intelligence, 7.9.2012, Russia’s Interest in Georgia’s Election— L’interesse russo nelle elezioni georgiane ▬ http://www.stratfor.com/analysis/russias-interest-georgias-elections).

●Con il sussiego e la prosopopea che alla denuncia si conviene, il Tesoro degli Stati Uniti riesce a farsi cogliere con le mani nella marmellata perfino dalla Bielorussia: che davvero è tutto dire. Il ministero del Tesoro americano ha messo nella sua lista di obiettivi delle sanzioni la agenzia esportatrici di armi delle Bielorussia, Belvneshpromservice, sulla base dell’ordine esecutivo no. 13382 del presidente degli Stati Uniti come sostenitori della proliferazione di armi di distruzione di massa.

Secondo il Tesoro – che non porta alcuna prova della denuncia in quanto, nota, trattarsi di segreti di Stato cui, quindi, dice, bisogna credere sulla parola: e, sul punto specifico, noi tendiamo a credergli – la BPS di Minsk avrebbe fornito alla Siria bomb fuses— inneschi per bombe, le armi di distruzione di massa (Now Lebanon, 19.9.2012, US says Belarus supplies munitions to Syrian government— Gli USA dicono che la Bielorussia fornisce munizioni al governo siriano ▬ http://www.nowlebanon.com/NewsArticleDetails.aspx?ID=438228).

Si tratta insieme, di un’azione contraddittoria in modo vergognoso e anche un tantino vigliacca.

Contraddittoria non certo perché colpisca – o almeno miri a colpire: infatti, non è che i bielorussi esportino armi in occidente e dunque, si tratterebbe di una misura in ogni caso no effect – il commercio degli armamenti di Minsk (che, forse, di peggio meriterebbe) ma perché la denuncia dell’obbrobrio e la punizione vengono prese dal più grande fabbricante e commerciante di armamenti del mondo.

Si tratta di $ 66,3 miliardi di vendite di armamenti sul mercato internazionale che danno all’America nel 2011 una quota addirittura dell’80% del totale, coi resti che vanno a tutti gli altri: Russia seconda, con $ 4,1 miliardi venduti nell’anno. Però, è normale: da sempre, infatti, l’America agisce sulla base della regola dei due pesi e delle due misure: uasn per sé l’altra per tutti gli altri, a seconda poi che siano o meno d’accordo con le sue decisioni  (cfr. New York Times, 6.8.2012, T. Shanker, U.S. Arms sales make up most of global market— Le vendite americane di armi sono gran parte di tutto il mercato globale ▬ http://www.nytimes.com/2012/08/27/world/ middleeast/us-foreign-arms-sales-reach-66-3-billion-in-2011.html).

Misura anche vigliacca, poi, perché il Tesoro americano non se la prende neanche col zsecondo produttore di armi al mondo, l’ente di Stato russo, il Rosoboronexport, analogo del Belvneshpro-mservice: che, però, certo grosso e forte com’è, anche se ben dietro agli americani comunque,  risponderebbe al massimo con una secca e scoppiettante – ma anche umiliante per chi ne fosse il destinatario – pernacchia.

Il che non toglie certo che, poi, il regime vetero-comunista di Aleksandr Lukashenko faccia proprio ribrezzo. Le elezioni parlamentari di domenica 23 settembre le stravince, come si poteva sicuramente intuire, esacerbando altrettanto ovviamente il rapporto con l’Unione europea. Ma qualche volta anche chi ha sempre torto, non fosse altro che per la legge dei grandi numeri, mette in rilievo le contraddizioni e l’ipocrisia dell’altro… se poi, non potendoselo permettere per la sua ovvia incoerenza, proprio lui si mette a fargli la predica.

●Il cosiddetto gruppo di indirizzo internazionale per il Kosovo, che raccoglie 23 paesi dell’Unione europea, riunito a Pristina il 9 settembre, ha “concesso” – come se poi fosse mai in suo potere – al Kosovo la sua piena sovranità (Focus Info Agency, 8.9.2012, West to grant Kosovo full sovereignty Monday— Lunedì, l’occidente (sic!) concede al Kosovo la piena sovranità ▬ http://www.focus-fen.net/?id=n287046).

Cioè sta insistendo nell’ “errore” commesso quando – oltre a Stati Uniti e Turchia anche l’Unione europea riconobbe subito nel 2008, prematuramente secondo molti osservatori, la dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo dalla Serbia. Non tutti i paesi dell’Unione, però, furono d’accordo: il più importante tra i contrari, viste le già esistenti le pulsioni secessioniste al suo interno, fu già allora la Spagna— e, proprio in questi giorni, la Catalogna, in mezzo alla crisi gravissima che scuote in questo 2012 tutto il Regno oltre che tutta l’Europa, sta mettendo sotto pressione e minaccia concreta il governo centrale di andarsene (The Economist, 28.9.2012, The rage in Spain— La rabbia in Spagna ▬ http://www.economist.com/node/21563717).

Ma, se l’Autonomia catalana contribuisce per un quinto, da sola, al bilancio statale (non nazionale: la nación qui è proprio la Catalogna) e con un’eventuale secessione la Spagna precipiterebbe pressoché sicuramente, quindi, nella bancarotta, da sola pure la Catalogna avrebbe non poche difficoltà a sopravvivere come entità statuale autonoma…

Proprio adesso, però, il 25 novembre il presidente della regione convoca d’improvviso le elezioni anticipate con l’intenzione dichiarata di trasformarle, a questo punto, in una specie di referendum informale proprio sull’opportunità stessa della secessione dal regno di Spagna, subito dopo che il primo ministro ha negato come da Costituzione la possibilità sull’autonomia fiscale alle regioni che, comunque, nel frattempo, in contraddizione eclatante col loro assunto indipendentista. gli chiedevano aiuto (New York Times, 13.9.2012, R. Minder, Catalonia Presses Spain on Autonomy Even as Financial Crisis Simmers— La Catalogna preme sulla Spagna per l’autonomia anche [e proprio] ora che la crisi finanziaria sta ribollendo ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/14/world/europe/14iht-catalonia14.html?pagewanted=all).

In realtà, però, gli esiti della questione Kosovo non dipenderanno dalle ingerenze-intromissioni- sponsorizzazioni o dai più o meno irresponsabili assensi/dinieghi stranieri, ma da come il Kosovo, che di fatto e nei fatti ormai è per lo meno autonomo, saprà e potrà far valere il suo essere un paese civile fra mille dubbi sulla natura stessa del potere che lo governa (il premier Hashim Thaci è stato, tra gli altri, accusato dal Consiglio d’Europa e da molte organizzazioni europee per i diritti umani di aver organizzato, per finanziarsi la guerra d’indipendenza, addirittura l’espianto sistematizzato e la vendita di organi umani di decine e centinaia di prigionieri serbi). Un’ombra pesantissima che – a parte l’eterodossa proclamazione unilaterale dell’indipendenza e, soprattutto del suo riconoscimento internazionale, così ancora più eretica rispetto alle regole del diritto internazionale – non è mai stata completamente levata.

Resta, soprattutto il fatto che la Serbia controlla e, alla faccia di tutto e di tutti – kosovari, europei e americani – continuerà a controllare alcune province e località del Nord del Kosovo, quelle a Nord del fiume Ibar, che era stato tutto per secoli parte integrante del suo territorio, è tuttora abitato da una popolazione a maggioranza largamente serba e destinata alla Serbia dall’ONU stesso, del resto, che solennemente le aveva riconosciuto essere esso, appunto, parte “integrante e intangibile” suo territorio (UNSC Resolution ▬ Risoluzione del CdS delle Nazioni Unite #1244/1999, 10.6.1999, Situation Regarding Kosovo [che, tra l’altro, parola dopo impegnativa parola e all’unanimità, “riaffermava l’impegno di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite alla sovranità e all’integrità territoriale della Repubblica federativa di Jugoslavia [appunto: il Kosovo doveva restare alla Serbia] e degli altri Stati della regione come stabilito dalla dichiarazione dell’Atto Finale della conferenza di Helsinki e all’allegato no. 2”: cfr. http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N99/172/89/PDF/N9917289.pdf?OpenElement)].

Adesso, secondo il ragionamento convenzionale dell’occidente – che i serbi dovrebbero rassegnarsi allo stato dei fatti, ingoiare e accettare che un loro pezzo di territorio ormai se ne è andato – però questa strana bestia bitorzoluta e piena di contraddizioni che è l’occidente non lo vuole veder applicato altrove. Non alla Georgia e ai suoi pezzi che se ne sono già andati via proclamando l’indipendenza proprio come il Kosovo, Abkazia e Ossetia ad esempio, secondo la regola aurea che si applica sempre e solo ai nostri amici, veri o occasionali che siano poi, si vorrebbe applicare solo alla Serbia. Ma non funziona più proprio così…

E suona debole l’appello di chi fa… appello ai kosovari perché facciano “di più per garantire la piena protezione dei diritti della minoranza, in pratica cioè della popolazione serba del loro paese” (International Crisis Group/ICG, 10.9.2012, Europe Report, #128, Setting Kosovo free; remaining challenges— Per liberare il Kosovo: le sfide che restano ▬ http://www.crisisgroup.org/en/regions/europe/balkans/kosovo/218-setting-kosovo-free-remaining-challenges.aspx?utm_source=kosovoreport&utm_medium=1&utm_campaign=mremail).

●In Turchia, nel frattempo, e a segnare chiaramente quello che potrebbe essere un significativo rafforzamento del potere civile su quello tradizionale militare, più di trecento alti ufficiali, inclusi i tre ex massimi vertici militari del 2003, sono stati condannati in appello a venti anni di galera (34 gli assolti) per aver allora preparato, sotto la copertura di esercitazioni militari, un golpe mai però portato a conclusione contro il governo di Recep Tayyp Erdoğan.

I giudici hanno stabilito che il golpe – molto simile e, sembra alla Corte, anche ispirato più di vent’anni dopo a quello tentato e anch’esso non portato mai a termine negli anni ‘70 dal generale De Lorenzo in Italia – col nome in codice di “maglio” si riprometteva di incendiare e bombardare moschee all’interno per seminare il caos (la strategia della tensione di italiana memoria) e di innescare una concomitante minaccia esterna con un conflitto militare con la Grecia.

Così “giustificando” il rovesciamento del governo con le radici nell’islamista Adalet ve Kalkınma Partisi— Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP)vincitore democratico dei 2/3 dei voti del parlamento e certo – come ogni governo – con le sue contraddizioni era, tutto sommato, al governo in modo sicuramente più saggio e efficace di tutti i predecessori (New York Times, 21.9.2012, Sebnem Arsu, Turkish Court Convicts 330 From Military in Coup Case— Tribunale turco condanna 330 ex militari per un [tentato] golpe ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/22/world/europe/turkish-court-convicts-330-military-officers-in-coup-plot-trial.html ?ref =global-home).

●Viene ora annunciato, e si tratta di una sorpresa, che il primo ministro Erdoğan si candiderà – “per la quarta e ultima volta”, assicura – al Congresso di fine mese dell’AKP come presidente del partito (Sito web dell’AKP, Turkish PM to run for leadership of his party for last time on Sep 30— Il 30 settembre, il PM turco si candiderà ancora, per l’ultima volta, a capo del suo partito ▬ http://www.akparti.org.tr/english/haberler/turkish-pm-to-run-for-leadership-of-his-party-for-last-time-on-sep-30/28717): si tratta, spiega, di “accompagnare senza perdere colpi” l’ascesa della Turchia a livello globale proprio quando il paese sta riemergendo, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale e il crollo dell’impero ottomano, come un significativo attore della scena internazionale.

Erdoğan e l’AKP sono anche pieni di contraddizioni, ovviamente, ricchi di esitazioni, ve i velleitarismi e di scelte sbagliate, ma un potere reale che nel Mediterraneo, per dire, tra i grandi paesi (800.000 km2, quasi tre volte l’Italia e quasi 80 milioni di abitanti) è l’unico che vede ancora crescere forte la sua economia, e quello che ormai geo-politicamente conta nella realtà dei fatti più di Spagna, Italia e anche Francia (Stratfor, Global intelligence, 17.4.2012, G. Friedman, Turkey’s Strategy ▬ http://www.stratfor.com/weekly/turkeys-strategy).   

STATI UNITI

●Ormai, ad appena un mese dalle elezioni presidenziali, è utile qui mettere bene in evidenza che ci sono diverse aree di politica economica su cui, malgrado quelle che restano poi altre radicali differenze, le piattaforme repubblicana e democratica per le elezioni in realtà si assomigliano— in pratica si identificano. Sono alcune scelte, tutte sbagliate e tutte nel segno della ricerca del consenso moderato. Tre, soprattutto e le vediamo subito, dopo aver brevemente accennato però alle priorità del che fare, adesso, subito e domani: stabilizzare la crisi affidandosi alla buona volontà del mercato? o, riconoscendone l’inesistenza, cercare di uscirne con altri stimoli di spesa pubblica?

Questa è la prima, e la maggiore, di queste divergenze. Tradotta in termini di visione del mondo e di scelta di società, con tutte le conseguenze politiche e pratiche che ne derivano (risolutive, definitive  potremmo – e senza forzare troppo – anche dire (Guardian, 1.9.2012, D. Roberts, Why Mitt Romney and Paul Ryan believe wealthiness is next to godliness— Perché Mitt Romney e Paul Ryan credono che essere ricchi sia prossimo a essere divini ▬ http://www.guardian.co.uk/commentisfree/belief/2012/sep/01/mitt-romney-paul-ryan-wealthiness-godliness) che l’opzione è tra chi, coi puritani repubblicani al potere e convinti (perché fa loro comodo, o perché davvero almeno alcuni di loro ci credono: tutto è possibile…) che l’aver soldi o il non averne sia, al dunque, un premio o una punizione divina e chi questo quadro della società, per così dire divinamente darwiniana,  non l’accetta e lo vuole respingere.

Ma, dicevamo, che ci sembrano tre le cose che – anche pericolosamente, però – sul piano economico uniscono ormai qui destra e sinistra – e non solo qui, certo: anche se in maniera diversa da paese a paese anche: il fatto è che ancora quel che nasce e cresce in questo paese fa da modello e si trasmette e contagia e trascina con sé, sul piano culturale, un po’ riluttante magari, a dio fatto  tutto il resto del mondo. L’egemonia americana sarà – è – in crisi. Ma è sempre vegeta.

E, destra e sinistra, almeno le loro leaderships forse un po’ meno le rispettive basi, in sostanza concordano – o almeno sembrano davvero concordare – che

• 1) il dollaro deve restare moneta forte: perché questa deve restare prerogativa della superpotenza mondiale, anche se per tenercela rende poi poco competitivi i prezzi di prodotti e servizi americani nel mondo, provocando un vasto deficit commerciale (attualmente sui  $ 600 miliardi, appena al di sotto del 4% del PIL e, di fatto, anche la perdita negli ultimi dieci anni di 5 milioni posti di lavoro soprattutto nel settore manifatturiero e, con la conseguente pressione al ribasso dei salari e della forza lavoro che resta sul mercato, con la concomitante e non casuale perdita non piccola del suo potere d’acquisto.

• 2) vanno estese le coperture di brevetti e patenti sia qui negli Stati Uniti che in giro per il mondo. Si tratta di forme di protezionismo puro e particolarmente costoso che ha l’effetto voluto di ridistribuire i redditi verso l’alto, visto che sono pochissimi quanti nel 90% della popolazione chi incassa redditi da brevetti, copyrights o patenti e nell’altro 10% i meno prosperi sono avvocati ingegneri, medici: protetti così da una concorrenza efficace dal numero chiuso dei rispettivi ordini professionali che non esiste ovviamente per manovali, braccianti o camerieri di ristoranti e alberghi.

• 3) e, infine, come si dice certo last but not least, sono d’accordo entrambi i partiti e lo hanno dimostrato a colpi di decine e decine di miliardi di $ all’anno di fondi pubblici sul dogma di fede che sembrano decisi a proteggere grandi banche e grossi istituti di credito dal rischio di fallire. Le chiamano, quelle banche too big to fail— troppo grosse per lasciarle fallire. E, infatti, con eccezioni che si contano sulle dita della mano, non le hanno lasciate fallire.

In altre parole, destra e sinistra concordano sul fatto che la libera concorrenza e il libero mercato sono qualcosa da evitare a ogni costo per le classi alte e privilegiate e da imporre, invece, ai ceti medi e alle classi “basse” col gusto del perfetto detentore di un monopolio cui proprio esso conferisce di mettere in pratica il proprio potere della discriminazione sul prezzo delle merci.

Il fatto è che, se i repubblicani di Reagan hanno imposto e santificato, facendone un dogma, un sistema che tassa la speculazione (quella che scommette soldi per fare soldi dai soldi) con aliquote tre, quattro volte inferiori a quelle con cui tassa il lavoro, quello dell’operaio e – un po’più nominalmente, è vero – quello dell’imprenditore, i democratici questa scelta l’hanno fatta loro e poi perpetuata essi stessi.

Questa è la scelta per cui ci restano sul gozzo questi repubblicani qui, come in generale la destra. Ma la scelta che ha ancora la forza di scandalizzarci è quella degli altri americani, la gente diciamo così di sinistra che capisce bene e chiaro come e quanto questa struttura e questo sistema distorcano proprio l’economia e, poi, come e quanto facciano davvero schifo. Loro ci sembrano ancora più colpevoli.     

E non sono questi poi neanche gli unici casi in cui la complicità dei due schieramenti ha consentito – con una certa omologazione ormai consueta tra destra e sinistra – di trasferire miliardi di $ dalle tasche di chi paga le tasse regolarmente e non può sfuggirvi – dipendenti, clienti, utenti o piccoli depositanti, tutti quelli che si vedono accreditare stipendio o pensione in banca e non ci guadagnano niente, nei fatti, tra interessi quasi negativi e inflazione – ai fat cats— ai grassi gatti: “lor signori”, come, per capirci, noi usiamo chiamarli. Ma per ora lasciamo qui l’elenco dei capi di accusa. Che è già sufficiente.

●Il debito nazionale degli USA, che include quello pubblico dovuto a creditori privati e governi stranieri, ha superato per la prima volta i $ 16.000 miliardi, 16 trilioni come dicono qui, più adesso del 100% del PIL (a fine anno previsto a 15.974 miliardi) e, soprattutto, è aumentato di oltre 1 trilione di $ in soli dieci mesi (The Economist, 7.9.2012).

●Ma arrivano adesso anche nuove notizie davvero preoccupanti. Il dipartimento del Commercio rende noto che l’economia americana è cresciuta nel secondo trimestre dell’anno solo dell’1,3%, quasi prossima allo stallo vero e proprio in primavera, con una revisione al ribasso secco dal precedente pronostico dell’1,7% che era datato, però, solo a un mese fa, in agosto. Nel primo trimestre la crescita si era attestata al 2%, già in ribasso dal 3 a fine 2011.

E con solo altri 40 giorni, ormai, alle elezioni il dato rischia oggi di risuonare a scapito del presidente – perché è lui, comunque, al timone… – e a favore dello sfidante, il cui partito è, pure, certamente colpevole dello stallo totale che ha paralizzato la legislatura… Però, anche se è ipocrita accusare la Casa Bianca di non aver risolto il problema di una ripresa carente e di una crisi – la caduta  della domanda,  l’alto tasso di senza lavoro,  il deficit,  il rosso degli scambi  con l’estero, il

● Chi sa, Obama potrebbe bastare anche stavolta,vista la stupidità dei repubblicani…forse[6]  (vignetta)

Grido di battaglia 2008: Ripetete con me! YES, WE CAN!!!           Grido di battaglia 2012: Ripetete con me! abbiamo fatto il massimo,

…Yes, we can!!! Yes, we can!!!                                                         possibile considerate le circostanze storiche precarie in cui ci

                                                                                                             siamo trovati!!!

                                                                                                             Abbiamo fatto il massimo…

 

 

Fonte: KAL, 1.9.2012, The Economist

debito,insomma la crisi… e la caduta del prestigio e del peso degli USA nel mondo – che aveva ereditato pari pari da Bush e che proprio la maggioranza repubblicana alla Camera ha esacerbato col suo ottuso ostruzionismo ideologico (bisognava ridurre le spese pubbliche e il ruolo dello Stato a ogni costo…

È vero che anche Obama ha molte colpe avendo scelto di non sfidare mai con la forza del megafono unico che è quello del presidente in questo paese la tracotanza nullista dell’opposizione e di aver sempre cercato con essa il compromesso (che è l’accusa motivatissima che gli rivolgono tra i democratici quelli – per  usare la terminologia europea – di sinistra o “radical” che non c’entra niente col partito nostrano che porta quel nome; per dire i Krugman, gli Stiglitz, i Reich… (New York Times, 27.9.2012, A. Lowrey, Last Quarter’s Growth Is Revised Down Sharply— La crescita dell’ultimo trimestre viene rivista seccamente al ribasso ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/28/business/economy/last-quarters-growth-is-revised-down-sharply.html?ref=global).

Ma per fortuna è anche vero che, come fa notare proprio Paul Krugman – che non corregge neanche di una virgola l’opinione espressa sulla conduzione economica (sostanzialmente troppo paurosa e esitante) di Obama – però “questa non pare proprio l’elezione che un po’ tutti si aspettavano: è una bella sorpresa per alcuni e un pessimo shock per altri”—

ma è un fatto che l’aspettativa sembrava tempo fa, diciamo fino a due mesi fa, che “l’aura dorata delle elezioni del 2008 se ne fosse andata da tempo mentre i repubblicani avrebbero messo in mostra la solita loro unità e disciplina e che, al massimo, Obama avrebbe vinto di un’incollatura… Invece, pare proprio che i repubblicani siano affondati in una confusione totale”.

E questa, di Krugman, è un’opinione che pesa nel convincere anche chi da sinistra potrebbe ancora esitare a votare Obama per le sue contraddizioni e la sua voglia di pacificazione indigeribile con i “nemici”. E lui ormai da due mesi sta più che criticando Obama – senza rimangiarsi niente, però – demolendo le inani e pericolose, inique e addirittura criminali posizioni e contraddizioni dei repubblicani di Romney (New YorkTimes, 27.9.2012, P. Krugman, Not the Election They Were Expecting— Non le elezioni che si aspettavano ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/09/27/not-the-election-they-were-expecting).   

●Anche la crescita dell’occupazione ha rallentato sostanzialmente, ad agosto, aumentando la pressione politica sulla Casa Bianca e rafforzando, anche, le argomentazioni a favore di una nuova mossa della Federal Reserve che abbassi i tassi e aumenti la liquidità del sistema per stimolare l’economia. Che, in effetti, poi si concretizza.

Mentre fino ad ora la Fed annunciava di volta in volta l’ammontare preciso di facilitazioni quantitative che avrebbe messo in atto, d’ora in poi lascerà senza specificare prima gli aumenti di liquidità che immette sul mercato fino a quando non sarà soddisfatta del ritmo della ripresa economica. Insomma, stamperà moneta senza fissarsi e prefissare limiti alle proprie operazioni. Perché ormai, per la Fed è cambiato l’ordine dei fattori che costituiscono insieme il paradigma del suo statuto: che era finora, prima, la lotta all’inflazione fatta con la modulazione del tasso di sconto e l’immissione di liquidità nel sistema e, poi, il sostegno con quei mezzi anzitutto.

Adesso, lo ha reso chiaro ed esplicito il presidente Bernanke, gli addendi sono semplicemente rovesciati: primo, in queste condizioni, e finalmente, la crescita. Gli economisti monetaristi non sono d’accordo, ma pare che, ancora con qualche esitazione, i decisori politici comincino a dire loro un sonoro “e chi se ne frega!”.

E’ questa la novità, sia in Europa che in America: al contrario di Alan Greenspan, qui – come in Europa per Draghi, al contrario di chi lo ha preceduto, i Trichet, i Duisenberg, di cui facciamo fatica a ricordare perfino i nomi – ormai i tecnici-banchieri centrali riconoscono di essere davvero anche – almeno anche – degli effettivi decisori politici (New York Times, 14.9.2012, B. Appelbaum, Fed responds to a grim reality: chooses jobs over fighting inflation — La Fed risponde a una realtà molto arcigna: scegli i posti di lavoro da aiutare a creare piuttosto che combattere l’inflazione [anche perché magari quelli non ci sono e neanche, in sostanza, l’inflazione no?… ma il tono del titolo è quasi scandalizzato!] ▬ http://www. nytimes.com/2012/09/15/business/fed-chooses-jobs-over-fighting-inflation.html?_r=1).

Del resto, anche chi, monetarista sparato come e anche più del titolista del NYT, il WP cui purtroppo ormai si accede direttamente solo su abbonamento – ma, credeteci, con questo WP non ne vale la pena (Washington Post, 13.9.2012, Z. A. Goldfarb, Fed launches new round of Federal bond purchases— La Fed lancia un altro round di acquisti di buoni del  Tesoro mirati al mercato ipotecario ▬ articolo integrale ripreso da http://www.thefiscaltimes.com/Articles/2012/09/13/Fed-Launches-New-Round-of-Mortgage-Bond-Buying.aspx#page) – deplora il fatto, forzando malamente la realtà delle cose, che finora fortunatamente “gli esponenti della Fed sono stati attenti a combattere l’inflazione perché essa per prima colpisce gli acquisti della classe media, quelli di cose essenziali alla vita quotidiana come alimenti e benzina”.

Ma questa è un’ipersemplificazione che sfiora il falso. Anche ad agosto, solo un mese fa, lo 0,6% di aumento destagionalizzato su luglio è stato dovuto per l’80% al prezzo del petrolio, mentre l’aumento dei prezzi di alimentari e bevande è stato sullo 0,2%. E poi, e in effetti, proprio il prezzo di alimentari e carburanti è quello che maggiormente sfugge all’influsso delle banche centrali perché proprio questi sono i prezzi effettivamente determinati dai mercati internazionali, speculazione compresa.

L’aumento di questi prezzi, cioè, non dipende tanto dai tassi di interesse quanto dal rapido aumento della domanda di paesi in via di sviluppo come Cina e India, o da riduzioni di offerta dovute a tensioni e risvolti di tipo geo-politico o a gravi scombussolamenti climatici, gli uni e gli altri poi influenzati e amplificati dalla speculazione.

Il fatto è che nella realtà delle cose, qualunque siano le decisioni di Fed o BCE non avranno mai per queste ragioni grande influenza sui prezzi di questi prodotti e, quindi, su alimentari e benzina. Il che spiega anche perché poi sia Fed che BCE guardino poco nel prendere le proprie decisioni sui tassi  al tasso medio di inflazione e molto di più a quello del cosiddetto nocciolo duro che, appunto, esclude dal computo proprio i prezzi di alimentari e energia— non perché essi non contino nella vita reale – tutt’altro! – ma proprio perché sono i componenti del cosiddetto nocciolo duro dell’inflazione i meno volatili e, quindi, i più influenzabili anche dalla misure che prende.

●All’economia sono stati aggiunti nel mese di agoto 96.000 posti di lavoro, ben sotto i 141.000 creati a luglio nel dato revisionato e ben al di sotto anche delle stime avanzate dalla maggior parte degli economisti (che prevedevano 125.000 nuovi posti). Ora, la persistenza di un’alta disoccupazione è l’argomento principe della campagna repubblicana che vuole negare a Obama un secondo mandato.

Adesso, sempre ad agosto, il tasso ufficiale dei senza lavoro è caduto da luglio all’8,1% dall’8,3 ma gli economisti sottolineano – su questo unanimi tutti – che il risultato migliore è il segno, assai più che di lavoro nuovo effettivamente creato del fatto che molti più lavoratori scoraggiati non si iscrivono neanche più alle liste di disoccupazione. E, in effetti, il tasso di partecipazione alla forza lavoro è ormai sceso al 63,5%: il peggiore in più di trent’anni.

I conservatori e i repubblicani persistono nel riproporre le politiche neo-liberiste di Bush che hanno costituito tra il 2000 e il 2008 la radice stessa del problema nell’illusione (se poi qualcuno credesse ancora fosse tale davvero e non solo specchietto per le allodole) che facendo ricchi i già ricchi essi investissero di più, creassero più lavoro e arricchissero tutti…: ma che continua ad avere gioco facile perché, ormai, sono quattro anni che al timone c’è Obama…

E il presidente non ha affatto rovesciato – gli dicevano di farlo economisti democratici del calibro dei Nobel Stiglitz e Krugman – come un calzino sporco e liso, quelle politiche; non ha osato spingere a fondo, accettando invece i consigli dei più prudenti economisti delle mezze misure, quelli della saggezza economica convenzionale e, così, ha solo fermato il declino e frenato la perdita di ulteriore lavoro, ma senza neanche cominciare a recuperarlo nella misura necessaria.

D’altra parte è proprio il settore pubblico che qui va contribuendo, per la mania e il dogma del taglio alla spesa pubblica al quale anche Obama ha reso il suo omaggio, al calo dell’occupazione: tutto insieme, impiego federale, statale e municipale, dal 2009 ha perso 680.000 posti di lavoro e la percentuale pubblica sul monte lavoro è ormai la più bassa dal 1968. E, al contrario di quel che il dogma liberista affermava, il dimagrimento del settore pubblico non ha certo arricchito, anzi!, il paese.

La disoccupazione a lungo termine, quella che dura da più di sei mesi arriva ad agosto al 40%, in leggerissimo calo ma ancora molto vicina al massimo del marzo 2011, del 45,5%. Sia questo fattore che il fiacco aumento dei salari e il basso livello della partecipazione alla forza lavoro sono dovuti al debole tasso di nuove assunzioni in tutta l’economia n generale (1) New York Times, 7.9.2012, N. D. Schwartz, Hiring Slows in August, Adding to Pressure on Fed and Obama— Le assunzioni rallentano a agosto, aggiungendo pressioni sulla Fed e su Obama ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/08/business/economy/us-added-96000-jobs-in-august-rate-fell-to-8-1.html?adxnnl=1&ref=global-home&adxnnlx=1347033869-vC8SifXay6ZpV9pNJDJwpQ; 2) USDepLabor/BLS, 7.9.2012, USL-12-1796, Employment Situation Summary ▬ http://www.bls.gov/news.release/ empsit.nr0.htm).

“In definitiva, il mercato del lavoro presenta sempre un deficit di quasi 10 milioni (9,8 milioni) di posti. E se, adesso, governo e Congresso lasciano scadere i sussidi di disoccupazione d’emergenza  esistenti (scadranno a fine anno, ora) solo 1/4 di tutti i disoccupati, il minimo di sempre, usufruiranno ancora di un minimo di assistenza. Con la debolezza del mercato del lavoro attuale,  si tratterebbe di una decisione prematura, irresponsabile e distruttiva e costerebbe probabilmente altri 430.000 posti di lavoro” (E’ la conclusione, precisa e secca, che avanza, a commento finale del suo pezzo consueto sul rapporto mensile del dipartimento del Lavoro, l’Economic Policy Institute/EPI, 7.9.2012, H. Shierholz, The Public Sector Has Cut 680,000 Jobs Over the Last Four Years— Il settore pubblico ha tagliato 680.000 posti di lavoro negli utlimi quattro anni ▬ http://www.epi.org/publication/public-sector-cut-680000-jobs-years)     

●William Jefferson Clinton, Bill Clinton, il 42° presidente degli USA, che precedette l disgrazua che fu George Walker Bush, è sicuramente uno straordinario animale politico, capace di rilanciare anche una candidatura una volta fortissima ma ormai in chiaro declino come quella di Obama:.che sicuramente, in mancanza di ogni alternativa (se ci fosse stata il partito avrebbe dovuto ammettere un fallimento totale), avrebbe vinto comunque alla Convenzione democratica di inizio settembre ma che lui ha di fatto e con efficacia rispolverato a nuovo. Clinton uno capace di spiegare e far capire le cose anche complesse a chi non capisce niente e per questo i repubblicani continuano a temerlo.

Perché nessuno come lui è capace con tre parole di colpire e affondare l’avversario: qui ha sintetizzato così, fulminante, l’argomento principale dei repubblicani per rifiutare a Obama un secondo mandato: “Gli abbiamo lasciato un caos totale. E non l’ha ripulito abbastanza rapidamente. Perciò, licenziatelo e rimetteteci in sella”.

Anche se ha presieduto a otto anni di Casa Bianca, Clinton, che hanno lasciato il bilancio largamente in attivo solo grazie alla bolla speculativa di borsa (cfr. Center for Economics and Policy Research/CEPR, 6.9.2012, D. Baker, Clinton Surpluses Were Due to the Stock Bubble— Gli attivi della presidenza di Clinton erano dovuti alla bolla speculativa di borsa ▬ http://www.cepr.net/index.php/blogs/beat-the-press/clintons-surpluses-were-due-to-the-stock-bubble), che poi è scoppiata proprio subito dopo che lui ha dovuto lasciare la presidenza a George Bush: il quale portando agli estremi il già accentuato privilegio per la finanza di Clinton rispetto all’economia reale, ha completato l’opera.

Però, del periodo di Clinton, nella memoria della gente non è restata la bolla – che del resto lui e la sua Fed avevano lasciato gonfiare ma ancora non era scoppiata – ma un pieno impiego quasi totale e un PIL che su quella bolla cresceva del 4-5% e più all’anno. E a Clinton resta il dono di natura di farsi capire anche dal conservatore medio, almeno da chi tra gli elettori non è ancora del tutto venduto a Mammona o del tutto convertito all’ideologia fondamentalista.

Ogni tanto, però, anche lui si incanta prigioniero com’è di un’adesione di fondo all’economia classica e convenzionale. E si trova a ripetere alla Convention come se fosse vera, non per ignoranza ma per conformismo, per sembrare anche lui moderato, una cosa assolutamente falsa senza riconoscere neanche lontanamente che all’origine della conversione moderata e liberista dello stesso partito democratico c’è stato proprio il suo secondo quadriennio di presidenza.

Come ma aveva già denunciato con grande forza, lasciandolo proprio per questo, all’inizio del suo secondo mandato, un altro economista come il suo ex ministro del Lavoro, Robert B. Reich[7] e ora annota lucidamente Krugman (New York Times, 6.9.2012, P. Krugman, Bill Clinton and Structural Unemployment— Bill Clinton e la disoccupazione strutturale ▬ http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/09/06/bill-clinton-and-structural-unemployment):

 “lui è rimasto per anni attaccato alla nozione che il paese soffra di un grosso problema di disoccupazione di origine strutturale: certo che abbiano bisogno di molti nuovi posti di lavoro. Ma oggi ci sono più di 3 milioni di posti offerti e non coperti in America soprattutto perché chi chiede di essere assunto non possiede la formazione, i cosiddetti skills, i requisiti, le capacità necessarie per essere assunto”.

Insomma, il lavoro ci sarebbe: non c’è troppo spesso la formazione professionale che riesca a mettere insieme offerta e domanda di lavoro e non c’è la disponibilità a svolgerli, spesso, certi lavori: è la frottola che da noi ci racconta Fornero e, prima di lei, i Sacconi, gli Ichino, i Brunetta, ecc., ecc. Qui, in America, sono anni che lo va dicendo, Clinton: che questo è il problema, secondo saggezza convenzionale e dominante dei suoi consiglieri— e, purtroppo, dei nostri.

Ma – spiega e dimostra Krugman – “non è vero, anche se nel contesto della Convenzione non è neanche importante”, mentre sono stati importanti la forza e l’impatto del discorso di Clinton. “Importante è che se rieleggiamo Obama, come – malgrado tutto – io spero, lui non ci caschi nella trappola strutturale”.

Del resto, su un’analisi delle ragioni vere delle disoccupazione persistente, “anche i repubblicani – quelli più seri – concordano”. E Krugman ne cita uno autorevolissimo, Edward P. Lazear, della Stanford University, e consigliere economico del Comitato nazionale del partito che, grafici e diagrammi allegati (E. P. Lazear, 1.9.2012 [subito dopo la celebrazione della Convention repubblicana, non prima…], The United States Labor Market: Status Quo or A New Normal?— Mercato del lavoro americano: lo status quo o una normalità proprio nuova? ▬  http://www.kansascityfed.org/publicat/sympos/2012/el-js.pdf), sintetizza egli stesso il tutto così:

“Un’analisi dei dati del mercato del lavoro suggerisce che non ci sono affatto cambiamenti strutturali a spiegare l’aumento dei senza lavoro negli anni recenti. Dietro questi tassi di disoccupazione in crescita non ci sono né spostamenti di industrie né sbalzi demografici e tanto meno il cosiddetto divario tra posti di lavoro lasciati vuoti e capacità  e qualifica di chi è senza lavoro a riempirli.

   Certo, nel corso della recessione il divario è aumentato ma, sempre nel corso della recessione, in altri rami dell’industria e della produzione, è altrettanto diminuito. I fenomeni osservati e il modello che ne deriva sono, invece, del tutto coerenti con una disoccupazione causata da fattori connessi a fenomeni ciclici più pronunciati in questa recessione che nelle precedenti”.

La verità vera è che non è l’offerta ma è la domanda a frenare l’economia. Non c’è disoccupazione alta perché gli americani non vogliono o non sanno più lavorare, mancano della formazione professionale necessaria a svolgere i nuovi lavori. Invece – e qui proprio come da noi: anzi da noi come qui, visto che è da queste sponde che si è diffusa la peste bubbonica del neo-liberismo trionfante che ha ammazzato il lavoro – c’è una caterva di lavoratori che vogliono e possono ma che non trovano posti perché gli imprenditori non trovano più sbocco ai loro prodotti e non riescono a  vendere abbastanza per occuparli. O, spesso e non tutti certo, preferiscono mettere i soldi in Svizzera o alle Cayman, o bruciarseli in consumi di lusso, piuttosto che sotto questi chiari di luna investirli e, tanto meno, rischiare. Quando, ormai e comunque, poi, rischiano molto poco…

Per cui la soluzione evidente è quella di trovare il modo di aumentare la domanda globale in modo da rimettere i mercati del lavoro al lavoro. Bisogna, cioè, spendere. Ma da dove deve venire questa spesa, oggi? Spiega ancora Paul Krugman (New York Times, 13.9.2012, P. Krugman, The iPhone Stimulus— Lo stimolo iPhones ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/14/opinion/krugman-the-iphone-stimulus. html?ref=global-home), che la verità, qui di sicuro molto più che da noi – ma anche da noi – è che il business ha sotto il materasso un mucchio di soldi ma non vede aspettative e clima per mettersi ad investire.

Perché, del resto, espandere la capacità di produrre se non si riesce neanche a vendere abbastanza da sfruttare fino in fondo la capacità che già hai? E, visto che le imprese spendono poco, i redditi sono bassi e bassi restano i consumi e le vendite permangono basse. Ma, allora, perché non far intervenire a spendere lo Stato, diciamo in istruzione e infrastrutture, per aiutare l’economia a traversare questo deserto? Invece no, il pensiero dominante – sulla spinta di una combinazione blasfema di ideologia, di timori esagerati della spesa in deficit e dell’ostruzionismo di ogni conservator-moderatismo – ha portato a peggiorare la depressione.

Sì, infatti così sussidi di disoccupazione e aiuti obbligati alla popolazione disperatamente più povera crescono, perché cresce la popolazione più povera, mentre l’impiego pubblico cala e calano gli investimenti statali. In definitiva, cala proprio la spesa pubblica, potenzialmente almeno, produttiva e cresce quella di rimedio, solamente e insufficientemente e malamente, passiva (Federal Reserve Bank, St. Louis, 7.9.2012, US Govmt Employment (graph), Aug. 2012, Jobs -21.900— Posti di lavoro- Governo federale americano, Ago.2012 (grafico) [la prima volta da decenni di calo dell’impiego pubblico federale] ▬ http://research.stlouisfed. org/fred2/ series/USGOVT?cid=32325).

●Di sfuggita e, qui, solo a futura memoria: ci ha fatto piuttosto ribrezzo sentire una platea come questa delle Convenzione democratica eccitarsi ogni volta che qualcuno dal podio – il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il senatore Kerry ex candidato lui stesso alla presidenza – si è messo a trascinare sul palco lo scalpo sanguinolento di Osama bin Laden in un  parossismo di sete di sangue come la vera, grande vittoria della presidenza… Sarà. A noi ha dato il voltastomaco che una platea di progressisti e di umanitari abbia applaudito a squarciagola l’aver ordinato di assassinarlo a freddo, sparandogli in faccia quando era disarmato[8] e se ne vada gloriando peggio di un Bush qualsiasi…

●L’emiro (titolo onorifico islamico, equivalente di eccellente, o principe) Hafiz Nuhammad Saeed, il capo della Jamaat-ud-Dawa— Assemblea della carità, un movimento politico pakistano considerato fuorilegge dagli USA e dal governo e messo in piedi, però, come copertura semilegale del militantismo armato e apertamente terrorista di Lashkar-e-taiba— L’esercito di Dio (tutti portati all’understatement, ai toni sfumati e all’auto ironia, questi islamisti-estremisti… che nelle autodefinizioni, ci vanno sempre leggeri…) ha detto alla fine del Ramadan, nella festa dell’Eid al Fitr— La festa della rottura del digiuno, che dopo la partenza de/gli americani dall’Afganistan non saranno più in grado di tenersi il Kashmir. Non ha spiegato perché e come, ma la minaccia all’India è chiara.

L’India è riuscita a contenere bene, finora, l’insorgenza in Kashmir riducendone prima le offensive poi i rigurgiti alla dimensione fattuale di operazioni di polizia. Il che è stato anche l’effetto proprio del suo difficile e mai scontato rapporto con l’America, sempre spinoso da quando il primo ministro Nehru negli anni ’50 schierò il paese con i non allineati e contro l’allineamento all’America nei confronti dell’URSS, come le chiedeva esplicitamente Eisenhower.

Questo è stato l’unico grande paese del mondo che, grazie anche alla valvola di sfogo della sua democrazia – la più grande del mondo, come ogni tanto ricorda e si ricorda ma, è vero, contraddittoria, un po’ bacata e un po’ consunta: … già,  ma allora, le altre? – ha dato davvero retta e praticato sempre la raccomandazione fondamentale che, nel suo testamento politico, George Washington aveva lasciato al popolo americano – evitate di farvi irretire in avventure militari all’estero e restate rigorosamente non-allineati. E sono stati sempre, rigorosamente, non-allineati davvero anche – e come! chiedeteglielo… – verso sovietici e russi, mantenendo così la loro credibilità.

Adesso, certo, però, le ondate di rimbalzo del conflitto american-afgano-pakistano potrebbero tornare a cercare di destabilizzare l’India— altra conseguenza non prevista e forse – chi sa? – neanche voluta… Comunque pare sicuro che, appena partono davvero tutti gli americani, il Pakistan diventa subito e, per primo, libero territorio di caccia per gli estremisti-islamisti: in quell’esercito, del resto, la stragrande maggioranza dei quadri e degli ufficiali, compresi molti generali di brigata, e con l’eccezione solo di una decina, forse, dei massimi gradi – e forse no – sono già islamisti o, comunque, collusi.

E il vuoto di americani che si apre ora nell’Asia centrale apre uno scenario diverso per tutta la regione, intesa nel più esteso senso geo-politico: dai confini dell’Iran e del Medioriente, infatti, e della Russia stessa che, infatti, adesso con Putin chiede loro di restare ancora a ripulire dai talebani l’Afganistan, visto che hanno cominciato il lavoro e non lo hanno per niente finito (cfr. Nota congiunturale 9.2012, cap. STATI UNITI, New York Times, 1.8.2012, Reuters, NATO Should Finish Job in Afghanistan, Putin Says— La NATO, dice Putin, dovrebbe completare il lavoro cominciato in Afganistan ▬ http://www.nytimes.com/reuters/2012/08/01/world/asia/01reuters-russia-nato-afghanistan.html?ref=global-home).

Sembra, infatti, almeno a Putin ma anche a molti altri, che si vada come a ripetere quanto è successo in Asia sudorientale, una generazione e più fa: quando la teoria del domino, che aveva divisato Henry Kissinger per evitare, diceva, a tutto il Sud-Est asiatico di cadere nel comunismo e nell’antiamericanismo finì con tutti quei paesi – dal Vietnam ovviamente al Laos alla Cambogia – spinti a forza di bombe dei B-52 e di incursioni dei marines con annessi massacri associati e legittimazione formale così, come reazione del nazionalismo vessato, al regime omicida dei Khmer rossi – a uscirne alla fine tutti governati da regimi comunisti per la niente affatto teorica ma effettivamente reale e storica, specie con questi americani, legge dell’eterogenesi dei fini (cfr. l’esposizione della teoria – e della prassi che, per l’America, quasi sempre non prevista ne segue, delle conseguenze catastrofiche che si volevano specificamente evitare con misure del tutto sbagliate – in Nota congiunturale 9-2012 – cap. STATI UNITI).

E c’è voluta la caduta dell’Unione Sovietica per aprire la possibilità a tutti questi paesi di restare nominalmente, magari, comunisti – senza che nessuno di loro abbia mai ceduto, per chiudere la pratica alle insistenze di Washington che ha sempre insistito a chiedere loro, senza esito alcuno, l’abiura formale dal comunismo – ma hanno cominciato a riformarsi molto prudentemente, molto, molto pragmaticamente e tutti a modo loro.

Ora, l’unica conclusione che sembra certa di questo quadro in mutazione continua è che l’India non ripeterà – fedele alla lezione di Washington: ma il presidente che, nel 1796 (cfr. Nota congiunturale 7-2012, cap. STATI UNITI), inviò al popolo americano la sua lettera aperta di addio[9] chiedendogli di non impicciarsi delle cose del mondo esterno – l’errore strategico sesquipedale fatto da Pakistan e Afganistan e tanti altri nel Terzo mondo di affidarsi alla protezione americana come pilastro essenziale della propria difesa.

Diversa è stata la lezione, in parte anche importante, per altri paesi del mondo già sviluppato nel loro scontro/incontro prima col Terzo Reich e, poi, con l’URSS di Stalin. Anche perché ormai i tanti americani che magari ancora non hanno imparato per bene la lezione (farsi di più i fatti propri) sanno che mancano loro le risorse e, sempre più a molti di loro, anche la volontà politica per continuare come se non fosse successo niente…

Non è detto – e lo ripetiamo – che senza l’America onnipresente e onnipesante quello che man mano ci si viene presentando, con altre diversificate ma maggiori presenze a partire da quella cinese – sarà un mondo migliore. Ma è sicuro che non sarà quello di oggi— ingiusto e, perciò, destabilizzante e inaccettabile al fondo…

E anche la Russia che, come s’è visto, sembra preoccuparsi del quadro nuovo che aprirebbe nella regione il vuoto improvviso di presenza militare americana, si sta muovendo insieme in due direzioni: anche perché se ne intende, la Russia

• subito offre alla NATO l’utilizzo – e pure gratuito, pare – della propria base aerea di Ulyanovsk, circa 900 km. a est di Mosca, per il trasporto di rifornimenti in uscita dall’Afganistan, accogliendo in sostanza quello che è il desiderio del Pentagono date le difficoltà ormai insorte da anni nei rapporti tra Stati Uniti e Pakistan— anche se non c’è ancora, però, neanche la richiesta formale degli americani (Bloomberg, 24.9.2012, H. Meyer, Russia Opens Transit Base for NATO Afghan Supply, Interfax Says— La Russia apre una sua base al transito dei rifornimenti NATO dall’Afganistan, dice Interfax ▬ http://www.bloomberg.com/news/2012-09-24/russia-opens-transit-base-for-nato-afghan-supply-interfax-says.html).

• e poi, si muove per rimpiazzare con la sua una presenza militare americana che, comunque, è ampiamente e chiaramente declinante per cercare di rimpiazzarla con cautela anche attenta a non sovra estendersi, ma con una determinazione che comincia pure, essa stessa, a preoccupare Washington.

●Così il governo russo ha stilato un accordo per pagare al Kirghizistan $ 4 milioni e mezzo all’anno per l’affitto di una base militare russa in Centro Asia. Il paese, ha detto il presidente kirghizo Almazbek Atambayev – accogliendo nella capitale, a Bishĕck, Putin nel corso di una visita ufficiale – intende diventare un alleato assolutamente affidabile per la Russia con la quale sta discutendo di “preoccupazioni e visioni strategiche comuni”: tradotto in linguaggio accessibile, la paura dell’islamismo estremo nella regione e la preoccupazione su come combatterlo.

Intanto il Kirghizistan ha anche chiesto di poter aderire all’Unione doganale di Russia, Bielorussia e Kazakstan che sta impegnandosi ad aprirsi, senza mai forzare, il passo a Armenia, Tajikistan, Turkmenistan… E questo è uno strumento importante col quale, tra gli altri, ma facendo leva soprattutto sul declino ormai stabile del potere americano, la Russia sta passando al prossimo stadio del suo risorgimento: puntando sull’Asia centrale (Stratfor, Global Intelligence, 11.2.2012, The Next Stage of Russia's Resurgence: Central Asia— La prossima tappa delle rinascita russa: l’Asia centrale ▬ http://www.stratfor.com/ analysis/next-stage-russias-resurgence-central-asia).

E Putin, tanto per chiarire a tutti il concetto, sempre a Bishĕck torna a dire che le basi militari russe in Kirghizistan e Tajikistan garantiranno la stabilità geo-politica in Asia centrale dopo il ritiro della NATO dall’Afganistan. La Russia proteggerà il Kirghizistan, in base alla clausola che adesso è stata aggiunta al recente accordo tra i due paesi, se mai fosse aggredito sia da un altro Stato sia da entità non statali. E lo conferma con palese soddisfazione il presidente kirghizo, Almazbek Atambayev, alla Tv di Stato.

Mosca e Bishĕck godono, dice, di un mutuo rapporto utile a entrambi i paesi (Stratfor, Global Intelligence, 10.9.2012, Kyrgyzstan’s Place in Russia’s Strategy— Il posto del Kirghizistan nella strategia russa ▬ http://www.stratfor.com/video/kyrgyzstans-place-russias-strategy-dispatch). Il Kirghizistan sta assumendo del resto valore più strategico per Mosca proprio per i rischi di insurrezione al suo interno di minoranze islamiche e anche islamiste e a fronte della distanza maggiore che l’Uzbekistan sta cercando di prendere dalla Russia, uscendo come ha fatto di recente dal Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva centrato su Mosca e sta provando a legarsi in qualche modo, alternativamente e molto probabilmente illudendosi, con altre potenze come USA, Cina e (anche!) Unione europea.

●Quanto al Tajikistan fa qualche resistenza all’idea di continuare ad accogliere basi, sia pure russe, in casa propria: ma si tratta di un a frenata più formale che altro. Scrive, infatti, da Dushambe la stampa russa, e accenna anche quella tajika, che ormai i due paesi sono molto vicini alla conclusione della trattativa condotta dal vice primo ministro russo, Igor Shuvalov, che estenderà alla fine, dietro consono aumento dell’affitto, la messa a disposizione dei russi di una grande base militare di cui già dispongono presso quella capitale (RIA Novosti, 23.9.2012, Russia, Tajikistan close to signing new military base deal— Russia e Tajikistan stanno per firmare un nuovo accordo relativo alla base militare ▬ http://en.rian.ru/mlitary_news/20120922/176149317.html).

Subito prima, nel firmare anche un loro accordo per lo sviluppo di un grande progetto di produzione idroelettrica, Kirghizistan e Russia invitano a partecipare sia Kazakistan che Uzbekistan ([il disegno è chiaro – se è anche realizzabile resta tutto da vedere…]: Trend, 20.9.2012, V. Zhavoronkova, President Putin: Russian military bases to ensure stability in Central Asia after NATO leaves Afghanistan— Il presidente Putin: le basi militari russe in Asia centrale assicureranno stabilità dopo la partenza della NATO dall’Afganistan ▬ http://en.trend.az/news/poli tics/2067631.html).

●Intanto Mosca, e a muso duro, senza lasciare più spazi di mediazione, intima – letteralmente – all’America che entro il 1° ottobre la sua agenzia per lo sviluppo internazionale, l’USAID, deve cessare tutte le operazioni che al momento conduce o pianifica in Russia. L’USAID aiuta a finanziare cash e per un totale (quello noto) di almeno 50 milioni di $ all’anno gruppi e movimenti di cittadini privati russi su un vasto campo di attività che annuncia come relativo all’affermazione di diritti umani e democrazia nel paese.

Il Cremlino, dopo aver già nel recente passato intrapreso diverse iniziative anche giudiziarie di contrasto, reagisce, adesso, con una decisione politica che nega in radice il diritto a un paese terzo di mischiarsi nelle faccende politiche interne della Russia— come, del resto, anche e proprio la legislazione americana impedisce a qualsiasi agenzia o potenza straniera di immischiarsi nelle questioni interne politiche o normative degli Stati Uniti

([per un’efficace esposizione e una accurata casistica della legislazione americana sugli “agenti stranieri” che serve esattamente allo stesso scopo di quella russa e su cui quella russa è stata, anzi, scientemente modellata – di fatto, però, poi è ancora più selettiva nell’impedire o consentire l’agibilità a “agenti stranieri o di interessi stranieri”, amici o ‘nemici’: per esempio, l’AIPAC filo-Israele e il suo predecessore, l’American Zionist Council, non sono mai stati toccati; mentre decine di altre analoghe strutture, o costruzioni, o associazioni invise al governo, sono state vietate, represse o punite –] cfr. il Foreign Agents Registration Act (FARA)— la Legge sulla registrazione degli agenti stranieri del 1938 – serve esattamente allo stesso scopo ▬ http://en.wikipedia.org/ wiki/Foreign_ Agents_Registration_Act#Selective_enforcement).

●Dall’Afganistan, comunque, si apprende adesso che la NATO ha deciso di interrompere, o almeno di ridurre al minimo possibile (si correggono fiaccamente dopo il primo effetto shock della notizia), ogni operazione congiunta tra forze dell’Alleanza e militari e forze di sicurezza dell’esercito afgano – specie i cosiddetti “pattugliamenti congiunti” – allo scopo di “abbassare le tensioni con la popolazione e ridurre il rischio di attacchi cosiddetti insider”.

D’altra parte, e di più, GI’s e aerei senza piloti continuano a seminare quotidianamente morte e distruzione gente comune afgana e pakistana inevitabilmente demolendo, notte e giorno, ogni possibilità proclamata come la mission principale dell’intervento alleato di conquistare i cuori e la mente della gente. D’ora in poi, ha decretato il ten. gen. James Terry per conto del quartier generale dell’Alleanza, ogni operazione militare congiunta richiederà l’approvazione esplicita e scritta del Comando regionale dell’Alleanza.

Il fatto nuovo e, per il Comando statunitense in specie, preoccupante è stato che a metà settembre un gruppo di talebani, mimetizzati in uniformi americane hanno lanciato un attacco complesso contro il Camp Bastion, una cruciale base alleata britannico-USA nella provincia di Helmand, condotto tra l’altro mentre era presente il nuovo arrivato principino Harry, salvato solo ficcandolo all’ultimo momento e già sotto attacco in un bunker sotterraneo (The Huffington Post, 15.9.2012, Prince Harry ‘Was Primary Target’ Of Taliban Attack On Camp Bastion That Killed Two US Marines— Il principe Harry  ‘era obiettivo primario’ dell’assalto dei talebani a Camp Bastion che ha ammazzato due soldati americani ▬ http://www.huffingtonpost.co.uk/2012/09/15/prince-harry-camp-bastion-attack_n_1886172.html).

E dimostrando la forza reale e un’accuratissima capacità di intelligence ormai molto tempo dopo la conclusione dell’impennata americana che aveva dichiarato l’area completamente “sicura”, l’assalto, pur fallendo l’obiettivo principale e un numero ridotto di morti, ha fatto centinaia di milioni di dollari di danni distruggendo caccia e elicotteri da combattimento e attrezzature di grande valore.

In effetti, come ha ben notato un attento specialista della questione, l’attacco in sé – ma soprattutto la decisione unilaterale della NATO, cioè da soli dagli USA, neanche concordata tra e con nessuno dei comandi nazionali alleati presenti in Afganistan – è la smentita clamorosa e definitiva di tutta l’assurda leggenda coltivata dai governi alleati e molto meno dagli eserciti che, come stanno davvero le cose non possono dirlo chiaro ma lo sanno bene, l’addestramento e la formazione delle forze di sicurezza che entro un anno dovrebbero prendere in mano la sicurezza nazionale afgana sta andando bene. Era, è, un’altra panzana (Guardian, 18.9.2012, R. Norton-Taylor, NATO’s Afghanistan decision  shatters implausible claims of progress— La decisione unilaterale della NATO [o, meglio, del comando americano della NATO] in Afganistan manda in pezzi ogni implausibile affermazione che ci sia in corso un qualche progresso ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2012/sep/18/nato-afghanistan-shatter-claims-progress).

●E, a proposito di panzane, come si chiamano anche le excusationes  pro domo propria che subito, a naso, puzzando di marcio, quella di Leon Panetta di questi giorni (A.P., 16.9.2012 L. C. Baldor, Insider attacks on US troops concern Panetta,but…— Gli attacchi degli alleati afgani alle truppe USA preoccupano Panetta, ma… ▬  http://www.thenewstribune.com/2012/09/16/2299152/insider-attacks-on-us-troops-concern.html) ricorda, ma non si capisce bene se in modo più farsesco, più drammaticamente tragico o più tragicomico, quella che sete anni fa rilasciava, in condizioni del tutto analoghe (qui l’Afganistan, lì l’Iraq la differenza), l’allora vice presidente di Bush Dick Cheney (CNN, 20.6.2005, Iraq insurgency ‘in last troes’, Cheney says— Cheney dice che l’insurrezione in Iraq è all’ultimo respiro ▬ http://articles.cnn.com/2005-05-30/us/cheney.iraq_1_weapons-inspectors-al-zarqawi-iraq-insurgency?_s=PM:US).

A dimostrazione che, fatta salva – forse… – la buona fede di questi rispetto – forse… – a quello, di due politiche estere e militari praticamente identiche – quella di Obama, sì, e quella, sì, di Bush – in fondo si tratta. Vedete voi:

Panetta: “mentre sono certo molto preoccupato per queste truppe rinnegate afgane e questi poliziotti che voltano le loro armi contro USA e alleati, questo tipo di attacchi sono l’ultimo rantolo  dell’insurrezione talebana che non è stata in grado di recuperare il terreno perduto”.

Cheney: “l’insurrezione qui in Iraq è al suo ultimo respiro… da un punto di vista militare, il livello di attività che si vede oggi, secondo me,. va scomparendo. Siamo, proprio, all’ultimo rantolo, vi dico io, dell’insurrezione”…

Intanto viene reso noto che il numero delle truppe americane in Afganistan è sceso sotto a quello di quando Obama ordinò al Pentagono, tre anni fa, l’ “impennata” aggiungendovi 33.000 soldati. Lo ha reso noto lo stesso ministro della Difesa, Panetta, affermando che man mano che le truppe americane si sono andate ritirando, sono state naturalmente rimpiazzate – e in futuro continueranno ad esserlo – dalle forze di sicurezza nazionali afgane… anche se con effetti reali, però, dal punto di vista americano, largamente insoddisfacenti, ammette (Stratfor, Global Intelligence, 28.8.2012, Helmand Province After the Western Withdrawal— La provincia di Helmand, dopo il ritiro degli occidentali ▬ http://www.stratfor. com/analysis/helmand-province-after-western-withdrawal).

●In Pakistan, centinaia di operaie e di operai sono stati bruciati vivi – proprio come agli albori della rivoluzione industriale da noi: ma anche da noi, poi, a veder bene, a ricordare, anche dopo – in due incendi scoppiati a Karachi, la maggiore città del paese. Esattamente come succedeva, e qualche volta succede ancora da noi: erano chiusi a chiave dentro stabilimenti senza uscite d’emergenza e finestre (The Economist, 14.9.2012). In nome – si capisce – del dio profitto: quello che impone, indiscusso, di tenere basso il costo e sempre alti i ritmi del lavoro.

D’altra parte, non era stato difficile per quelle fabbriche, della Ali Enterprises, Inc., ottenere in buona e dovuta forma, solo due settimane prima degli incendi, le certificazioni di sicurezza che perfino la legge pakistana impone a chi esercita attività produttive con materie pericolose o facilmente incendiabili. In questo caso, avevano ottenuto la certificazione internazionalmente riconosciuta chiamata SA8000 dalla Social Accountability International— l’Internazionale del rendiconto sociale che, sul proprio blog, si definisce come “un gruppo non-profit di base a New York che ha per missione quella di far avanzare in tutto il mondo i diritti umani di chi lavora”… E per fortuna!

Il problema spiega il NYT, una volta tanto giustamente, anche se sempre sottotraccia, quasi indignato è che la SAI deriva “gran parte del suo finanziamento dai servizi di certificazione dell’agibilità di sicurezza di corporations” che, invece – questo, così, il NYT non lo dice ma lo sottintende chiarissimo – sono certissimamente for-profit…I clienti della SAI si chiamano Gucci, Gap e Carrefour, tra gli altri (New York Times, 19.9.2012, D. Walsh e S. Greenhouse, Inspectors Certified Pakistani Factory as Safe Before Disaster— Le ispezioni avevano certificato che le fabbriche erano sicure subito prima del disastro ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/20/world/asia/pakistan-factory-passed-inspection-before-fire.html?page wanted=1&moc.semityn.www&ref=global-home).

Di fatto, cioè questa SAI è la copertura dietro di cui si nascondono molte, quasi tutte, le filiali del Terzo mondo di grandi imprese multinazionali, americane o europee, specie nel campo del tessile e abbigliamento e della componentistica elettronica per avere la copertura, appunto, della legittimazione di produzione ad attività decentrate condotte in condizioni di supersfruttamento e spesso di schiavitù umana.

E’ “la prova lampante, più chiara che mai, che il monitoraggio finanziato da sistemi come la SAI non può proteggere né mai proteggerà davvero i lavoratori”. Va aggiunto che la SAI aveva appaltato l’auditing, come si dice, della Ali Enterprises al Gruppo RINA, una società italiana (RINA Group S.p.A. ▬ http://www.rina.org.uk/page757.html) di revisione e verifica che aveva condotto e dato, materialmente, la certificazione come in altri 540 casi per conto della SAI. E che ora, pare e speriamo, come la SAI stessa, avrà la necessità di spiegarsi per bene. Ma, di fronte ai tribunali del lavoro pakistani, troverà – vedrete – un occhio di riguardo… 

Direbbero Fornero e Brunetta che questa nostra, ma stavolta pare anche quella del NYT, è pura demagogia! E avrebbero sicuramente ragione… ma è una demagogia sacrosanta: demagogia significa proprio seguire il popolo: ma quando il popolo ha sicuramente ragione, farlo è sacrosanto…

●Per l’Iran, vanno avanti colloqui e negoziati tra Teheran e diverse compagnie petrolifere e di produzione del gas naturale russe, dice alla stampa di Mosca il ministro del Petrolio iraniano Rostam Qasemi, anche se non dovrebbero portare a joint ventures di prossima esecutività. Naturalmente, quanto più si sente sotto attacco e sotto pressione, tanto più l’Iran cercherà di sviluppare legami con l’altra grande potenza che conta nella regione e che ha già ampiamente dimostrato di saper frenare – anche se non sempre – la prima (RIA Novosti, 3.9.2012, Iran in Talks With Russian Oil, Gas Companies— L’Iran discute con compagnie petrolifere e di gas russe ▬ http://en.rian.ru/world/ 20120903/175741245.html).

●Intanto, gli Stati Uniti, con Hillary Clinton annunciano, dopo aver resistito per anni, di arrendersi alla lobby dei conservatori che al dipartimento di Stato – anche diplomatici ma soprattutto ex direttori della CIA e dell’FBI, senatori, deputati, miliardari, generali in pensione – sponsorizzano i Mujahedeen-e-Khalq— i combattenti della liberta del popolo iraniano che, all’inizio, appoggiarono anch’essi Khomeini ma persero subito con lui il braccio di ferro passando subito all’azione terrorista.

Si tratta dell’ennesimo, cinico trucco dell’Amministrazione americana – e proprio adesso: sotto elezioni – di mostrarsi duri con Teheran per compiacere Netanyahu e la lobby americana filo-Israele con la politica del nemico del mio nemico è sempre e, comunque, mio amico per delinquente che sia. Perché finora i M-e-K erano stati inseriti, e a ragione ben documentata dagli attentati e dagli assassinii di cui s’erano responsabili non solo in Iran, nella lista dei gruppi terroristi stilata dal dipartimento di Stato.

Il problema, naturalmente, è che benché contro Teheran siano stati sempre sostenuti, finanziati e armati da Saddam Hussein – e per questo universalmente bollati in Iran come traditori – una volta lui fatto fuori dagli americani, erano passati direttamente e con reciproca soddisfazione al servizio dei servizi segreti americani sempre nel campo specializzato di competenza che – come fino a ora attestava il ministero degli Esteri americano: il terrore – era il loro.

La novità farà sicuramente arrabbiare l’Iran, ma è tale l’astio e il rancore tra i due paesi che la cosa non farà differenza alcuna, se non forse sul piano – teorico, teorico e verbale, solo verbale – della  coerenza coi predicati “valori americani”. Per dire: molti… degli americani che hanno sostenuto pubblicamente la causa dei M-e-K, hanno accettato da loro onorari tra i 15 e i 30.000 $ volta per volta per i loro servigi e la copertura delle spese di viaggio in cui fossero incorsi per partecipare alle loro dimostrazioni a Parigi.

Dove il governo di Sarkozy li aveva sempre coperti e quello nuovo non ne ha finora toccato lo status, mentre uno di servitori della causa, “l’ex governatore democratico della Pennsylvania, Edward G. Rendell  ha detto a marzo che a lui i terroristi iraniani anti-iraniani hanno versato un totale di compensi tra i 150 e 160.000 $”. Tanto, probabilmente, sempre di fondi dei servizi segreti americani si trattava…

Ma tant’è: i Mujahedeen che erano in origine uno strano mischiotto di islamismo, marxismo e terrorismo, parlano oggi e dicono di credere nella democrazia e giustificano il terrorismo solo come lotta, naturalmente, contro la teocrazia islamica. E il dipartimento di Stato, che fino a ieri non ci credeva, ci crede (New York Times, 21.9.2012, S, Shane, Iranian Dissidents Convince U.S. to Drop Terror Label— Gruppo dissidente iraniano convince gli USA a togliergli l’etichetta di terroristi ▬ http://www.nytimes. com/2012/09/22/world/middleeast/iranian-opposition-group-mek-wins-removal-from-us-terrorist-list.html?ref=global-home).

●Ormai è un fatto, piuttosto, che le sanzioni mordono e lo riconosce forte e chiaro, a inizio settembre, anche il presidente della Repubblica islamica Mahmoud Ahmadinejad che ribadisce però la determinazione del governo e del paese a scavalcare le difficoltà dovute all’aggressione occidentale e all’attacco psicologico che conduce in massa contro il popolo iraniano. Da mesi,  anche se con relativo successo, sia il Guardiano supremo della Rivoluzione, l’ayatollah Ali Khamenei, che lo stesso Ahmadinejad stanno incoraggiando la diversificazione dell’export per ridurre, comunque e anzitutto, la dipendenza dal petrolio di tutta l’economia nazionale (Al Arabiya News, 5.9.2012, Iran’s Ahmadinejad says Tehran has ‘problems’ selling its oil— L’iraniano Ahmadinejad riconosce che Teheran ha ‘problemi’ a vendere il suo petrolio ▬ http://english.alarabiya.net/articles/2012/09/05/236168.html).

Il Jerusalem Post, organo quasi ufficial-governativo di Israele, ha pubblicato indiscrezioni che, dice, sono state fatte deliberatamente uscire dal ministero degli Esteri del falco Avigdor Lieberman, attraverso un quotidiano invece non sempre proprio propenso a sostenere il  governo, Haaretz, di un rapporto al Gabinetto ristretto del governo secondo cui l’impatto delle sanzioni sull’economia dell’Iran ormai si sta facendo davvero sentire (Haaretz, 27.9.2012, Israel's Foreign Ministry: Sanctions against Iran are having dramatic impact— Le sanzioni contro l’Iran stanno avendo un impatto drammatico ▬ http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israel-s-foreign-ministry-sanctions-against-iran-are-having-dramatic-impact.premium-1.466860).

Solo che – ed è il punto che a Avigdor preme far rilevare – malgrado lo scontento che si va accumulando anche per questo, dice lui, sul governo di Teheran tra la popolazione, le sanzioni non stanno avendo effetto sulla volontà e la capacità dell’Iran di continuare a perseguire i suoi piani nucleari. Lui, Avigdor, spera ancora, dice, in un’insurrezione popolare che rovesci il regime in Iran. Ma non sa, in realtà, in quale direzione la nuova rivoluzione poi andrebbe…

Intanto, alle Nazioni Unite, il primo ministro israeliano si presenta con una specie di disegno di bomba – una di quelle degli anarchici dell’800, tonda, nera e con la miccia innescata – per mostrare dove, dice lui, è già arrivata quella che l’Iran sta preparando… Gli va piuttosto male, però, a lui e ai suoi esperti di PR perché ridono in molti (Haaretz, 28.9.2012, N. Mozgovaya,  Netanyahu's cartoon bomb at UN sparks media frenzy— La bomba in vignetta di Netanyahu all’ONU fa scoppiare una frenesia di commenti sui media ▬ http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/netanyahu-s-cartoon-bomb-at-un-sparks-media-frenzy.premium-1.467159).

Gli amici suoi, anzitutto, specie gli americani, però imbarazzatissimi ancora al ricordo dell’analoga sceneggiata con cui all’ONU, nel 2003, si presentò il segretario di Stato Colin Powell coi suoi disegnini inventati delle armi di distruzione di massa… che Saddam non aveva— e la prima volta si sa è una tragedia, la seconda solo una farsa; e poi i suoi nemici  perché, a loro per primi ma a tutti, poi, viene subito da pensare alle centinaia di bombe atomiche che Israele si tiene da parte e, esse sì, già pronte al lancio…

● La farsa della bomba a fumetti di Bibi Netanyahu: humor, sì; ma humor nero…   (vignetta)

 

Foto: Il PM israeliano, all’ONU, “illustra drammaticamente” secondo il NYT del 27.9.

2012 – secondo altri in modo ridicolmente farsesco – il suo incubo e il suo chiodo fisso

Proprio perché pare che le sanzioni stiano avendo effetti, comunque, deleteri sull’economia dell’Iran, per Teheran si fa particolarmente interessante un risvolto nuovo che sembrerebbe potrebbe aprirgli altri mercati di sbocco. Il più importante, se le cose vanno ora a conclusione, potrebbe essere l’Egitto.  

●E’ stata convocata a Pyongyang la 12a sessione dell’Assemblea suprema del Popolo della Corea del Nord, dopo che solo cinque mesi fa era stata celebrata la prima sessione dell’anno: ed è un fatto nuovo, che si celebrerà il 25 settembre (Korean News, Agenzia centrale coreana di notizie/KCNA, 5.9.2012, SPA Session to be convened— Convocata l’Assemblea plenaria del Parlamento ▬ http://www.kcna.co.jp/index-e.htm).

Questo è l’organismo del potere che incorpora non solo quello parlamentare ma anche quello esecutivo in questo paese, essendo il governo stesso una branca delegata e formalmente controllata che coincide, di fatto con poche anche se rilevanti eccezioni con il vertice del partito comunista. Di regola, però, sempre un vertice formale del Partito coreano dei lavoratori precede e prepara le decisioni dell’Assemblea. Stavolta no.

Le sessioni fuori agenda e fuori norma dell’Assemblea, prevedendo anche l’assenza dal lavoro dei deputati – che non sono qui a tempo pieno – sono rare, anzi finora questa è unica, anche per il costo non irrilevante che comportano ed è di qualche significato che il nuovo leader Kim Jong-un abbia deciso di far dibattere, in questa sede comunque più rappresentativa delle altre, delle proposte di riforma economica.

Esse, che hanno già emarginato dai vertici del partito e del governo le massime cariche militari che hanno, pare anche con la forza, cercato di resistere al cambio, prevedono adesso di rovesciare la direttiva data al paese sotto la leadership del padre del “prima le Forze armate e dopo tutto il resto” – la politica del Sŏn’gun che negli affari dello Stato e dell’allocazione delle risorse davano priorità su ogni altra alla spesa militare.

L’Assemblea suprema non è, per costume e propriamente, il forum dei cambiamenti fondamentali di policy. E’ proprio il luogo delegato a discutere ed approvare in linea di massima e non ad applicare gli spostamenti di priorità politica e a stimolare in vari modi – compresa la sperimentazione di incentivi economici finora considerati quasi uno strumento diabolico – lavoro, impegno e produttività e a incoraggiare la sperimentazione di idee nuove.

Sarà interessante vedere gli sviluppi di queste idee nuove. Intanto viene annunciato che la sessione speciale dell’Assemblea popolare discuterà anche della riforma dell’agricoltura e dovrebbe garantire ai contadini e agli agricoltori di poter trattenere per sé la metà di ogni raccolto. Si tratta, spiega la presidenza dell’Assemblea, di una misura che dovrebbe aumentare la produzione, ridurre la necessità di importazioni costose e frenare così l’aumento dei prezzi.

La promessa, in sé, è quasi rivoluzionaria. Ma vista la realtà di fatto servirà a legalizzare una consuetudine dei contadini nord-coreani che è già inveterata e tollerata in quanto già oggi vendono al mercato nero quasi la metà dei raccolti— ma siccome adesso il raccolto non consegnato all’ammasso e nascosto dovrà inevitabilmente, venendo alla luce del sole, pagare le tasse non pochi temono che le conseguenze pratiche potrebbero anche essere negative…

Così, forse, dietro il fatto che il 25 l’Assemblea si chiude senza l’annuncio ufficiale di alcuna riforma in materia agricola – è stata approvata, invece, quella dell’istruzione che la rende obbligatoria per tredici anni e diversi cambiamenti sul piano interno organizzativo del partito e del governo e con la sottolineatura che si procederà ai necessari cambi di ritmo e di priorità, la faccenda resta un po’ misteriosa. O, forse, in questo strano paese, la riforma non sarà annunciata, ma ci sarà. O, forse, chi sa?, no (NK News - DPRK Information Center [un’organizzazione di raccolta e diffusione dati con eccellenti fonti all’interno della RDPC], 25.9.2012, All talk and no reform?— Tutte chiacchiere e nessuna riforma ▬ http://www.nknews.org/2012/09/all-talk-and-no-reform).

GERMANIA

●Ancora una volta, e ancora per l’ennesima volta, il NYT pontifica – manco fosse Fornero o uno dei suoi portaborse – che il successo (relativo, certo) dell’economia tedesca è da attribuire alle riforme del mercato del lavoro che, da una decina di anni, a cominciare già dal governo Schröder – prima ancora di Merkel e dei suoi governi di coalizione – hanno ridotto gli aiuti ai disoccupati e intrapreso altri passi per ridurre la forza contrattuale del lavoro dipendente. Grandi peana elargiti così, quasi ciecamente e, anche, ma quasi tra parentesi, l’ammissione che con lo spostamento di molti lavoratori dal tempo pieno a quello temporaneo e al lavoro precario è aumentato molto il grado di insicurezza per molti nella società (New York Times, 24.9.2012, J. Ewing, The trade-off that created Germany’s Job Miracle— Lo scambio che ha creato il miracolo tedesco dell’occupazione ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/25/business/global/the-trade-off-that-created-germanys-job-miracle.html?pagewant ed=1&ref=world&_moc.semityn.www).

Ora, mentre queste riforme hanno sicuramente avuto l’effetto di ridurre il costo del lavoro e, insieme al privilegio esorbitante che finora ha sempre avuto la Germania sull’euro – in sostanza, grazie al peso condizionante che le aveva consentito di fissare il valore di cambio sulle proprie esigenze – l’ha portata ad accumulare un enorme attivo di export nell’eurozona (nei fatti e di fatto – come si dice: oggettivamente – imponendo vasti disavanzi di bilancia commerciale a Grecia, Spagna e Irlanda, cioè, e in parte anche all’Italia), questa è solo una parte della storia del successo tedesco nel campo del lavoro e dell’occupazione: che a tutt’oggi, anche se con qualche flessione, regge a fine del secondo trimestre del 2012 intorno al e anche un po’ sotto il 6% della forza lavoro.

Insomma, la disoccupazione l’hanno tenuta certamente bassa grazie anche alle riforme “strutturali” del mercato del lavoro, precarizzandolo anche qui a costo di seminare insicurezza crescente tra molti lavoratori e anche sfruttando il privilegio sugli altri paesi dell’eurozona. Ma poi, a ben vedere di più, anche qui pur precarizzando come da noi e in America il lavoro, qui hanno scelto una strada nuova: hanno voluto, saputo e potuto persuadere – diciamo così – le imprese a ridurre le ore di lavoro piuttosto che a licenziare gli addetti.

Per portare avanti il paragone che tra mercato del lavoro in USA e in Germania instaura il NYT – allo scopo indecorosamente esplicito di dimostrare che, comunque, la ricetta buona è la stessa: licenziare e tagliare i costi del lavoro aumentando il tasso di sfruttamento della manodopera – anche su questo bisognerebbe riflettere: da quando è iniziato il calo dei ritmi di crescita dell’economia, da fine 2007 alla fine del secondo trimestre del 2012, il PIL tedesco e quello americano hanno mantenuto pressoché lo steso ritmo di crescita: il primo appena sopra e il secondo appena sotto lo zero (vedi il grafico di fonte OCSE riprodotto in CEPR, 25.9.2012, D. Baker, Work sharing: the hidden secret of Germany’s economic success— Il segreto nascosto del successo economico dei tedeschi ▬ http://www.cepr.net/ index.php/blogs/beat-the-press/work-sharing-the-hiddden-secret-of-germanys-economic-success).

Ma mentre negli USA, in questi cinque anni, il tasso di disoccupazione ufficiale è aumentato di 3,6 punti percentuali, dal 4,5 all’8,1%, quello della Germania è calato di più di due punti percentuali, dal 7,6 al 5,5%, con la cosiddetta ridistribuzione del lavoro – sì: una forma di “lavorare meno per lavorare tutti”, che ha forzato molto contronatura la Weltanshauung della weberiana Merkel e dei suoi non licenziando e ridistribuendo invece il lavoro che c’era sulla platea degli occupati diminuendone dove necessario i carichi di lavoro e spostando su questo finanziamento, invece che per esempio su strumenti a vuoto come la cassa integrazione, i sostegni pubblici.

Ultimo dettaglio. Il NYT parla di tasso di disoccupazione tedesco calcolandolo al 7% invece che al parametro armonizzato comune per tutti i paesi dell’OCSE— dentro il quale, poi, certo, uno per uno bisognerebbe calcolare le anomalie che tutti, sempre, cercano di indorarli tenendoli un po’ più bassi. Così può aggiungere più di un 1% alla disoccupazione tedesca visto che loro – su questo assai più onestamente di ogni altro – calcolano tra i disoccupati ufficiali anche quanti sono costretti a acettare lavorare  come precari ma vorrebbero poter lavorare a tempo pieno: appunto un 1 virgola qualcosa per cento…

FRANCIA

●Il bilancio 2013 del governo francese è sicuramente il più duro presentato da trent’anni a questa parte all’approvazione dell’Assemblea nazionale: malgrado le promesse elettorali di un bilancio di crescita, questo è un altro bilancio di sacrifici, con misure che porteranno a risparmiare 40 miliardi di €, i 2/3 e aumenti di tasse; concentrate, però, sul grande business e con una supertassa del 75% su redditi superiori al milione di € – i  super-ricchi – ma anche con un aumento non proprio irrilevante sui ricchi “normali”, quelli che si mettono in tasca più di 150.000 € all’anno (con un’ IRPEF che adesso sale al 45%).

Il risultato netto, dicono gli analisti, è che 4.100.000 famiglie pagheranno ora più tasse, ma il doppio, 8.500.000, se le vedranno ridotte, le grandi imprese dovranno pagare di più e le piccole e medie di meno. Simboliche, denuncia la destra, oltre che inique, le supertasse sui grandi ricchi sopra il milione di reddito annuo che nel paese sono 2.000 in tutto. Ma – Hollande l’ha capito, Monti per niente: si tratta della scelta, politica, su chi far poggiare il peso dei sacrifici  – condizione necessaria, ma bisognerà certo vedere se poi sufficiente, a chiedere ormai sacrifici ai cittadini comuni (1) Le Monde, 29.9.2012, C. Guélaud, Petites et grosses ficelles du budget 2013— Piccole e grandi tendenze del bilancio 2013 ▬ http://www.lemonde.fr/politique/article/2012/09/29/petites-et-grosses-ficelles-du-budget-2013_1767682 _823448.html?xtmc=budget_2013&xtcr=2);2) Guardian, 28.9.12012, K. Willsher, France budget “harshest in 30years”— Il bilancio francese, “il più duro da 30 anni” ▬ http://www.guardian.co.uk/world/2012/sep/28/france-harshest-budget-30-years).

In sintesi estrema, questo è un bilancio di stampo sicuramente nuovo, meglio – qualitativamente, dal punto di vista della gente che è tenuta a pagarlo e dell’equità – di tutti gli altri presentati in Europa in questo periodo difficile e rischioso. Ma non è certamente radicale né, tanto meno, rivoluzionario…

GRAN BRETAGNA

●Il primo ministro Cameron ha rimpastato il gabinetto, lasciando al suo posto il controverso cancelliere dello scacchiere George Osborne, l’architetto del programma di austerità che sta smantellando le difese sociali residue di questa antica società  – d’altra parte, licenziarlo avrebbe significato ammettere che l’economia è alla catastrofe – e, contro i consigli dei suoi pochi moderati, ha deciso di spingere ancora più a destra l’equilibrio interno al governo (The Economist, 7.9.2012).

Insomma, sembra deciso a giocarsela tutta ormai scommettendo testardamente sul dogma neo-liberista e – contando sulla vigliaccheria dell’ala liberal-democratica della sua coalizione, che in politica, naturalmente, si chiama senso della responsabilità…: la responsabilità di non abbattere un governo che sta affondando il paese ma riesce ancora a imbellettarne lo sfacelo coi cappellini rosa di Sua Graziosa Maestà babbiona e gli sfarzosi cerimoniali olimpici – evitando la spallata che gli potrebbe dare, se osasse, la minoranza del vice premier Nick Clegg— ma, certo, dovrebbe ammettere anch’essa di avere sbagliato tutto e rinunciando alla sua poltrona.

● Ma solo per noi sono un tantino ridicoli il nudo di Harry e le tette di Kate? E solo quelli?  (vignetta?)

 

Fonte: S. Bell, The Guardian, 19.9.2012

GIAPPONE

●La Banca centrale nipponica aveva annunciato due settimane fa l’intenzione di iniettare, come si dice, 1.900 miliardi di yen ($ 25,5 miliardi) di nuova liquidità nei mercati finanziari per impedire l’altrimenti inevitabile ritardo che anche qui paralizza i trasferimenti delle tasse dovute dal governo centrale ai governi locali, province e comuni. (Silobreaker, 3.9.2012, BOJ injects 1.9 trillion ¥ liquidity into the economy— La BdG inietta 1.900 miliardi di ¥ di liquidità nell’economia ▬  http://www.silobreaker.com/dpj-platform-aims-to-have-boj-buy-foreign-debt-5_2265955389163962412).

La banca del Giappone ha sorpreso i mercati aumentando ritmo e quantità di acquisti di titoli e assets di Stato dai 10 miliardi di ¥, sui 128 miliardi di $ già previsti a ben 80 miliardi di ¥, un programma che andrà avanti – ha annunciato – almeno per altri sei mesi, almeno fino alla fine del 2013. la notizia è arrivata appena una settimana dopo che sia la Fed che la BCE hanno annunciato misure che vanno, comunque, nello stesso senso (The Economist, 21.9.2012).

Il governo di recente ha anche aggiustato al ribasso, in base al rallentamento dell’export e per le fluttuazioni secche dei mercati finanziari e dei capitali, il valore di prospettiva del PIL. 

●La Japan AirLines ha fissato il prezzo iniziale dell’OPA con cui il 19 settembre a 3.970 ¥, sui $ 49, per azione, il massimo della forbice che le era consentito. Dopo tre anni di ristrutturazione (ridimensionamenti, licenziamenti), in condizioni di protezione dovuta alla bancarotta ufficiale, la fluttuazione ora proposta in borsa per 8,5 miliardi di $ è la seconda dell’anno, dopo quella di Facebook, e sarà tutta destinata a restituire allo Stato il fondo di salvataggio della JAL (The Economist, 14.9.2012, JAL-From bloated to floated— JAL- Da gonfiata a fluttuata ▬ http://www.economist.com/node/21562941).

●Malgrado i problemi che ha con un’economia che è in declino e col bilancio, però, il primo ministro Yoshihiko Noda dichiara il 7 settembre che sta concludendo l’acquisto di parecchi appezzamenti di terreno dai proprietari, giapponesi, nelle isole Senkaku/Diaoyu (CNN, 8.9.2012, P. Hancocks e J. Mullen, Japan in final stages of talks to buy disputed islands— Il Giappone agli ultimi stadi dei colloqui per comprarsi le isole della discordia ▬ http://edition.cnn.com/2012/09/07/world/asia/japan-noda-interview/index.html): quei foruncoli di roccia protuberanti dal fondo marino e ricoperti dal fittissimo guano degli uccelli marini

La Cina ha subito, anzi aveva già da molto prima, pubblicamente chiarito che il cambio di proprietà da privati cittadini allo Stato del Sol Levante, con l’intento di reclamarne poi la sovranità o comunque di rafforzare, non sarà tollerato. E chiede al Giappone di considerare responsabilmente la portata della scommessa che, se ci provasse, azzarderebbe…

Il Giappone, per ora, sapendo benissimo che dovrebbe usare la forza, quindi fare la guerra alla Cina, se insistesse fino alla fine nel far valere quello che considera – discutibilmente… forse come anche la Cina – un suo diritto, e malgrado il taglio del bilancio militare più ingente da 50 anni (-1,7%, a $ 58 miliardi nell’anno fiscale che comincia il 1° aprile 2013, investirà proprio e specificamente in nuovo equipaggiamento che servirebbe a “difendere” quelle remote isolette, in tutto neanche 5 kmq).

Ha annunciato così, piuttosto pleonasticamente comunque, l’acquisto di quattro battelli anfibi da sbarco che, se mai si avvicinassero alle isole provocherebbero un serissimo incidente sperabilmente solo diplomatico (Stratfor, Global Intelligence, 21.8.2012, China, Japan and the island disputes— Cina, Giappone e il contenzioso delle isole ▬ http://www. stratfor.com/geopolitical-diary/china-japan-and-island-disputes)… 

Anche Taiwan dichiara formalmente, col presidente Ma Ying-jeou, che sulla questione si è contraddetto più volte (le isole sono del suo paese…, quindi essendo il suo paese la legittima Cina, sono della Cina, però la Cina è occupata dal governo illegittimo di Pechino…), che neanche la seconda Cina, Taiwan, non riconoscerà mai l’appropriazione indebita delle isole da parte del Giappone. Ma come si capisce, più che di Taiwan Tokyo, se insistesse, dovrebbe preoccuparsi – e, infatti, è di esse che si preoccupa – delle reazioni di Pechino (Rightways’s Blog, 8.9.2012, Japan’s buying Diaoyu Islands provokes China to strike back— L’acquisto delle isole Diaoyu da parte del Giappone provoca la risposta della Cina ▬ http://rightways.wordpress.com/2012/09/08/japans-buying-diaoyu-islands-provokes-china-to-strike-back).

Che, in ogni caso, invia subito due battelli di sorveglianza nelle acque intorno alle isole per riasserire anche così la sovranità della Cina, dopo aver accusato Tokyo di furto all’annuncio ufficiale che il governo giapponese ha comprato i diritti di proprietà di tre dei cinque isolotti in questione dai proprietari privati pur essi giapponesi, per 30 milioni di $. Normalmente, le due navi in questione sono di pattuglia in altre aree, sempre del Mar Cinese Meridionale, che vedono altri isolotti in contenzioso con altri paesi e le loro rivendicazioni.

Il governo imperiale giapponese ha subito replicato di aver comprato il terreno solo per impedire la stessa azione da parte di Shintaro Ishihara, il governatore di Tokyo, revanscista e ipernazionalista, che aveva annunciato di voler subito sviluppare quelle che sarebbero diventate proprietà del suo governatorato aprendo allora sì, subito, lo scontro con la Cina.

Una “giustificazione” accompagnata ancora una volta, però, dalla riaffermazione di principio dei giapponesi della loro titolarità non solo alla proprietà ma anche alla sovranità sulle isole. Il che per Pechino, al fondo e in linea di principio non fa differenza (New York Times, 11.9.2012, J. Perlez, China Accuses Japan of Stealing After Purchase of Group of Disputed Islands— La Cina accusa il Giappone di furto dopo l’acquisto del gruppo di isole coinvolte nella disputa ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/12/world/asia/china-accuses-japan-of-stealing-disputed-islands.html).

A ogni buon conto, nelle acque intorno alle isole del contenzioso tra Pechino e Tokyo arrivano subito sei navi della marina cinese e, subito dopo, ben altre quattro che si mettono semplicemente a pattugliare, cioè di fatto a occupare, senza che il Giappone possa e voglia far niente (o meglio: ha messo in piedi una task force di studio). Lo comunica la Guardia costiera nipponica, senza star lì neanche a sottolineare troppo la notizia (Rainep News, 14.9.2012, Six Chinese ships breach Japans naval border— Sei navi cinesi rompono gli autoproclamati confini marittimi giapponesi ▬ http://reinep.wordpress.com/ 2012/09/14/breaking-news-six-chinese-ships-breach-japans-naval-border).

La Cina alza, poi, ancora la posta del conflitto, su un piano anche non diplomatico e non strategico, con forti e anche violente manifestazioni di piazza in molte città e avvertendo che le tensioni in ascesa col Giappone avranno anche a livello economico le loro probabili conseguenze deleterie. Lo ricorda il vice ministro del Commercio Jang Zeng-wei, specie se il Giappone – puntualizza – non tornasse indietro dal “volgare e rozzo” tentativo di “comprarsi qualche titolo di proprietà di cui poi non potrebbe neanche mai usufruire” (Yahoo!News, 13.9.2012, China says tensions with Japan likely to hurt trade— La Cina dice che, con ogni probabilità, le tensioni  col Giappone danneggeranno gli scambi ▬ http://news.yahoo.com/china-says-tensions-japan-likely-hurt-trade-031210288--sector.html).

●E, almeno per ora, al Giappone sembra arrivare, indirettamente ma pesantemente, un aiuto dagli Stati Uniti. Alla vigilia di un viaggio a Pechino, fermandosi nel tragitto e non per caso a Tokyo, il segretario alla Difesa americano Leon Panetta rende noto che ha appena concluso un nuovo accordo per la costruzione di un secondo sistema antimissilistico dislocato sulle isole nipponiche e diretto contro la minaccia nucleare, embrionale ma esistente della Corea del Nord.

E’ un tema delicatissimo per la Cina:. “Due alti esponenti ed esperti cinesi dei rapporti internazionali hanno subito detto che per sua natura tecnica lo scudo missilistico americano sta cnehe incoraggiando il Giappone a opporre resistenza ulteriore alle rivendicazioni territoriali della Cina sulle isole Diaoyu, che i giapponesi chiamano Senkaku” (New York Times, 17.9.2012, T. Shanker e I. Johnson, US and Japan Agree to Deploy Advanced Missile Defense System ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/18/world/asia/u-s-and-japan-agree-on-missile-defense-system.html?ref=global-home).

Già… la questione si fa critica e potenzialmente temibile per la Cina, ma anche per gli USA stessi che buttano lì un gesto inevitabilmente provocatorio perché destabilizzante degli assetti dati, esattamente come lo sono gli antimissili schierati dagli Stati Uniti contro il territorio russo ai confini orientali di Polonia e Cechia…

Non solo, in altri termini, Washington rischia di trovarsi così, per forza di cose, impegolata in un qualche possibile scontro tra Giappone e Cina e ancor più a rischio di solidificare il già chiaro e legame che, contro gli interessi americani, oggi vede vicine Cina e Russia mettendole addirittura nella stessa situazione tattico-strategica.

Vogliamo dire: anche qui, non farebbero meglio, questi benedetti americani, a approfondire un po’, se non altro, il calcolo di costi/benefici per le mosse che vanno divisando prima di precipitarsi a farle comunque… senza neanche prevederne le conseguenze.

●In ogni caso la Cina, torna più avanti nel mese a allargare il discorso – mettendo per un momento solo, forse, tra parentesi la diatriba territoriale con molti dei suoi vicini – sui suoi rapporti con tutti i paesi coinvolti nel contenzioso marittimo, ignorando non casualmente gli Stati Uniti e rivolgendosi il più autorevolmente possibile agli altri – col suo prossimo numero uno, Xi Jinping: quello che esperti e guru americani da due settimane davano ormai per scomparso e, siccome non ne sapevano niente, in declino letale e è adesso resuscitato a confonderli – a Nanning, all’inaugurazione del vertice annuale plenario dell’ASEAN.

“Noi siamo sempre impegnati a perseguire sul serio uno sviluppo equo e comune e a trovare i meccanismi che garantiscano una migliore cooperazione in ogni campo possibile”: con gli scambi tra il mio paese e i nostri vicini del Sud che aumentano al ritmo del 20% all’anno e toccano oggi i $ 362,8 miliardi, siamo già intrinsecamente interconnessi in un amplissimo campo di attività (New York Times, 21.9.2012, (A.P), China Sidesteps South China Sea Island Disputes— La Cina non sottolinea le dispute territoriali sulle isole del Mar Cinese Meridionale ▬ http://www.nytimes.com/aponline/2012/09/21/world/asia/ap-as-asia-disputed-islands.html?ref=global-home).

Ma aggiunge, Xi Jinping, che il Giappone – su cui concentra il fuoco dell’attenzione al momento – dovrebbe “frenare i propri comportamenti” e piantarla di “cercare di minare la sovranità della Cina”. E parla, dopo giorni di manifestazioni antinipponiche anche violente nel paese, bollando come “una farsa tragicomica” il recente acquisto di parte delle isole da privati per conto dello Stato.

●E in ogni caso, anche se nei limiti precisi solo di un ulteriore ammonimento, la Cina ha annunciato che la sua prima portaerei – una vecchia nave ucraina ristrutturata e in allestimento già allora, quando la comprò nel 1998 da anni – è stata finalmente varata col nome di Liaoning, quello della provincia dal porto della quale, Dalian, è stata lanciata. Proclama il contrammiraglio Yang Yi, che presenta l’evento per conto del ministero della Difesa, che il varo può significativamente ammodernare le capacità di combattimento della flotta come anche quella di rispondere meglio a disastri naturali e altre minacce di tipo non tradizionale (China Daily— Quotidiano del popolo/Pechino, 25.9.2012, Zhao Lei, Li Xiaokun e Zhang Xiaomin, Navy sails in new era— La marina fa vela in una nuova era ▬ http://europe.chinadaily.com.cn/china/2012-09/26/content _15782903.htm).

“Si tratta di un significativo sviluppo – dice l’ammiraglio – per salvaguardare nei fatti sovranità nazionale, sicurezza e benefici di ulteriore progresso, per far avanzare la pace mondiale e la causa di uno sviluppo comune a tutti i popoli e tutti i paesi”. Retorica pura, però. Più realisticamente, infatti, poi, l’ammiraglio dice che la portaerei sarà utilizzata per padroneggiare meglio la tecnologia più avanzata di mezzi navali da trasporto di aerei militari e per addestrare questi mezzi speciali in un gruppo da battaglia e con mezzi di altre marine militari.

“Quando la Cina sarà in possesso di una forza navale più equilibrata e possente, il quadro regionale sarà anche – soggiunge Yang – più stabile e equilibrato perché a quel punto le forze che minacciano la stabilità della regione non oseranno più agire avventurosamente”. Insomma, come freno non più eminentemente o quasi solo politico alla VII Flotta americana…

Una lettura che, per il presente, appare – come dicevano – troppo ottimistica, che realisticamente può restare speranzosa, ma decisamente solo per il futuro. Il fatto è che la portaerei cinese non possiede ancora neanche un caccia in grado di atterrarvi o decollarne, anche se sono in progettazione/costruzione alcuni modelli, i J-8, derivati dal MiG-23 russo di 25 anni fa. Per cui, nel futuro immediato e almeno per alcuni anni, la Liaoning si limiterà a compiti di addestramento. E non potrà praticamente svolgere quasi niente di quanto l’ammiraglio ha indicato come suoi compiti.

In materia, non solo gli americani sono di oltre settant’anni più avanti, come tecnologia e capacità dei cinesi ma anche la Marina indiana ha un vantaggio su di loro di mezzo secolo: ha anche utilizzato le sue portaerei contro il Pakistan nelle sue guerre recenti. Ma il fatto nuovo c’è, indica una volontà politica forte e avrà, sicuramente, il suo peso. Politico, per ora, più che direttamente militare. Ma è un peso che comincia a contare. Comunque…

In ogni caso, il premier giapponese a latere dell’Assemblea generale dell’ONU di settembre è tornato a reiterare che il Giappone non tornerà indietro rispetto alla rivendicazione ufficiale di sovranità sulle isole Senkaku, mentre da Tokyo assicurano che le Forze di autodifesa – è il nome ufficiale dell’esercito nipponico – “veglieranno con attenzione sulla dislocazione della portaerei  Liaoning” (Kyodo News, 27.9.2012, Japan concerned by Chinese aircraft carrier— Il Giappone si preoccupa della portaerei cinese ▬ http://english.kyodonews.jp/news/2012/09/184887.html).

Ora, la dichiarazione pubblica di Yoshihiko Noda sembra garantire un continuo futuro confronto con la Cina. E, se è vero che l’ultimo braccio di ferro del Giappone con la Cina vide l’esercito imperiale occuparla e schiacciarla militarmente, è anche vero che alla fibne non visne certo il Giappone e che oggi i rapporti di forza si sono pressoché rovesciati— anche se, sul piano squisitamente militare – e malgrado l’atomica che i cinesi hanno e i giapponesi no— o non ancora – forse il ragguaglio delle forze e delle debolezze reciproche è meno scontato.

●Per chiudere su questo punto, per ora, una riflessione sulla natura fondamentale del contenzioso in questione e sul contesto in cui la diatriba si pone e si va sviluppando. Intanto, i giapponesi sono arrivati tardi rispetto ai cinesi nel presentare per primi alle Nazioni Unite la documentazione di supporto prevista e richiesta dalla 3a Convenzione sulla Legge dei mari[10]. Questo è un atto universalmente letto come determinante per ottenere il riconoscimento internazionale formale alle richieste che riguardano la sovranità su aree marittime internazionali: 12 miglia nautiche convenzionali dalla costa e 200 per la cosiddetta zona di esclusività economica (esclusività dei diritti di pesca, di esplorazione sottomarina e del potere di arresto dei pescatori di frodo).

La Convenzione prevede e definisce “regole di deconflittualizzazione” per superare proprio conflitti come questi del Mar Cinese Meridionale, aree di rivendicazione che si accavallino. Ma resta inspiegato e inspiegabile che fino a questo momento né Cina né Giappone avessero presentati ufficialmente agli organi internazionalmente competenti a validare la loro rivendicazione i loro punti di vista, le loro diverse letture dei fatti, i loro reclami.

Dopotutto, la  3a Convenzione sul diritto del mare esiste dal 1982, la Cina l’ha ratificata subito e il Giappone un anno dopo. Strano che i cinesi, le cui basi di riconoscimento storico e documentale sono più forti di quelle dei giapponesi, non lo abbiano fatto; strano che i giapponesi non abbiano prima, quando il contenzioso era rimasto per anni dormiente, provveduto a acquistare da loro privati cittadini la proprietà titolare e su quella base rivendicato le isole.

Ormai, per Pechino come per Tokyo, è diventato impossibile separare le questioni di orgoglio nazionale, di “faccia”, del rivendicazionismo nazionalista da quelle relative all’insorgente interesse economico per le risorse potenziali del fondo di quel Mare. La Cina non può tornare indietro dalle sue posizioni né accettare un compromesso, poi, anche a causa della sua legislazione del 2005 contro la secessione che per chiunque accettasse anche solo di discuterne ne farebbe alto tradimento passibile della massima pena. Una legge che il Giappone non ha, come tale, ma che vedrebbe cadere qualsiasi suo governo che perseguisse la sua rivendicazione di sovranità specie in presenza del diritto acquisito di proprietà, anche se solo nominale, del territorio o di una sua larga parte.

Allo stato attuale ormai bisogna aspettarsi qualche scambio di cannonate, ma probabilmente non veri e propri scontri navali. Il fatto è che per fortuna le questioni di fondo sono proprio il pane quotidiano della legislazione e del negoziato di diritto internazionale. Ma i cinesi partono da posizioni più solide: storiche, documentali (le antiche mappe, anche nipponiche della regione, oltre ovviamente a quelle cinesi e a quelle disegnate, nel ‘500 e nel ‘600, dai primi esploratori e conquistatori colonialisti, britannici e olandesi); ma anche nei rapporti di forza reciproci e con alle spalle lo spettro del plotone di esecuzione per chiunque tra loro vada incontro alle esigenze contrapposte.

C’è anche il problema che i cinesi sono responsabili di aver lasciato suppurare negli anni, e per decenni, senza mai rimetterla neanche teoricamente in questione quella che solo oggi, da pochi mesi, sembra denunciare come usurpazione da parete dell’impero giapponese, attraverso la strumentalizzazione di una proprietà privata nominale e sempre assenteista la loro pretesa sovranità sulle isole Senkaku/Diayou.

Certo che, adesso, sulla scia della denuncia che ha lasciato montare – per quanto razionalmente e storicamente fondata essa sia – è difficile vedere come, specie in un periodo di non del tutto pacifica transizione al vertice del potere, Pechino possa frenare una sollevazione popolare assai forte senza apparire debole e reticente.

D’altra parte anche i giapponesi, che hanno forzato per primi sul piano ufficiale la questione della sovranità hanno seri problemi a ritornare indietro. A questo punto non sceglieranno – se non viene loro forzata la mano dai revanscisti kamikaziani e nostalgici che si ritrovano in casa ma ai quali possono certamente resistere, se vogliono, a muso duro – di ricorrere alla forza: sanno anche che perderebbero in un conflitto allargato.

Ma i cinesi, oltre al problema della loro opinione pubblica, hanno bisogno di controllare molto più di quanto abbiano fato finora le azioni separate e spesso scoordinate delle loro “agenzie oceaniche” (cui fanno capo formalmente, non alla Marina militare, i battelli da ricognizione per ora ingaggiati nel Mar Cinese Meridionale) e le loro attività di pesca intorno alle isole con l’azione diplomatica e politica della capitale, troppo spesso incapace di assumere la prevalenza.

Nell’area, in ogni caso, si va preparando un periodo di tensioni crescenti tra rivendicazionismi e nazionalismi contrapposti dove a nessuno sarà facile, e al limite possibile, piegarsi agli altri in una regione che, dopo la fine della guerra in Indocina alla metà degli anni ’70 e la sconfitta dell’America, era stata invece del tutto stabile. E questo mentre gli Stati Uniti diventano sempre più nervosi tra Giappone e Cina, ma non si dimostrano né prudenti, né sagaci, né pronti a offrirsi credibilmente come mediatori efficaci. E la cosa non sembra proprio incoraggiante…


[1] Non è una barzelletta di quelle che ama raccontare Berlusconi— un altro gaffeur che, però, a suo confronto è un principiante e, almeno globalmente certo, meno pericoloso… Mitt Romney tempo fa – ma è solo una delle tante, tantissime – se ne uscì, dicendo agli americani, per celebrare la grandezza dell’America ed il suo amore per essa, di quanto grande fosse l’America, di come “lui credesse in un’America dove milioni di americani credono che sia l’America in cui credono milioni di americani. Questa è l’America che io amo” (gennaio 2012)…  e buon pro’ gli faccia: a lui come agli americani (da About.com - Political Humor: 9/2012, Top 10 Dumbest Mitt Romney Quotes So Far— Le dieci cretinate più cretine dette da Mitt Romney… So Far ▬ http://politicalhumor.about.com/od/mittromney/a/Mitt-Romney-Quotes.htm). 

[2] L’uranio altamente arricchito, quello di gradazione U-235 al 90%; l’uranio moderatamente arricchito, che serve alla ricerca e alla produzione di energia elettrica lo è al di sotto del 20% di U-235; mentre l’uranio naturale, il minerale originario, contiene U-238 al 99,2% con U-235 appena allo 0,72%.

[3] Capo del partitino razzista Yisrael Beiteinu— Israele casa nostra, che usa chiamare “bacarozzi” i palestinesi disse, una volta, che si sarebbe potuto risolvere il problema da essi posto a Israele con la bomba atomica (Haaretz/Tel Aviv, 26.10.2009, Turkey’s PM says Lieberman threatened to nuke Gaza— Il premier turco sostiene che Lieberman ha minacciato di nuclearizzare Gaza ▬ http://www.haaretz.com/news/report-turkey-pm-says-lieberman-threatened-to-nuke-gaza-1.5410).

   E, nel corso della crisi di Gaza nel gennaio 2009, ebbe a dire, sempre secondo la stessa stampa israeliana,  che “Israele deve continuare a combattere Hamas proprio come gli USA fecero liquidando i giapponesi per metter fine alla seconda guerra mondiale… Il che renderebbe poi inutile anche l’occupazione del territorio”.

   Siccome, naturalmente, quella guerra ebbe fine con Hiroshima e Nagasaki, l’interpretazione largamente diffusa anche fra i suoi amici e i suoi nemici, delle parole di Lieberman, pur attento a non usare mai i termini ‘bomba’, ‘nucleare’ e ‘soluzione finale’ fu alla fine quella ufficiale e formale, ad esempio, del primo ministro di Turchia Recep Tayyp Erdogan.

   Che fece anche notare, a chi mai fosse sfuggito il particolare che tecnicamente una bomba nucleare distrugge un territorio senza distinguere, naturalmente, tra arabi e mussulmani… come a quell’insulso dell’israeliano era ovviamente sfuggito.

[4] Da tenaja, tenaglia: la morsa che, in dialetto veneto, stringeva i fanti obbligati a andare a crepare al fronte della prima guerra mondiale.

[5] Che oltre a quella libica ha anche la nazionalità statunitense…, malgrado una delle prime leggi del nuovo Congresso libico abbia specificamente vietato ogni doppia nazionalità: in America lui ha risieduto da esule per decenni, insegnando fisica e ottica al Rochester Institute of Technology e diventando anche milionario con un sua fabbrica di ottica specializzata che lavorava anche per la NASA.

   Ma si è già impegnato, se fosse alla fine eletto – forzando la lettera della legge ed aprendosi quindi a future polemiche: c’è anche chi, nella sua stessa compagine lo ha accusato, non del tutto a vanvera, di avere lavorato non solo per la NASA ma anche per il Pentagono… – a rinunciare alla cittadinanza statunitense. 

[6] Sul programma, assolutamente e propriamente insensato, di politica internazionale di Romney, ha notato uno come Thomas Friedman – super-opinionista del NYT che è sicuramente un moderato cantabile, grande cultore dell’economia convenzionale come la maggior parte dei blandi opinionisti loro e nostri, ma anche uno che sicuramente è abbastanza sveglio dal saper fare qualche conto, poi, e dal tenere anche conto delle conseguenze di quelle stesse politiche – che si è presentato come uno “con un grosso bastone che si metterà subito a usarlo dal giorno uno della sua presidenza (New York Times, 4.9.2012, T. L. Friedman,  It’s Mitt’s World— E questo è il mondo di Mitt ▬ New York Times, 4.9.2012, T. L. Friedman, It’s Mitt’s World— E questo è il mondo di Mitt ▬ http://www.nytimes.com/2012/09/05/opinion/its-mitts-world.html?ref=global).

   Lui l’ha messa così: ‘se sarò il presidente degli Stati Uniti, il primo giorno proclamerei che la Cina come paese manipolatore della moneta va colpito subito da fior di tariffe all’importazione dei suoi prodotti e sbatterei subito dazi adeguati su quelli che vanno rubando così, slealmente, lavoro agli americani’. Insomma, si comincia col botto: schiaffoni alla Cina subito dal giorno uno…

   Ma, mi viene da chiedere, che succede dal giorno secondo, quando la Cina, di gran lunga il maggior acquirente di titoli del Tesoro americani  annuncerà che non partecipa più alle prossime aste, facendo salire di botto alle stelle i tassi di interesse. E questo sicuramente sarebbe il botto del terzo giorno. Ben trovati nel bel mezzo della politica estera di Mitt Romney, gente”!.

   Che poi è anche la ragione – bisogna sempre essere disposti a fare e poi, certo, effettivamente farli , i conti – per cui, anche se questo Friedman non osa dirlo, bisogna proprio che anche una come Hillary Clinton si abitui un po’ ad abbassare la cresta (cfr., sopra, capitolo CINA).

[7] R. B. Reich, Locked in the Cabinet— Chiuso a chiave, nel Gabinetto, ed. Vintage Press, 1998: una lettura personale del quadriennio di servizio al presidente, di come le cose funzionano e spesso non funzionano al massimo livello del governo USA, raccontata da chi ne era stato uno dei consiglieri più vicini e ascoltati e poi venne a poco a poco emarginato come un padre nobile tropo severo preoccupato più della giustizia e dell’equità – lo accusarono con successo – che di favorire gli istinti selvaggi del mercato che lui insisteva andavano regolati… E’ un libro che raconta bene come e perché finì in coda di pesce (aiutata dall’imbroglio elettorale che negò ad Al Gore la vittoria) quella chde era partita come una grande presidenza… 

[8] Cfr. M. Owen, pseudonimo del Navy Seal— Foca della marina come chiamano qui le squadre speciali di incursori come chi firma e racconta nel libro autobiografico intitolato No easy Day— Una giornata non facile, di come lo catturarono e, poi, è esplicito nel raccontarlo dando conto di una mattanza in realtà facilissima, lo ammazzarono in Pakistan, nella sua casa di Abbottabad, Dutton Adult ed., 4.9.2012.

[9] George Washington, Farewell Address— Indirizzo di addio al popolo americano, 17.9.1796 pubblicato il 19.9.1796, dal Philadelphia Daily Advertiser (cfr. www.access.gpo.gov/congress/senate/farewell/sd106-21.pdf) [alla vigilia delle nuove elezioni cui aveva rifiutato di presentarsi per il terzo mandato, è un documento che costituisce il suo addio e il suo legato politico, raccomandando profeticamente al paese di non lasciarsi tentare “da pericolosi deliri d’onnipotenza” e avventure “oltremare”…

[10] Sulla legislazione marittima, già i romani avevano parlato in base alla loro concezione del diritto e della sovranità assoluta dell’Impero, lo jus romanus (Celso, D. 43, 8, 3, pr. - 1 (XXXIX digestorum): Litora, in quae populus Romanus imperium habet, populi Romani esse arbitror. Maris communem usum omnibus hominibus, ut aëris…).

   Poi, nel 1609 venne pubblicata l’elaborazione “rivoluzionaria” e fondante del filosofo e giurista olandese Huig de Groot (Hugo Grotius) che, col domenicano spagnolo Francisco de Vitoria e il protestante marchigiano Alberico Gentili, emigrato in Inghilterra, “fondatore” della scienza del diritto internazionale, col suo Mare Liberum (sulle acque non soggette e/o non riconosciute come soggette a giurisdizione nazionale).

   L’opera, viziata, in origine, dall’esser stato lui dipendente della Compagnia delle Indie olandesi per cui lavorava, già in corso di scrittura, si trasformò in un lavoro appunto fondante della giurisdizione in materia ▬ http://en.wikipedia.org/wiki/ Mare_Liberum)

http://www.angelogennari.com/home.html

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna