http://www.sinistraeuromediterranea.it Tue, 18 Dec 2018 11:56:18 +0000 Joomla! - Open Source Content Management en-gb Ruolo e protagonismo delle Comunità Locali tra Africa ed Europa http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1227-ruolo-e-protagonismo-delle-comunità-locali-tra-africa-ed-europa.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1227-ruolo-e-protagonismo-delle-comunità-locali-tra-africa-ed-europa.html

Ruolo e protagonismo delle Comunità Locali tra Africa ed Europa

Filadelfia VV 26/27 ottobre 2017

Comunicazione  di Mimmo Rizzuti

Accenni di scenario              

Il clima che si respira in questo momento nel nostro Paese e nell’intera Europa, non è dei migliori.

La ginnastica sui decimali di PIL non produce effetti tangibili sugli squilibri territoriali, sulla condizione delle fasce sociali deboli e medie della nostra società, sulla condizione giovanile, sul taglio dei diritti del e nel lavoro, mentre monta l’onda delle chiusure nazionalistiche e sovranistiche.

Pesa poi sul nostro Paese,  più che mai,  il macigno di un debito mostruoso e la cappa soffocante delle politiche  economiche restrittive, a tutti note.

Muoversi dentro le conseguenti logiche di bilancio nazionale  consente appena di sopravvivere senza alcuna possibilità di arrestare declino e sovranismi, densi di raccapriccianti passati .

Gli stati Nazione sono tutti  ,anche se  per motivi diversi,  in gravi difficoltà, compressi, dagli indirizzi politici  di una Unione ridotta a “ pura entità contabile addetta a tradurre in prescrizioni le decisioni dell’alta finanza”.

Le risposte dominanti a queste politiche sfociano sempre di più, da una parte,  in chiusure identitarie sforanti, quando non  palesemente precipitanti, nella xenofobia e nel razzismo, dall’altra in spinte alla secessione delle regioni più ricche.

 Gli esiti delle elezioni dell’ultimo anno  confermano con i risultati a tutti noti, dagli Usa all’Austria alla Repubblica Ceca, alla stessa Germania, questa poco rassicurante fotografia .

Con l’eccezione della Francia  la cui linea ,però, sul piano dell’immigrazione, del mercato del lavoro, dei diritti sociali, della qualità del Welfare, non si differenzia gran che dai sovranisti.

“Oggi, purtroppo assistiamo alla chiusura dell’UE e degli Stati che la compongono,  in una visione meschina, miope, cinica e alla fine razzista, ad opera di  classi dirigenti europee che  hanno imboccato un vicolo cieco che spinge verso la morte o l’imbalsamazione dell’Unione stessa, ma segna anche il loro irriducibile tramonto.”(Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/)

 

 

Come muoversi e che fare  in un quadro con questi connotati?

Ricette semplici, preconfezionate non ne sono mai esistite e non  ne esistono in nessuna situazione.

Men che mai  ne possono esistere in  un Mondo ipertecnologico in cui muta  e si annulla persino il rapporto spazio –tempo,   dominato dall’economicismo e dalle sue feroci leggi, improntato al credo del massimo profitto e della competizione sfrenata ad esso connaturata, in cui saltano etica, valori , ideali e sfumano fino a svanire  i confini tra legale ed illegale.

E allora crediamo che, per quanto difficile, sia necessario provare a cambiare rotta, partendo- per quel che più direttamente ci coinvolge,  dalle realtà più colpite,  la Calabria e il Mezzogiorno d’Italia, in una logica di solidarietà, più che di divisione egoistica e competitiva.

Tenendo ben fermo che, ad invertire questa tendenza , a cambiare la rotta dell’UE e delle singole realtà nazionali,  non possono essere personaggi e forze che hanno ridotto il progetto di Ventotene, ad essere generosi,  ad un icona vuota.

Un’impresa di tale portata può essere solo tentata  “da un movimento, difficile da costruire che, partendo dall’unificazione delle tante forze disperse oggi impegnate in iniziative di accoglienza e di inclusione dei profughi, -dall’ associazionismo sociale e dalle comunità locali-,  sappia farne la leva per affrontare anche gli altri problemi, attraverso un programma di conversione ecologica per creare milioni di posti di lavoro con cui offrire a profughi e migranti le stesse opportunità di inclusione che spettano ai milioni di disoccupati e di precari che le politiche di austerità hanno disseminato negli ultimi dieci anni.” (Guido Viale il Manifesto 2/11/2017/)

Il ruolo ed il protagonismo delle Comunità locali

Vitale ,in questo sempre più necessario percorso e processo è l’azione ,il ruolo ed il protagonismo delle comunità locali e dell’Associazionismo sociale.

 “Comuni piccoli riuniti e decentramenti di Comuni grandi legati tra di loro attraverso processi negoziali.

Sono queste per fortuna o purtroppo “le  uniche entità in cui la democrazia rappresentativa, ormai alle corde, può essere positivamente affiancata da una democrazia partecipata di prossimità. Per riterritorializzare mercati, produzioni agricole e attività industriali e per riportare così democrazia e politica al loro significato originario: quello di autogoverno.”

 Il tessuto sociale, produttivo, paesistico delle  Comunità Locali  è il fulcro, senza  alternative, sul quale far leva  per ridefinire orizzonti ed obiettivi, ritessere una  trama valoriale  indispensabile per qualsiasi prospettiva di mutamento, pur  nella consapevolezza dei limiti e delle possibilità, che un’impresa del genere comporta.

E’ solo in questa dimensione  che si possono cercare , costruire o ricostruire nuove vie per una diversa qualità dei sistemi territoriali che migliori le condizioni di vita, di sicurezza degli abitanti , dia opportunità vere ai giovani , incentivandoli a restare e a farsi protagonisti del cambiamento, rilanci lo spirito di cooperazione e solidarietà, in alternativa alla competitività selvaggia che espropria, esclude e ghettizza.

E’ questa, a mio parere, pur nella sproporzione dei rapporti di forza esistenti, la dimensione che consente di  muoversi nella prospettiva  di una  diversa visione del Mondo e delle società che lo compongono, anche se  rasenta il sogno e l’utopia.

Sogno e utopia  sono, però, le risorse che da sempre hanno mosso il mondo.

 Le uniche  capaci di riattivare dimensioni umane sostenibili ,speranze , valori e prospettive  che, anche nei momenti più bui, consentono squarci di luce e riaprono percorsi concreti. Aiutano a camminare.

Per non andare molto lontano da noi, quanto è avvenuto e avviene a Riace e sta avvenendo in alcuni altri nostri Comuni dell’Accoglienza inseriti nel sistema Sprar calabrese   è la conferma più eloquente dell’ipotesi sopra accennata.

Il FORUM di OGGI

Noi oggi vogliamo provare, nella regione più disastrata d’Italia, a confrontarci  per capire se ci siano e , in caso affermativo, quali siano i margini per avviare questo percorso.

Un percorso che non delega, che mette il nostro futuro e quello della nostra terra in mano nostra e guarda alle comunità locali dell’Africa, del Nord in primis, che si dibattono nelle nostre stesse difficoltà, amplificate dai ritardi accumulati e sottoposte, dopo le tragedie loro imposte dai vecchi e nuovi colonialismi, alle cure devastanti delle politiche neoliberiste imposte dall’occidente e delle guerre di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali e regionali.   Ma per farlo con il minimo di approssimazione e senza velleitarismi  è    d’obbligo, inquadrare   la nostra discussione , nella giusta dimensione dello  scenario geopolitico in cui siamo immersi, senza trascurare  un richiamo veloce alla geografia e alla storia.

Tanto perché nella dimensione del mondo di oggi, più che mai,   il locale deve necessariamente muovere dentro gli  scenari nazionali e macro regionali  del  globale, in cui è immerso e senza contezza delle proprie potenzialità e della propria storia  non è destinato ad andare  lontano.

Le comunità locali per un altro rapporto tra le diverse sponde del mediterraneo di cui l’Italia è il perno geografico, per  cambiare l’Unione

Per quanto ci riguarda quindi , non possiamo prescindere dalla dimensione Eurasia -Mediterraneo –Africa.

All’interno di questa dimensione va tenuto presente   il dibattito generale e le  iniziative che toccano gli assetti dell’Unione, le sue politiche, il suo rapporto con l’Asia, il Mediterraneo e l’Africa.

Problemi che oggi sfioreremo appena, ma che mostrano   l’evanescenza geopolitica dell’UE che pure  occupa i lati sud-est ed ovest dei mondi che “Limes” definisce, ormai da tempo, “ Caoslandia e Ordolandia” .

In questa nostra  Europa degli Stati e dei Governi, La UE è sempre più un organismo esangue.

In essa ogni singolo stato per affermare la sua egemonia coltiva apertamente le sue zone di influenza. La Germania, ad esempio,  fa leva sulla Mitteleuropa.

 E l’Italia?

 l’Italia per contare in Europa e nell’interesse dell’Europa tutta dovrebbe organizzare gli spazi mediterranei marittimi e terrestri.

Quelli  che aveva costruito e coltivato dall’epoca delle repubbliche marinare tra l’XI° ed il XIV-XV secolo. Quei rapporti intercomunitari fatti di incontri , scontri, conflitti , scambi, commerci, senso dell’altro e crescente spirito comunitario.

“ Da quei traffici, da quegli scambi e conflitti nacque e fu fondata l’antica presenza italica dall’età medievale e a quella  moderna,  nei Paesi delle diverse sponde del Mediterraneo.

Una presenza che ha costituito, nel quadrante africano-levantino un capitale di influenza del Nostro Paese, fino alla guerra libica del 1911.

L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali

Tra fine ottocento e inizi 900 erano circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia.

Il velleitarismo geopolitico dell’ Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM.

Le più recenti  guerre di Serbia del 99 e di Libia del 2011 stanno ulteriormente  disperdendo ciò che di quell’influenza resta nel bacino del Mediterraneo.”

Un bacino la cui valenza e matrice strategica cambia a seconda dal punto di osservazione.   . “Visto da noi italiani e dagli altri europei, è il diaframma tra “Ordolandia” e “Caoslandia”. Ci connette e ci separa dalle turbolenze nordafricane, levantine e mediorientali.

Nella competizione geopolitica fondamentale che riguarda CINA e USA la bussola si orienta verso la polarità est-ovest e qui il Mare Nostro o ex Nostro diventa anello di una catena trans oceanica”  ( Limes n°6 2017)  di cui , in altra sede, sarebbe interessante approfondire valenza, pericoli e opportunità, perché alla conoscenza  e ad una corretta lettura dello scenario geopolitico in evoluzione sono legate le sorti e le prospettive del nostro Paese e della stessa Europa.

Ma noi dovremmo prima di tutto avere contezza della geografia, perché è proprio la  geografia fisica che  disegna la centralità assoluta della nostra Penisola  nella “fenditura acquatica” tra gli stretti di Gibilterra, dei Dardanelli ed il canale di Suez,   che separa Eurasia e Africa e connette l’Oceano Atlantico a quello Indiano, attraverso il Mediterraneo

 Di questo bacino la nostra Penisola è il perno geografico.

E noi oggi, come in un passato che sembra  totalmente dimenticato, dovremmo sfruttarne, nei modi e nelle forme possibili nella geopolitica e geoeconomia contemporanee, la collocazione, anche per pesare di più nelle dinamiche politiche e geopolitiche dell’UE.  E per affrontare in una diversa prospettiva i numerosi problemi all’ordine del giorno dell’Unione, dal clima , al declino demografico ed economico, geopolitico e strategico.

Le Migrazioni , Bandolo della matassa dei problemi che gravano sull’area Euroasiatica- Mediterranea-Africana

Il bandolo della matassa di questo intreccio di problemi,  sta in  una ineludibile quanto improbabile svolta di 360 gradi nei confronti dei profughi, dei migranti – perché da questo dipende l’agibilità politica necessaria ad affrontare tutto il resto.

E non tanto nelle politiche degli stati nazionali di cui abbiamo accennato, difficili da mutare sostanzialmente nel clima che ci grava addosso, quanto nel ruolo che al loro interno giocano e possono giocare le Comunità Locali.

 “L’Italia di oggi , però, non ha colto la lezione della storia. Non si pensa e non si vuole marittima , spinge per stare attaccata alle Alpi per non cadere nell’Africa,  Nega l’utilità stessa della sua centralità Mediterranea”

E’ sempre più dentro il Mediterraneo senza una decisa  politica Mediterranea ,anche se sulla questione decisiva delle migrazioni, mostra un’attenzione diversa, ancorchè lontana dalle necessità reali,  rispetto a tanti altri Paesi del Continente e della stessa UE, sul versante   accoglienza /integrazione/assimilazione, spazi delle comunità locali.

Un versante scivoloso in cui i nostri governi  e tante nostre comunità locali si muovono in maniera contraddittoria, quando non  fuggono per non rischiare l’impopolarità.

In generale, però,  il nostro Paese  non si muove assolutamente in sintonia con la lezione della sua  storia, che per memoria è utile richiamare, anche se  al volo.

Un veloce richiamo alla storia

 La Roma antica nel Mediterraneo costruì e fece fiorire il suo impero. L’unico impero circummediterraneo. Dalla Renania ai Margini del Sahara, dall’Iberia al Levante, la cui influenza  resistette ben oltre la sua caduta  del 476 d.c.

Un’influenza che, si mantenne dopo la divisione tra impero di oriente ed occidente,dopo la penetrazione arabo-islamica  del VII secolo che bisecò il circuito mediterraneo, dopo il grande scisma del 1054.Di Oriente o di Occidente a seconda dei punti di vista.  

Un’influenza che fu rilanciata e rimodulata dalle prestigiose repubbliche marinare dall’XI/a tutto il XIV secolo e oltre .Con Genova che inventava il capitalismo moderno (1407),  mentre in parallelo  e in concorrenza Venezia, si muoveva già, attraverso il mediterraneo Orientale lungo  le vie dell’Asia, che oggi riprende,  XI Jinping,  in ottica di globalismo sino centrico, sotto il nome di nuove via della seta.

 Una presenza ed una influenza durata secoli che faceva registrare tra fine ottocento e inizi 900 in circa un milione gli italiani in diaspora tra Marocco e Anatolia.

 L’italiano fino a quell’epoca era una sorta di lingua franca degli scambi commerciali, diffuso dall’Egitto al Mar Nero, usato anche per la redazione di trattati internazionali.

Il velleitarismo geopolitico dell’Italietta di Giolitti prima , ripreso con particolare violenza e virulenza da Mussolini poi, distrusse in pochi anni la nostra rete mediterranea , fondamentale per i rapporti con l’ISLAM.”

I possibili spazi e prospettive dell’oggi ed un  confronto  con i fattori demografia, clima, economia, geopolitica tra Europa ed Africa

 Oggi, se l’Italia  non recupererà con  la lezione della  sua storia, proiezione e rango geopolitico, se non si riposizionerà politicamente nel Mediterraneo, suo habitat naturale, sarà destinata a seri, ulteriori ridimensionamenti della sua potenza commerciale e del suo peso politico nelle dinamiche interne ed esterne all’UNIONE

Solo la consapevolezza piena della  sua posizione geografica, della sua millenaria storia, delle dimensioni e traiettorie  economico-finanziarie e geopolitiche in atto  può arrestarne il declino e lo scivolamento nell’irrilevanza  e può offrirle lo spazio adeguato  per  l’insieme delle sue azioni nazionali e locali.

Preliminare diventa, quindi, l’abbandono della concezione e della  lettura che vede il Mediterraneo come fossato a protezione della fortezza Europa dalle  ondate turbolente di milioni di giovani che sconvolgerebbero la nostra casa.

Una lettura che risveglia la paura dell’altro, dell’alieno che minaccia la nostra identità e genera i mostri che conosciamo e che abbiamo sperimentato nel passato al nostro interno, con guerre devastanti durate decenni e abomini di ogni sorta.

Motore di questa paura è l’impropria equazione : migranti-invasori-terroristi, diventata il mantra dei sovranisti di ogni sorta e non solo .

Per meglio comprendere cosa sta avvenendo sul fronte delle migrazioni dei popoli  basta solo dare uno sguardo , anche veloce ai  4 fattori strutturali che determinano i movimenti migratori oggi, come in larga parte anche ieri : demografia, economia, clima e geopolitica.

Per restare all’Europa e all’Africa, occorre partire dalla gigantesca asimmetria  demografica.

 Oggi L’Europa conta 738 milioni di abitanti , nel 2034 se ne prevedono 734 , nel 2050  707, e nel 2100 646.

Di contro in Africa oggi gli abitanti sono 1.186 milioni, nel 2034 saranno 1. 679, 2.478 nel 2050 e 4.889 nel 2100.

A questo occorre aggiungere che mentre in Europa l’età mediana è di 45, nell’Africa subsahariana, serbatoio principale  dei flussi migratori, non tocca i 20 anni.

A muovere uomini e donne verso terre migliori da quelle in cui vivono è “l’intreccio fra eruzione demografica, depressione economica e mutamento climatico che rende inabitabili sempre maggiori porzioni di territorio a sud del Sahara con l’economia della sussistenza in crisi e l’epidemia della fame che opprime decine di milioni di africani.

E allora, in quelle zone, ci si aggrappa alle rimesse degli emigranti, cresciute  di sei volte negli ultimi 15 anni,( il valore delle rimesse per le economie in via di sviluppo ha toccato nel 2015   431,6 miliardi di dollari, quasi tre volte la quantità dell’aiuto pubblico allo sviluppo- fonte Idos-rapporto migrazioni  2016) come avvenuto anche da noi dagli inizi 900 a tutto il primo dopo seconda guerra mondiale .

“Il combinato disposto delle emergenze demografica, economica e climatica , contribuisce infine  a rendere cronici e i conflitti che devastano africa e medio oriente, uniti ovviamente alla guerra di posizionamento geostrategico delle potenze mondiali.

E quindi patetica appare la corsa dei governi europei a remunerare dittatori di rango  (Erdogan –Al Sisi )  o peggio veri o presunti capi locali tutti più o meno interessati alla gestione delle migrazioni in quanto fonte certa di reddito nel caos  e nella incertezza imperante. Il Caso Libia  è emblematico.” ( N° Limes citato)

Altrettanto patetico è l’approccio puramente repressivo. I trafficanti non producono i flussi. Li sfruttano. Il loro potere si esercita semmai nella scelta dei corridoi come possiamo costatare agevolmente.
Le dimensioni del fenomeno migratorio hanno assunto un livello tale da lasciare intravedere chiaramente che produrrà nel nostro Paese e in tutta Europa un mutamento del suo stesso profilo sociale e culturale per il quale sarebbe importante provare ad attrezzarsi.

Ed è proprio su questo fronte  che noi dobbiamo mettere a frutto la nostra posizione di perno geografico del Mediterraneo, capendo che  non è più il Mare Nostrum “ il sistema in cui tutto si fonde e s ricompone in una unità originale” che ci proponeva  30 anni fa  Fernad Braudel, ma “è sempre più un nastro trasportatore che, in senso est-ovest, solletica le ambizioni egemoniche  della Cina, già largamente presente in Africa” . E poi ci sono gli altri .

In questo scenario mutato Noi , partendo dall’impatto dei movimenti migratori e dal ruolo nevralgico che assumono le comunità locali all’interno di una adeguata strategia di accoglienza/integrazione /assimilazione possiamo recuperare in parte la visione Braudeliana e rilanciare il ruolo del nostro Paese.

In questa ottica diventa essenziale una convergenza di politiche nazionali e locali capaci di puntare in maniera sincronica:

1)ad intercettare meglio, da una parte, i flussi delle nuove vie marittime della seta enfatizzate da Xi Jinpng, potenziando i nostri scali attrezzati per  agganciare adeguatamente i flussi che queste vie stanno già attraversando, collegandoli noi  con i mercati d’oltralpe. E già su questo terreno  siamo parecchio indietro.

Dall’altra dovremmo mettere a punto una più coraggiosa politica di accoglienza, integrazione , assimilazione sul MODELLO RIACE e alcuni altri Comuni dell’Accoglienza, modificando e migliorando il pur apprezzabile sistema SPRAR nella direzione, per quanto ci riguarda,  di una legge della Regione Calabria del 2009, colpevolmente accantonata e dimenticata, la legge n° 18 del 2009.

Senza una scelta chiara in tal senso andremo, con l’Europa , drammaticamente incontro ad un incontenibile  invecchiamento progressivo delle nostre popolazioni, al decadimento e allo svuotamento di tutte le aree interne del nostro Paese, all’arretramento del sistema produttivo e ad un ulteriore decadimento del Welfare. L’Italia tutta , in questo caso,  finirebbe per essere per l’Europa quello che la Libia è per noi.

E allora per concludere 4 proposte secondo me andrebbero vagliate e approfondite nella discussione di oggi e domani portate all’attenzione della nostra Regione e di tutte le nostre comunità locali istituzionali e sociali:

 

la costruzione di un osservatorio regionale sull’immigrazione per monitorarne politiche e pratiche di gestione, con la possibilità di spingere l’osservazione e la ricerca, nei  Paesi e le comunità di provenienza  dei migranti, con il concorso dell’IDOS, l’ente di ricerca che da anni produce con il sostegno della tavola Valdese, la Rivista Confronti,  e il dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, un pregevole dossier sulle migrazioni col quale domani apriremo i lavori del gruppo sul Tema,  e le nostre università. La costruzione di un percorso che sfoci in un incontro annuale di conoscenza e scambio, UN MERCATO MEDITERRANEO, una fiera non è alla nostra portata, tra le nostre comunità di accoglienza  e quelle di provenienza dei migranti;  una struttura di coordinamento formazione, servizio per tutte le nostre comunità interessate, finalizzata al potenziamento della cooperazione decentrata, e al massimo e migliore utilizzo dei fondi comunitari  ad esse attribuiti.  un gruppo di coordinamento che imposti e avvii, per tempo, la edizione del 2°Forum .

 

 

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Tue, 12 Dec 2017 05:08:36 +0000
“ Ripensare l’Europa ed il Mediterraneo”: http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1224-“-ripensare-l’europa-ed-il-mediterraneo”.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1224-“-ripensare-l’europa-ed-il-mediterraneo”.html

Il prossimo 25 Marzo ricorre il 60° anniversario dei trattai di Roma che diedero vita alla CEE.

 

Due anni fa fummo tra gli organizzatori del 60° della Conferenza di Messina, che precedette e preparò l’appuntamento di Roma, dal quale partì il processo comunitario per L’Europa.

 

Quella costruzione complessa e difficile, pur centrata su mercato e moneta, trattati e patti jugulatori, ha garantito 60 anni di Pace, un mercato comune, la libera circolazione delle persone, l’interscambio culturale formativo attraverso i progetti Erasmus, una serie di altre conquiste civili.

 

Ha tentato, con il processo di Barcellona 95, soffocato peraltro sul nascere e sepolto con la seconda conferenza di Lisbona 2006, l’apertura ai Paesi del Mediterraneo attraverso un partenariato formalmente improntato al Co-sviluppo, sia pure in un’ottica condizionata dalle logiche della globalizzazione montante, che l’hanno spinta, a subire l’egemonia tedesca e ad attestarsi su una politica di austerità suicida.

 

Oggi se non cambia rapidamente, finisce.

 

Stretta, com’è, nella morsa tra il Caos mediorientale e le picconate degli USA di Trump, squassata dalla crisi economica, in balia di un neoliberismo e di una globalizzazione in crisi profonda e del ritorno di un nazionalismo che si annuncia, se possibile, peggiore dell’apartheid della globalizzazione.

 

A Roma il 25 Marzo ci saranno i capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione per celebrare i Trattai istitutivi della CCE di 60 anni fa.

 

L’establishment, insomma, fautore della globalizzazione neoliberista, dell’austerità, insabbiatore della Carta fondamentale dei diritti entrata in vigore a dicembre 2009, con lo stesso effetto giuridico dei trattati dell’Unione e regolarmente disattesa.

 

Ci saranno i cosiddetti sovranisti, i razzisti, i fautori del ritorno alle piccole patrie ed ai nazionalismi che invocano e costruiscono muri, alimentano paure verso gli immigrati, sempre più importanti per vita stessa dell’Europa, ignorando e tacendo le cause e le responsabilità di un fenomeno biblico inarrestabile, diventato strutturale, che va governato con intelligenza e lungimiranza.

 

E ci saremo anche noi.

 

Tutti quelli che provano a “RIPENSARE L’EUROPA E IL MEDITERRANEO” e cercano tutte le vie praticabili per cambiare questa insostenibile UNIONE Intergovernativa, dove l’unico governo politico è affidato ad una banca, la Bce, e gli Stati membri sono, per giunta, pesantemente menomati nelle loro prerogative costituzionali in materia di politica economica e sociale. Che guardano ad un’Europa Accogliente, Unita e Solidale, aperta a tutti popoli del Mediterraneo.

 

Un ‘Europa che rinasca dalle grandi reti di associazioni e movimenti sociali, delle Città, delle Comunità ed Istituzioni locali, che si battono ed operano per la pace e i diritti, la dignità ed il benessere delle persone in qualunque posto del mondo si trovino. Un’Europa che lotta contro le guerre, il terrorismo, il saccheggio delle risorse ambientali proprie e altrui, ne denuncia le cause, accoglie e aiuta ad inserire i migranti nel rispetto della loro cultura e dei loro diritti.

 

Nel quadro delle iniziative del 23 24 e 25 noi stiamo lavorando per costruire, il 24 Marzo, un incontro  sul tema :

 

“ Ripensare l’Europa ed il Mediterraneo”:

 

Per cambiare e salvare l’Europa, partendo dalle associazioni, le reti, i movimenti sociali le Città i Sindaci, le Comunità e le Istituzioni Locali Europee dell’Accoglienza, le associazioni dei migranti.

Una iniziativa che si colloca nel quadro dell’appello LA NOSTRA EUROPA

UNITA DEMOCRATICA SOLIDALE, che invitiamo a sottoscrivere ed a divulgare al massimo.

SEM- SinistraEuroMediterranea

Forum ITaloTunisino per la Cittadinanza Mediterranea

 

Roma 4 febbraio 2017

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Sat, 04 Feb 2017 08:14:27 +0000
“ Ripensare l’Europa ed il Mediterraneo”: http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1223-“-ripensare-l’europa-ed-il-mediterraneo”.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1223-“-ripensare-l’europa-ed-il-mediterraneo”.html

Il prossimo 25 Marzo ricorre il 60° anniversario dei trattai di Roma che diedero vita alla CEE.

 

Due anni fa fummo tra gli organizzatori del 60° della Conferenza di Messina, che precedette e preparò l’appuntamento di Roma, dal quale partì il processo comunitario per L’Europa.

 

Quella costruzione complessa e difficile, pur centrata su mercato e moneta, trattati e patti jugulatori, ha garantito 60 anni di Pace, un mercato comune, la libera circolazione delle persone, l’interscambio culturale formativo attraverso i progetti Erasmus, una serie di altre conquiste civili.

 

Ha tentato, con il processo di Barcellona 95, soffocato peraltro sul nascere e sepolto con la seconda conferenza di Lisbona 2006, l’apertura ai Paesi del Mediterraneo attraverso un partenariato formalmente improntato al Co-sviluppo, sia pure in un’ottica condizionata dalle logiche della globalizzazione montante, che l’hanno spinta, a subire l’egemonia tedesca e ad attestarsi su una politica di austerità suicida.

 

Oggi se non cambia rapidamente, finisce.

 

Stretta, com’è, nella morsa tra il Caos mediorientale e le picconate degli USA di Trump, squassata dalla crisi economica, in balia di un neoliberismo e di una globalizzazione in crisi profonda e del ritorno di un nazionalismo che si annuncia, se possibile, peggiore dell’apartheid della globalizzazione.

 

A Roma il 25 Marzo ci saranno i capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione per celebrare i Trattai istitutivi della CCE di 60 anni fa.

 

L’establishment, insomma, fautore della globalizzazione neoliberista, dell’austerità, insabbiatore della Carta fondamentale dei diritti entrata in vigore a dicembre 2009, con lo stesso effetto giuridico dei trattati dell’Unione e regolarmente disattesa.

 

Ci saranno i cosiddetti sovranisti, i razzisti, i fautori del ritorno alle piccole patrie ed ai nazionalismi che invocano e costruiscono muri, alimentano paure verso gli immigrati, sempre più importanti per vita stessa dell’Europa, ignorando e tacendo le cause e le responsabilità di un fenomeno biblico inarrestabile, diventato strutturale, che va governato con intelligenza e lungimiranza.

 

E ci saremo anche noi.

 

Tutti quelli che provano a “RIPENSARE L’EUROPA E IL MEDITERRANEO” e cercano tutte le vie praticabili per cambiare questa insostenibile UNIONE Intergovernativa, dove l’unico governo politico è affidato ad una banca, la Bce, e gli Stati membri sono, per giunta, pesantemente menomati nelle loro prerogative costituzionali in materia di politica economica e sociale. Che guardano ad un’Europa Accogliente, Unita e Solidale, aperta a tutti popoli del Mediterraneo.

 

Un ‘Europa che rinasca dalle grandi reti di associazioni e movimenti sociali, delle Città, delle Comunità ed Istituzioni locali, che si battono ed operano per la pace e i diritti, la dignità ed il benessere delle persone in qualunque posto del mondo si trovino. Un’Europa che lotta contro le guerre, il terrorismo, il saccheggio delle risorse ambientali proprie e altrui, ne denuncia le cause, accoglie e aiuta ad inserire i migranti nel rispetto della loro cultura e dei loro diritti.

 

Nel quadro delle iniziative del 23 24 e 25 noi stiamo lavorando per costruire, il 24 Marzo, un incontro  sul tema :

 

“ Ripensare l’Europa ed il Mediterraneo”:

 

Per cambiare e salvare l’Europa, partendo dalle associazioni, le reti, i movimenti sociali le Città i Sindaci, le Comunità e le Istituzioni Locali Europee dell’Accoglienza, le associazioni dei migranti.

Una iniziativa che si colloca nel quadro dell’appello LA NOSTRA EUROPA

UNITA DEMOCRATICA SOLIDALE, che invitiamo a sottoscrivere ed a divulgare al massimo.

SEM- SinistraEuroMediterranea

Forum ITaloTunisino per la Cittadinanza Mediterranea

 

Roma 4 febbraio 2017

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Sat, 04 Feb 2017 08:14:27 +0000
“ Ripensare l’Europa ed il Mediterraneo”: http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1222-“-ripensare-l’europa-ed-il-mediterraneo”.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1222-“-ripensare-l’europa-ed-il-mediterraneo”.html

Il prossimo 25 Marzo ricorre il 60° anniversario dei trattai di Roma che diedero vita alla CEE.

 

Due anni fa fummo tra gli organizzatori del 60° della Conferenza di Messina, che precedette e preparò l’appuntamento di Roma, dal quale partì il processo comunitario per L’Europa.

 

Quella costruzione complessa e difficile, pur centrata su mercato e moneta, trattati e patti jugulatori, ha garantito 60 anni di Pace, un mercato comune, la libera circolazione delle persone, l’interscambio culturale formativo attraverso i progetti Erasmus, una serie di altre conquiste civili.

 

Ha tentato, con il processo di Barcellona 95, soffocato peraltro sul nascere e sepolto con la seconda conferenza di Lisbona 2006, l’apertura ai Paesi del Mediterraneo attraverso un partenariato formalmente improntato al Co-sviluppo, sia pure in un’ottica condizionata dalle logiche della globalizzazione montante, che l’hanno spinta, a subire l’egemonia tedesca e ad attestarsi su una politica di austerità suicida.

 

Oggi se non cambia rapidamente, finisce.

 

Stretta, com’è, nella morsa tra il Caos mediorientale e le picconate degli USA di Trump, squassata dalla crisi economica, in balia di un neoliberismo e di una globalizzazione in crisi profonda e del ritorno di un nazionalismo che si annuncia, se possibile, peggiore dell’apartheid della globalizzazione.

 

A Roma il 25 Marzo ci saranno i capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione per celebrare i Trattai istitutivi della CCE di 60 anni fa.

 

L’establishment, insomma, fautore della globalizzazione neoliberista, dell’austerità, insabbiatore della Carta fondamentale dei diritti entrata in vigore a dicembre 2009, con lo stesso effetto giuridico dei trattati dell’Unione e regolarmente disattesa.

 

Ci saranno i cosiddetti sovranisti, i razzisti, i fautori del ritorno alle piccole patrie ed ai nazionalismi che invocano e costruiscono muri, alimentano paure verso gli immigrati, sempre più importanti per vita stessa dell’Europa, ignorando e tacendo le cause e le responsabilità di un fenomeno biblico inarrestabile, diventato strutturale, che va governato con intelligenza e lungimiranza.

 

E ci saremo anche noi.

 

Tutti quelli che provano a “RIPENSARE L’EUROPA E IL MEDITERRANEO” e cercano tutte le vie praticabili per cambiare questa insostenibile UNIONE Intergovernativa, dove l’unico governo politico è affidato ad una banca, la Bce, e gli Stati membri sono, per giunta, pesantemente menomati nelle loro prerogative costituzionali in materia di politica economica e sociale. Che guardano ad un’Europa Accogliente, Unita e Solidale, aperta a tutti popoli del Mediterraneo.

 

Un ‘Europa che rinasca dalle grandi reti di associazioni e movimenti sociali, delle Città, delle Comunità ed Istituzioni locali, che si battono ed operano per la pace e i diritti, la dignità ed il benessere delle persone in qualunque posto del mondo si trovino. Un’Europa che lotta contro le guerre, il terrorismo, il saccheggio delle risorse ambientali proprie e altrui, ne denuncia le cause, accoglie e aiuta ad inserire i migranti nel rispetto della loro cultura e dei loro diritti.

 

Nel quadro delle iniziative del 23 24 e 25 noi stiamo lavorando per costruire, il 24 Marzo, un incontro  sul tema :

 

“ Ripensare l’Europa ed il Mediterraneo”:

 

Per cambiare e salvare l’Europa, partendo dalle associazioni, le reti, i movimenti sociali le Città i Sindaci, le Comunità e le Istituzioni Locali Europee dell’Accoglienza, le associazioni dei migranti.

Una iniziativa che si colloca nel quadro dell’appello LA NOSTRA EUROPA

UNITA DEMOCRATICA SOLIDALE, che invitiamo a sottoscrivere ed a divulgare al massimo.

SEM- SinistraEuroMediterranea

Forum ITaloTunisino per la Cittadinanza Mediterranea

 

Roma 4 febbraio 2017

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Sat, 04 Feb 2017 08:14:27 +0000
EUROPA E MEDITERRANEO – LE SFIDE DELLA SINISTRA EUROPEA Bruno Amoroso e Domenico Rizzuti – Sinistra Euromediterranea http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1221-europa-e-mediterraneo-–-le-sfide-della-sinistra-europea-bruno-amoroso-e-domenico-rizzuti-–-sinistra-euromediterranea.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1221-europa-e-mediterraneo-–-le-sfide-della-sinistra-europea-bruno-amoroso-e-domenico-rizzuti-–-sinistra-euromediterranea.html

EUROPA E MEDITERRANEO – LE SFIDE DELLA SINISTRA EUROPEA

Bruno Amoroso e Domenico Rizzuti – Sinistra Euromediterranea

 

 

La riflessione sulle politiche mediterranee dell’Unione Europea deve comprendere sia la situazione nei paesi del Mediterraneo sia lo stato dell’arte nel processo europeo di integrazione. Il fatto che entrambi si trovino oggi in forte difficoltà conferma quanto da molti sostenuto da tempo, e cioè la forte interdipendenza esistente tra le due aree nessuna delle quali può pretendere primati rispetto all’altra o di raggiungere posizioni reali di sostenibilità in modo autonomo. Queste interdipendenze vennero, tra gli altri, illustrate e sottolineate già nel 1995, l’anno della Prima Conferenza di Barcellona sul Partenariato, nel Rapporto sul Mediterraneo del CNEL italiano. L’indiscutibile chiarezza del titolo: “Ripensare l’Europa per ripensare il Mediterraneo” era seguita da una analisi nella quale i temi centrali del problema venivano chiaramente individuati: il bisogno di una costruzione policentrica dell’Europa, i problemi dei sistemi produttivi agricoli e industriali mediterranei e dell’occupazione, la centralità della Palestina per la risoluzione dei conflitti nell’intera regione.

 

Le basi deboli della costruzione europea

 

Nel riprendere oggi questi temi ci limitiamo a due richiami di principio sull’Europa, per soffermarci poi in modo più dettagliato sulle politiche euromediterranee e l’evoluzione recente nei paesi del Mediterraneo. I problemi centrali delle politiche europee, sia rispetto agli obiettivi interni di coesione sociale dell’UE sia a quelli dei rapporti di cooperazione con le sue aree esterne, sono due:

Il primo è la persistente incapacità dell’UE e degli stati membri di acquisire il tema della complessità, e quindi della diversità delle società europee e mediterranee, come un valore e non un ostacolo. Diversità che va applicata anche all’economia tramite il riconoscimento dell’importanza del rapporto tra culture e colture, cioè tra culture e sistemi produttivi come base di ogni discorso vero e non retorico sulla sostenibilità. Ne consegue che il centro di ogni strategia economica deve essere la modernizzazione e crescita dei territori e delle comunità locali, le loro capacità di mettersi in rete di rapporti economici e sociali. Diversità che va applicata allo stesso modo alla varietà delle forme che sia pure entro valori condivisi – il rispetto della vita e del vivere insieme – assumono le forme istituzionali, sociali e politiche. L’acquisizione della complessità e diversità come valore faciliterebbe la comprensione e soluzione ai problemi che oggi dividono all’interno e tra loro gli stati membri, sia vecchi sia nuovi, con i rischi connessi di un collasso dell’intera costruzione europea. Soprattutto consentirebbe di riportare lo “scontro di civiltà” oggi in atto tra l’Occidente e il resto del mondo entro i confini del reciproco riconoscimento e del dialogo tra culture diverse e progetti diversi di modernità.

Il secondo riguarda l’esigenza della dismissione di un atteggiamento diffuso, sia nella Commissione Europea sia nei governi degli stati membri, di percepire e utilizzare il processo di integrazione come una camicia di forza dentro la quale costringere i popoli e le tradizioni europee, invece di un comodo soprabito a protezione delle specificità nazionali e comunitarie di ciascuna regione e agevole nel consentire iniziative e movimenti autonomi. Questa dismissione comporta una seria revisione degli accordi di Maastricht e di Lisbona, costruiti entrambi sul criterio dei “vincoli” e non delle “possibilità”, che costituiscono la causa maggiore dell’opposizione diffusa al procedere verso una Costituzione europea e verso forme di “approfondimento” della cooperazione sociale e politica in Europa.

 

Le politiche mediterranee: un bilancio

 

Le politiche mediterranee dell’UE sono l’esempio paradigmatico di quanto sin qui rilevato. È noto che il momento più alto raggiunto è stato quello degli Accordi di Barcellona del 1995, con l’impegno alla “partnership EU paesi mediterranei del sud. Un impegno che, in linea con la tradizione politica degli stati membri dell’UE, amplificava in modo retorico le possibilità esistenti con la dichiarazione di un progetto di “welfare condiviso tra nord e sud”, ma che nel contempo ne minava le possibilità di realizzazione limitando la partecipazione all’accordo ai paesi “costieri” della sponda sud, con esclusioni arbitrarie verso i paesi arabi e balcani. Quello che doveva essere il momento più alto dell’incontro storico tra la cultura araba e la cultura europea, per un impegno comune di dialogo interculturale e politico, fu trasformato in un sistema di concertazione tra l’Europa tutta, dalla Finlandia al Portogallo, con paesi mediterranei della sponda sud scelti su criteri di fedeltà all’Europa e opportunamente bilanciati in numero con stati civetta che rappresentano di fatto la proiezione europea in quell’area (Israele, Malta, Cipro, ecc.). Tuttavia il processo di Barcellona fu avviato con il sostegno sincero degli stati e dei movimenti politici e sociali dell’area.

Quale è stato il bilancio al momento della verifica venti anni dopo, alla Seconda conferenza di Barcellona del 2006? La modernizzazione  economica dei paesi mediterranei della sponda nord e sud del Mediterraneo non si è verificata manifestandosi al contrario situazioni di aggravamento degli equilibri sociali e politici. L’esplosione dei movimenti migratori ne rappresenta l’indicatore più evidente aggiungendo il fallimento di politiche coordinate di prevenzione e sostegno a questo fenomeno.

L’obiettivo del welfare condiviso ha mostrato la corda con una situazione che vede i differenziali di crescita nord sud, ed anche est sud accresciuti. Il miglioramento dei rapporti generali e quindi della sicurezza nei e tra paesi è solo misurabile con gli indici del suo peggioramento, al punto che alla Seconda conferenza di Lisbona del 2006 gli stati europei si sono trovati a discutere tra loro, nell’assenza rumorosa dei paesi del sud membri del partenariato, dei temi della (loro) sicurezza e del (loro)  “terrorismo”.

L’obiettivo della costruzione di un’area di pace si è trasformato nel suo contrario, con la crescente intrusione statunitense in quest’area sia in termini economici sia militari e con la partecipazione attiva o da spettatori passivi dei paesi europei. La divisione culturale tra nord e sud si è accresciuta a livelli che non consentono più di parlare di “rischio” dello scontro di civiltà, ma di uno scontro in atto e nelle forme più violente.

La scissione tra governi e società civile, sia nei paesi europei sia nei paesi mediterranei del sud, si è ingigantita a livelli mai registrati. Nei paesi europei i movimenti della società civile esprimono oggi le forme più vivaci di pensiero critico e alternativo ai processi di globalizzazione capitalistica e del pensiero unico neoliberale, mentre nei paesi del sud raggiungono un potenziale di consensi indiscutibile dappertutto e che li porta a mettere fuori gioco l’egemonia di forze politiche tradizionali e consolidate così come è avvenuto di recente in Palestina con Hamas (gennaio 2006) e in Libano con Hezbollah. Appare paradossale che questi eventi, che insieme alla crescente influenza dei Fratelli mussulmani in Egitto e con movimenti analoghi altrove esprimono il rafforzarsi irresistibile della società civile nei paesi arabi vengano letti in chiave negativa dall’Unione Europea rispetto ai propri obiettivi di “democratizzazione”, che continua invece ad appoggiarli a regimi autoritari a sud e in crisi di consenso ai nord. Appare strabico un atteggiamento che ripetutamente enfatizza il valore e ruolo della “società civile” nei vari paesi, ma poi non è in grado di riconoscerli al momento del loro manifestarsi. Nella Politica Mediterranea l’UE auspica il rafforzamento della società civile nei paesi del sud, ma poi ne limita l’inclusione a quelle organizzazioni riconosciute come tali dai governi nazionali. Limite culturale questo dell’Europa che si riflette anche nei movimenti della società civile del nord che continuano a privilegiare rapporti con movimenti di opposizione del sud che rappresentano al massimo una testimonianza storica di epoche passate (nazionalismo o movimenti socialisti e comunisti), oppure espressioni di un laicismo arabo spesso clone o riproduzione sbiadita di un laicismo illuministico fallimentare e frustrato (oltre che frustrante) dei e nei paesi europei.

 

Le politiche di vicinato e il ruolo della Sinistra Europea

 

L’UE non ha mai riconosciuto il fallimento delle proprie politiche e del processo di Barcellona, ma di fatto è andata oltre con l’introduzione unilaterale dal 2003 delle Politiche di Vicinato. Si tratta di una nuova cornice della politica estera dell’UE che supera il precedente approccio strategico di rapporti e sostegno alla costruzione di aree integrate intorno all’UE basate su accordi multilaterali e torna alla politica dei rapporti bilaterali, stabiliti in base a scelte unilaterali dell’UE. La dimensione strategica del rapporto EU Mediterraneo è abbandonata e anche in quest’area i rapporti vengono riportati a convenienze strategiche, caso per caso dell’UE verso singoli paesi.

Assumendo questa evoluzione come il dato da cui ripartire è nostro compito come Sinistra Euromediterranea valutarne gli impatti sulle politiche statali e sia i limiti sia i nuovi spazi che apre alla nostra analisi e azione. Le politiche di vicinato riaprono quindi la dimensione bilaterale e nostro compito è quella di impadronirsene per dare spazio a tutte quelle iniziative che rafforzano i rapporti bilaterali tra le organizzazioni e i movimenti della società civile e tutte quelle strutture economiche locali e regionali (imprese, cooperative, imprese sociali, reti di servizi, ecc.), oltre che istituzionali (scuole, università, associazioni culturali, ecc.).

Parte di questo processo deve essere una forte spinta all’innovazione di tutte quelle strutture economiche, sociali e culturali nate nel contesto europeo dell’altra economia (commercio equo, finanza etica e cooperazione internazionale) che nel Mediterraneo devono trovare lo spazio per innovarsi e legarsi a nuove realtà sociali e produttive.

Ma l’obiettivo della sinistra euromediterranea deve articolarsi dentro una visione geopolitica che spinga l’Europa e divenire uno dei poli della costruzione di una nuova triangolazione, opposta a quella della Triade, che dall’Europa, con i paesi Mediterranei, si colleghi al grande risveglio dell’Asia (Cina, Sud Est asiatico e India) e riporti così la stessa Europa a riscoprire e ricostruire le proprie economie dentro logiche di cooperazione continentale asiatica (il continente del quale l’Europa occupa una piccolissima parte) opposte a quelle della sua dipendenza atlantica.

 

Dentro questo nuovo quadro internazionale la sinistra euromediterranea ed europea possono tornare a svolgere un ruolo genuino di internazionalismo e di partecipazione ai processi di emancipazione in corso in America latina, in Africa e in Asia.

 

 

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Tue, 24 Jan 2017 22:28:11 +0000
EUROPA E MEDITERRANEO – LE SFIDE DELLA SINISTRA EUROPEA Bruno Amoroso e Domenico Rizzuti – Sinistra Euromediterranea http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1220-europa-e-mediterraneo-–-le-sfide-della-sinistra-europea-bruno-amoroso-e-domenico-rizzuti-–-sinistra-euromediterranea.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1220-europa-e-mediterraneo-–-le-sfide-della-sinistra-europea-bruno-amoroso-e-domenico-rizzuti-–-sinistra-euromediterranea.html

EUROPA E MEDITERRANEO – LE SFIDE DELLA SINISTRA EUROPEA

Bruno Amoroso e Domenico Rizzuti – Sinistra Euromediterranea

 

 

La riflessione sulle politiche mediterranee dell’Unione Europea deve comprendere sia la situazione nei paesi del Mediterraneo sia lo stato dell’arte nel processo europeo di integrazione. Il fatto che entrambi si trovino oggi in forte difficoltà conferma quanto da molti sostenuto da tempo, e cioè la forte interdipendenza esistente tra le due aree nessuna delle quali può pretendere primati rispetto all’altra o di raggiungere posizioni reali di sostenibilità in modo autonomo. Queste interdipendenze vennero, tra gli altri, illustrate e sottolineate già nel 1995, l’anno della Prima Conferenza di Barcellona sul Partenariato, nel Rapporto sul Mediterraneo del CNEL italiano. L’indiscutibile chiarezza del titolo: “Ripensare l’Europa per ripensare il Mediterraneo” era seguita da una analisi nella quale i temi centrali del problema venivano chiaramente individuati: il bisogno di una costruzione policentrica dell’Europa, i problemi dei sistemi produttivi agricoli e industriali mediterranei e dell’occupazione, la centralità della Palestina per la risoluzione dei conflitti nell’intera regione.

 

Le basi deboli della costruzione europea

 

Nel riprendere oggi questi temi ci limitiamo a due richiami di principio sull’Europa, per soffermarci poi in modo più dettagliato sulle politiche euromediterranee e l’evoluzione recente nei paesi del Mediterraneo. I problemi centrali delle politiche europee, sia rispetto agli obiettivi interni di coesione sociale dell’UE sia a quelli dei rapporti di cooperazione con le sue aree esterne, sono due:

Il primo è la persistente incapacità dell’UE e degli stati membri di acquisire il tema della complessità, e quindi della diversità delle società europee e mediterranee, come un valore e non un ostacolo. Diversità che va applicata anche all’economia tramite il riconoscimento dell’importanza del rapporto tra culture e colture, cioè tra culture e sistemi produttivi come base di ogni discorso vero e non retorico sulla sostenibilità. Ne consegue che il centro di ogni strategia economica deve essere la modernizzazione e crescita dei territori e delle comunità locali, le loro capacità di mettersi in rete di rapporti economici e sociali. Diversità che va applicata allo stesso modo alla varietà delle forme che sia pure entro valori condivisi – il rispetto della vita e del vivere insieme – assumono le forme istituzionali, sociali e politiche. L’acquisizione della complessità e diversità come valore faciliterebbe la comprensione e soluzione ai problemi che oggi dividono all’interno e tra loro gli stati membri, sia vecchi sia nuovi, con i rischi connessi di un collasso dell’intera costruzione europea. Soprattutto consentirebbe di riportare lo “scontro di civiltà” oggi in atto tra l’Occidente e il resto del mondo entro i confini del reciproco riconoscimento e del dialogo tra culture diverse e progetti diversi di modernità.

Il secondo riguarda l’esigenza della dismissione di un atteggiamento diffuso, sia nella Commissione Europea sia nei governi degli stati membri, di percepire e utilizzare il processo di integrazione come una camicia di forza dentro la quale costringere i popoli e le tradizioni europee, invece di un comodo soprabito a protezione delle specificità nazionali e comunitarie di ciascuna regione e agevole nel consentire iniziative e movimenti autonomi. Questa dismissione comporta una seria revisione degli accordi di Maastricht e di Lisbona, costruiti entrambi sul criterio dei “vincoli” e non delle “possibilità”, che costituiscono la causa maggiore dell’opposizione diffusa al procedere verso una Costituzione europea e verso forme di “approfondimento” della cooperazione sociale e politica in Europa.

 

Le politiche mediterranee: un bilancio

 

Le politiche mediterranee dell’UE sono l’esempio paradigmatico di quanto sin qui rilevato. È noto che il momento più alto raggiunto è stato quello degli Accordi di Barcellona del 1995, con l’impegno alla “partnership EU paesi mediterranei del sud. Un impegno che, in linea con la tradizione politica degli stati membri dell’UE, amplificava in modo retorico le possibilità esistenti con la dichiarazione di un progetto di “welfare condiviso tra nord e sud”, ma che nel contempo ne minava le possibilità di realizzazione limitando la partecipazione all’accordo ai paesi “costieri” della sponda sud, con esclusioni arbitrarie verso i paesi arabi e balcani. Quello che doveva essere il momento più alto dell’incontro storico tra la cultura araba e la cultura europea, per un impegno comune di dialogo interculturale e politico, fu trasformato in un sistema di concertazione tra l’Europa tutta, dalla Finlandia al Portogallo, con paesi mediterranei della sponda sud scelti su criteri di fedeltà all’Europa e opportunamente bilanciati in numero con stati civetta che rappresentano di fatto la proiezione europea in quell’area (Israele, Malta, Cipro, ecc.). Tuttavia il processo di Barcellona fu avviato con il sostegno sincero degli stati e dei movimenti politici e sociali dell’area.

Quale è stato il bilancio al momento della verifica venti anni dopo, alla Seconda conferenza di Barcellona del 2006? La modernizzazione  economica dei paesi mediterranei della sponda nord e sud del Mediterraneo non si è verificata manifestandosi al contrario situazioni di aggravamento degli equilibri sociali e politici. L’esplosione dei movimenti migratori ne rappresenta l’indicatore più evidente aggiungendo il fallimento di politiche coordinate di prevenzione e sostegno a questo fenomeno.

L’obiettivo del welfare condiviso ha mostrato la corda con una situazione che vede i differenziali di crescita nord sud, ed anche est sud accresciuti. Il miglioramento dei rapporti generali e quindi della sicurezza nei e tra paesi è solo misurabile con gli indici del suo peggioramento, al punto che alla Seconda conferenza di Lisbona del 2006 gli stati europei si sono trovati a discutere tra loro, nell’assenza rumorosa dei paesi del sud membri del partenariato, dei temi della (loro) sicurezza e del (loro)  “terrorismo”.

L’obiettivo della costruzione di un’area di pace si è trasformato nel suo contrario, con la crescente intrusione statunitense in quest’area sia in termini economici sia militari e con la partecipazione attiva o da spettatori passivi dei paesi europei. La divisione culturale tra nord e sud si è accresciuta a livelli che non consentono più di parlare di “rischio” dello scontro di civiltà, ma di uno scontro in atto e nelle forme più violente.

La scissione tra governi e società civile, sia nei paesi europei sia nei paesi mediterranei del sud, si è ingigantita a livelli mai registrati. Nei paesi europei i movimenti della società civile esprimono oggi le forme più vivaci di pensiero critico e alternativo ai processi di globalizzazione capitalistica e del pensiero unico neoliberale, mentre nei paesi del sud raggiungono un potenziale di consensi indiscutibile dappertutto e che li porta a mettere fuori gioco l’egemonia di forze politiche tradizionali e consolidate così come è avvenuto di recente in Palestina con Hamas (gennaio 2006) e in Libano con Hezbollah. Appare paradossale che questi eventi, che insieme alla crescente influenza dei Fratelli mussulmani in Egitto e con movimenti analoghi altrove esprimono il rafforzarsi irresistibile della società civile nei paesi arabi vengano letti in chiave negativa dall’Unione Europea rispetto ai propri obiettivi di “democratizzazione”, che continua invece ad appoggiarli a regimi autoritari a sud e in crisi di consenso ai nord. Appare strabico un atteggiamento che ripetutamente enfatizza il valore e ruolo della “società civile” nei vari paesi, ma poi non è in grado di riconoscerli al momento del loro manifestarsi. Nella Politica Mediterranea l’UE auspica il rafforzamento della società civile nei paesi del sud, ma poi ne limita l’inclusione a quelle organizzazioni riconosciute come tali dai governi nazionali. Limite culturale questo dell’Europa che si riflette anche nei movimenti della società civile del nord che continuano a privilegiare rapporti con movimenti di opposizione del sud che rappresentano al massimo una testimonianza storica di epoche passate (nazionalismo o movimenti socialisti e comunisti), oppure espressioni di un laicismo arabo spesso clone o riproduzione sbiadita di un laicismo illuministico fallimentare e frustrato (oltre che frustrante) dei e nei paesi europei.

 

Le politiche di vicinato e il ruolo della Sinistra Europea

 

L’UE non ha mai riconosciuto il fallimento delle proprie politiche e del processo di Barcellona, ma di fatto è andata oltre con l’introduzione unilaterale dal 2003 delle Politiche di Vicinato. Si tratta di una nuova cornice della politica estera dell’UE che supera il precedente approccio strategico di rapporti e sostegno alla costruzione di aree integrate intorno all’UE basate su accordi multilaterali e torna alla politica dei rapporti bilaterali, stabiliti in base a scelte unilaterali dell’UE. La dimensione strategica del rapporto EU Mediterraneo è abbandonata e anche in quest’area i rapporti vengono riportati a convenienze strategiche, caso per caso dell’UE verso singoli paesi.

Assumendo questa evoluzione come il dato da cui ripartire è nostro compito come Sinistra Euromediterranea valutarne gli impatti sulle politiche statali e sia i limiti sia i nuovi spazi che apre alla nostra analisi e azione. Le politiche di vicinato riaprono quindi la dimensione bilaterale e nostro compito è quella di impadronirsene per dare spazio a tutte quelle iniziative che rafforzano i rapporti bilaterali tra le organizzazioni e i movimenti della società civile e tutte quelle strutture economiche locali e regionali (imprese, cooperative, imprese sociali, reti di servizi, ecc.), oltre che istituzionali (scuole, università, associazioni culturali, ecc.).

Parte di questo processo deve essere una forte spinta all’innovazione di tutte quelle strutture economiche, sociali e culturali nate nel contesto europeo dell’altra economia (commercio equo, finanza etica e cooperazione internazionale) che nel Mediterraneo devono trovare lo spazio per innovarsi e legarsi a nuove realtà sociali e produttive.

Ma l’obiettivo della sinistra euromediterranea deve articolarsi dentro una visione geopolitica che spinga l’Europa e divenire uno dei poli della costruzione di una nuova triangolazione, opposta a quella della Triade, che dall’Europa, con i paesi Mediterranei, si colleghi al grande risveglio dell’Asia (Cina, Sud Est asiatico e India) e riporti così la stessa Europa a riscoprire e ricostruire le proprie economie dentro logiche di cooperazione continentale asiatica (il continente del quale l’Europa occupa una piccolissima parte) opposte a quelle della sua dipendenza atlantica.

 

Dentro questo nuovo quadro internazionale la sinistra euromediterranea ed europea possono tornare a svolgere un ruolo genuino di internazionalismo e di partecipazione ai processi di emancipazione in corso in America latina, in Africa e in Asia.

 

 

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Tue, 24 Jan 2017 22:00:46 +0000
Un conflitto che dura da venticinque anni Guerre del golfo 1991/2016. Era in gioco non il Kuwait ma la leadership del mondo post-bipolare http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1212-un-conflitto-che-dura-da-venticinque-anni-guerre-del-golfo-1991-2016-era-in-gioco-non-il-kuwait-ma-la-leadership-del-mondo-post-bipolare.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1212-un-conflitto-che-dura-da-venticinque-anni-guerre-del-golfo-1991-2016-era-in-gioco-non-il-kuwait-ma-la-leadership-del-mondo-post-bipolare.html
Un conflitto che dura da venticinque anni

Guerre del golfo 1991/2016. Era in gioco non il Kuwait ma la leadership del mondo post-bipolare

 

il mondo era cambiato, doveva cambiare o forse, più propriamente, stava cambiando. Nessuno poteva dire con certezza come sarebbe cambiato. Il 1989 era alle spalle. La simbologia del Muro riempiva l’immaginario. Il violoncello di Mstislav Rostropovich era risuonato a Berlino sull’antico confine. Bush pensava a come gestire in futuro le alleanze della guerra fredda. Gorbaciov tentava di salvare i resti dell’Unione Sovietica. Fu necessario un azzardo di Saddam Hussein, considerato un satrapo di provincia e quindi manipolabile, per accelerare l’ora della verità sul bipolarismo, sull’Onu, sull’Europa e sul Sud del mondo rappresentato intanto dall’Iraq e dal Medio Oriente.

Il colpo di mano che portò all’occupazione irachena del Kuweit nacque come un regolamento di conti fra governi arabi al termine della lunga guerra fra Iraq e Iran, lanciata da Saddam nel 1980 e chiusa nel 1988 con un nulla di fatto. Di per sé lo scontro fra Iraq e Iran era un capitolo ulteriore della storia iniziata nel VII secolo con l’espansione dell’islam e dell’arabicità verso est. La rivoluzione di Khomeini era uscita dagli schemi che parevano acquisiti introducendo la religione al posto delle ideologie mondane. All’interno della comunità musulmana, tornò d’attualità la faida fra sciiti e sunniti. L’Iraq, dove gli sciiti erano maggioranza ma con un apparato di potere tradizionalmente controllato dall’establishment civile e militare sunnita, si scoprì vulnerabile.

Rispetto a oggi, negli anni Ottanta del secolo scorso gli stati del Medio Oriente dimostrarono una tenuta a tutta prova. Durante la guerra i confini furono violati da incursioni aeree e puntate via terra ma alla fine furono ripristinati com’erano prima. Gli appelli dei due governi a possibili «quinte colonne» nel corpo nazionale, etnico o settario del «nemico» non furono decisivi e non spostarono i termini del conflitto. La stabilità delle frontiere era un punto fermo per la prassi della competizione Est-Ovest. Per molti aspetti, però, la guerra Iraq-Iran non rispettò le logiche e gli schieramenti della guerra fredda. Stati Uniti e Urss interferirono in vari modi nel conflitto, anche con forniture di armi (soprattutto all’Iraq), ma senza un’identificazione netta a favore dell’uno o l’altro dei due contendenti e cambiando posizione a seconda dell’andamento della guerra. Lo stallo era preferibile a un esito che vedesse un vincitore e un vinto.

Saddam si faceva forte del merito di aver combattuto una guerra panaraba anche per proteggere le monarchie del Golfo, minacciate dal vento rivoluzionario che spirava da Teheran con in più la minaccia sciita. Il Kuweit, già accusato da Baghdad di tramare contro, ardì sollecitare il rimborso dei milioni di dollari delle petrolcrazie che avevano permesso all’Iraq di resistere, con enormi perdite, per quasi dieci anni. Baghdad aveva rivendicato in passato un diritto sull’intero territorio dell’emirato. Il contenzioso Iraq-Kuweit era ben noto agli Stati Uniti. C’era stato in merito un colloquio fra Saddam e l’ambasciatrice americana che, secondo una versione mai veramente smentita, si era lasciata sfuggire una frase che il presidente iracheno aveva creduto di scambiare per una luce verde. A confermare il superamento delle leggi della guerra fredda, non valeva più il tabù dell’inviolabilità delle frontiere?

Il territorio del piccolo emirato fu invaso dall’esercito iracheno il 2 agosto 1990 e di lì a poco annesso formalmente all’Iraq. Nei primi giorni si consumò la rottura fra Iraq da una parte e Arabia Saudita e maggioranza della Lega araba dall’altra. L’Egitto approfittò dell’emergenza per riabilitarsi riportando il Cairo al centro. Dopo un’iniziale cautela, il re saudita si convinse o fu convinto di essere in pericolo e chiese la copertura degli Stati Uniti. Fu allora che per la prima volta truppe americane furono ammesse sulla terra che ospita i «luoghi santi» dell’islam facendo gridare al «sacrilegio».

I mesi che separano l’agosto 1990 dal gennaio 1991 sancirono il passaggio dalla confrontazione Est-Ovest a un diverso scenario imperniato sul rapporto conflittuale Nord-Sud. L’Unione sovietica subì l’iniziativa di Bush senza rendersi conto subito di essere un bersaglio indiretto del neo-egemonismo americano. Gorbaciov si illuse di poter riportare Saddam alla ragione. L’America non avrebbe certo permesso a Mosca di chiudere l’era bipolare con un successo di quelle proporzioni. Seguirono tentativi di mediazione e ultimatum, ma ogni compromesso con Saddam si rivelò impossibile.

In pochi si resero conto che la posta non era la sovranità del Kuweit bensì la leadership del mondo post-bipolare. Oltre alla Russia, anche l’Europa uscì fatalmente ridimensionata. Se qualcuno (Mitterrand?) aveva immaginato di superare la guerra fredda in avanti, con una maggiore libertà d’azione sulla scena internazionale, coltivando relazioni privilegiate con i paesi del Terzo mondo più vicini o più utili (il petrolio), restò deluso. Bush senior vinse la guerra ma non spinse le truppe americane fino a Baghdad.

Quella «mezza vittoria», del resto coerente con il mandato dell’Onu, darà lo spunto nel 2003 a Bush junior — fra imperizia, oltranzismo e ossessioni edipiche — per la seconda o terza guerra del Golfo.

È così che i raid dei bombardieri americani su Baghdad in quella notte fra il 16 e il 17 gennaio 1991 possono essere considerati il primo atto di una guerra che è continuata ininterrottamente fino a oggi sconvolgendo l’equilibrio e lo stesso status quo territoriale in tutta la regione arabo-islamica, Nord Africa incluso e fino al lontano Afghanistan.

 

 

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Sat, 16 Jan 2016 09:12:29 +0000
Guerre del golfo 1991/2016. Una cronologia dei conflitti che iniziavano. Nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, sta per dissolversi l’Urss http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1211-guerre-del-golfo-1991-2016-una-cronologia-dei-conflitti-che-iniziavano-nel-momento-in-cui,-dopo-il-crollo-del-muro-di-berlino,-sta-per-dissolversi-l’urss.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1211-guerre-del-golfo-1991-2016-una-cronologia-dei-conflitti-che-iniziavano-nel-momento-in-cui,-dopo-il-crollo-del-muro-di-berlino,-sta-per-dissolversi-l’urss.html

COMMENTI La «Tempesta nel deserto» apriva la fase che viviamo

Guerre del golfo 1991/2016. Una cronologia dei conflitti che iniziavano. Nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, sta per dissolversi l’Urss

 

Soldati Usa in Afghanistan 

Nelle prime ore del 17 gennaio 1991, inizia nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apre la fase storica che stiamo vivendo. Questa guerra viene lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stanno per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Ciò crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova. E, su scala mondiale, scompare la superpotenza in grado di fronteggiare quella statunitense. «Il presidente Bush coglie questo cambiamento storico», racconta Colin Powell. Washington traccia subito «una nuova strategia della sicurezza nazionale e una strategia militare per sostenerla». L’attacco iracheno al Kuwait, ordinato da Saddam Hussein nell’agosto 1990, «fa sì che gli Stati uniti possano mettere in pratica la nuova strategia esattamente nel momento in cui cominciano a pubblicizzarla».

Il Saddam Hussein, che diventa «nemico numero uno», è lo stesso che gli Stati uniti hanno sostenuto negli anni Ottanta nella guerra contro l’Iran di Khomeini, allora «nemico numero uno» per gli interessi Usa in Medioriente. Ma quando nel 1988 termina la guerra con l’Iran, gli Usa temono che l’Iraq, grazie anche all’assistenza sovietica, acquisti un ruolo dominante nella regione. Ricorrono quindi alla tradizionale politica del «divide et impera». Sotto regia di Washington, cambia anche l’atteggiamento del Kuwait: esso esige l’immediato rimborso del debito contratto dall’Iraq e, sfruttando il giacimento di Rumaila che si estende sotto ambedue i territori, porta la propria produzione petrolifera oltre la quota stabilita dall’Opec. Danneggia così l’Iraq, uscito dalla guerra con un debito estero di oltre 70 miliardi di dollari, 40 dei quali dovuti a Kuwait e Arabia Saudita. A questo punto Saddam Hussein pensa di uscire dall’impasse «riannettendosi» il territorio kuwaitiano che, in base ai confini tracciati nel 1922 dal proconsole britannico Sir Percy Cox, sbarra l’accesso dell’Iraq al Golfo.

Washington lascia credere a Baghdad di voler restare fuori dal contenzioso. Il 25 luglio 1990, mentre i satelliti del Pentagono mostrano che l’invasione è ormai imminente, l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie — come spiegò poi nella sua intervista a Jeune Afrique -, assicura Saddam Hussein che gli Stati uniti desiderano avere le migliori relazioni con l’Iraq e non intendono interferire nei conflitti inter-arabi. Saddam Hussein cade nella trappola: una settimana dopo, il 1° agosto 1990, le forze irachene invadono il Kuwait.

A questo punto Washington, formata una coalizione internazionale, invia nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 per cento statunitensi, agli ordini del generale Schwarzkopf. Per 43 giorni, l’aviazione Usa e alleata effettua, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciano oltre 10 milioni di submunizioni. Partecipano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. Il 23 febbraio le truppe della coalizione, comprendenti oltre mezzo milione di soldati, lanciano l’offensiva terrestre. Essa termina il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush. Alla guerra segue l’embargo, che provoca nella popolazione irachena più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.

Subito dopo la guerra del Golfo, Washington lancia ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).

La guerra del Golfo è la prima guerra a cui partecipa sotto comando Usa la Repubblica italiana, violando l’articolo 11 della Costituzione. La Nato, pur non partecipando ufficialmente alla guerra, mette a disposizione sue forze e strutture per le operazioni militari. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico vara, sulla scia della nuova strategia Usa, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia viene varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo la Costituzione, indica quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».

Nasce così con la guerra del Golfo la strategia che guida le successive guerre sotto comando Usa, presentate come «operazioni umanitarie di peacekeeping»: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria dal 2013, accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del Pkk, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda contro la Russia. Profetiche, ma in senso tragico, le parole del presidente Bush nell’agosto 1991: «La crisi del Golfo passerà alla storia come il crogiolo del nuovo ordine mondiale».

 

Soldati Usa in Afghanistan 

Nelle prime ore del 17 gennaio 1991, inizia nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apre la fase storica che stiamo vivendo. Questa guerra viene lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stanno per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Ciò crea, nella regione europea e centro-asiatica, una situazione geopolitica interamente nuova. E, su scala mondiale, scompare la superpotenza in grado di fronteggiare quella statunitense. «Il presidente Bush coglie questo cambiamento storico», racconta Colin Powell. Washington traccia subito «una nuova strategia della sicurezza nazionale e una strategia militare per sostenerla». L’attacco iracheno al Kuwait, ordinato da Saddam Hussein nell’agosto 1990, «fa sì che gli Stati uniti possano mettere in pratica la nuova strategia esattamente nel momento in cui cominciano a pubblicizzarla».

Il Saddam Hussein, che diventa «nemico numero uno», è lo stesso che gli Stati uniti hanno sostenuto negli anni Ottanta nella guerra contro l’Iran di Khomeini, allora «nemico numero uno» per gli interessi Usa in Medioriente. Ma quando nel 1988 termina la guerra con l’Iran, gli Usa temono che l’Iraq, grazie anche all’assistenza sovietica, acquisti un ruolo dominante nella regione. Ricorrono quindi alla tradizionale politica del «divide et impera». Sotto regia di Washington, cambia anche l’atteggiamento del Kuwait: esso esige l’immediato rimborso del debito contratto dall’Iraq e, sfruttando il giacimento di Rumaila che si estende sotto ambedue i territori, porta la propria produzione petrolifera oltre la quota stabilita dall’Opec. Danneggia così l’Iraq, uscito dalla guerra con un debito estero di oltre 70 miliardi di dollari, 40 dei quali dovuti a Kuwait e Arabia Saudita. A questo punto Saddam Hussein pensa di uscire dall’impasse «riannettendosi» il territorio kuwaitiano che, in base ai confini tracciati nel 1922 dal proconsole britannico Sir Percy Cox, sbarra l’accesso dell’Iraq al Golfo.

Washington lascia credere a Baghdad di voler restare fuori dal contenzioso. Il 25 luglio 1990, mentre i satelliti del Pentagono mostrano che l’invasione è ormai imminente, l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie — come spiegò poi nella sua intervista a Jeune Afrique -, assicura Saddam Hussein che gli Stati uniti desiderano avere le migliori relazioni con l’Iraq e non intendono interferire nei conflitti inter-arabi. Saddam Hussein cade nella trappola: una settimana dopo, il 1° agosto 1990, le forze irachene invadono il Kuwait.

A questo punto Washington, formata una coalizione internazionale, invia nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 per cento statunitensi, agli ordini del generale Schwarzkopf. Per 43 giorni, l’aviazione Usa e alleata effettua, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciano oltre 10 milioni di submunizioni. Partecipano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. Il 23 febbraio le truppe della coalizione, comprendenti oltre mezzo milione di soldati, lanciano l’offensiva terrestre. Essa termina il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush. Alla guerra segue l’embargo, che provoca nella popolazione irachena più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.

Subito dopo la guerra del Golfo, Washington lancia ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).

La guerra del Golfo è la prima guerra a cui partecipa sotto comando Usa la Repubblica italiana, violando l’articolo 11 della Costituzione. La Nato, pur non partecipando ufficialmente alla guerra, mette a disposizione sue forze e strutture per le operazioni militari. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico vara, sulla scia della nuova strategia Usa, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia viene varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo la Costituzione, indica quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».

Nasce così con la guerra del Golfo la strategia che guida le successive guerre sotto comando Usa, presentate come «operazioni umanitarie di peacekeeping»: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria dal 2013, accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del Pkk, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda contro la Russia. Profetiche, ma in senso tragico, le parole del presidente Bush nell’agosto 1991: «La crisi del Golfo passerà alla storia come il crogiolo del nuovo ordine mondiale».

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Sat, 16 Jan 2016 09:00:24 +0000
EDGAR MORIN, la Repubblica • 29 nov 15 • Un Medio Oriente libero e tollerante torniamo al sogno di Lawrence d’Arabia http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1210-edgar-morin,-la-repubblica-•-29-nov-15-•-un-medio-oriente-libero-e-tollerante-torniamo-al-sogno-di-lawrence-d’arabia.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1210-edgar-morin,-la-repubblica-•-29-nov-15-•-un-medio-oriente-libero-e-tollerante-torniamo-al-sogno-di-lawrence-d’arabia.html

Nel Califfato storico convivevano popoli e religioni diverse Il colonialismo costruì Stati artificiali che si sono dissolti e incendiati dal fanatismo. Ma il terrorismo è una formula vuota che si sconfigge togliendogli le ragioni

EDGAR MORIN, la Repubblica • 29 nov 15 •  Un Medio Oriente libero e tollerante torniamo al sogno di Lawrence d’Arabia

  
     
Per capire cosa succede nel mondo islamico è necessario avere una cultura storica: senza storia infatti non può esserci alcuna comprensione degli avvenimenti. Bisogna sapere, per esempio, che nell’antico Califfato c’era piena libertà religiosa sia per i cristiani che per gli ebrei, mentre l’intolleranza più cieca riguardava solo il mondo cristiano: basti pensare alle Crociate, all’Inquisizione, alle persecuzioni anti- ebraiche.
In realtà il vero problema del mondo arabo è stata la sua colonizzazione durata secoli, dalla fine del 400 dopo Cristo alla decomposizione dell’Impero ottomano. Da queste macerie nacque un sogno: il sogno di ricostruire e unificare il mondo arabo, il sogno di Lawrence d’Arabia. Un progetto che però si è andato a infrangere contro le mire egemoniche di paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, che per perseguire i propri interessi nazionali in Medio Oriente “crearono” paesi tra loro diversi: la Siria, il Libano, l’Iraq. Ed è stato un peccato, perché una nazione unificata araba avrebbe potuto svilupparsi in senso multietnico, visto che in ognuno di quei territori avevano sempre convissuto islamici, cristiani ed ebrei. Questa nazione avrebbe potuto consolidarsi, svilupparsi in un clima di libertà religiosa.
Le cose sono andate diversamente. Prima con la frantumazione in Paesi differenti, ognuno inserito in una differente sfera d’influenza. E poi, molto più recentemente, con gli effetti della strategia americana, con la seconda guerra del Golfo che è servita solo a distruggere lo stato iracheno. Ora da una parte c’è la componente sciita; dall’altra quella curda, decisa a diventare indipendente; e infine quella sunnita.
In questo contesto esplosivo — e con le conseguenze di una serie di fenomeni storici come il fallimento del socialismo arabo, il fallimento delle nuove democrazie, il problema palestinese irrisolto, il sottosviluppo economico e un sentimento diffuso e generalizzato di umiliazione collettiva — si è arrivati alla situazione attuale. In cui perfino nei “laici” Territori occupati la radicalizzazione del conflitto e la disperazione hanno portato a una crescita del potere dei fattori religiosi. A questo punto, serve in primo luogo una risposta di tipo culturale. Dobbiamo introdurre nei nostri paesi l’insegnamento delle religioni, non del cattolicesimo ma di tutte le diversità: perché la religione non è, come pensava Voltaire, un’invenzione della cura, ma, come diceva Karl Marx, è il sospiro della creatura infelice. In altre parole, è l’infelicità umana che alimenta la religione. In secondo luogo, per favorire l’integrazione degli studenti musulmani, bisogna mostrare come la Francia — proprio come l’Italia, o la Spagna — sia in realtà una nazionale multiculturale. In Italia ad esempio non ci sono solo discendenti dei latini, è una nazione composta da popoli diversi, siciliani, piemontesi, trentini. E ci sono molti ebrei. L’Italia insomma non ha una razza unica, ma tante diverse, con lingue diverse che col tempo si sono integrate. È la vera eredità dell’universalismo dell’impero romano. La storia insomma deve aiutare anche i giovani a capire come l’integrazione, nel tempo, sia possibile.
Terzo tema: cosa fare oggi con la parola “terrorismo”? Una parola che in realtà non è quella giusta, perché è vuota. Una parola che non contiene in sé una vera fede, una vera passione, ma solo un mondo dalla realtà rovesciata. Era così anche in fenomeni terroristici di altro tipo, come le Brigate Rosse e l’eversione nera in Italia. Le persone non nascono terroriste, si comincia magari per seguire un qualche ideale di salvezza. Come succede con l’Is: dal disagio storico e sociale si passa a pensare di essere al servizio di Dio. E nel caso degli estremisti islamici, il fuoco, il carburante che alimenta la loro follia è la questione irrisolta del Medio Oriente. Questo fuoco è come un cancro, che fa metastasi ormai nell’intero pianeta. Ecco perché bisogna risolvere una volta per tutte il problema mediorientale. Imponendo la pace a tutti le componenti che alimentano questa guerra civile. È questo l’unico modo per isolare il fanatismo di Daesh e del sedicente Califfato.
Ma come fare? A questo punto, ricostruire l’integrità della Siria e dell’Iraq appare impossibile. L’unica soluzione allora è riprendere, tornare a far vivere il sogno di Lawrence d’Arabia, promuovendo una grande Confederazione del Medio Oriente in cui sia ripristinata la libertà di culto. Se decidiamo che è davvero questo lo scopo da raggiungere, allora possiamo portare avanti una grande coalizione che promuova la pace. Solo così quel concetto vuoto che chiamiamo “terrorismo” potrà essere progressivamente liquidato. Questa è una missione vitale, non solo per i francesi o gli europei, ma per tutta l’umanità.
( Questo testo è l’intervento che l’autore ha tenuto al convegno internazionale di Rimini organizzato da Edizioni Erickson)

califfatocolonialismoDaeshEdgar Moringuerra in Iraqguerra in SiriaIsLawrence d’Arabiamedio oriente

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Tue, 01 Dec 2015 09:09:23 +0000
Aprite le frontiere! Migrare per vivere non per morire! http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1209-aprite-le-frontiere-migrare-per-vivere-non-per-morire.html http://www.sinistraeuromediterranea.it/movimento-politico/1209-aprite-le-frontiere-migrare-per-vivere-non-per-morire.html

Aprite le frontiere! Migrare per vivere non per morire!

 

Aprite le frontiere è l’urlo di uomini, donne, bambini e bambine fermi a Idomeine, al confine tra Grecia e Macedonia, attualmente in sciopero della fame. La loro protesta è simbolo di quanto chiedono altre migliaia e migliaia di persone in movimento ferme lungo le frontiere ai quattro angoli del pianeta.

 

Aprite le frontiere è l’urlo che arriva dal genocidio in atto rappresentato dalle migliaia e migliaia di persone che purtroppo non sono riuscite ad arrivare a destinazione.  È quanto chiedono i parenti di queste vittime, morte o disperse lungo le rotte migratorie, perché se alle frontiere si permettesse il transito degli essere umani, e non solo delle merci, questa umanità in movimento non sarebbe costretta ad affidarsi a mafie e trafficanti.

 

Aprire le frontiere ed accogliere chi fugge da guerra e miseria, alla ricerca di un futuro migliore, è anche una risposta al terrore e alla paura che seminano le bombe dei terroristi. 

 

Paura e terrore che però gli Stati del Nord del mondo e i mass media stanno alimentando trasformando migranti e rifugiati nel nemico da cui proteggersi e di conseguenza chiudendo e militarizzando ancora di più i confini.

 

Aprire le frontiere è una risposta che può permettere costruire una reale solidarietà tra chi è nato in un determinato territorio e chi ne è arrivato. Una solidarietà basata sull’affermazione di società in cui ci siano diritti per tutti e tutte.

 

Per questo ancora una volta il 18 dicembre 2015, la Giornata d’Azione Globale contro il razzismo per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati, decisa nel 2010 dall’assemblea finale del Foro Sociale Mondiale delle Migrazioni realizzato in Ecuador, cercherà di contribuire a dare visibilità alle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo contro il razzismo e per affermare i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati.

 Perché affermare i loro diritti vuol dire affermare i diritti di tutti e tutte!

 Una giornata di azione globale per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati è possibile: il prossimo 18 dicembre 2015!

 

26/11/2015

18th december: Global day action/journée d'action globale/Jornada de Acción Global/Giornata d’Azione Globale

 

Dear friends and comrades

Here you have the text that we will put in the web Global Migrants Action web to call to the mobilization on 18th December. Please remember to send us the information about your upcoming events, so that they may be publicized on the Global Migrant Action webpage http://globalmigrantsaction.org/

 

Cher(e)s ami(e)s et camarades,

Ici vous avez le texte que on va pubblier sur la page web de la journée d'action globale pour la mobilisation du 18 décembre. S’il vous plait rappel vous de nous envoyer les communiqués relatifs à votre initiatives afin qu'ils puissent être publiés sur la page web de la Global Migrants Action : http://globalmigrantsaction.org/

 

Querid@s amig@s, compañe@s

Aqui va el texto que será publicado en la página web de la Jornada de Acción Global para llamar a la movilización del 18 de diciembre. Les pedimos por favor que recuerden de mandarnos los comunicados de las iniciativas que realizarán para que las publiquemos en la pagina web de la Jornada de Acción Global: http://globalmigrantsaction.org/

 

Cari amici, compagni, amiche e compagne

Qui potete trovare il testo che sarà pubblicato nella pagina web della Giornata d’Azione Globale per chiamare alla mobilitazione il 18 dicembre. Vi chiediamo di ricordare di mandarci i comunicati delle vostre iniziative affinché siano pubblicati nella pagina web della Global Migrants Action: http://globalmigrantsaction.org/

 

Open the borders! Migrate to live, not die!

“Open the borders” is the plea yelled by men, women, and children who are standing in Idomeine, at the border between Greece and Macedonia, who are currently on a hunger-strike. Their protest represents what many other thousands of people are demanding, as they are stopped in their migration along the borders of all four corners of the world.

“Open the borders” is the scream coming from the current genocide, whose victims are the many thousands of people who unfortunately could not make it to their destination. It is also what these victims’ families are asking for their missing or dead loved ones, lost along their migration journey; because we know that if human beings were allowed to cross borders like it is allowed for goods, this humanity on the move would not be forced to entrust its fate to the mafia and to human traffickers.

Opening borders and welcoming those who flee war and miserysearching for a better future is an answer to the terror and fear sown by terrorists’ bombs. Instead, many Nations in the North of the planet, along with mass media, are feeding into this same terror and fear, transforming migrants and refugees into the enemy from which we must protect ourselves, and then sealing and militarizing their borders even more.

Opening borders is an answer that could foster the creation of true solidarity between those who were born in a particular land and those who arrived there from elsewhere; solidarity based on the affirmation of a society in which there are rights for all men and all women.

The final assembly of the 2010 World Social Forum on Migration, in Ecuador, called for a Global Day of Action; with this in mind, the Global Day of Action on December 18th, 2015, will contribute to give more visibility to all initiatives taking place on that day throughout the world, demonstrating against racism and promoting human and civil rights for migrants, refugees, and displaced people.

Because asserting their rights means asserting the rights of all men and women!

A global day of action for the rights of migrants, refugees, and the displaced, is possible: on December 18th , 2015!

November 26th, 2015

 

Ouvrez les frontières! Migrer pour vivre pas pour mourir !

Ouvrez les frontières ! c’est le cri d’hommes, de femmes et d’enfants bloqués à Idomeine, à la frontière entre la Grèce et la Macédoine. Actuellement ils sont en grève de la faim. Leur protestation est un symbole de ce que demandent d’autre milliers et milliers de personnes en mouvement le long des frontières au quatre coins de la planète.

Ouvrez les frontières c’est le cri qui arrive di génocide en acte, représenté par les milliers et les milliers de personnes qui ne sont, hélas, pas arrivé à destination. C’est ce que demandent les parents de ces victimes, mortes ou bien portées disparu le long des voies migratoires, parce que si les frontières permettaient le passage des êtres humains et pas seulement des marchandise, cette humanité en mouvement ne serait pas contrainte à se fier e à se mettre en main aux mafias et aux trafiquants.

Ouvrir les frontières et accueillir qui fuit la guerre et la misère, à la recherche d’un futur meilleur, est aussi une réponse à la terreur et à la peur que sèment les bombes des terroristes. Peur et terreur que les États du Nord du monde et les média alimentent transformant les migrants et les réfugiés en un ennemie du quel avoir peur et du quel se protéger en fermant et en militarisant toujours plus les frontières.

Ouvrir les frontières c’est une réponse qui peut permettre de construire une réelle solidarité sociale entre qui est né dans un territoire déterminé et qui y arrive. Une solidarité basée sur l’affirmation d’une société en laquelle il y a des droits pour toutes et tous.

Ainsi encore une fois le 18 décembre 2015, la Journée d’Action Globale contre le racisme pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés, décidée en 2010 durant l’assemblée finale du Forum Social Mondial des Migrations réalisé en Ecuador, cherchera de contribuer à donner une visibilité aux initiatives qui se déroulerons dans le monde entier contre le racisme et pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés.

Parce que affirmer leurs droits veut dire affirmer les droits de tous et de toutes !

Une journée d’action globale pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés est possible : le 18 décembre 2015 prochain !

26/11/2015

 

¡Abrir las fronteras! Migrar para vivir no para morir!

 

Abrir las fronteras e el grito de los hombres, mujeres y niñ@s parad@s en Idomeine, en la frontera entre Grecia y Macedonia, actualmente en huelga de hambre. Su protesta es símbolo de cuanto piden otros miles y miles de personas en migración detenidas, en todo el mundo, en diferentes fronteras.

 

Abrir las fronteras es también el grito que nace a raíz del genocidio que representan las miles y miles de personas que desgraciadamente no llegaron a su destino. Es lo que piden los parientes de estas víctimas, muertas o desaparecidas a lo largo de las rutas migratorias, porque si en las fronteras se permitiese el transito de los seres humanos, y no sólo de las mercancías, esta humanidad en movimiento no se vería obligada a tratar con las mafias y los traficantes.

 

Abrir las fronteras y acoger a quien escapa de la guerra y de la miseria en busqueda de un mejor futuro es también una respuesta al terror y al miedo que siembran las bombas de los terroristas. Miedo y terror que sin embargo también los Estados del Norte del mundo y los medios de comunicación están alimentando transformando a l@s migrantes y a l@s refugiad@s en el enemigo del cual protegerse , justificando la aún mayor militarización y el cierre de las fronteras.    

 

Abrir las fronteras es una respuesta que puede permitir construir una verdadera solidaridad entre quien nació en un determinado territorio y quien llegó después a vivir en él. Una solidaridad basada en la construcción de sociedades en las qu existan derechos para tod@s .

Por esta razón una vez más el 18 de diciembre 2015, la Jornada de Acción Global contra el racismo por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s, votada en el 2010 en la asamblea final del Foro Social Mundial de las Migraciones realizado en Ecuador, tiene como objetivo dar visibilidad a las iniciativas que se desarrollarán en todo el mundo para defender los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s.

 

¡Porque defender sus derechos significa defender los derechos de tod@s!

 

Una jornada de acción global por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s es posible. ¡El próximo 18 de diciembre 2015!

 

26 de noviembre de 2015

Aprite le frontiere! Migrare per vivere non per morire!

 

Aprite le frontiere è l’urlo di uomini, donne, bambini e bambine fermi a Idomeine, al confine tra Grecia e Macedonia, attualmente in sciopero della fame. La loro protesta è simbolo di quanto chiedono altre migliaia e migliaia di persone in movimento ferme lungo le frontiere ai quattro angoli del pianeta.

 

Aprite le frontiere è l’urlo che arriva dal genocidio in atto rappresentato dalle migliaia e migliaia di persone che purtroppo non sono riuscite ad arrivare a destinazione.  È quanto chiedono i parenti di queste vittime, morte o disperse lungo le rotte migratorie, perché se alle frontiere si permettesse il transito degli essere umani, e non solo delle merci, questa umanità in movimento non sarebbe costretta ad affidarsi a mafie e trafficanti.

 

Aprire le frontiere ed accogliere chi fugge da guerra e miseria, alla ricerca di un futuro migliore, è anche una risposta al terrore e alla paura che seminano le bombe dei terroristi. 

 

Paura e terrore che però gli Stati del Nord del mondo e i mass media stanno alimentando trasformando migranti e rifugiati nel nemico da cui proteggersi e di conseguenza chiudendo e militarizzando ancora di più i confini.

 

Aprire le frontiere è una risposta che può permettere costruire una reale solidarietà tra chi è nato in un determinato territorio e chi ne è arrivato. Una solidarietà basata sull’affermazione di società in cui ci siano diritti per tutti e tutte.

 

Per questo ancora una volta il 18 dicembre 2015, la Giornata d’Azione Globale contro il razzismo per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati, decisa nel 2010 dall’assemblea finale del Foro Sociale Mondiale delle Migrazioni realizzato in Ecuador, cercherà di contribuire a dare visibilità alle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo contro il razzismo e per affermare i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati.

 Perché affermare i loro diritti vuol dire affermare i diritti di tutti e tutte!

 Una giornata di azione globale per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati è possibile: il prossimo 18 dicembre 2015!

 

26/11/2015

18th december: Global day action/journée d'action globale/Jornada de Acción Global/Giornata d’Azione Globale

 

Dear friends and comrades

Here you have the text that we will put in the web Global Migrants Action web to call to the mobilization on 18th December. Please remember to send us the information about your upcoming events, so that they may be publicized on the Global Migrant Action webpage http://globalmigrantsaction.org/

 

Cher(e)s ami(e)s et camarades,

Ici vous avez le texte que on va pubblier sur la page web de la journée d'action globale pour la mobilisation du 18 décembre. S’il vous plait rappel vous de nous envoyer les communiqués relatifs à votre initiatives afin qu'ils puissent être publiés sur la page web de la Global Migrants Action : http://globalmigrantsaction.org/

 

Querid@s amig@s, compañe@s

Aqui va el texto que será publicado en la página web de la Jornada de Acción Global para llamar a la movilización del 18 de diciembre. Les pedimos por favor que recuerden de mandarnos los comunicados de las iniciativas que realizarán para que las publiquemos en la pagina web de la Jornada de Acción Global: http://globalmigrantsaction.org/

 

Cari amici, compagni, amiche e compagne

Qui potete trovare il testo che sarà pubblicato nella pagina web della Giornata d’Azione Globale per chiamare alla mobilitazione il 18 dicembre. Vi chiediamo di ricordare di mandarci i comunicati delle vostre iniziative affinché siano pubblicati nella pagina web della Global Migrants Action: http://globalmigrantsaction.org/

 

Open the borders! Migrate to live, not die!

“Open the borders” is the plea yelled by men, women, and children who are standing in Idomeine, at the border between Greece and Macedonia, who are currently on a hunger-strike. Their protest represents what many other thousands of people are demanding, as they are stopped in their migration along the borders of all four corners of the world.

“Open the borders” is the scream coming from the current genocide, whose victims are the many thousands of people who unfortunately could not make it to their destination. It is also what these victims’ families are asking for their missing or dead loved ones, lost along their migration journey; because we know that if human beings were allowed to cross borders like it is allowed for goods, this humanity on the move would not be forced to entrust its fate to the mafia and to human traffickers.

Opening borders and welcoming those who flee war and miserysearching for a better future is an answer to the terror and fear sown by terrorists’ bombs. Instead, many Nations in the North of the planet, along with mass media, are feeding into this same terror and fear, transforming migrants and refugees into the enemy from which we must protect ourselves, and then sealing and militarizing their borders even more.

Opening borders is an answer that could foster the creation of true solidarity between those who were born in a particular land and those who arrived there from elsewhere; solidarity based on the affirmation of a society in which there are rights for all men and all women.

The final assembly of the 2010 World Social Forum on Migration, in Ecuador, called for a Global Day of Action; with this in mind, the Global Day of Action on December 18th, 2015, will contribute to give more visibility to all initiatives taking place on that day throughout the world, demonstrating against racism and promoting human and civil rights for migrants, refugees, and displaced people.

Because asserting their rights means asserting the rights of all men and women!

A global day of action for the rights of migrants, refugees, and the displaced, is possible: on December 18th , 2015!

November 26th, 2015

 

Ouvrez les frontières! Migrer pour vivre pas pour mourir !

Ouvrez les frontières ! c’est le cri d’hommes, de femmes et d’enfants bloqués à Idomeine, à la frontière entre la Grèce et la Macédoine. Actuellement ils sont en grève de la faim. Leur protestation est un symbole de ce que demandent d’autre milliers et milliers de personnes en mouvement le long des frontières au quatre coins de la planète.

Ouvrez les frontières c’est le cri qui arrive di génocide en acte, représenté par les milliers et les milliers de personnes qui ne sont, hélas, pas arrivé à destination. C’est ce que demandent les parents de ces victimes, mortes ou bien portées disparu le long des voies migratoires, parce que si les frontières permettaient le passage des êtres humains et pas seulement des marchandise, cette humanité en mouvement ne serait pas contrainte à se fier e à se mettre en main aux mafias et aux trafiquants.

Ouvrir les frontières et accueillir qui fuit la guerre et la misère, à la recherche d’un futur meilleur, est aussi une réponse à la terreur et à la peur que sèment les bombes des terroristes. Peur et terreur que les États du Nord du monde et les média alimentent transformant les migrants et les réfugiés en un ennemie du quel avoir peur et du quel se protéger en fermant et en militarisant toujours plus les frontières.

Ouvrir les frontières c’est une réponse qui peut permettre de construire une réelle solidarité sociale entre qui est né dans un territoire déterminé et qui y arrive. Une solidarité basée sur l’affirmation d’une société en laquelle il y a des droits pour toutes et tous.

Ainsi encore une fois le 18 décembre 2015, la Journée d’Action Globale contre le racisme pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés, décidée en 2010 durant l’assemblée finale du Forum Social Mondial des Migrations réalisé en Ecuador, cherchera de contribuer à donner une visibilité aux initiatives qui se déroulerons dans le monde entier contre le racisme et pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés.

Parce que affirmer leurs droits veut dire affirmer les droits de tous et de toutes !

Une journée d’action globale pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés est possible : le 18 décembre 2015 prochain !

26/11/2015

 

¡Abrir las fronteras! Migrar para vivir no para morir!

 

Abrir las fronteras e el grito de los hombres, mujeres y niñ@s parad@s en Idomeine, en la frontera entre Grecia y Macedonia, actualmente en huelga de hambre. Su protesta es símbolo de cuanto piden otros miles y miles de personas en migración detenidas, en todo el mundo, en diferentes fronteras.

 

Abrir las fronteras es también el grito que nace a raíz del genocidio que representan las miles y miles de personas que desgraciadamente no llegaron a su destino. Es lo que piden los parientes de estas víctimas, muertas o desaparecidas a lo largo de las rutas migratorias, porque si en las fronteras se permitiese el transito de los seres humanos, y no sólo de las mercancías, esta humanidad en movimiento no se vería obligada a tratar con las mafias y los traficantes.

 

Abrir las fronteras y acoger a quien escapa de la guerra y de la miseria en busqueda de un mejor futuro es también una respuesta al terror y al miedo que siembran las bombas de los terroristas. Miedo y terror que sin embargo también los Estados del Norte del mundo y los medios de comunicación están alimentando transformando a l@s migrantes y a l@s refugiad@s en el enemigo del cual protegerse , justificando la aún mayor militarización y el cierre de las fronteras.    

 

Abrir las fronteras es una respuesta que puede permitir construir una verdadera solidaridad entre quien nació en un determinado territorio y quien llegó después a vivir en él. Una solidaridad basada en la construcción de sociedades en las qu existan derechos para tod@s .

Por esta razón una vez más el 18 de diciembre 2015, la Jornada de Acción Global contra el racismo por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s, votada en el 2010 en la asamblea final del Foro Social Mundial de las Migraciones realizado en Ecuador, tiene como objetivo dar visibilidad a las iniciativas que se desarrollarán en todo el mundo para defender los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s.

 

¡Porque defender sus derechos significa defender los derechos de tod@s!

 

Una jornada de acción global por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s es posible. ¡El próximo 18 de diciembre 2015!

 

26 de noviembre de 2015

Aprite le frontiere! Migrare per vivere non per morire!

 

Aprite le frontiere è l’urlo di uomini, donne, bambini e bambine fermi a Idomeine, al confine tra Grecia e Macedonia, attualmente in sciopero della fame. La loro protesta è simbolo di quanto chiedono altre migliaia e migliaia di persone in movimento ferme lungo le frontiere ai quattro angoli del pianeta.

 

Aprite le frontiere è l’urlo che arriva dal genocidio in atto rappresentato dalle migliaia e migliaia di persone che purtroppo non sono riuscite ad arrivare a destinazione.  È quanto chiedono i parenti di queste vittime, morte o disperse lungo le rotte migratorie, perché se alle frontiere si permettesse il transito degli essere umani, e non solo delle merci, questa umanità in movimento non sarebbe costretta ad affidarsi a mafie e trafficanti.

 

Aprire le frontiere ed accogliere chi fugge da guerra e miseria, alla ricerca di un futuro migliore, è anche una risposta al terrore e alla paura che seminano le bombe dei terroristi. 

 

Paura e terrore che però gli Stati del Nord del mondo e i mass media stanno alimentando trasformando migranti e rifugiati nel nemico da cui proteggersi e di conseguenza chiudendo e militarizzando ancora di più i confini.

 

Aprire le frontiere è una risposta che può permettere costruire una reale solidarietà tra chi è nato in un determinato territorio e chi ne è arrivato. Una solidarietà basata sull’affermazione di società in cui ci siano diritti per tutti e tutte.

 

Per questo ancora una volta il 18 dicembre 2015, la Giornata d’Azione Globale contro il razzismo per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati, decisa nel 2010 dall’assemblea finale del Foro Sociale Mondiale delle Migrazioni realizzato in Ecuador, cercherà di contribuire a dare visibilità alle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo contro il razzismo e per affermare i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati.

 Perché affermare i loro diritti vuol dire affermare i diritti di tutti e tutte!

 Una giornata di azione globale per i diritti dei migranti, rifugiati ed sfollati è possibile: il prossimo 18 dicembre 2015!

 

26/11/2015

18th december: Global day action/journée d'action globale/Jornada de Acción Global/Giornata d’Azione Globale

 

Dear friends and comrades

Here you have the text that we will put in the web Global Migrants Action web to call to the mobilization on 18th December. Please remember to send us the information about your upcoming events, so that they may be publicized on the Global Migrant Action webpage http://globalmigrantsaction.org/

 

Cher(e)s ami(e)s et camarades,

Ici vous avez le texte que on va pubblier sur la page web de la journée d'action globale pour la mobilisation du 18 décembre. S’il vous plait rappel vous de nous envoyer les communiqués relatifs à votre initiatives afin qu'ils puissent être publiés sur la page web de la Global Migrants Action : http://globalmigrantsaction.org/

 

Querid@s amig@s, compañe@s

Aqui va el texto que será publicado en la página web de la Jornada de Acción Global para llamar a la movilización del 18 de diciembre. Les pedimos por favor que recuerden de mandarnos los comunicados de las iniciativas que realizarán para que las publiquemos en la pagina web de la Jornada de Acción Global: http://globalmigrantsaction.org/

 

Cari amici, compagni, amiche e compagne

Qui potete trovare il testo che sarà pubblicato nella pagina web della Giornata d’Azione Globale per chiamare alla mobilitazione il 18 dicembre. Vi chiediamo di ricordare di mandarci i comunicati delle vostre iniziative affinché siano pubblicati nella pagina web della Global Migrants Action: http://globalmigrantsaction.org/

 

Open the borders! Migrate to live, not die!

“Open the borders” is the plea yelled by men, women, and children who are standing in Idomeine, at the border between Greece and Macedonia, who are currently on a hunger-strike. Their protest represents what many other thousands of people are demanding, as they are stopped in their migration along the borders of all four corners of the world.

“Open the borders” is the scream coming from the current genocide, whose victims are the many thousands of people who unfortunately could not make it to their destination. It is also what these victims’ families are asking for their missing or dead loved ones, lost along their migration journey; because we know that if human beings were allowed to cross borders like it is allowed for goods, this humanity on the move would not be forced to entrust its fate to the mafia and to human traffickers.

Opening borders and welcoming those who flee war and miserysearching for a better future is an answer to the terror and fear sown by terrorists’ bombs. Instead, many Nations in the North of the planet, along with mass media, are feeding into this same terror and fear, transforming migrants and refugees into the enemy from which we must protect ourselves, and then sealing and militarizing their borders even more.

Opening borders is an answer that could foster the creation of true solidarity between those who were born in a particular land and those who arrived there from elsewhere; solidarity based on the affirmation of a society in which there are rights for all men and all women.

The final assembly of the 2010 World Social Forum on Migration, in Ecuador, called for a Global Day of Action; with this in mind, the Global Day of Action on December 18th, 2015, will contribute to give more visibility to all initiatives taking place on that day throughout the world, demonstrating against racism and promoting human and civil rights for migrants, refugees, and displaced people.

Because asserting their rights means asserting the rights of all men and women!

A global day of action for the rights of migrants, refugees, and the displaced, is possible: on December 18th , 2015!

November 26th, 2015

 

Ouvrez les frontières! Migrer pour vivre pas pour mourir !

Ouvrez les frontières ! c’est le cri d’hommes, de femmes et d’enfants bloqués à Idomeine, à la frontière entre la Grèce et la Macédoine. Actuellement ils sont en grève de la faim. Leur protestation est un symbole de ce que demandent d’autre milliers et milliers de personnes en mouvement le long des frontières au quatre coins de la planète.

Ouvrez les frontières c’est le cri qui arrive di génocide en acte, représenté par les milliers et les milliers de personnes qui ne sont, hélas, pas arrivé à destination. C’est ce que demandent les parents de ces victimes, mortes ou bien portées disparu le long des voies migratoires, parce que si les frontières permettaient le passage des êtres humains et pas seulement des marchandise, cette humanité en mouvement ne serait pas contrainte à se fier e à se mettre en main aux mafias et aux trafiquants.

Ouvrir les frontières et accueillir qui fuit la guerre et la misère, à la recherche d’un futur meilleur, est aussi une réponse à la terreur et à la peur que sèment les bombes des terroristes. Peur et terreur que les États du Nord du monde et les média alimentent transformant les migrants et les réfugiés en un ennemie du quel avoir peur et du quel se protéger en fermant et en militarisant toujours plus les frontières.

Ouvrir les frontières c’est une réponse qui peut permettre de construire une réelle solidarité sociale entre qui est né dans un territoire déterminé et qui y arrive. Une solidarité basée sur l’affirmation d’une société en laquelle il y a des droits pour toutes et tous.

Ainsi encore une fois le 18 décembre 2015, la Journée d’Action Globale contre le racisme pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés, décidée en 2010 durant l’assemblée finale du Forum Social Mondial des Migrations réalisé en Ecuador, cherchera de contribuer à donner une visibilité aux initiatives qui se déroulerons dans le monde entier contre le racisme et pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés.

Parce que affirmer leurs droits veut dire affirmer les droits de tous et de toutes !

Une journée d’action globale pour les droits des migrants, des réfugiés et des déplacés est possible : le 18 décembre 2015 prochain !

26/11/2015

 

¡Abrir las fronteras! Migrar para vivir no para morir!

 

Abrir las fronteras e el grito de los hombres, mujeres y niñ@s parad@s en Idomeine, en la frontera entre Grecia y Macedonia, actualmente en huelga de hambre. Su protesta es símbolo de cuanto piden otros miles y miles de personas en migración detenidas, en todo el mundo, en diferentes fronteras.

 

Abrir las fronteras es también el grito que nace a raíz del genocidio que representan las miles y miles de personas que desgraciadamente no llegaron a su destino. Es lo que piden los parientes de estas víctimas, muertas o desaparecidas a lo largo de las rutas migratorias, porque si en las fronteras se permitiese el transito de los seres humanos, y no sólo de las mercancías, esta humanidad en movimiento no se vería obligada a tratar con las mafias y los traficantes.

 

Abrir las fronteras y acoger a quien escapa de la guerra y de la miseria en busqueda de un mejor futuro es también una respuesta al terror y al miedo que siembran las bombas de los terroristas. Miedo y terror que sin embargo también los Estados del Norte del mundo y los medios de comunicación están alimentando transformando a l@s migrantes y a l@s refugiad@s en el enemigo del cual protegerse , justificando la aún mayor militarización y el cierre de las fronteras.    

 

Abrir las fronteras es una respuesta que puede permitir construir una verdadera solidaridad entre quien nació en un determinado territorio y quien llegó después a vivir en él. Una solidaridad basada en la construcción de sociedades en las qu existan derechos para tod@s .

Por esta razón una vez más el 18 de diciembre 2015, la Jornada de Acción Global contra el racismo por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s, votada en el 2010 en la asamblea final del Foro Social Mundial de las Migraciones realizado en Ecuador, tiene como objetivo dar visibilidad a las iniciativas que se desarrollarán en todo el mundo para defender los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s.

 

¡Porque defender sus derechos significa defender los derechos de tod@s!

 

Una jornada de acción global por los derechos de l@s migrantes, refugiad@s y desplazad@s es posible. ¡El próximo 18 de diciembre 2015!

 

26 de noviembre de 2015v

 

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sinistraeuromed@alice.it (Domenico Rizzuti) Mesoregione Euromediterranea Tue, 01 Dec 2015 08:56:56 +0000