Ingrao-Curcio- Gullo, l’antifascismo presilano e cosentino , le grandi lotte per la terra. 70 anni dopo.

Ingrao-Curcio- Gullo, l’antifascismo presilano e cosentino , le grandi lotte per la terra.

70 anni dopo.

Il 25 e 26 Maggio, a 70 anni dall’ arrivo in clandestinità di Pietro Ingrao,  a Cosenza ed in Presila  proveremo a cogliere e attualizzare la  lezione di vita ed il messaggio suo, di  Cesare Curcio e di una generazione di combattenti per la dignità e la libertà, il lavoro, la terra. La vicenda è ricostruita dallo stesso Ingrao in  “Volevo la Luna” Einaudi Editore,  ed in un puntuale appunto di Giuseppe Pierino per lo stesso Ingrao di 15 anni fa.

Come da programma allegato,il sabato pomeriggio sarà dedicato al recupero della memoria di quegli eventi,segnati dalla presenza di grandi personalità, da organizzazioni e partiti che seppero prima resistere, poi dare all’indignazione e alla rivolta la forma ed il tenore dell’azione collettiva di massa orientata alla realizzazione di un grande progetto.

Alla proiezione di filmati sull’azione di Cesarino Curcio,le testimonianze dei pedacesi, la proiezione del film di Filippo Vendemmiati  “ Non mi avete convinto” sulla vita ed il messaggio di Ingrao, supportata da un intervento dello stesso regista,  seguirà una discussione  che prevede  tra gli altri gli interventi di Peppe Pierino,Massimo Covello il rettore dell’UNICAL Gianni Latorre ed il presidente della provincia Mario Oliverio. La serata sarà conclusa da una conversazione tra Peppino Curcio, Chiara e Renata Ingrao e dal concerto a Pedace dei Tetes de Bois.

Domenica 26 mattina ci ritroveremo a Prato Piano.  Il luogo in cui, nella “ casella di Zio Peppino Curcio”, fu protetta la clandestinità di Pietro Ingrao.

Lì ci accompagneranno le musiche della banda battente di Serra Pedace, del Coro Polifonico Mater Dei e dei Tetes de Bois.

Pratopiano è un luogo speciale che, come ci ricorda Peppino Curcio, ha visto passare  a distanza di secoli 1203/1863/1943 :

“il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato »(Dante Alighieri, Paradiso, Canto XII, vv. 140-141);

il brigante, anche garibaldino, Pietro Monaco, con la moglie  Maria Oliverio <alias brigantessa Ciccilla>,la cui contraddittoria, travagliata e feroce esistenza ebbe, come dato rilevante, alcuni tratti di risposta armata  contro le angherie ed i soprusi dei più forti e degli sfruttatori ;

il comunista Pietro Ingrao  che, nella temperie dello scontro con il fascismo e della guerra,  dà , con la sua generazione ed il suo partito,all’indignazione che nasce  dal soffocamento della libertà, dall’oppressione del privilegio e del sopruso, dalla cancellazione della dignità dei singoli e di un intero popolo,  la dimensione della risposta  attraverso“l’azione attiva condivisa”.

Con i partiti, le Camere del Lavoro e  i movimenti sociali di quel tempo,  l’indignazione, che in Calabria prendeva abitualmente la forma di fiammata ed esplosione effimera, si trasforma in azione collettiva condivisa e si traduce nelle grandi lotte,per la costruzione della nuova Italia liberata.

L’esempio di Ingrao e di tanti uomini e donne della sua generazione apre la strada alla concretizzazione dell’orizzonte utopico di un mondo migliore,con le grandi e moderne battaglie per  la libertà,  la dignità, i diritti il lavoro, che si condenseranno qualche anno dopo nella nostra Costituzione.

Questo percorso, in Calabria e in tutto il Mezzogiorno, smuove dall’atavica rassegnazione masse enormi di contadini e braccianti privi di ogni diritto e futuro e si traduce nella grande battaglia per la riforma agraria e la terra, che prende il via a metà  anni 40   ed esplode alla fine di quel decennio  e nei primi anni 50 del secolo scorso, con l’apporto e le decisioni politico-istituzionali della grande personalità di Fausto Gullo,  ministro dell’agricoltura nel governo Badoglio (decreti dell’ottobre 1944) e l’impegno decisivo dei tanti resistenti locali al fascismo e, insieme,  dirigenti  delle lotte contadine,  come Cesare Curcio.

Oggi ,a oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, a 70 dagli scioperi del 1943 che diedero  il via alla guerra di liberazione nazionale e dal fascismo,gettarono le basi per la ricostruzione dell’Italia libera e democratica e della sua esemplare Costituzione, il dominio incontrastato della finanza, del profitto e il dogma della competizione selvaggia e del “mercato”, ci sta espropriando di quelle conquiste strappate con  lotte di una durezza senza pari.

Difronte a questa nostra storia, possiamo noi considerare quanto sta avvenendo oggi un fatto ineluttabile? Possiamo rassegnarci al signoraggio violento e cinico degli “incappucciati” della finanza, come li chiamava Federico Caffè ? Possiamo assistere da spettatori al ritorno ad una condizione di vita e di lavoro servile?

Cos’altro è, infatti,  se non una moderna forma di schiavismo,per tanti versi paragonabile a quella che subivano i contadini poveri del 1944, un precariato privo di diritti, contrabbandato per legge assoluta ed indiscutibile della  modernità, che toglie dignità e futuro ed opprime  intere generazioni di giovani uomini e donne? A questa condizione possiamo rispondere  solo col mugugno, con la sacrosanta indignazione o, al più , provando a resistere e  riproporre modelli superati e sconfitti?

Penso proprio di no.

Ed Ingrao, ancora due anni fa, in un commento a tre voci con Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti, del libretto “Indignez Vous” di Stefane Hessel,  con lo stile che gli è proprio, richiamandoci al “valore dell’umano” e della "pratica del dubbio" , ci  ricorda e propone  il suo punto di vista, che si ricollega, palesemente, alle sue scelte e pratiche di allora: “ Indignarsi, Non Basta”.

L’indignazione è un sentimento necessario per assumere posizione , schierarsi e reagire. Ma, oggi come ieri,  non è sufficiente  per dare risposte concrete e percorsi non effimeri alle cause e ai bisogni che la generano. L’indignazione e la rabbia dei braccianti e dei contadini poveri delle nostre terre della prima metà del secolo scorso,  se fossero rimaste tali, avrebbero ripetuto  il copione che  culminava nell’incendio dei municipi per  riportare i protagonisti ,dopo qualche giorno, in una condizione di sottomissione, con tutte le conseguenze proprie di una fiammata di  violenza repressa e spenta.

L’indignazione e la rabbia oggi,pur in presenza di soggetti intermedi,politici e sociali, eredi di una lunga e ricca storia, non riesce a trovare sbocchi al ritorno prepotente del lavoro servile e schiavistico, che non siano episodi parziali, effimeri,privi di proiezione e prospettive future , perché immersi in un presente soffocante in cui l’egemonia del mercato che esalta l’individualismo e la competizione senza regole ha sconfitto ogni altra visone del mondo e si è affermata in ogni campo.

Le mutazioni produttive e sociali indotte dalla veloce e costante rivoluzione tecnologica  hanno  prodotto,insieme, il declino inarrestabile della forma partito che abbiamo conosciuto ed una “sfigurazione della democrazia”, tanto che la liberazione dai partiti è diventato il primo obiettivo di ogni protesta. E’ questo il segno più tangibile della sconfitta della politica e della sua riduzione a struttura servente degli onnipotenti mercati,dell’economia  e della finanza. Se non si fuoriesce da questo schema con una nuova ed alternativa visione, sarà difficile uscire dai  tempi amari che viviamo e che stanno annientando intere generazioni.

A nulla servirà il governo appena costituito.  Un altro governo dichiarato di emergenza nazionale, formato da partiti anni luce lontani da quelli di allora.

Al suo interno  non solo  non si intravede nessun Gullo e nessun partito che possa assumere provvedimenti dalla portata economica, politica e sociale di quei decreti del 1944, ma addirittura ci si muove in un’ottica di adeguamento totale alle scelte  soprannazionali che hanno generato il disastro.

C’è da dire, che anche allora gli equilibri imposti dalla natura di quel governo , non consentirono di fornire ai decreti del " Ministro dei Contadini" la spinta necessaria per garantirne  la piena applicazione ed il dispiegamento di tutte le potenzialità. Anzi quando cominciò a maturare con chiarezza  nella DC ed in De Gasperi  la scelta della rottura dell’Unità Nazionale, Gullo fu sostituito al Ministero dell’Agricoltura dal latifondista sardo Antonio Segni, la potenza dei suoi decreti venne via via svuotata e qualche anno dopo il PCI fu cacciato dal Governo. La riforma agraria immaginata da Gullo prese un'altra via.  Quella che la portò in breve  al fallimento. 

Oggi, invece, domina  la paura di rompere con Berlusconi in maniera paralizzante. Una paura che agisce addirittura  in maniera preventiva con l’aggravante dell’assenza di una qualsiasi strategia di cambiamento  che in quella fase era ben visibile  e poteva anche  provare a  far digerire sconfitte pesanti camuffandole come arretramenti tattici.

Non dimentichiamo che si  i preparava in quella fase   il duro scontro apertosi all’interno del blocco  internazionale dei vincitori della guerra che si chiuderà con la caduta del muro di Berlino nel 1989.

Tornando alla conversazione di Ingrao , Boccia ed  Olivetti, sopra richiamata, è utile evidenziare, con ML Boccia, come  Hessel, con quel libretto segnalava, tra l’altro , il bisogno avvertito dai più di agire in prima persona.

Un bisogno che non trova più modi efficaci per esprimersi in partiti divenuti burocrazie autoriproducentesi ,  privi di anima ed incapaci di suscitare  concrete utopie.

Quel bisogno, nelle condizioni date  e nelle ultime elezioni, ha trovato sfogo nel Movimento 5 Stelle che per la dimensione che ha assunto in termini di consensi elettorali,fa comprensibilmente fatica a costruire le condizioni in cui la protesta e la rabbia che ha convogliato  assumano i tratti dell’azione collettiva condivisa, continua e costante.

Ed è quello di cui ci sarebbe bisogno e che Ingrao in quella sede riafferma.

Maria Luisa Boccia ad un certo punto della conversazione sottolinea  come Hessel paventi l’accumularsi di troppo odio e  il rischio che la condizione della privazione del pane  e della libertà, io aggiungerei della dignità e del futuro, possa portare  a forme di lotta distruttive  e a reazioni solo negative. Ed Ingrao risponde:

“ Francamente non lo ritengo il rischio maggiore. Valuto molto più forte il rischio che i sentimenti dell’indignazione e della speranza restino, come tali, inefficaci, in mancanza, insisto, di una lettura del mondo e di un’adeguata pratica politica, che dia loro corpo. Che l’indignazione possa supplire alla politica e, in primo luogo, alla creazione delle  sue forme efficaci è illusorio.”

Io credo che questo messaggio e questa indicazione unitamente alla pratica del dubbio , tratto fondante della personalità di Ingrao e delle sue scelte e pratiche di vita e politiche, costituiscano oggi un riferimento certo da cui provare a ripartire. Specie in una realtà come la nostra. Non arrendersi, ricercare , aprirsi alla complessità della vita , individuare un orizzonte , tracciare un percorso per raggiungerlo,  dubitare e cercare ancora, mentre  insieme, ci si organizza  e si lotta è l’antidoto più efficace alla frustrazione, depressione, rassegnazione e alle possibili esplosioni di violenza cieca.

E  anche noi, se vogliamo essere coerenti, mentre ci poniamo tante domande, discutiamo, cerchiamo,proviamo a connettere fili e storie, abbiamo il dovere di avanzare proposte, anche parziali, ma che siano in grado di dare risposte concrete alla rassegnazione, alla frustrazione e alle vampate di indignazione dei giovani e delle popolazioni dei nostri paesi e città.

Una, ovviamente parziale,  che per essere praticabile ed efficace,  deve collocarsi in un mutamento, peraltro imposto, di sistema, mi sento di avanzarla subito.

Per restare in tema io penso a: un grande progetto “SILA” che, nel quadro della programmazione comunitaria 2014 -2020, orientata prevalentemente alla rivitalizzazione, al recupero ed alla rinascita delle “zone interne”, rilanci , nello spirito dei Decreti Gullo del 1944 e del lavoro cooperativo, la grande questione dell’agricoltura, della terra, della salvaguardia del nostro grande patrimonio boschivo e della sua biodiversità, aggiungendovi l’ accoglienza degli immigrati, rifugiati  e richiedenti asilo,nell’ottica della costruzione di una diversa Europa e di una Comunità Mediterranea fondata sulla reale parità dei contraenti, come cerniera tra Europa ,Africa ed Asia.

Una nuova Calabria, in un Mediterraneo di pace, liberamente attraversato dagli uomini e dalle donne dei paesi  che lo circondano, che recupera la sua storia e ridiventa baricentro di tre continenti, a Prato Piano, nel posto in cui sono passati l’abate “Giovacchino” e il comunista Pietro Ingrao ed ha operato Cesare Curcio, si può anche sognare e mettere in cantiere.

Mimmo Rizzuti

www.sinistraeuromediterranea.it

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Ultima modifica ilGiovedì, 23 Maggio 2013 06:29

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