La sinistra e l’arte di costruire nuove società- Gianluca Carmosino

La sinistra e l’arte di costruire nuove società

Gianluca Carmosino | 6 maggio 2013 | 0 commenti

Il bisogno di urlare contro gli inciuci, il presidenzialismo di fatto e le ricette di austerità è ogni giorno più forte. Sono in molti a immaginare vie d’uscita, in basso a sinistra, dal teatrino Napolitano-Berlusconi-Letta, non sempre facendo autocritica. Tuttavia, tutelando l’autonomia dei movimenti ed evitando il qualunquismo del predicatore a cinque stelle, dovremmo chiederci se davvero c’è bisogno di una casa comune tra i diversi pezzi della società in movimento. Abbiamo un dubbio e lo solleviamo in modo pacato: non saranno proprio l’incertezza, la lentezza, la spontaneità, l’emulazione e perfino la scarsa visibilità le leve con le quali le persone comuni sperimentano il cambiamento profondo e diffuso, cioè costruire relazioni sociali diverse qui e ora?

di Gianluca Carmosino

207479_575439309146819_1510747192_nCosa si muove intorno alla macerie del centro-sinistra? Molti, troppi, dicono di avere le idee chiare e le risposte giuste per il futuro. Tra i pochissimi che propongono un ragionamento interessante segnaliamo gli interventi di Guido Viale e di Paolo Cacciari, che negli ultimi anni si sono spesi in modo splendido sui temi fondamentali della conversione ecologica e sociale (che Cacciari preferisce chiamare decrescita, molti dei loro articoli sono nell’archivio di Comune-info). In un commento pubblicato su il manifesto il 26 aprile, oltre a prendere le distanze dalla democrazia diretta dei predicatori alla Grillo, Viale segnala il rischio di chi, senza nessuna autocritica, è già pronto a impegnarsi per la costituzione di un «nuovo soggetto politico». Una «casa comune», avverte Viale, dovrebbe essere prima di tutto partecipata e capace di valorizzare iniziative di lotta e buone pratiche già consolidate. Ma questo non sta avvenendo.

Paolo Cacciari (il manifesto, 1 maggio) suggerisce invece di cominciare da un’altra domanda: per chi è la casa? «I soggetti della trasformazione oggi – scrive – sono un arcipelago di tanti movimenti grassroots (direbbero i sociologi), “parecchie” moltitudini di persone direttamente e soggettivamente impegnate in sindacati, collettivi, gruppi, comitati, associazioni di fatto e di diritto, liste di cittadinanza, realtà dell’autogestione e dell’economia equa e solidale, mediattivisti, minoranze sociali, linguistiche, sessuali, piccoli gruppi senza nome… che tentano concretamente e quotidianamente di sfuggire alle grinfie del megaprogetto della globalizzazione e di costruire “ambiti di comunità autonormate” (come dice Gustavo Esteva)».

Il problema, per Cacciari, è come questo arcipelago sociale possa agire in profondità e rompere lo schema classico «movimento/partito/parlamento/stato». «Temo che rimanendo dentro questo schema sarà impossibile costruire una casa comune (cioè, sociale e politica assieme) che può avvenire solo attraverso un percorso di colleganza dal basso fra associazioni, comitati, gruppi che intendono pensarsi anche come soggetti di governo partecipato dei territori, capaci di elaborare programmi, di darsi forme di autorappresentanza istituzionale e di gestire in proprio le necessarie mediazioni. Un processo di confluenza sulla base di “schemi di cooperazione e di coordinamento tra le pratiche” (Michael Hardt in Creare il comune, in www.democraziakmzero.org, febbraio 2013). Ovvero, sperimentando «forme organizzative di autodeterminazione, autoeducazione, auto-trasformazioine» (John Holloway, idem)».

Non c’è dubbio che l’idea di «costruire una casa comune» e quella di «tessere relazioni di “colleganza”» per essere capaci di «elaborare programmi» siano questioni importanti per molti tra coloro che vogliono favorire una nuova cultura politica del cambiamento dal basso. «Se c’è qualche speranza per il mondo, vive in basso, con le braccia attorno al popolo che lotta ogni giorno per proteggere foreste, montagne e fiumi (Arundhaty Roy).

Risonanza o «colleganza»?

Tuttavia, avvertiamo qualche rischio. Il primo è di limitare fortemente l’idea di cambiamento. E se invece di immaginare forme di «colleganza», per quanto diverse e leggere, che nessuno finora è riuscito a inventare, pensassimo a quella che John Holloway chiama risonanza? «Ogni volta che pensiamo a come partecipare o allargare delle lotte specifiche, la tendenza totalizzante si riafferma: la spinta a formare delle organizzazioni regionali, nazionali, internazionali per mettere insieme tutte le lotte singolari e coordinarle. Tuttavia, sebbene questa organizzazione potrebbe essere utile per fornire dei contatti, l’esperienza suggerisce che non è attraverso questo tipo di organizzazione che le lotte si uniscono realmente. Affinchè una lotta si contamini con l’altra o agisca come la scintilla che ne accende un’altra, ciò che serve è una certa risonanza» (Crack capitalism, Derive Approdi 2012). A proposito di risonanza, e dunque di emulazione e di contagio, Holloway cita il caso illuminante dei centri sociali (ma, aggiungiamo noi, potremmo considerare anche i Gruppi di acquisto solidale, gli orti autogestiti e le occupazioni di teatri e cinema per fare esempi diversi tra loro), che non si sono diffusi attraverso le persone di un centro sociale che andavano di città in città a convincere altre persone ad aprirne uno, ma semplicemente sono nati, gruppi di persone hanno occupato e liberato uno spazio sociale (foto, Teatro Valle, iniziativa per bambini), grazie all’emulazione spontanea, più diffusa e solida di qualsiasi «colleganza».

Occorre lasciare allora tutto alla creatività, alla spontaneità e all’emulazione nei movimenti? Non lo sappiamo, ma certo il cambiamento profondo sembra seguire raramente percorsi lineari. «Che avvenga di colpo o che sembri emergere da una maturazione progressiva, il cambiamento è spesso il prodotto di azioni che mirano a realizzare disegni limitati» (Majid Rahnema e Jean Robert, La potenza dei poveri, Jaka Book, 2010). Pensare in termini di risonanza e di disegni limitati, ma concreti e basati sul fare sociale, inoltre, permette di non cadere nella trappola di chi divide la società in due: coloro che lottano per il cambiamento, e sono più o meno interessati a costruire una casa comune, e la grande massa di persone che devono essere convinte. In realtà, ogni persona (e ogni istante) è sempre un potenziale ribelle, non ci sono sensibilizzazioni da promuovere, caso mai azioni che incanalano rabbia e sogni, pratiche e teorie, qui e ora. Dividere in modo netto la società in bianco e nero, in chi lotta e chi deve essere coscientizzato, ma anche in attivisti e persone comuni, significa gettare al secchio semi e occasioni di cambiamento permanente.

Incertezza e lentezza: due virtù

Il dubbio non riguarda solo se spendere o meno le scarse energie che abbiamo a disposizione per una casa comune, ma anche se è opportuno legare il cambiamento all’eleborazione di programmi. Movimenti grandi e piccoli, fragili e non, sembrano dare ragione a Edgar Morin, il teorico della complessità (sarà a Firenze per Terra futura 2013), secondo il quale tutti i programmi sono in realtà «proiezioni astratte e meccaniche che gli avvenimenti sbaragliano». Per Morin il programma addormenta poiché non obbliga a vigilare né a innovare i concetti di strategia, che definisce come «l’arte di lavorare con incertezza». Convivere senza l’obiettivo di un vero programma, ammettiamolo, non è facile, non siamo abituati. Temiamo le incertezze. Ma se ci pensiamo bene le esperienze di trasformazione sociale importanti, nelle quali si vive adesso il cambiamento che si vuole creare, cioè costruire relazioni non capitaliste (anche se limitate e fragili), si muovono sempre in modo poco prevedibile.

Probabilmente per convivere con l’instabilità, anzi per cercarla, abbiamo bisogno di modificare prima di tutto il nostro rapporto con il tempo lineare, che sembra più legato al concetto di progresso e di sviluppo (e alla comparsa dell’orologio direbbe Illich). Dovremmo accettare sul serio una pedagogia della lumaca, la sfida della lentezza, anche quando ci sembra di avere intorno soltanto macerie (è davvero così?). Il capitalismo e due dei suoi bracci più armati, le campagne elettorali e la democrazia rappresentativa, preferiscono imporci la velocità e i loro linguaggi. «Costruire i contropoteri sulla base delle situazioni concrete che sono le nostre può forse sembrare un processo troppo lento e laborioso (…) – scrivono Miguel Benasayag e Diego Sztulwark (Contropotere, eleuthera, 2002) – Ma quando il militante politico in situazione cade nella trappola dell’”urgenza”, quando abbandona il lento lavoro di costruzione del contropotere, non solo non accelera il processo di liberazione, ma addirittura lo distrugge, lo devitalizza, gli sottrae potenza».

Allora dobbiamo abbandonare qualsiasi tentativo di costruire case comuni? Dobbiamo di fatto lasciare spazio ai deliri di Berlusconi, al qualunquismo di Grillo, al liberismo più o meno soft del Bersani di turno o, peggio ancora ai tecnocrati e al presidenzialismo di fatto alla Napolitano? Forse no, ma se il «come» costruiamo una società diversa (oggi, non domani, quando i risultati delle elezioni saranno diverse, ma per quanto tempo?) è parte del «cosa» (la società diversa) allora è evidente che le nostre energie dovremmo dedicarle soprattutto ad altro. Vivere senza una casa potrebbe avere paradossalmente alcuni vantaggi. Del resto, anche nella più rosea delle previsioni potremmo trovarci nella situazione descritta bene da Raul Zibechi a proposito dell’America latina che tanti idealizzano: «Gli otto governi sudamericani che possiamo definire di sinistra hanno migliorato la vita delle persone e ridotto le loro sofferenze, ma non sono avanzati nella costruzione di nuove società (…). In America latina esistono embrioni, fondamenta o semi delle relazioni sociali che possono sostituire il capitalismo: milioni di persone vivono e lavorano nelle comunità indigene in ribellione, negli accampamenti dei contadini senza terra, nelle fabbriche recuperate dagli operai, nelle periferie auto-organizzate, e partecipano a migliaia di attività nate nella resistenza al neoliberismo e che si sono trasformate in spazi alternativi al modo di produzione dominante» (Raúl Zibechi, Le sinistre e la fine del capitalismo, la Jornada, 2012)».

 

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A scuola dai movimenti locali

Guido Viale | 26 aprile 2013 |

La formazione del nuovo governo era scontata, dopo il sostegno del Pd al governo Monti. Le alternative non passano per la democrazia diretta di qualche predicatore, caso mai nella democrazia partecipata, fatta di incontri, conoscenza reciproca, incrocio di sguardi, affetti. Abbiamo bisogno di imparare dai movimenti territoriali, come i No Tav (o le nuove occupazioni, come quelle del Teatro Pinelli di Messina, foto). Abbiamo bisogno di una casa comune e di promuovere nuove aggregazioni sociali in tutte le città e in tutti i quartieri, per sperimentare servizi ecologicamente sostenibili con cui costruire nuove forme di cittadinanza e riconversioni della produzione.

Come si costruisce una casa comune?

Paolo Cacciari | 1 maggio 2013 |

I soggetti della trasformazione oggi sono tanti movimenti, collettivi, gruppi, comitati, associazioni, realtà dell’autogestione e dell’economia equa e solidale, minoranze sociali, linguistiche, sessuali, piccoli gruppi senza nome… Un arcipelago che tenta concretamente e quotidianamente di sfuggire alle grinfie del megaprogetto della globalizzazione liberista. Per agire in modo più

http://comune-info.net/2013/05/il-centro-sinistra-e-larte-di-costruire-nuove-societa-adesso/

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